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REPORTAGE DALLA TERRA SANTA
tratto dal n. 04/05 - 2001

Le sante battaglie dei fratelli coltelli


La gestione dei luoghi santi non è mai stata un esempio edificante di unità tra cristiani. E oggi nuovi conflitti si aggiungono alle ruggini antiche. Come lo scontro tra gruppi di laici e alte gerarchie dentro la Chiesa greco-ortodossa


di Gianni Valente


C’è un’inutile scala di ferro alta sei metri, all’ingresso del Santo Sepolcro, appena dietro quella che è chiamata la Pietra dell’unzione. Non c’è nessun motivo perché quell’arnese stia piazzato proprio lì, a complicare la vita ai rari pellegrini che si chinano a baciare e toccare con le dita la lastra di pietra rosa. Ma nella singolare guerra di postazioni che ancora si combatte qui dentro, nei pochi metri quadrati che circondano il luogo dove secondo la tradizione è risorto Gesù, nessun particolare che concorre alla sciatteria soffusa – le lampade, le panche, i tappeti sparsi sui pavimenti sconnessi, i modesti quadri e quadretti devozionali – è lasciato al caso. Quell’ingombrante catafalco, ad esempio, lo hanno piazzato lì i francescani della Custodia di Terra Santa. «Un tempo» spiega padre Atanasio, francescano americano di origine polacca «intorno alla pietra dell’unzione c’erano dei candelieri molto alti e la scala serviva ad accendere e spegnere i ceri. Adesso i candelieri non ci sono più, ma noi abbiamo conservato il nostro diritto a tenere lì la scala, per tutto il tempo liturgico tra Pasqua e Pentecoste. Toglierla unilateralmente sarebbe una prova di debolezza. E poi, se la togliamo noi, sicuramente ce la rimette qualcun altro...».
«Questo è il luogo più sacro al mondo», ha detto il Papa l’anno scorso, quando è venuto qui a dir messa. Eppure proprio sotto le volte del tempio costruito intorno al sepolcro e alla roccia del Calvario, i cristiani continuano a dare al mondo uno spettacolo di incancrenita divisione. Che nei secoli passati ha scatenato una serie infinita di risse sanguinose, aggressioni, gelosie, egoismi, invidie tra le diverse comunità che si contendevano il controllo del luogo (vedi box a p. 40). Fino a quando l’autorità turca, dopo avere a lungo approfittato dell’eterna zuffa riscuotendo mazzette ora dall’una ora dall’altra fazione, decise che la misura era colma, e congelò il campo di battaglia intorno al Sepolcro. Da allora vige ancora lo statu quo imposto dal sultano turco ai fratelli cristiani per impedire che si scannassero a vicenda. Uno zibaldone di usanze fissate per sempre che disciplina l’esercizio dei diritti acquisiti di ciascuna comunità. Reso maniacalmente preciso nel 1852, sotto la pressione di Francia e Russia, che tutelavano rispettivamente i diritti dei cattolici latini e degli ortodossi.
Lo statu quo disciplina pedissequamente tutto ciò che accade sotto questo tetto e sul sagrato antistante. Eppure l’effetto è una sciatteria soffusa. A girare in questo posto in un sabato pomeriggio qualsiasi, si vedono scene che ricordano un condominio litigioso o un poligono per esercitazioni militari. Tre cortei diversi – quello dei monaci greco-ortodossi, quello dei francescani e a quello dei preti armeni – attraversano in lungo e in largo tutto il labirinto di sale e di ambienti, preceduti dai kawwas, gli scorbutici mazzieri che aprono la strada alle falangi clericali maltrattando i pellegrini che si trovano a incrociare il loro passaggio. C’è chi sale sulla cappella del Calvario, e chi scende nella cappella di Sant’Elena. Mentre una babele di suoni e voci diverse sale verso la volta a cupola: si mischiano le nenie dei monaci copti accalcati attorno alla loro minuscola cappella, appoggiata all’edicola della Resurrezione; gli inni dei monaci ortodossi che dopo aver girato in lungo e in largo sono entrati nel loro Katholicon; e il canto gregoriano dei francescani, sostenuto da un suono d’organo che inonda le navate e le gallerie, come un mare di note che travolge tutto. E la sera, quando i due guardiani musulmani a cui lo statu quo riserva la custodia e l’uso delle chiavi sbarrano l’unico portone, rimangono chiusi dentro il luogo sacro dieci francescani, sei monaci ortodossi e due preti armeni. A vigilare che, nell’oscurità, nessuno tenti di modificare i delicati equilibri del luogo a proprio vantaggio.
