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REPORTAGE DALLA TERRA SANTA
tratto dal n. 04/05 - 2001

Il cielo sopra Betlemme


La vita quotidiana nelle zone abitate dai cristiani arabi, che subiscono la guerra “a bassa intensità” imposta dall’esercito israeliano, con bombardamenti e reazioni spropositate all’intifada. Le attività lavorative sono bloccate, cibo e medicinali scarseggiano


di Gianni Valente


Qualche manifesto scolorito con la faccia del Papa si intuisce ancora, sui muri sforacchiati e divelti delle case di Beit Jala. Le scritte in arabo salutano il vescovo di Roma, il successore di Pietro, venuto da pellegrino a pregare qui vicino, a Betlemme, nell’angolo di mondo dove è nato Gesù.
Quello fu un giorno di festa da queste parti. Sulla piazza di Betlemme, davanti alla basilica della Natività, anche Arafat era raggiante, dopo che il Papa aveva riaffermato il diritto del suo popolo ad avere una patria vera.
È passato, da allora, solo un anno e qualche mese. Adesso per queste strade deserte passa uno degli invisibili fronti della "zuta", come la chiamano in aramaico i consiglieri militari di Sharon: la guerra "a bassa intensità" che l’esercito israeliano conduce contro le postazioni dei Tanzim, le milizie palestinesi. Offensive preventive o azioni di rappresaglia per prevenire o punire i colpi di mortaio palestinesi diretti contro il sottostante insediamento ebraico di Gilo. Una reazione spesso sproporzionata, strabordante, con cui l’artiglieria israeliana sbriciola i muri, apre falle nelle cisterne d’acqua sui tetti, riduce le case dei civili a cumuli di macerie. E che domenica 6 maggio è diventata una vera e propria offensiva terrestre, coi parà israeliani che setacciavano una ad una le strade deserte.
Chi ha potuto, da qui è scappato. In questo che una volta, come tutta l’area intorno a Betlemme, era una roccaforte della minoranza arabo-cristiana, dall’inizio della nuova intifada e della sua repressione decine di famiglie cristiane hanno intrapreso il lungo viaggio, trovando accoglienza dai propri parenti all’estero. Gli altri, chi non trova soluzioni migliori, continua a vivere come può. Quasi ogni giorno, nel primo pomeriggio, lasciano le proprie case e cercano rifugio da parenti e amici che abitano sull’altro versante della collina, fuori dal tiro dei missili e dei tank israeliani. Tornano a notte inoltrata, quando la cadenza quotidiana degli scambi di colpi vive il suo momento di pausa. Anche Toine, il giovane professore olandese di Betlemme, ne ha passate tante di queste notti bianche di guerra, insieme alla moglie palestinese e la figlia Jara, ospite nella casupola della suocera. Ore interminabili scandite dalle esplosioni ora lontane, ora vicine, e a ogni colpo la suocera che invoca i suoi protettori: "Ya Adra! Ya Khader!". "Santa Vergine! San Giorgio!". Durante i bombardamenti più massicci, si scappa tutti al convento del Patriarcato latino. Le chiese ridiventano rifugi di guerra dove attendere, tra chiacchiere e silenzi carichi di tensione, che la pioggia di missili e colpi di mortaio finisca. Come nel ’48. Come nel ’67. Così, la follia della guerra si fonde e confonde coi ritmi e il respiro della vita quotidiana. Infiltra come una pianta cattiva le fatiche e i riposi di due popoli interi.
Ogni giorno la macabra contabilità di questa "guerricciola" ritocca le sue tabelle. Alla fine di maggio, i dati forniti dal Palestinian Central Bureau of Statistics segnalavano 516 palestinesi morti (di cui 126 sotto i 18 anni), 14.152 feriti, circa 1500 disabili permanenti (di cui 437 bambini), quasi diecimila abitazioni palestinesi abbattute o danneggiate, mentre dalla parte israeliana, dopo l’attentato alla discoteca di Tel Aviv del 1� giugno, i morti erano 110 e i feriti più di 900. Il media system concentra i riflettori sui fatti di sangue più clamorosi ed efferati. Ma sfuggono alla registrazione mediatica gli effetti devastanti subiti dal tessuto della vita quotidiana di due interi popoli. Quando, per mesi ed anni interi, le cose più ordinarie — lavorare, mangiare, dormire, spostarsi, andare a scuola, curarsi — diventano per tutti una fonte quotidiana di frustrazione, angoscia e senso di fallimento.

