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DON ZENO SALTINI
tratto dal n. 04/05 - 2001

«Figlio del battesimo, quindi cristiano»


Così scriveva il fondatore dell’Opera dei Piccoli Apostoli ovvero di Nomadelfia. Un semplice sacerdote che ha dedicato la vita a generazioni di bambini abbandonati. Nel ripercorrere la sua vicenda riemerge la realtà di un cattolicesimo popolare che oggi non c’è più


di Giovanni Ricciardi


«Ma guardate come è strana la vita! Nascevo a Fossoli, mentre nell’aia trebbiavano il granturco o frumentone, in un fracasso tutt’altro che delicato [...] Tanto noi contadini ci badavamo poco! anche il frumentone aveva i suoi primati... E io nascevo lo stesso». Era il 30 agosto del 1900. In un paese della pianura Padana vicino Modena, Zeno Saltini, il fondatore di Nomadelfia, “la città dove la fraternità è legge”, faceva la sua prima comparsa in un mondo patriarcale, contadino, da cui apprenderà presto quel senso della famiglia “allargata” che sarà il carattere peculiare della sua opera di carità.

Una “famiglia
di famiglie”

La sua infanzia trascorre in famiglia e nei campi. Una “famiglia di famiglie” in cui, sedute a tavola intorno al nonno, si ritrovavano 35 persone. Un ambiente socialmente ed economicamente robusto, in cui la fede era parte integrante del vissuto quotidiano. Osserverà lo stesso don Zeno: «Da ragazzo mia madre mi insegnava le preghiere quando andavo a letto la sera. M’insegnava le preghiere in dialetto: a lèt a lèt a me n’andò, tutt i Sant a ghii truvò: sét da cò e sét da pè, tut i Sant jn me fradè! Cioè, io sono andato a letto e ho trovato tutti i santi, sette a capo, sette ai piedi, tutti i santi sono miei fratelli. Così finiva la preghiera. Questo concetto di fraternità mi era inculcato da mia madre fin nella preghiera».
Col lavoro dei campi don Zeno respirò invece il clima delle prime lotte politiche e sindacali, gli scontri tra socialisti e cattolici nelle campagne e nei piccoli centri, il fervore delle idee di riforma sociale che serpeggiavano in quegli anni. Tanto interessante gli appariva quel clima che abbandonò presto gli studi superiori per dedicarsi al lavoro nella fattoria del padre, fino alla prima guerra mondiale. L’esperienza dell’inadeguatezza di fronte alla dialettica dei socialisti lo spinse, tornato dal fronte, a riprendere gli studi, senza perdere quella inquietudine curiosa che lo caratterizzò fin dai primi anni. E senza smarrire un’allegria e una vivacità altrettanto impellenti in un cuore che non si accontentava di seguire vie già tracciate, rapido e imperioso come il rombo della Norton, la motocicletta che Zeno usava da giovane per spostarsi dalla campagna alla città e che lo salvò più volte dalle botte dei fascisti.

In compagnia dei santi
«Conseguita la licenza liceale» racconta don Zeno «mi ero così stancato di studiare che per quattro anni, all’università, andavo solo a guardare chi c’era e chi non c’era, ma degli esami ne ho dati solo due o tre, e sono andato fuori corso. Poi ho dato tutti gli esami mancanti e mi laureai nel 1929. Ricordo che all’università, quando arrivavo io, c’era un po’ di rivoluzione, si giocava, ci si divertiva, cose bellissime...».
Sono anni in cui, oltre allo studio, Zeno Saltini è impegnato nell’associazionismo cattolico e inizia, insieme agli studi di giurisprudenza, ad accostarsi alla teologia. Accanto a don Calabria, che frequenterà spesso in numerosi soggiorni veronesi, scopre sempre più a fondo la vocazione sacerdotale insieme al desiderio di soccorrere la gioventù abbandonata. Del beato Giovanni Calabria don Zeno traccerà, poco prima di morire, un ritratto nitido e penetrante: «Parlare dei santi non è difficile» scriveva nel 1980 «ma star loro vicini fino ad incontrarsi per esserne veramente amico, per me era come respirare la travolgenza della bontà semplice e viva che avvolge lo spirito in un crescendo che ci fa più buoni. Quando lo si avvicinava, si tornava assetati di essere i liberi figli di Dio e si viveva qualche cosa di umano, di quella sua umanità che, se volessimo, sarebbe una perenne primavera».

