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REPORTAGE DALLA CINA
tratto dal n. 09 - 2001

L’ultimo desiderio di Zheng


Ha passato quasi trent’anni nei campi di lavoro. Ha costruito una cattedrale per ringraziare la Madonna di aver conservato la fede.E adesso aspetta una lettera da Roma... Storia del vescovo di Fuzhou. Che il Vaticano non ha riconosciuto


di Gianni Valente, foto di Massimo Quattrucci


Ha passato quasi trent’anni nei campi di lavoro. Ha costruito una cattedrale per ringraziare la Madonna di aver conservato la fede.E adesso aspetta una lettera da Roma...Storia del vescovo di Fuzhou. Che il Vaticano non ha riconosciuto

Ha passato quasi trent’anni nei campi di lavoro. Ha costruito una cattedrale per ringraziare la Madonna di aver conservato la fede.E adesso aspetta una lettera da Roma...Storia del vescovo di Fuzhou. Che il Vaticano non ha riconosciuto

Alle quattro e mezza del mattino sta appena albeggiando, quando, come ogni giorno, Giuseppe Zheng Changchengsi siede nel suo confessionale. Tutt’intorno, il quartiere dei pescatori, sulla riva del fiume Min, si riempie a poco a poco dei rumori del risveglio. Nel reticolo di vicoli e di case basse nel centro di Fuzhou, sopravvissuto chissà come al cemento socialista e ai grattacieli a capitale misto, cominciano a sferragliare i carretti e le biciclette. Arrivano, con le loro enormi sacche, i mercanti di verdura e pesce seccato. Anche la cattedrale di mattoni grigi, lentamente, si anima di gente. Vanno quasi tutti da lui. Dal vecchio vescovo con le spalle curve e le guance scavate che è nato da queste parti e conosce bene quel dialetto ostico che i preti giovani, arrivati da altre province, biascicano ancora a fatica. Svuotano al di là della grata il cesto pieno dei propri peccati. E si dissetano con un sorso di misericordia, prima di ricominciare la giornata. Quando, prima delle sei, dopo il rosario e le preghiere comincia la messa, tra i banchi ci saranno cinquecento persone. E non è domenica, ma un giorno feriale.
Nei suoi 89 anni, anche la vita di questo patriarca con gli occhiali è ricominciata tante volte. Ma se racconta la sua storia, ricorda che tutto partì con un battesimo mancato.
"Mio padre era di una ricca famiglia buddista. Ma nel suo cuore si era convertito alla fede cattolica. Poi s’ammalò d’improvviso. Chiese di essere battezzato, ma la povera suora che abitava nel villaggio credeva che soltanto i preti potessero dare il battesimo. Prima di morire, papà si fece promettere dalla mamma che ci saremmo battezzati tutti". Poi, si ammalò anche il piccolo Changcheng, e stava per morire. "Mia madre fece un voto. Mi affidò alla Madonna, promettendo che se mi fossi salvato mi avrebbe offerto alla Chiesa. Così, a dodici anni, sono finito in seminario".

"Bisogna che il Papa lo sappia..."
Il tempo della giovinezza passò tra Fuzhou, Shanghai e Hong Kong. Tra i manuali di latino e quelli di dogmatica. Circondato da professori e superiori provenienti da terre lontane. Tanti ricordi belli. Qualcuno no. "Il Papa lo deve sapere", dice oggi monsignor Zheng, "che non tutti i missionari stranieri ci hanno trattato sempre bene". Erano gli anni in cui i più avveduti cominciavano a dire che bisognava affidare ai cinesi la Chiesa di Cina. "Il grande Pio XI aveva capito che quella era la strada. E nel 1926 aveva nominato i primi vescovi cinesi". Ma molti missionari non erano d’accordo. Il vecchio Zheng, fatto prete a soli ventidue anni con una dispensa per l’ordinazione così precoce, dal ’41 era diventato professore al seminario del Fujian e segretario del vescovo spagnolo. Non ha dimenticato certi atteggiamenti coloniali di alcuni suoi superiori occidentali. "Dicevano che, se da Roma si ostinavano a consacrare vescovi cinesi, loro ci avrebbero lasciato senza aiuto. Non ci era permesso di mangiare insieme a loro. Quando il rettore del seminario, che era un tedesco, tentò di convocare delle riunioni con noi cinesi per coordinare insieme gli studi, il vescovo, che era uno spagnolo, glielo impedì". Ad allargare il fossato ci si metteva anche la politica e la soggezione di alcuni missionari europei agli interessi della propria nazione d’origine. "Quando i giapponesi attaccarono la Cina, molti dei nostri superiori stranieri parteggiavano per gli invasori. Fu una cosa che mi rattristò molto".