Effetti collaterali
Quando Israele chiude i suoi checkpoint, la striscia di Gaza e la West Bank si trasformano in una specie di prigione a cielo aperto, con una densità abitativa che a tratti è la più alta del mondo, dopo Hong Kong e Singapore. Il controllo delle strade, in mano ai soldati israeliani, frantuma i territori palestinesi in tanti piccoli ghetti da cui non si può uscire senza difficoltà.
Il primo effetto di questo strangolamento è la paralisi delle attività lavorative. In Cisgiordania, che pure costituisce la parte economicamente meno depressa dei territori palestinesi, dall’inizio dell’intifada quasi il 50% della popolazione attiva, con punte del 70%, si trova di fatto disoccupata. Le più colpite sono le decine di migliaia di pendolari che prima guadagnavano un salario fornendo manodopera alle imprese israeliane. E anche le rappresaglie militari infieriscono con precisione sospetta contro il già malridotto tessuto economico palestinese, come hanno fatto i colpi che all’inizio di maggio hanno devastato a Betlemme un albergo a quattro stelle vicino alle piscine di Salomone e una fabbrica di materiali da costruzione.
Nei brevi mesi delle belle speranze, quando c’era ancora Rabin, ci si dilungava a fantasticare sugli effetti di distensione che sarebbero scaturiti dalla partnership economica tra Israele e Palestina. "Dobbiamo fare uno sforzo supremo per permettere all’Autorità palestinese di raggiungere una sussistenza ragionevole, altrimenti perderà il sostegno popolare", invocava nel novembre ’94 Shimon Peres, allora come oggi ministro degli Esteri. Oggi la linea sembra un’altra. Coi duecentomila lavoratori stranieri stagionali, arruolati in buona parte tra filippini e rumeni, Israele mira a sostituire i 125mila pendolari palestinesi messi al bando dall’economia israeliana. Una politica del mercato lavorativo che spinge la maggioranza della popolazione della West Bank e soprattutto di Gaza sotto la soglia di povertà.

L’ospedale dei bambini
Suor Ignazia ha un punto di osservazione speciale da cui registra gli effetti collaterali della guerra "a bassa intensità" sulla vita dei più deboli. Il Caritas Baby Hospital di Betlemme, dove lei dirige iI personale, sorge a poche centinaia di metri dal checkpoint che oggi chiude la strada tra Betlemme e Gerusalemme. Lo iniziò nel 1952 un prete cattolico svizzero, dopo aver visto che nei campi profughi palestinesi i piccoli morivano come mosche per il freddo, la fame e le infezioni, a poche centinaia di metri dal luogo dove era nato Gesù Bambino. Lei venne qui negli anni Settanta, insieme ad alcune consorelle della sua congregazione padovana, le Francescane di Santa Elisabetta, e non se n’è più andata. Oggi, la piccola struttura sanitaria (10 medici, 200 impiegati, 82 letti, 16 incubatrici, un centro di soccorso sociale, una scuola per infermiere, 2.200 ricoveri e 19mila visite ambulatoriali all’anno, il tutto praticamente gratuito) quasi interamente finanziata da benefattori stranieri, è un’isola di efficienza con standard svizzeri in una situazione sanitaria che mette i brividi, e rimane l’unica struttura pediatrica attiva di tutta la West Bank, dopo che altri ospedali hanno chiuso per le infezioni di meningite o sono resi inaccessibili dai posti di blocco dei miliziani israeliani. Qui si vede bene come la repressione seguita all’intifada diventa strangolamento indiscriminato di tutto un popolo, anche di chi non ha nessuna forza di ribellarsi e tirar pietre. "L’85% della popolazione della West Bank" avverte Erwin Schlacher, austriaco, responsabile delle pubbliche relazioni dell’ospedale "ormai riesce a tirare avanti solo grazie agli aiuti alimentari degli enti di assistenza e dei gruppi internazionali di volontariato caritativo. La penuria di beni alimentari essenziali nella prima fase dell’infanzia, come il latte, il pane e il riso, sta conducendo gran parte dei bambini della West Bank a una condizione endemica di malnutrizione. Quando le mamme li portano da noi, arrivano quasi sempre con una temperatura corporea di 28-29 gradi, a causa della alimentazione carente. L’acqua corrente, la cui distribuzione è tutta controllata da Israele, arriva nelle case palestinesi solo uno o due giorni a settimana. Tra i bambini c’è un aumento impressionante di casi di disidratazione e di infezioni intestinali dovute all’uso di acqua inquinata". Anche suor Ignazia fa notare che i mesi trascorsi dall’inizio dell’intifada hanno visto l’impennata di alcune patologie, come dimostrano le decine di casi di meningite e il fortissimo aumento di parti prematuri, dovuti al logoramento psicologico che le puerpere soffrono in questa situazione di assurda normalità, tra attentati, bombardamenti e strangolamento economico. Sul suo lettino, il piccolo Jehad sta trafficando coi suoi giochetti. Racconta suor Ignazia: "La sua famiglia è di Gaza. Quando la mamma ce lo ha portato qui, si stava spegnendo. Colpa delle misere razioni di latte, che la madre provava ad allungare con l’acqua. Poi, da quando hanno chiuso il varco di Gaza, la mamma non è più potuta venire a trovarlo. Telefona quasi tutti i giorni, per sapere come sta…".