I primi passi dell’Opera
Consacrato sacerdote nel 1930, don Zeno inizia da subito a dedicarsi alla redenzione dei ragazzi poveri. Nella parrocchia di San Giacomo Roncole, col permesso del vescovo, acquista, nel 1937, impegnando la sua quota-parte di eredità, il Casinone, un edificio che ospiterà la nascente Opera dei Piccoli Apostoli, destinata ad ospitare i tanti ragazzi che don Zeno già da tempo raccoglieva intorno a sé. Nel 1941 arriva per l’Opera la prima “mamma di vocazione”; la giovanissima Irene Bertoni, poco più che diciottenne, si unisce a don Zeno decisa a una vita di consacrazione come madre dei ragazzi abbandonati. Ne seguiranno ben presto molte altre. Questa insolita svolta inizia a dare all’Opera dei Piccoli Apostoli la sua particolare configurazione: una comunità di uomini e donne che accolgono bambini abbandonati per dare loro vitto e alloggio insieme al calore e l’affetto di una vera e propria famiglia.
La guerra porterà con sé le prime, durissime prove per don Zeno e per i suoi. Arrestato, dopo il 25 luglio del 1943, perché considerato sovversivo, fu condotto alla caserma di Mirandola per essere fucilato, ma i Piccoli Apostoli e la popolazione del luogo circondarono l’edificio e indussero i militari a rilasciare il prigioniero. Inizia così per don Zeno, dopo l’8 settembre e l’inizio dell’occupazione tedesca, una lunga fuga verso il sud, mentre a Fossoli i nazifascisti pongono la base di un campo di prigionia. Traversato il Sangro a nuoto, raggiunge a piedi le Puglie, dove incontra Padre Pio, per rientrare a Roma dopo la liberazione e di lì a poco tornare tra la sua gente. Tutto era da ricostruire; i ragazzi, prima dispersi, iniziarono a raccogliersi di nuovo intorno a lui, e a poco a poco l’Opera ricominciò a vivere, mentre le necessità aumentavano e la fame e le violenze patite da molti accrescevano i bisogni e le povertà da soccorrere.
«Il cappellano di San Giacomo è mezzo matto!»
Don Zeno non si perde d’animo; la stima che di lui ha il popolo è immensa, tanto che viene eletto provvisoriamente vicesindaco di Mirandola, benché non tutti lo giudichino alla stessa maniera: «Si dice tra l’altro» scrive don Zeno «che il cappellano di San Giacomo è mezzo matto! Altre volte che è matto del tutto! Io poi non ne ho a male. Penso che mentre dicono così si passano un’ora di allegria e di sollievo. Penso che così si danno ragione di tante cose che avvengono a San Giacomo [...]. Dicendo che sono matto io, si spiegano a rovescio tutto ciò che non capiscono». E veramente con don Zeno sembrava andare tutto a rovescio. Come quella volta che tuonò dal pulpito con il suo popolo: «Dovreste vergognarvi a venire in chiesa, a girare per la strada. Siete una massa di lazzaroni, perché ci sono tanti fanciulli senza vestiti o sono vestiti male. Vado sul campanile, butto giù la croce e poi chiudo. Voi non entrate più in questa chiesa perché non vi muovete a compassione dei vostri fratelli. Andate a messa dove volete». E il popolo: «Ma insomma, don Zeno, non faccia questo!». «Lo faccio!». «Ma no, ma no: se lei vuol vestirli tutti ci stiamo». «Va bene». Erano circa trecento bambini da vestire. Cinquanta sarti arrivarono in una sola mattina dai vari paesi. In poco tempo, prese le misure, i bambini di don Zeno ebbero vestiti nuovi e più belli di quelli dei ricchi. È lo stesso don Zeno a ricordare l’episodio, in un discorso dell’8 gennaio 1978: «Così, tutti i bambini vestiti eleganti. Le bambine, le ragazzine dei ricchi piangevano: volevano i vestiti dei poveri perché “sono più belli dei nostri”. Ma piangevano, li volevano a tutti i costi. Guardate come si rivolta la cosa. Un fatto mistico di una importanza enorme: i figli dei ricchi piangevano perché volevano i vestiti dei poveri».