Zheng il sovversivo
Il 1� ottobre del ’49, dalla piazza Tien’anmen, Mao proclama la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Ma la Cina è un Paese devastato. Dieci anni di guerra civile, poi l’invasione giapponese, la seconda guerra mondiale, poi di nuovo la guerra civile. Quando con la riforma agraria comincia il sequestro delle proprietà ecclesiastiche, si intuisce subito che la mossa successiva dei vincitori verso la Chiesa sarà la pulizia etnica contro missionari e vescovi stranieri (questi ultimi costituivano l’80% dell’episcopato) con l’accusa di connivenza col nemico imperialista. A Fuzhou, come nel resto della Cina, ci si prepara a parare il colpo. Quando il vescovo spagnolo viene arrestato e poi espulso, Zheng è già stato nominato vicario apostolico, col compito di prendere la guida della diocesi. Ma anche per lui i problemi cominciano presto. Nel ’51 intanto avevano già cacciato il nunzio Antonio Riberi, di cui si conoscevano la vena anticomunista e le simpatie per i nazionalisti sconfitti di Chiang Kai-shek. "Mi chiesero di appoggiare la campagna orchestrata contro Riberi, che lo dipingeva come una spia del Vaticano. Io diffusi per tutta la diocesi una dichiarazione, in cui informavo il popolo che il governo aveva espulso il nunzio perché era contro il comunismo. Riconoscevo legittima la decisione del governo, ma rifiutavo di sottoscrivere le accuse infamanti a Riberi". I funzionari di partito non rimasero soddisfatti. Interrogarono Zheng per venticinque giorni. Poi lo lasciarono in pace per un po’ di tempo. Ma nel ’55 lo arrestarono con l’accusa di cospirazione anticomunista attraverso la religione. "All’inizio mi promisero di liberarmi se avessi pure io attaccato Ignazio Gong Pinmei, il vescovo di Shanghai che avevano arrestato e volevano colpire con una punizione esemplare. Dissi che Gong era stato il mio professore e che per me era innocente. Mi chiesero cosa pensavo del Papa e del Vaticano, che erano nemici del popolo cinese. Risposi che per me il Papa era solo il successore di Pietro, ed io ero in comunione con lui. Allora processarono anche me. Dicevano che tenevo nascosti in chiesa i fucili per i controrivoluzionari". Anche per Zheng si aprirono le porte dei Laogai, i campi di rieducazione. Ci rimase fino al 1983.

