Home > Archivio > 04/05 - 2001 > Il cristianesimo: un incontro personale
CONCISTORO
tratto dal n. 04/05 - 2001

Il cristianesimo: un incontro personale


«Nel Vangelo gli incontri più belli di Dio con l’umanità sono sulla strada. Secoli di storia di cristianesimo vissuto non ci dicono altro». Intervista con il cardinale Aloísio Lorscheider, arcivescovo di Aparecida


di Stefania Falasca


Tutto passa. È passato anche questo Concistoro. Il sesto straordinario dell’attuale pontificato. Eminenza, molti hanno visto in quest’ultimo appuntamento cardinalizio una sorta di “preconclave”...
ALOÍSIO LORSCHEIDER: Un preconclave? Ma... non direi così... forse è servito per conoscersi perché il Collegio si è allargato di nuove presenze. Non mi sembra tuttavia che siano emersi orientamenti o figure di spicco.
Ma sono ancora valide secondo lei le vecchie contrapposizioni tra progressisti e conservatori?
LORSCHEIDER: Penso che queste categorie siano andate assottigliandosi e siano più sfumate rispetto al passato.
Lei ha partecipato ai Concistori straordinari precedenti. Quest’ultimo si è differenziato in modo particolare dagli altri?
LORSCHEIDER: No, non direi. Soprattutto nella modalità non ci sono state novità rispetto ai precedenti. Le finalità chiaramente sono state diverse. Questa volta il Papa voleva incontrarci per ascoltare, per sapere quali sono le necessità, le esigenze prioritarie per la vita della Chiesa oggi. E questa disponibilità nell’ascolto è una cosa molto buona, non è buono invece che per noi questa disponibilità si esaurisca in una formalità.
Proprio all’inizio del Concistoro lei ha rilasciato in un’intervista alcune dichiarazioni molto critiche riguardo a certi aspetti del governo della Chiesa...
LORSCHEIDER: Non mi è piaciuto il modo in cui sono state riprese le parole, c’è stata in alcuni punti una certa forzatura giornalistica. Ma ad ogni modo, nella sostanza non ho detto niente che non avessi già espresso in diverse occasioni e in altre circostanze e che poi non abbia ripetuto in aula.
Che impressione ha avuto di come si sono svolti i lavori?
LORSCHEIDER: È mancato un reale confronto, un’effettiva discussione, anche una certa analisi che possa servire come chiarimento.
Ad esempio?
LORSCHEIDER: Ad esempio all’inizio c’è stata una relazione di bilancio sul Giubileo. Invece di celebrarne solamente il ricordo, sarebbe stato più utile, a mio avviso, corredare la relazione di dati statistici. Alcuni tra di noi il Giubileo a Roma lo hanno seguito solo alla televisione. Avremmo voluto sapere quante persone sono venute. Quanti di questi sono venuti effettivamente come pellegrini o solo per curiosità. Sarebbero stati dei dati interessanti per una riflessione.
All’ordine del giorno ci sono state tuttavia questioni di governo e di riforma, sono emersi alcuni nodi importanti come la collegialità, l’esercizio del primato del vescovo di Roma, la riforma della Curia, la riforma dei sinodi...
LORSCHEIDER: Sono tutte questioni di una certa importanza a cui si accenna da anni. Non sono una novità. Il punto è come parlarne per arrivare ad una possibile e ragionevole soluzione. L’aspetto decisamente carente, insoddisfacente di questi incontri è proprio questo: la mancanza di volontà nel cercare una strada praticabile che possa condurre ad una accettabile risoluzione di questioni come quelle indicate. E ci sono alcuni aspetti che hanno una grande urgenza, come ad esempio quello dei sinodi o quello della collegialità, la cui non effettiva realizzazione a tutti i livelli è un elemento di grave sofferenza per la Chiesa.
E quale sarebbe secondo lei la strada da seguire?
LORSCHEIDER: Io credo che i metodi di lavoro in questi incontri dovrebbero essere rivisti, impostati diversamente, dando innanzitutto importanza ai circoli minori. Si potrebbe partire da lì, dai confronti, dalle discussioni che da lì emergono. Dai loro rapporti finali si può avere una panoramica e presentare quindi una sintesi dei punti da rivedere poi concretamente. Altrimenti è solo una sequenza di discorsi, discorsi spesso ripetitivi. Monologhi in tutte le lingue gettati nelle mani del papa. Potrebbero anche essere interessanti ma alla fine stancano. Io penso, come anche altri, che bisogna finirla con questi fiumi di parole. Sono obiettivamente una perdita di tempo.
Si dovrebbero cambiare in questo modo anche altre strutture ecclesiastiche?
LORSCHEIDER: Direi rivedere, in questo senso cambiare. Ma se fosse necessario mutare le strutture ecclesiastiche, fatte salve quelle date da Gesù Cristo, che si cambino. Lex suprema est salus animarum o se vogliamo Institutio suprema est salus animarum.
Lei ha più volte sottolineato la necessità di una decentralizzazione all’interno della Chiesa. Che cosa intende?
LORSCHEIDER: Io credo che a partire dal Concilio Vaticano II si debba arrivare ad una coraggiosa decentralizzazione dando più autonomia alle conferenze episcopali nazionali fino a quelle regionali. Ciò vuol dire, in sostanza, dare fiducia a quei gruppi di persone che possono avere visioni e sensibilità differenti ma che insieme possono camminare, possono trovare una strada anche per affrontare autonomamente determinate questioni e possono avere una pastorale attenta alla vita concreta delle persone, una pastorale reale a partire da tutto il popolo di Dio, non solo concentrata nel clero. Se si vuole guardare la Chiesa locale dal punto di vista di Roma, va bene, si può guardare, ma così si riesce difficilmente a capire quali sono le realtà di quella Chiesa, come vive, le esigenze peculiari di quella situazione o di certe circostanze. Dare fiducia e ascoltare i vescovi in questo senso è una necessità. Noi in Brasile, ad esempio, siamo più di trecento, più dei partecipanti al Concilio di Trento.