L’occupazione del campo
di prigionia di Fossoli

Nel 1947 avviene una svolta decisiva. Col crescere delle necessità e del numero degli ospiti dell’Opera, lo spazio a disposizione di don Zeno non basta più. Da tempo aveva messo gli occhi sul campo di prigionia di Fossoli, allora sede di un residuo gruppo di prigionieri politici. Don Zeno inizia le pratiche per richiederlo, ma le lungaggini burocratiche rallentano la concessione. Pressato dalla necessità di spazio, si decide per l’occupazione: «Una mattina» sono le sue parole «noi, Piccoli Apostoli, ci siamo riuniti da tutte le parti dove vivevamo e confluimmo tutti lì, fuori dal campo, e siamo entrati con la banda. Quello che era di guardia ha aperto e ha lasciato entrare il camion con questi ragazzi che hanno invaso tutto. E i poliziotti li portavano con le jeep per le strade del campo dove c’erano tutti i prigionieri sui tetti. Il tenente chiamò il prefetto: “Guardi che i Piccoli Apostoli, i ragazzi di don Zeno, hanno occupato il campo. Cosa facciamo?”. Il prefetto telefonò a Scelba, che era ministro dell’Interno: “Ah, questa è una faccenda della quale non m’imbarazzo, è una questione che supera le mie competenze. Telefonate a De Gasperi”. Infatti telefonò a De Gasperi, che rispose: “Sì, sì, va bene, dite che restino”».
È qui che don Zeno detta, d’intesa con il vescovo di Carpi, monsignor Vigilio della Zuanna, la prima “Costituzione” dell’Opera da lui fondata, alla quale viene dato per la prima volta il nome di Nomadelfia.
Il beato Ildefonso Schuster, allora arcivescovo di Milano, riceve e dà solenne visibilità, in duomo, nel 1949, alla nuova realtà che ormai cresceva e si ramificava. Ma col crescere di Nomadelfia si moltiplicavano i bisogni e i debiti. Di lì a poco il campo di Fossoli non bastò più, e don Zeno inizia a progettare il trasferimento della “città” in un vasto appezzamento di terra nel grossetano, dove Nomadelfia è situata ancora oggi. E tuttavia, la richiesta al governo di liquidare i debiti dell’Opera non va a buon fine; le spese per la bonifica della nuova sede si moltiplicano. La situazione economica è grave.

Gli anni della crisi
La mattina del 5 febbraio 1952 il nunzio apostolico della Santa Sede in Italia comunica a don Zeno la decisione della Suprema Congregazione del Sant’Uffizio, presieduta dal cardinale Ottaviani, che gli impone l’allontanamento da Nomadelfia affidando ai Salesiani l’assistenza spirituale dei ragazzi. Il ministro dell’Interno Scelba, poco tempo dopo, ordina lo sgombero di Fossoli. Don Zeno ricorda quel momento tragico in un discorso del 5 maggio 1978: «Lo Stato cosa fece? Visto che noi non cedevamo niente, saltò dentro, ci strappò i ragazzi e li riportò nei collegi. Li mollò anche a se stessi. Ne hanno presi circa trecento. A vedere i bambini strapazzati, buttati al lastrico in quella maniera, la polizia che li portava via, tristi... Quando vedevano una camionetta, scappavano dietro gli argini della bonifica, si nascondevano nelle siepi ma loro li beccavano e li portavano via, senza criterio. Questi ragazzini dicevano: “Dio ce l’ha proprio contro di noi”. “Perché?”. Avevamo perso la mamma, ci aveva tolto la mamma, dopo ce ne ha data un’altra e adesso ce la toglie ancora. Ma cosa abbiamo fatto di male noi a Dio?”. Loro ragionavano così». E forse don Zeno si sarà ricordato delle parole che sua mamma gli aveva detto sul letto di morte: «Senti, Zeno, ti do in testamento un consiglio: bisogna fare di tutto per educare e sorvegliare i figli; ma ci sono delle ore nella loro vita nelle quali non si può far niente; allora bisogna metterli nelle mani del Signore e pregare molto. Io con voi dieci figli ho sempre fatto così, e tu fai così con i tuoi; bada a me».
Privato dei propri ragazzi dallo Stato, messo dalla Chiesa nella condizione ineluttabile, in forza dell’obbedienza, di abbandonarli, don Zeno compie un gesto inatteso ed estremo. L’anno successivo, chiede alla Santa Sede di essere temporaneamente ridotto allo stato laicale. La richiesta viene accolta. Per non incorrere in una disubbidienza, don Zeno aveva così scelto il sacrificio della propria stessa vita sacerdotale. È una scelta decisa, ferma, ma dolorosissima per lui: «Sono stanco» scrive nel 1953: «I figli riposano tutti. Sul mio letto sta una veste talare ed un manto nero. Li ho di fronte e li guardo. Li ho immolati per questi miei figli che riposano lieti sapendomi ritornato tra loro, padre, e in eterno sacerdote. [...] Sono figli di un amore che non è della carne e nemmeno della volontà degli uomini. Il loro padre sono io. Ed essi lo sanno. [...] Mi attendevano con la notizia. Mi hanno preparato una stanza riscaldata, mi sono corsi tutti attorno, ho dato loro la notizia. Adesso riposano. Che cose belle! [...] Già la brughiera si illumina dell’alba di questo nuovo giorno ed i figli riposano sul mio ritorno. Sono stanco, tanto stanco; ma il nuovo giorno mi attende». Aveva ormai cinquantatré anni.
A poco a poco la situazione finanziaria si accomoda, i figli di Nomadelfia, distribuiti dal governo tra istituti e brefotrofi, cominciano a tornare. La nuova sede nelle campagne di Grosseto, acquisita definitivamente grazie all’intervento finanziario della contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli, inizia a funzionare a pieno regime; il vescovo di Grosseto viene in visita a Nomadelfia e consacra la nuova chiesa della “città”. In pochi anni Nomadelfia, estinti i debiti anche col contributo del governo, arriva ad acquisire l’autosufficienza economica, grazie al lavoro agricolo sulla terra ormai bonificata, ai laboratori artigiani d’ogni genere, alla tipografia.
«Non so ancora capire che
cosa io abbia fatto di male»

