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SAN TIMOTEO
tratto dal n. 04/05 - 2001

Dove riposa il discepolo di Paolo

La storia delle reliquie conservate a Termoli


Nessun luogo rivendica il possesso delle sue reliquie se non Termoli, oggi piccola cittadina del Molise affacciata sull’Adriatico, ma per tutta l’epoca medioevale strategico luogo di approdo e di transito verso l’Oriente. Nella sua cattedrale è conservato da secoli un reliquiario contenente il caput sancti Timothei. E nel 1945 fu scoperta un’antica epigrafe che portò al recupero dei resti di un corpo che potrebbe essere quello del santo


di Lorenzo Bianchi


«Sotto il consolato di Costanzo (l’ottavo) e di Giuliano Cesare fecero il loro ingresso a Costantinopoli le reliquie dell’apostolo Timoteo, il primo del mese di giugno» («Constantio VIII et Iuliano Caesare consulibus, introierunt Constantinopolim reliquiae apostoli Timothei, die kalendis iuniis»). È all’anno 356 che la cronaca consolare costantinopolitana (Consularia Constantinopolitana, in MGH, Auct. antiq. IX, p. 238) registra l’avvenimento (probabilmente accaduto non il 1°, ma il 24 di giugno, come riportano Teodoro il Lettore, Historia Tripartita II, 61, e altri autori): su ordine dell’imperatore Costanzo II, il suo fiduciario Artemio, futuro governatore d’Egitto, dove sosterrà gli ariani perseguitando i cattolici, e futuro martire ad Antiochia sotto Giuliano l’Apostata, preleva da Efeso, dove erano sepolte, le spoglie mortali di Timoteo, per riporle sotto l’altare dell’Apostoleion, la chiesa degli Apostoli a Costantinopoli. Ad esse si aggiungeranno poco dopo i corpi di sant’Andrea e di san Luca, traslati l’anno successivo, come ci dice Girolamo (De viris illustribus III,7 ,6): «[Luca] fu sepolto a Costantinopoli, dove le sue spoglie furono traslate nell’anno ventesimo di Costanzo, unitamente ai resti mortali dell’apostolo Andrea» («Sepultus est Constantinopoli, ad quam urbem vigesimo Constantii anno ossa eius cum reliquiis Andreae apostoli traslata sunt»). Le traslazioni hanno, nella prospettiva politica dell’imperatore, lo scopo di dare, rispetto alle sedi episcopali di tradizione apostolica, un sigillo di preminenza per la nuova sede della capitale dell’Impero, la nuova Roma. Essa acquista così, alla metà del IV secolo, il suo tesoro di reliquie, testimonianze fisiche di una storia di grazia.
Timoteo, nato nella colonia romana di Listra in Licaonia (Asia Minore) nel quarto decennio del I secolo da padre greco e da madre giudea, Eunice (convertita da Paolo stesso quando giunse a Listra nel suo primo viaggio, insieme a Barnaba, verso il 47-49), è già cristiano quando, verso il 50, Paolo ritorna a Listra e lo prende con sé come il suo più stretto collaboratore. Di lui si parla numerose volte negli Atti degli apostoli e nelle Lettere di Paolo: e nella prima lettera indirizzata da Paolo stesso proprio a Timoteo, questi ci appare a capo della Chiesa di Efeso (1Tim 1, 2), dove probabilmente, secondo il Martirio di san Timoteo primo patriarca della metropoli di Efeso (opera che appare come di Policrate, vescovo di Efeso nella seconda metà del II secolo, ma è in realtà una composizione più tarda, anche se attendibile), morì martire sotto l’impero di Domiziano (81-96) o forse sotto quello di Nerva (97-98), e dove fu sepolto in un luogo detto Pione.
La notizia della traslazione delle reliquie di Timoteo da Efeso a Costantinopoli, anche per le cause che la determinarono, non ha motivi per essere messa in dubbio (anche se sussistono perplessità sull’esattezza della data). A Costantinopoli le ritroviamo ancora nel 536, secondo quanto afferma Procopio di Cesarea: in quell’anno infatti Giustiniano ricostruisce l’Apostoleion, distrutto da un incendio che però non danneggia i tre corpi (sQmata) di Timoteo, Luca e Andrea, le cui bare bare di legno vengono viste sotto il pavimento della chiesa (De aedificiis Iustiniani I, 4, 21). Ancora lì sono testimoniati nel corso dei secoli successivi, e in ultimo da Nicolao Mesarita, un alto funzionario bizantino che ci ha lasciato una minuziosa descrizione dell’Apostoleion redatta tra il 1199 e il 1203, alla vigilia del sacco operato dai guerrieri della quarta crociata: «Il sacro altare di Cristo, di puro argento fino e splendente, nasconde dentro di sé quale inestimabile tesoro i corpi degli apostoli Luca, Andrea e Timoteo, che per lui affrontarono la morte» (cap. 38). Ma il 12 aprile del 1204 Costantinopoli viene occupata, messa a ferro e fuoco e saccheggiata dai crociati latini: e, come riferisce Niceta Coniata, neanche i sepolcri vengono rispettati. Dopo il sacco, le reliquie di Timoteo (come quelle di Andrea e del presunto Luca) scompaiono da Costantinopoli e le loro tracce si perdono. Ma è credibile che esse abbiano seguito i crociati di ritorno in Occidente, soprattutto perché una notizia ci riferisce che, proprio nel 1205, cioè l’anno seguente al sacco, «duo dentes sancti Timothei, discipuli sancti Pauli Apostoli» giungono, insieme ad altre reliquie provenienti da Costantinopoli, al monastero di San Giovanni in vineis di Soissons, nella Francia settentrionale.