Ovviamente, il vento delle cortesie ecumeniche è filtrato fin dentro queste mura. Frati, pope, abuna etiopici, monaci armeni si scambiano sobri cenni di saluto, incrociandosi nella penombra del luogo. Le tre comunità che si dividono il diritto di proprietà dei vari ambienti all’interno del tempio (la Custodia francescana di Terra Santa, il Patriarcato greco-ortodosso e il Patriarcato armeno) coordinano attraverso una commissione trilaterale tempi e modi delle rispettive cerimonie liturgiche, per ridurre al minimo i disagi della coabitazione. Durante l’ultima settimana santa, ad esempio, tutto è filato abbastanza liscio, se si eccettua la scarsità di pellegrini venuti da fuori e l’invasiva presenza dei corpi di sicurezza israeliani. Ma i vecchi metodi sono sempre in agguato. Solo quattro anni fa, proprio dietro all’edicola che racchiude il Sepolcro, volarono sedie, pietre e bottiglie tra gli armeni e i siro-ortodossi, che da sempre rivendicano diritti di proprietà sulla cappella di Giuseppe e Nicodemo, ridotta in uno stato pietoso proprio a causa di questa contesa che fa naufragare ogni ipotesi di restauro. Mentre qualche periodica scaramuccia si registra anche sul Deir sultan, il tetto della basilica, dove si trovano le cappelle esterne di proprietà dei copti e degli etiopi, che non hanno trovato posto dentro il perimetro del tempio. E anche quando non si degenera nella rissa, la gestione ordinaria degli affari comuni diventa spesso un estenuante braccio di ferro tra i coinquilini. Così, se per caso i copti ostruiscono il passaggio davanti alla propria minuscola cappella con un numero eccessivo di sedie, o se gli armeni mettono delle ringhiere nella cappella di Sant’Elena per proteggere dal calpestio i mosaici del pavimento, scatta fulminea la protesta delle altre comunità alle autorità civili dello Stato egemone della regione, che una volta era la Turchia e oggi è Israele. Si innescano estenuanti dispute legali, a colpi di polverosi e contraddittori firmani turchi.
A rimetterci, alla fine, sono i luoghi santi tanto contesi. La pulizia, la manutenzione ordinaria, i restauri, nella partita che si gioca qui dentro hanno sempre fornito pretesti per accampare nuovi diritti o manomettere a proprio vantaggio la casistica maniacale dallo statu quo. Così adesso, i lavori di restauro iniziano e proseguono solo se e quando si raggiunge l’unanimità di consensi sulla loro attuazione. Al Santo Sepolcro, il restauro della cupola dell’Anàstasis, partito nell’80, si è concluso nel ’96, con la parte interna rimasta ingabbiata nei tubolari per 12 lunghi anni di stallo, perché non ci si metteva d’accordo sulle decorazioni. Il finanziatore, un ricco cattolico americano, per non scatenare le solite zuffe ha dovuto rigirare la sua donazione a francescani, armeni e greco-ortodossi per un terzo ciascuno. A Betlemme, invece, il tetto ligneo della basilica della Natività, anch’essa soggetta al regime di statu quo, cade letteralmente a pezzi, con l’acqua piovana che filtra dentro in più punti. Ma ogni ipotesi di restauro concordato viene bloccata dagli ortodossi, che rivendicano la proprietà esclusiva del tetto e quindi la competenza delle opere di manutenzione. Alla metà degli anni Ottanta, sulla soglia delle scale che scendono alla grotta, monaci armeni e ortodossi, tra cui si era infiltrato anche qualche picchiatore provetto, se le diedero di santa ragione, dopo che un armeno aveva osato pulire il pavimento, violando il diritto esclusivo di pulizia gelosamente esercitato dagli ortodossi.

