Home > Archivio > 04/05 - 2001 > La bellezza dei sacramenti
CONCISTORO
tratto dal n. 04/05 - 2001

La bellezza dei sacramenti


Non i riti inventati dall’uomo, ma la bellezza della grazia dei sacramenti è irresistibile per il cuore dell’uomo. Parla il cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Mechelen-Brussel


di Gianni Valente


All’ultimo Sinodo sull’Europa, nell’ottobre ’99, per descrivere la condizione attuale della Chiesa aveva usato l’immagine dell’esilio di Babilonia: «Forse Dio ci conduce verso una sorta di nuovo esilio babilonese per insegnarci a diventare più umili e a vivere della dottrina dell’onnipotenza della grazia. Non tutto è negativo nella condizione di quelli “che sono seduti sulle rive di Babilonia”». Al Concistoro straordinario di maggio, il cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Mechelen-Brussel, passata la frenetica parentesi giubilare, ha invece descritto l’Occidente come una foresta di riti e messaggi religiosi, dove si è persa la percezione stessa della realtà sacramentale della Chiesa.
La radiografia della condizione della Chiesa oggi offerta dal cardinale belga ai suoi colleghi di porpora è stata uno dei contributi più lucidi e stimolanti ascoltati nell’aula concistoriale.
30Giorni ha chiesto al primate del Belgio di approfondire i passaggi cruciali del suo intervento.
Alcune delle risposte dell’intervista che segue sono state raccolte nel corso di una conferenza stampa a cui erano presenti anche i colleghi del Corriere della Sera, di Jesus e di Famiglia Cristiana.
Eminenza, su cosa ha puntato il suo intervento all’ultimo Concistoro?
GODFRIED DANNEELS: Ho toccato alcuni problemi che la Chiesa si trova ad affrontare in questo momento. Scusandomi in anticipo per il fatto che si trattava di una scelta parziale, condizionata da ciò che vedo nella realtà in cui vivo, quella delle Chiese occidentali dell’Europa del nord.
Da dove è partito?
DANNEELS: Ho descritto il volto secondo me più radicale che segna la crisi nelle cristianità di antica evangelizzazione: una sorta di atrofizzazione, un accecamento per cui non si percepisce più la sacramentalità e la natura sacramentale della Chiesa. Nella pastorale ordinaria, complice anche la scarsità di sacerdoti, i sacramenti rischiano di non essere più il punto di gravità della pastorale cattolica. Vengono inesorabilmente sospinti alla periferia dell’apparato ecclesiale. Prevale la tentazione di ripiegarsi sul ministero della Parola e su quello della diaconia. Così, la liturgia rischia di essere per buona parte assorbita in una logorrea del verbo, o diventa una specie di ricarica di batterie in vista dell’attività sociale. La Chiesa si presenta ed è percepita come un posto in cui si parla, si lanciano messaggi, o dove ci si mette al servizio del mondo.
A cosa si deve, secondo lei, questo snaturamento?
DANNEELS: Sicuramente non si tratta della perdita del senso simbolico o del gusto per i riti, come si sente dire in giro. Anzi, mai come nel nostro tempo si può registrare una infatuazione contagiosa per i riti. La religiosità naturale in questo tempo postmoderno produce riti profani quasi a ritmo commerciale, che segnano tutti i passaggi cruciali della vita umana: la nascita, la pubertà, il matrimonio, la morte. Sono riti che esprimono le domande e le angosce dell’uomo davanti alla finitezza, alla morte e al peccato. E garantiscono una consolazione terapeutica, una salvezza fai-da-te, in cui l’uomo si risparmierebbe la conversione del cuore. In questa selva di simbologie religiose si finisce per non avvertire più la specificità storica e cristologica dei riti sacramentali cristiani, ciò che propriamente distingue i sacramenti della Chiesa dai riti inventati dall’uomo. E si corrompe anche la percezione della vera natura della Chiesa, del ministero ordinato e dei sacramenti. Si snatura anche una giusta comprensione cattolica della predicazione, che non è certo una retorica di marketing, e della diaconia cioè del servizio ai fratelli.
In questa situazione, su cosa è meglio puntare?
DANNEELS: Si può solo custodire il tesoro più prezioso della Chiesa cattolica: la sua liturgia e i suoi sacramenti. Come ricorda la costituzione sulla liturgia del Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, la liturgia non esaurisce tutta l’opera della Chiesa, ma è culmen et fons, è la fonte da cui tutto sgorga e il fine verso cui converge tutto ciò che essa intraprende per la salvezza degli uomini.
Nella seconda parte del suo intervento, lei ha introdotto il tema della collegialità dentro la Chiesa. Con quale criterio-guida va affrontato questo argomento?
DANNEELS: Il criterio di favorire ciò che aiuta la missione. Per risolvere le tensioni del rapporto tra Pietro e gli undici, tra il primato petrino e la collegialità dei vescovi, alcuni vedono una soluzione nel rinforzare e ipostatizzare il primato di Pietro a detrimento del collegio episcopale. Altri, al contrario, rafforzerebbero il ruolo dei vescovi e diminuirebbero quello del Papa. Ma non si può danzare su un piede solo. Oggi il mondo si va ingrandendo e allo stesso tempo diversificando. Anche la Chiesa deve restare saldamente una, ma generosamente diversificata all’interno dei diversi contesti. Per questo è necessario sia il primato che la collegialità. Serve un Pietro forte e un collegio episcopale forte.
Lei suggerisce l’immagine di «Chiesa una e diversificata». A volte sembra che l’unità della Chiesa consista nell’imposizione generale di un modello culturale unico. Può indicare con un esempio concreto cosa secondo lei rappresenta il punto di unità nella natura della Chiesa? E cosa, invece, può essere diversificato a seconda delle situazioni?