Ma don Zeno dovrà attendere ben nove anni perché gli venga restituito l’esercizio del sacerdozio. Fu per lui la prova più dura. Nel dicembre del 1958 scrive al cardinale Ottaviani una lettera accorata: «Non so ancora capire che cosa abbia io fatto di male da non poter riprendere l’esercizio del sacerdozio cui ho dovuto rinunciare per salvare da impensati naufragi e persino da delitti centinaia e centinaia di anime. Se non lo avessi fatto sarei caduto in peccato mortale perché prima di ogni cosa era urgente non infrangere la legge della estrema e ineluttabile necessità, mancando di parola a una massa di anime sconcertate, per non dire tremendamente scandalizzate. Ho salvato con quel gesto alla Chiesa un pianto di incommensurabili gravi conseguenze, ho salvato l’onore alla santa madre Chiesa, perché l’ho amata senza riserve, all’infinito, come infinito è l’amore che Dio ci dona, l’ho fatto ai limiti di una minacciata ecatombe di anime ormai esasperate, specialmente tra i figli dell’abbandono già cresciuti e già spaventati per il buio pauroso che al loro sguardo avanzava inesorabile. Ho spazzato via quel buio che avanzava diabolico, l’ho spazzato via eroicamente e senza paura».

Restituito al sacerdozio
Sarà Giovanni XXIII a rispondere a questo appello, in seguito alla bellissima lettera che don Zeno gli invia il 17 ottobre del 1960: «Beatissimo Padre, la Santità Vostra ha detto: misereor sui carcerati e li ha visitati; ha detto: misereor sugli infermi e li ha visitati... ha detto: misereor sugli operai e li ha visitati... Questo operaio della vigna, della quale la Santità Vostra è Vicario, lavora per grande dono del Signore in Essa in una zona desolata e attaccata violentemente da una “filossera” infame, infernale. E spesse volte mi guardo attorno e mi vedo e mi sento desolato tra le vittime desolate, mortificato nella Casa del Padre, di Vostra Santità, il Papa. Spesse volte vado dicendo anche al Signore: tristis est anima mea usque ad mortem. E ho ragione di dirlo. Penso che ho ragione di dirlo perché sono in grave sofferenza, lo sono di fatto e lo sento. Certo, vado dicendo sempre: non mea sed tua voluntas fiat; sì, lo devo fare e lo faccio con tutto il cuore. Ma non insistere presso la Santità Vostra, “opportune et importune”, perché mi faccia la grazia di ridarmi l’esercizio del sacerdozio, mi pare che non sia volontà di Dio. Gesù non ha cercato il Getsemani, Gli è stato imposto dagli eventi, dai nostri peccati. E il Padre lo ha voluto: e il Figlio lo ha voluto con il Padre. i licet parva componere magnis, io non ho voluto cercare questo lungo e dolorante Getsemani; ho voluto fare la sola volontà del Signore. E gli eventi e i nostri peccati mi hanno costretto a tanta umiliazione; l’ho accettata come volontà del Signore in quelle ore di febbrile persecuzione. Ore nelle quali ad un certo momento non si vedeva altra soluzione se non quella del mio vero e sanguinante olocausto d’anima. Invoco, prostrato al bacio del sacro piede, invoco che la Santità vostra nomini una personalità a ricevermi in nome del Papa ad ascoltarmi e a cercare le vie del Signore, che possano condurci ad una soluzione, per la quale mi sia dato di esclamare, riconoscente: ero desolato e il Papa mi ha visitato».