Sfratti eccellenti
James, prete montanaro del Connecticut, scuote sconsolato il capoccione barbuto. È venuto fin qui seguendo le sue pulsioni mistiche, e da parecchie settimane fa lunghe passeggiate per queste lande deserte e torride, meditando in solitudine. Ma lo spettacolo che ha visto a Pasqua al Santo Sepolcro, coi cori dei cristiani divisi che facevano a gara per sovrastarsi a vicenda, lo ha frastornato. «Forse è vero quello che mi dicono in tanti» ripete rassegnato: «questo è il posto meno adatto per compiere una ricerca religiosa».
Da queste parti, i detrattori di ogni risma hanno sempre avuto facile gioco a infilzare col sarcasmo le beghe meschine e rapaci della cristianità divisa. «Furbi, avidi, ignoranti, avvezzi al vizio e alla rapina, scandalizzano la loro Chiesa, con grande soddisfazione dei musulmani, che non cessano di osservare le loro mosse per esporli poi al pubblico ludibrio»: così una cronaca francese a metà dell’Ottocento raccontava le rivalità tra i cristiani. In tempi più vicini, è sufficiente registrare il risalto esorbitante offerto dalla stampa israeliana alla recente querelle patrimoniale sorta tra la Custodia francescana di Terra Santa e i Monaci della Trasfigurazione, una comunità di religiosi di incerta provenienza, in buona parte francesi, appassionati di liturgia orientale. A metà degli anni Settanta, in tempi di buonismo ecumenico, la Custodia aveva concesso per una quota d’affitto simbolica alla comunità dei monaci orientaleggianti il convento di San Giovanni nel deserto, vicino ad Ein Karem, ad ovest di Gerusalemme. Un complesso suggestivo, posto in un incantevole sito collinare, quasi in disuso dal 1948, quando i francescani presenti erano dovuti scappare per il primo conflitto arabo-israeliano. Ma poi la comunità di religiosi francesi era passata armi e bagagli alla Chiesa greco-cattolica melchita, di rito orientale. E nel maggio dell’80, il Patriarcato greco-melchita, su richiesta dei monaci, aveva eretto canonicamente sulla proprietà francescana il monastero greco-melchita cattolico di San Giovanni nel deserto. Da allora, i rapporti tra proprietari e inquilini del convento si erano viepiù deteriorati. I francescani, sentendo odore di scippo (dall’entrata del convento era stato divelto persino il blasone della Custodia, la croce di Terra Santa) dopo vari contrasti avevano deciso di decuplicare l’affitto. I neomelchiti avevano respinto la richiesta, e dopo varie schermaglie, alla fine del ’94, la Custodia aveva fatto ricorso ai giudici israeliani, denunciando i monaci inquilini davanti al tribunale civile di Gerusalemme. La sentenza, favorevole ai francescani, era giunta nel 1999, con l’intimazione ai monaci di evacuare il convento entro il 15 dicembre di quell’anno. Ma poi era cominciato il Giubileo e nessuno se l’era sentita di turbare con le beghe di quaggiù l’imminente visita del Papa. Passata la tregua giubilare, il caso è esploso con fragore alla fine di febbraio. Ordini di sgombero, interviste sui giornali, blocchi stradali minacciati dai supporter dei monaci greco-melchiti, dossier al vetriolo e piccate repliche ufficiali fatte circolare dalle due parti. Coi monaci che sparano sulla presunta smania dei frati di accaparrarsi il giro di pellegrini e turisti sviluppatosi col tempo intorno al monastero. E i frati che tirano fuori i traffici poco ortodossi dell’igumeno della comunità sfrattata, inquisito anche in Francia per aver spogliato i beni di una pia associazione spirituale che sosteneva i monaci di rito orientale.