DANNEELS: I sacramenti. La carità. Il Vangelo. La comunione con il vescovo di Roma. Sono queste le cose essenziali. È facile. Poi, ci sono questioni che ogni tanto spuntano fuori, come il celibato dei preti e l’ordinazione sacerdotale delle donne, che non possono certo essere lasciate alla decisione delle Chiese locali. Ma, per il resto, sono tante le cose che le Chiese particolari possono fare da loro, senza doversi rifare per forza a modelli unici. Ad esempio, vanno esaminate con attenzione le proposte fatte anche da alcuni cardinali per una certa decentralizzazione della procedura per la nomina dei vescovi e l’amministrazione della giustizia nella Chiesa. Io stesso, in tante cose che faccio, non è che sto lì a chiedermi ogni volta cosa vorrebbe il Papa. Il Papa vuole solo che io sia un buon vescovo. Ed è tutto.
Al Concistoro qualcuno ha parlato dell’ipotesi di convocare un nuovo concilio ecumenico?
DANNEELS: Un paio di cardinali, nei loro interventi, si sono opposti fermamente a questa eventualità. Facendo notare, secondo me a ragione, che l’ultimo concilio ecumenico non è stato ancora completamente messo in pratica. E anche che, dal punto di vista pastorale, l’impresa sarebbe proibitiva. Un concilio si prepara durante un tempo lungo, serve una lenta maturazione. Anche l’idea di un concilio a programma ridotto, concentrato su due o tre temi, mi sembra poco realistica. Una volta che si riuniscono insieme migliaia di vescovi, non si può imporre loro un programma troppo rigido. Parleranno di tutto, e così partono quattro anni. E poi, non sappiamo quanto tempo il Santo Padre potrà continuare ancora, ma la fine di un pontificato non mi sembra comunque un momento adatto per parlare di un nuovo concilio.
Lei ha detto anche che nella Chiesa «bisogna promuovere una vera cultura del dibattito». E ha sottolineato, a questo proposito, le carenze del Sinodo dei vescovi. Quali sono su questo punto le sue proposte concrete?
DANNEELS: Probabilmente si dovrebbe rivedere la procedura del Sinodo. Così come è impostata, non permette un vero dibattito del Collegio episcopale intorno al successore di Pietro. Durante le prime due settimane tutti intervengono in tutte le direzioni possibili e immaginabili. Poi, il tempo del dibattito nei circuli minores è troppo breve. E alla fine ci si riduce a lavorare di notte per tirar fuori qualche proposizione. Se per esempio il moderatore facesse raggruppare fin dall’inizio gli interventi che trattano lo stesso tema, facendo una sintesi dei punti di consenso e di quelli in cui la discussione rimane aperta, questo già potrebbe rendere più costruttivo il lavoro di tutti. E poi, anche i vescovi che intervengono dovrebbero essere più pertinenti, più franchi, e un po’ più intelligenti.
È solo questione di procedura, o il limite è nella natura stessa del Sinodo, che per ora è solo consultivo?
DANNEELS: Io penso che la differenza tra consultivo e deliberativo non sia poi così grande. Se per esempio un Sinodo all’unanimità esprimesse un certo proposito, il Papa, pur rimanendo libero, avrebbe una chiara indicazione di cosa suggerisce il sensus fidei della Chiesa. In un caso del genere, il consiglio proveniente dal Sinodo avrebbe praticamente una forza deliberativa. Dall’altro lato, ci sono certi che pensano: si dia al Sinodo un potere deliberativo, così la maggioranza, mettiamo il 55% contro il 45% potrà decidere. Ma nella Chiesa non si decide così, a colpi di maggioranza. Serve un consenso diffuso. Se nei confronti dell’orientamento sostenuto dalla maggioranza numerica non c’è questo consenso, bisogna riconoscere che la decisione non è matura, che è meglio aspettare ancora.
Lei ha concluso il suo intervento parlando della bellezza.
DANNEELS: Avere nervi sensibili alle variazioni della temperie culturale dell’ambiente in cui si opera può aiutare l’annuncio del Vangelo. Ad esempio, la predicazione corrente insiste molto nel presentare il cristianesimo come un insieme di verità eterne. Ma molti dei nostri contemporanei davanti a chi parla di verità si sentono come dei piccoli Pilati. Domandano «Quid est veritas?», cos’è la verità? E restano sulla soglia, incerti, senza entrare. Si punta molto anche sulla proclamazione della virtù morale. Ma la maggior parte di noi ha davanti agli occhi la propria fragilità morale e non prova alcun richiamo ad entrare in contatto con una realtà umana che ha come orizzonte la ricerca della perfezione etica. Invece, ciò che è irresistibile, anche per i nostri contemporanei, è seguire ciò che appare bello. Non parlo solo delle opere d’arte. Anche san Francesco, per chi lo incontrava, brillava della bellezza della santità. Come dicevano i nostri Padri «pulchrum est splendor veri». La bellezza è lo splendo


Español English Français Deutsch Português