Il rapporto con Paolo VI
Nel 1962 papa Giovanni restituirà a don Zeno l’esercizio del sacerdozio, nominandolo parroco di Nomadelfia, incarico che conservò fino alla morte. Sotto il pontificato di Paolo VI Nomadelfia ottiene sempre maggiori riconoscimenti, anche grazie alla profonda simpatia di Montini per l’Opera di don Zeno. «Ci ha molto amato Paolo VI» scrive don Zeno all’indomani della morte del Pontefice, il 7 agosto del 1978: «Quando era cardinale di Milano, disse alla contessa Albertoni Pirelli: “Se Nomadelfia riuscirà, dovremo rivedere molte cose della Chiesa”. La missione di Nomadelfia è stata importante anche sotto questo Papa. Dalla processione di penitenza dei vescovi al Concilio Vaticano II ad oggi, cioè a questa notte, è stato un rivoluzionario, luminoso in tutte le sue vive espressioni di un papato di primo piano. [...] Noi nomadelfi gli dobbiamo molto, moltissimo come ai suoi predecessori, in modo particolarissimo a Pio XII».

Camminando verso la foce
Dalla morte di Paolo VI trascorreranno ancora tre anni, gli ultimi per don Zeno, ormai patriarca, e molto più del nonno della sua infanzia contadina, di una famiglia che ha contato dal 1937 ad oggi migliaia di figli, allevati e amati da decine e decine di mamme di vocazione. «È una vita che cammina verso la foce, già alla foce» scriveva don Zeno nel 1979 in una delle sue ultime meditazioni: «Come dice Dante, e mi volto al passato guardando all’acqua perigliosa... Presto scompaio tra i flutti che mi accompagneranno travolgendomi per accompagnarmi nel Cuore di Dio e vivrò per sempre la vita nel Cuore di Dio, palpiterò col Cuore di Dio del quale sono sua creatura per sempre. Mi vedo così; pregusto così la nuova vita che ho vissuta sempre viva così, figlio del battesimo; quindi cristiano... Sono cristiano: appartengo al “Nuovo Regno”. Non tramonto; nacqui a Fossoli nel 1900 e adesso qui a Milano sono immerso in una città mastodontica, specie di invenzione che riesce a ridurre l’umanità a essere quello che non capiva e che non capirà mai: qui l’uomo non ha un volto. Adesso conto circa due terzi di secolo e continuo a dire che cammino... E che cosa ho fatto in questi anni? Mi volto indietro e dico che di fatto sono stato bravo, perché non ho mai rifiutato la vita e la vita mi piace nonostante tutto. [...] E che farò in eterno? Vorrei esserti sempre amico come siamo sempre stati. Mi volto indietro e vedo sempre che sono insoddisfatto. Che cosa dunque mi manca? Mi manca solamente questo: vorrei riprendere da capo per essere veramente santo. [...] Ma guardate come è strana la vita! Nascevo a Fossoli mentre nell’aia trebbiavano il granoturco o frumentone, in un fracasso tutt’altro che delicato [...] E io nascevo lo stesso. Forse piangevo, forse ero parecchio spaventato; nascevo lo stesso e adesso tramonto. Sono vecchio e adesso non so come e quando scenderò a valle: come, quando? Adesso capisco che sono vecchio e mi domando che sto qui a far che cosa? Che vita strana che ho camminato! Il mio amico Gesù, carissimo, ha sempre camminato e viaggiato da strano giramondo con me; abbiamo visto e combinato chissà mai quanto di avventure, Signore, non ti sei ancora stancato di vagabondare con me vagabondo, tu vagabondo? Sì, Tu. Eppure sto vagabondando con te. Anche adesso sta calando la pioggia, e noi due? Non possiamo riposare. Oramai so chi sei. Continuiamo? Sì, accetto. Camminiamo. Va bene. Sequar te quocumque ieris. Sì, così. Parrebbe una pazzia; infatti sono ancora qui con te sotto la pioggia. E sia. Sono dunque vecchio? Stando alla mia e tua età saremmo vecchi? No! Comunque avrò ben poco da campare.
Andiamo. Non sappiamo dove posare il capo; ma presto riposerò sul tuo petto; mentre il cuore starà per cessare per sempre di battermi caldo, il cuore».


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