Quando, allo scadere del nuovo ultimatum giudiziario, il 27 febbraio i monaci hanno deciso di lasciare il monastero con le proprie gambe, evitando plateali resistenze passive, a riprenderli c’erano i fotografi, le televisioni, la stampa. Nessuno voleva perdersi l’epilogo dell’ennesima rissa tra tonache in Terra Santa. La lotta pruriginosa tra coloro che predicano la carità, la spiritualità e la pace, e poi si azzuffano per i soliti appetiti mercantili. Con l’aggravante che, stavolta, a giudicare dalla contesa tra due comunità cattoliche era stato un tribunale civile dello Stato ebraico. «Sono stati venticinque anni di malintesi. Ma aver trascinato un contrasto interno alla Chiesa davanti a tutta l’opinione pubblica, a tutta la gente di Terra Santa, è stata la cosa più infelice. Dovevano risolvere le cose tra loro, senza portare tutto in piazza». Si rammarica con parole ovvie Maximos Salloum, l’emerito vescovo melchita di Galilea, che adesso guida come locum tenens l’esarcato patriarcale di Gerusalemme. Poi, con calibrate allusioni, lascia intendere cosa pensa in cuor suo del fattaccio: «Ci sono tanti monasteri in mano ai francescani, che sono praticamente vuoti e abitati solo da un guardiano. Da queste parti, bisognerebbe saper coniugare il turismo religioso e la vita di preghiera…».

Svendite poco ortodosse
C’è un capitolo, nel dossier delle miserevoli baruffe della cristianità di Terra Santa, che assume fatalmente una rilevanza politica, avendo a che fare con la partita per il controllo delle terre, la madre di tutte le battaglie che tormentano queste contrade. All’interno della Chiesa ortodossa, un fiume sempre più gonfio di rancori e veleni divide le alte gerarchie, tutte reclutate in seno a una fraternità monastica greca, e ampi settori organizzati del popolo di fedeli arabi. Una faida etnica incancrenita dal tempo, se già nel 1908 il notabile ortodosso palestinese Khalil Sakakini chiamava alla lotta i correligionari per «espellere dal Paese questi preti greci, fratelli del Santo Sepolcro, e liberare Gerusalemme dalla loro corruzione». Ma negli ultimi tempi la tensione è esplosa con nuova virulenza. Per lunghi mesi nel corso del duemila, ogni sabato, centinaia di contestatori hanno manifestato per le vie del quartiere cristiano della Città vecchia, distribuendo dossier al vetriolo contro la spoliazione delle proprietà fondiarie ecclesiastiche che a loro dire sarebbe dolorosamente perpetrata dai vertici della gerarchia.