In manus tuas, Domine
Nel primo campo non si lavorava, ma cercavano di avvelenare i detenuti o di farli morire di fame. Ne crepavano una decina al giorno. Zheng resisteva. Allora lo mandarono nel campo di lavoro, nella provincia dello Jiangxi, dove rimase fino alla fine. I primi quaranta giorni lo misero in una cella piena d’acqua, un altro sistema per selezionare i nuovi arrivati. Poi, visto che era sopravvissuto, cominciò a lavorare nei campi di riso e di granturco.
Nel campo c’erano anche tre preti e tre altri vescovi. Fu quello, per Zheng, il dono inatteso che Dio gli metteva tutti i giorni davanti agli occhi in quel tempo così lungo. "Lavorando nei campi, cantavamo insieme, così ci facevamo coraggio". Si ferma un attimo, e dal suo corpo esile esce una voce sostenuta, che intona l’antica litania: "In manus tuas, Domine, in manus tuas commendo spiritum meum...". Poi riprende il racconto: "Ci pensi? Tutta la Chiesa, in quel posto e in quel momento eravamo noi sei poveretti. Noi eravamo gli unici testimoni di Cristo. Pregavamo ogni giorno la Madonna di non perderci, di aumentare la nostra poca fede. Senza di Lei è impossibile fare qualcosa".
Adesso bisogna immaginarselo, il campo di lavoro che riecheggia delle giaculatorie in latino. Il miracolo di uomini liberi nelle catene. Ma allora i compagni di lavoro questo spettacolo lo vedevano tutti i giorni. Alla fine, nel campo c’erano più di cento nuovi battezzati. "Bisogna che il Papa lo sappia: in quella condizione, anche il celibato ci favorì. Gli altri, oltre al resto, erano schiacciati anche dalle preoccupazioni per la sorte delle mogli e dei figli".
Anche la cattedrale di mattoni grigi, lentamente, si anima di gente. Vanno quasi tutti da lui, dal vecchio vescovo con le spalle curve e le guance scavate che e’ nato da queste parti  e conosce bene il dialetto di Fuzhou

Anche la cattedrale di mattoni grigi, lentamente, si anima di gente. Vanno quasi tutti da lui, dal vecchio vescovo con le spalle curve e le guance scavate che e’ nato da queste parti e conosce bene il dialetto di Fuzhou


Rigidezze canoniche
Quando, nell’83, uscì dal campo, un bel pezzo di vita ormai era andato. Ma per tutto il popolo cinese, e non solo per i cristiani, la fine dell’incubo della rivoluzione culturale era come un nuovo inizio.
Il governo cominciò a restituire alla Chiesa i beni confiscati, e invitò Zheng a riprendere la guida della diocesi. Lui pose alcune condizioni: poter dichiarare pubblicamente la comunione col Papa; potere lavorare senza eccessive ingerenze dell’Associazione patriottica; ottenere che i preti che si erano sposati durante la rivoluzione culturale si astenessero dall’esercizio del loro ministero. Le sue condizioni furono respinte, e Zheng se ne tornò a casa. Dopo tre anni, quelli del governo tornarono alla carica, dicendo che avrebbero tollerato la pubblica confessione di comunione col successore di Pietro.
Allora una lettera partì per Roma.
Visto che il governo aveva accolto la più importante delle tre condizioni, Zheng chiedeva se era lecito per il momento accantonare le altre due, accettando di collaborare con le strutture dell’Associazione patriottica e con i sacerdoti sposati. Chiedeva anche cosa doveva fare nella diocesi per adempiere la volontà del Papa. Roma rispose che erano questioni troppo delicate, che non potevano essere giudicate da lontano. Lo invitò a fare ciò che in coscienza gli sembrava più opportuno, per il bene della Chiesa.
Zheng prese tempo. Ma molti preti, molti fedeli e anche i funzionari del governo continuavano a pressarlo. Nel ’90, dopo aver verificato che la sua autorità non avrebbe avuto troppi impedimenti, accettò la nomina di vescovo. "Lo feci seguendo la mia coscienza, pensando di far bene per la Chiesa". Confessò subito pubblicamente la sua comunione col Santo Padre e chiese alla Santa Sede di essere riconosciuto come vescovo legittimo. Ma da Roma gli risposero che non era possibile. Perché nell’87 a Fuzhou era stato già consacrato in segreto un vescovo non riconosciuto dal governo, che aveva ottenuto la legittimazione grazie al consigliere di nunziatura presente a Hong Kong. E secondo il diritto canonico — gli fecero notare — in ogni diocesi ci può essere un solo vescovo.
Fu un brutto colpo. Ma anche il dolore di questa incomprensione Zheng lo smorzò dentro l’impeto di quel nuovo inizio. Lui e i suoi amici avevano vinto. O meglio, il Signore aveva vinto per loro. Era rimasto fedele alla sua promessa, e nel tempo della prova aveva custodito il tesoro dei poveri peccatori. C’era da festeggiare, da ringraziare. Zheng pensò a qualcosa di grande, che reggesse il confronto con le misure esagerate della Cina. E si ricordò di quello che facevano i padri. Di quando si costruivano le chiese perché la guerra o la carestia erano finite.