Per lei dunque il centralismo è un errore...
LORSCHEIDER: La Chiesa è una madre, i suoi figli non sono tutti uguali, una madre desidera innanzitutto il bene e la salvezza dei suoi figli. Un eccessivo centralismo è un pericolo per la vita della Chiesa poiché sminuisce e snatura la ricchezza delle Chiese particolari e non aiuta a far crescere ciò che c’è di buono, ciò che il Signore nella sua liberalità fa fiorire nella sua Chiesa.
Ma in questa prospettiva non si potrebbe mettere a rischio l’unità della Chiesa?
LORSCHEIDER: L’unità nella Chiesa non si attua attorno ad un modello culturale unico di riferimento, non significa “uniformarsi”, sarebbe come dire che la Chiesa è il prodotto di determinate preferenze culturali e teologiche, di determinate letture del contesto storico. Questo non è nello spirito della Tradizione. In necessariis unitas, l’unità autentica s’incentra solamente sull’essenziale, in dubiis libertas, in omnibus caritas.
Per quanto riguarda invece la nomina dei vescovi, lei è favorevole ad una revisione della procedura in vigore?
LORSCHEIDER: La nomina dei vescovi a mio avviso non costituisce un problema. È importante che per la nomina si consultino i vescovi dello stesso Paese, della stessa provincia, della stessa regione. Consultare non vuol dire che il papa non possa poi fare diversamente, ma anche in questo caso, non ascoltare i consigli dei vescovi di un certo Paese, soprattutto dopo che si sono riuniti e hanno votato, non è una buona cosa. Se infatti i vescovi di una determinata regione hanno indicato tre nomi, è chiaro che hanno indicato i migliori, perché ciascuno è interessato ad avere un buon vescovo e se dicono all’unanimità che un candidato per loro non è adatto, imporre un vescovo contro la maggioranza non mi pare molto intelligente. Anche i nunzi hanno in questo la loro responsabilità. Ritengo inoltre che sia bene ascoltare anche la gente di quella diocesi nella scelta dei candidati, come ho fatto in diverse occasioni.
In Brasile si sono fatte scelte sbagliate in questo senso?
LORSCHEIDER: Ci sono state delle scelte inadeguate. Anche per quanto riguarda i trasferimenti. Il vescovo non è un funzionario di passaggio che si prepara per più alti e prestigiosi incarichi. È un padre e un pastore consegnato per sempre, salvo eccezioni, a quella porzione del popolo di Dio, ed è chiamato a svolgere questo ministero con molta pazienza, delicatezza e umiltà, con misericordia e realismo. Moltiplicare trasferimenti, oltre a creare disordine e instabilità, è una mancanza di rispetto verso quella porzione del popolo di Dio che riceve il suo vescovo e poi lo vede andarsene solo dopo pochi anni.
Nelle linee pastorali indicate, l’opzione preferenziale per i poveri resta una priorità?
LORSCHEIDER: Un pastore offre la sua vita per Gesù Cristo e per i poveri. I poveri sono il tesoro della Chiesa. Nessuno potrà essere un buon pastore se non è disposto ad aprire le sue orecchie e tutto il suo cuore al grido e alle proteste dei poveri, degli esclusi, degli oppressi.
In conclusione, quali dovrebbero essere secondo lei i beni da custodire e da far fiorire nella Chiesa?
LORSCHEIDER: Quelli descritti nella fine del capitolo II degli Atti degli apostoli: dottrina degli apostoli, eucarestia (intesa anche nel senso di condivisione), comunione e preghiera. Sono quattro punti fondamentali che esprimono la perseveranza nella fede data dagli apostoli.
Il cardinal Lustiger ha detto che oggi «circondati come siamo da una cultura neopagana è come se fossimo agli inizi dell’era cristiana». Lei concorda?
LORSCHEIDER: La condizione della Chiesa è sempre quella degli inizi.
Anche in quest’occasione si è però insistito sulla necessità di approfondire la vocazione missionaria...
LORSCHEIDER: Non si può parlare di missione come una categoria da recuperare con sempre nuove strategie, con il dispendio di grandi mezzi, con mobilitazioni sceniche. È necessario chiedersi con serietà: i movimenti apostolici risolvono? Chiese, piazze e stadi pieni di “cattolici” entusiasti risolvono? Non siamo i concorrenti delle sètte. La missione è la vita cristiana stessa nella sua normalità. Così come è detto nella Lumen gentium. Diventare cristiani non è come aderire ad un pensiero, è questione di circostanze terrene, concrete, di corpo a corpo, di occhi negli occhi.
Può fare qualche esempio?
LORSCHEIDER: Una volta fui preso in ostaggio da detenuti durante una visita in un carcere di Fortaleza. In quel carcere andava sempre una suora. Passava tutta la giornata da sola con i detenuti. Era una suora bruttina, con una voce non piacevole, di poca cultura, una suorina insomma, dall’apparenza del tutto insignificante. Eppure tutti la conoscevano e tutti lì dentro avevano un gran rispetto verso di lei. Tanti mi dicevano: «Guardi, quando c’è lei, qui è un’altra cosa... (E sono sicuro che non ci avrebbero preso in ostaggio se quel giorno ci fosse stata lei). Un incontro così, un incontro personale è il cristianesimo. Nel Vangelo gli incontri più belli di Dio con l’umanità sono sulla strada. Secoli di storia di cristianesimo vissuto non ci dicono altro.


Español English Français Deutsch Português