ýajeeb Rizik, capo dell’Orthodox Council di Nazareth, è furibondo: «Solo nell’ultimo anno, nella sola Gerusalemme, il Patriarcato greco-ortodosso ha venduto terreni per un’estensione più vasta dell’intera Città vecchia. E l’unico beneficiario di questa svendita è il governo israeliano». Mostra decine di contratti, recuperati in gran parte dai Central Zionist Archives, per documentare la sistematica emorragia di terreni di proprietà ortodossa in tutto il territorio nazionale. Bersaglio dei suoi strali è soprattutto il ventennio di regno di Diodoros, il patriarca che era stato eletto nell’81 ed è deceduto lo scorso dicembre. «Ricordo le promesse che fece quando venne eletto: “Non venderò un solo palmo di terra ortodossa!”. Invece, ne ha venduta più lui che tutti i suoi predecessori. Affari per milioni di dollari, conti in Svizzera. E noi, qui, in tutto questo tempo non abbiamo visto costruire una chiesa, o una scuola, coi soldi del Patriarcato. Perfino i libri di preghiere ce li mandano da fuori i nostri fratelli del Libano e della Siria». Spesso, ad essere precisi, le terre non vengono alienate per sempre, bensì affittate per lunghi periodi di tempo. «Ma questa» commenta Rizik «è l’ennesima beffa. Su quelle terre gli israeliani spesso costruiscono in pochi anni i loro insediamenti. Voglio vedere chi andrà fra cento anni a dir loro: fuori da qui, questa è terra nostra. Perfino il Parlamento israeliano, la Knesset, È costruito su un terreno concesso in “affitto” dal Patriarcato ortodosso...».
Ad esasperare gli scontri interni all’ortodossia è anche il prolungato vuoto di potere. A cinque mesi dalla morte del patriarca Diodoros, la Chiesa greco-ortodossa di Terra Santa non ha ancora trovato un successore. Uno stallo inquietante che molti osservatori attribuiscono a interferenze di ordine politico. Dal ’58, gli statuti della Chiesa ortodossa sono regolati dalla legge giordana. E l’elenco dei candidati deve ricevere il gradimento del governo d’Israele, di quello di Giordania e dell’Autonomia palestinese. In Giordania, le associazioni di laici ortodossi starebbero esercitando pressioni sul governo per imporre al Patriarcato un’applicazione più fedele degli statuti del ’58, che prevedono la creazione di una commissione mista tra clero greco e laici arabi per la gestione del patrimonio immobiliare e finanziario. Ma Rizik non dà credito a questi rumori: «Lo stallo è dovuto alla frattura che divide il Sinodo. Sono i vescovi stessi che prendono tempo, per i loro giochi politici. Aspettano che magari la morte di qualche vecchio membro modifichi gli equilibri». Intanto il logorante preconclave si carica di miasmi fetidi. Si succedono colpi bassi. Come le immagini che qualcuno ha volantinato durante la Quaresima per i vicoli della Città vecchia, a pochi passi dal Santo Sepolcro, in cui un uomo molto somigliante a uno dei vescovi favoriti nella corsa al Patriarcato è ripreso mentre partecipa a un’orgia omosessuale. Su questo ed altri episodi, Rizik avanza una sua ipotesi: «Negli anni Ottanta, la macchina di un vescovo fu trovata piena di droga. Qualche anno fa, invece, una suora che frequentava il Patriarcato fu trovata morta in circostanze misteriose. Si disse che era stata violentata ed uccisa. Altri dissero che era stata avvelenata, dopo aver mangiato del cibo non destinato a lei, dentro il Patriarcato. Di questi casi criminali la stampa ha parlato poco, e non ci sono state indagini serie. Forse qualcuno ha pensato che era meglio usarli come persuasivi argomenti di pressione...».
ýon ci vuole molto ad avvilirsi per la scia di miserie umane che segnano la vicenda della cristianità di Terra Santa, oggi come ieri. Soprattutto se si è contagiati dall’idealismo religioso oggi egemone nella Chiesa. Quello che vagheggia improbabili terre promesse dove raggiungere le vette della perfezione spirituale.
Ma forse suggerisce qualcosa in più la consumata saggezza di padre Claudio Baratto, francescano della vecchia guardia, che qui in Terra Santa ha passato una vita intera. Se gli parli delle zuffe cristiane di queste parti, allarga le braccia: «Che vuoi farci», dice, «siamo fatti così. Questa è la nostra natura… Ma forse anche questo succede affinché “nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”, come scriveva san Paolo ai pubblici peccatori di Corinto. Nessuno. Soprattutto nessuno di noi, che serviamo nel luogo dove suo Figlio è risorto».


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