La rosa e i sassi
Longtian, vicino a Changle, è il villaggio natale di Zheng. Chi percorre la piana non fa fatica a incontrare con lo sguardo la mole bianca del santuario disteso sul fianco della montagna. Una scritta a ideogrammi alti due metri avverte che si è arrivati alla Città della Rosa.
È questa la chiesa della lode e del ringraziamento. Zheng l’ha inaugurata da pochi mesi, dedicandola a Maria Rosa Mistica. Un titolo che riecheggia le litanie alla Madonna. Ma richiama anche una devozione mariana partita da Montichiari, in provincia di Brescia, alla fine degli anni Quaranta, quando Maria apparve a un’infermiera per richiamare le anime consacrate a ritornare allo spirito dei santi fondatori, se non si voleva veder svuotati in pochi anni i seminari e le congregazioni religiose. Alla veggente la Madonna apparve con tre rose sul petto, spiegando che erano un richiamo alla preghiera, alla penitenza e al sacrificio.
Adesso quella devozione, che in Italia ebbe qualche problema coi vescovi, si diffonde per vie misteriose e fortuite anche in Cina. La Madonnina con le tre rose la si incontra in parrocchie, ospizi, seminari. Ma nella Città della Rosa non c’è solo lei. Il giardino che circonda l’enorme chiesa è un tripudio di tutte le devozioni e le preghiere semplici che per secoli hanno custodito la fede del popolo cristiano. Zheng ha cercato di non dimenticare nessuno. Ha disseminato per balze e terrazze le statue un po’ naïf di Cristo re, di Cristo risorto, di santa Teresina di Lisieux (che per lui è la più cara), di san Francesco. C’è la Madonna di Lourdes, anche qui presso una piccola fonte. C’è Maria addolorata che abbraccia sotto la croce il corpo di Gesù. C’è una Via Crucis con statue ad altezza naturale, che si arrampica lungo l’erta che porta al santuario. Sullo spiazzo davanti alla facciata, un muro regge i bassorilievi con i misteri del Rosario. C’è anche una lastra con sopra incisa la traduzione in cinese dell’inno di Dante alla Madonna (in questa pagina, nella foto a destra). Un’altra scritta sul fianco di un grosso blocco di marmo esorta: "Dopo che abbiamo seguito Gesù per 14 stazioni della Via Crucis, adesso guardiamo sua Madre". Ed è davvero tutto uno spettacolo per gli occhi. Basta camminare, e si imparano tutti i misteri della fede. Si hanno negli occhi tutte le storie di Gesù, di Maria, dei santi.
Il governo gli ha fatto anche i complimenti. Quando hanno saputo quanto è costato tutto questo — quattro milioni di yuan, più o meno un miliardo di lire —, grazie al lavoro gratuito offerto dagli artigiani e alla gestione oculata di Zheng, hanno ammesso sorpresi: "Noi, per un’impresa del genere, avremmo speso quattro volte di più". Uscendo, una targa avverte: "Questo è un luogo sacro alla fede cattolica. I cittadini che non sono cattolici sono tenuti a rispettarlo". E qui c’è la parte dolorosa della storia. Perché finora le uniche pietre contro i cancelli e le insegne della Città della Rosa le hanno scagliate altri cattolici.