"Caro signor Bush…"
Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme, nel suo messaggio per la Quaresima ha usato espressioni forti, invitando fedeli e religiosi di Terra Santa a aiutare con tutti i mezzi chi ha più bisogno. "Viviamo in una guerra che ci è imposta. Bisogna adattarvi il nostro modo di vivere e abituarsi alle privazioni e alla generosità verso tutti i fratelli nel bisogno. Quanto alle case che non cessano di subire i bombardamenti israeliani, noi diciamo agli israeliani: distruggete le nostre chiese, ma risparmiate le case dei nostri fedeli. Se ad ogni costo dovete imporre una punizione collettiva e se si deve pagare il riscatto per riacquistare la tranquillità dei figli innocenti e delle famiglie, noi offriamo le nostre chiese: distruggetele; troveremo altri luoghi per pregare e continueremo a pregare per noi e per voi".
All’Università di Betlemme, quella che Paolo VI volle istituire per aiutare la formazione della gioventù palestinese, qualche colpo era arrivato già a ottobre e novembre, coi primi bombardamenti. Con la nuova offensiva di aprile è stato distrutto l’ostello femminile. Vincent Mahlam, fratello delle scuole cristiane che dirige uno staff anch’esso stressato per le notti in bianco sotto le bombe e che fa salti mortali per portare avanti i programmi didattici, ha tirato fuori la bandiera vaticana e l’ha issata sul pennone: "Per quel po’ di protezione che può offrire…".
Tutta l’imponente e preziosa opera svolta dalle istituzioni cattoliche in Cisgiordania, che offrono lavoro a quasi la metà della popolazione cristiana della regione, soffre anch’essa i pesanti contraccolpi del conflitto. L’inaridirsi del flusso di pellegrini si tramuta subito in disoccupazione e disastro economico per le famiglie di qui. Mentre l’impoverimento di tutta la popolazione palestinese falcidia le già modeste rette richieste dalle scuole del Patriarcato latino (11mila studenti) e dei Francescani della Custodia di Terra Santa. I deficit di bilancio diventano enormi (solo per le scuole del Patriarcato si parla di 5-6 milioni di dollari) e la fatica per non chiudere, per continuare senza licenziare nessuno, diventa un altro fronte della battaglia di ogni giorno.
Nell’ottobre dell’89, ai tempi della prima intifada, i leader cristiani delle varie Chiese presero qui vicino un’iniziativa clamorosa. Provarono a raggiungere in corteo il villaggio cristiano di Beit Sahour, che era tenuto sotto assedio dall’esercito israeliano, scortando con le loro auto di rappresentanza con targa diplomatica un camion di viveri e medicine per la popolazione stremata. Oggi, non sembra tempo di gesti spettacolari. Le energie sono tutte prese dalla silenziosa lotta per resistere ai tempi difficili. Manca anche la spontanea convergenza che si verificò allora tra i capi delle diverse comunità: le gerarchie ortodosse, ad esempio, sono totalmente assorbite dallo scontro sulla nomina del nuovo patriarca, in cui ha voce in capitolo anche il governo israeliano. Ma non mancano singole figure che intervengono senza remore sui contenuti politici del conflitto. Come suor Mary, che nel suo diario pubblicato via internet documenta ogni settimana gli effetti dei bombardamenti israeliani e denuncia i nuovi casi di confisca di terre e di insediamento di nuove colonie "da parte di quella che in America chiamano l’unica democrazia del Medio Oriente". O come padre Ibrahim, 92 anni, sacerdote del Patriarcato latino. Lo scorso 13 aprile il vecchio militante in tonaca (è stato anche membro del Consiglio centrale nazionale palestinese) ha preso carta e penna e ha scritto direttamente al capo dei capi, il presidente americano George W. Bush. A un inizio ossequioso ("Il popolo arabo applaude la sua vittoria alle elezioni presidenziali, alla quale hanno contribuito molti arabi e musulmani degli Stati Uniti, e si aspetta di trovare nell’amministrazione repubblicana più comprensione e giustizia per il nostro popolo palestinese, che sta ancora soffrendo il calvario per le atrocità israeliane") segue una lista di accuse esplicite lanciate senza timori ("Omicidi, distruzione e usurpazione di terre, demolizione di case e di proprietà. Sfortunatamente tutto questo accade con la connivenza e il supporto americano"). Infine, padre Ibrahim conclude la sua lunga missiva con dei consigli niente affatto trascurabili: "Mi permetta di chiederle, implorandola con insistenza come presidente della nazione più grande del mondo, di prendere l’iniziativa di risolvere con giustizia questo problema secolare, secondo i principi della giustizia e del diritto, approfittando dei consigli di esperti giusti e capaci come mister James Baker e il rappresentante repubblicano George Salem, di Washington D. C.".


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