L’ultimo desiderio
Più della metà dei 250mila cattolici del Fujian non frequentano le parrocchie che il governo ha consentito di riaprire. Sono guidati dal vescovo e da sacerdoti che rifiutano ogni contatto e ogni controllo dell’Associazione patriottica e dell’Ufficio affari religiosi.
Questa, per Zheng, è la cosa più dolorosa: una buona parte dei preti della diocesi non lo riconoscono come il loro vescovo. Alcuni lo accusano addirittura di non essere fedele al Papa e alla Chiesa. Lui ha provato più volte la via della riconciliazione. Ha bussato alla porta del vescovo che il governo non riconosce, promettendo di farsi da parte, se l’altro avesse accettato di emergere dalla clandestinità e di assumere pubblicamente, davanti a tutti, la guida della diocesi. Ma la porta è rimasta chiusa.
Le figure care ai cattolici delle comunità clandestine sono quei vescovi eroici, come Pietro Fan Xueyuan di Baoding, che nei primi anni Ottanta uscirono dai campi e dalle prigioni con la certezza che non si sarebbero più potuti fidare del governo e che l’Associazione patriottica aveva come reale obiettivo non dichiarato l’eutanasia della Chiesa di Cina, dopo che la persecuzione cruenta non era bastata.
"La maggior parte di loro sono persone con una fede molto grande. Non esito a dire che possono essere migliori di me" riconosce con umiltà don Matteo, un giovane sacerdote vicino al vescovo Zheng. Ma come può accadere nelle povere vicende umane della Chiesa, anche le intenzioni più pure di fedeltà eroica possono corrompersi e diventare solo la copertura di miserie e giochi di potere.
Così, non c’è da scandalizzarsi se alcuni (solo alcuni) dei clandestini, anche qui nel Fujian, hanno assunto un atteggiamento da fanatici. Questi pochi occupano buona parte del tempo e delle energie a spargere veleno contro i vescovi e i sacerdoti che non operano in clandestinità. Suggestionano i fedeli, predicando che chi frequenta le chiese "aperte" rischia la scomunica e l’inferno. E che le preghiere, le messe e i sacramenti celebrati nelle parrocchie registrate presso l’Associazione patriottica non hanno nessun valore, sono solo parodie sacrileghe. Qualcuno di loro, qui nella diocesi di Fuzhou, ha anche fatto un blitz dimostrativo con lancio di pietre contro le mura di cinta della Città della Rosa.
Zheng attende che il Signore guarisca anche questa ferita, più straziante delle torture nel campo. Nel frattempo, ogni tanto, bisticcia coi funzionari del governo. Lo scorso anno, quando ci furono gli attacchi alla Santa Sede contro le canonizzazioni dei martiri cinesi, andò a protestare agli uffici del potere, e alla chiesa di Maria Rosa Mistica mise fuori la bandiera vaticana. Gliela fecero pagare, ma adesso i dispetti sono finiti. E spera di avere una proroga, sullo scorcio di vita che gli rimane, per realizzare qualcuno dei mille progetti che gli suggerisce la sua fantasia di ragazzo: l’ospizio per i vecchi, una casa per le suore, la biblioteca coi libri di Giulio Aleni, il missionario gesuita che nel Seicento portò il cristianesimo da queste parti... Per il resto, continua la sua vita traboccante di messe, confessioni, lezioni di catechismo, adorazioni eucaristiche, unzioni dei malati. Se gli chiedi cosa possono fare i cristiani lontani per la Chiesa di Cina, risponde che basta qualche Ave Maria, e che sarebbe utilissimo aiutare in qualsiasi modo l’inizio delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese. Se vuoi sapere qual è il suo desiderio, risponde che ne ha due. Uno è immenso come il mare, e abbraccia tutti: "Vorrei che tutti i cinesi avessero l’occasione di incontrare Gesù". L’altro è piccolo piccolo, e riguarda solo lui: "Vorrei che il Papa mi mandasse una lettera, un messaggio, un biglietto per dirmi che sa che tutto quello che ho fatto, con tutti i miei errori, l’ho fatto per amore alla Chiesa. Così potrei morire più contento".


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