UNA SCOPERTA IMPROVVISA
E CASUALE
Nessun luogo rivendica il possesso delle reliquie di Timoteo. Nessun luogo, se non Termoli, oggi piccola cittadina di pescatori del basso Molise, affacciata sull’Adriatico con il porto che guarda le isole Tremiti, ma per tutta l’epoca medioevale strategico luogo di approdo e di transito verso l’Oriente, con il borgo arroccato su di un piccolo promontorio. Nella sua chiesa cattedrale, un edificio romanico a tre navate del XIII secolo, era (ed è tuttora) conservato da secoli un reliquiario contenente un cranio quasi intero, il «caput sancti Timothei». Questo reliquiario è attestato per la prima volta in una relazione episcopale ad limina del 1592, ma è certamente molto più antico: il suo aspetto e la sua fattura lo fanno datare al XIII o al massimo al XIV secolo (vedi box a pagina 90). Null’altro ricordava (o almeno così era sempre sembrato) la presenza di Timoteo a Termoli, e nulla spiegava la presenza della reliquia nella cittadina, dove si venera da sempre come protettore san Basso, che la tradizione vorrebbe proveniente dalla Gallia e di cui, nella stessa cattedrale, esistono le reliquie dentro un’arca marmorea con una iscrizione in sei esametri leoniani.
Nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, vennero intrapresi, su iniziativa del parroco Biagio D’Agostino, dei lavori nella cattedrale, per rendere più visibile la tomba del santo patrono alla venerazione dei fedeli. Nell’intento di liberare la parte inferiore delle tre absidi per ricavarne una cripta sotto l’altare, si scoprirono, più arretrate e a un livello più basso di circa 90 cm, le tre absidi di una chiesa più antica, databile all’XI secolo, evidentemente tagliate di proposito, e insieme ad esse vari tratti del pavimento primitivo, in mosaico policromo, a tratti grossolano, con singolari raffigurazioni simboliche di animali intrecciati con motivi vegetali, forse pertinenti alla narrazione della caduta dell’uomo e all’opera redentrice di Cristo. Ma la cosa più singolare fu il rinvenimento, l’11 maggio, di una lastra di marmo grezzo lunga 1,10 m, larga 60 cm e spessa 6 cm circa. Questa era incassata solo in parte e orizzontalmente nel muro dell’antica abside di destra, e copriva un loculo di forma quadrangolare contenente una cassetta di legno. Sulla faccia inferiore, ben lisciata, della lastra, quella nascosta perché rivolta verso il basso, si poteva leggere una iscrizione, datata, che diceva: «In nomine Christi amen. Anno Domini MCCXXXVIIII. Hic requiescit corpus beati Timothei discipuli Pauli apostoli, reconditum a venerabili Stephano episcopo Termulano una cum capitulo» («Nel nome di Cristo, amen. Nell’anno del Signore 1239. Qui riposa il corpo del beato Timoteo, discepolo di Paolo apostolo, nascosto dal venerabile Stefano vescovo di Termoli insieme con il capitolo»). La fattura del loculo che custodiva la cassetta (scavato per una parte nel muro dell’antica abside, per un’altra parte nel terreno esterno ad essa) rendeva evidente che era stato fatto, nel 1239, quando la chiesa precedente era stata obliterata e già era stata costruita la nuova.
La cassetta di legno, che i testimoni del rinvenimento asseriscono essersi quasi interamente polverizzata al contatto con l’aria (più probabilmente venne dispersa) conteneva ossa umane che si presentavano all’esame obiettivo, come risulta dal referto conservato nell’Archivio diocesano di Termoli, «fragili e friabili: caratteri questi che denotano l’antichità delle medesime. Di dette ossa alcune sono quasi integre, altre spezzate ed erose». L’analisi necroscopica, eseguita il 14 maggio 1945 dal dottor Gino Sciarretta alla presenza del vescovo Oddo Bernacchia, del capitolo cattedrale e di alcuni testimoni, attestò che i resti appartenevano allo scheletro, quasi completo, di un adulto di sesso maschile e di età avanzata. Del cranio era presente solo una parte di mandibola, una di quelle mancanti nella reliquia del «caput sancti Timothei» già nota: si trattava dunque, probabilmente, delle ossa dello stesso individuo.
La scoperta, annunciata e discussa scientificamente due anni dopo da Antonio Ferrua (Antichità cristiane. Le reliquie di san Timoteo, in La Civiltà Cattolica, anno 97, vol. III, quad. 2332, 9 agosto 1947, pp. 328-336), fu dunque del tutto inaspettata; ma da nessuno fu messa in dubbio l’autenticità del reperto, anche se non era facile spiegare il perché del suo arrivo e della sua permanenza a Termoli, e soprattutto il motivo della perdita della memoria della sua presenza. Anzi, il cardinale di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, che già nel 1925, al tempo in cui era abate di San Paolo a Roma, si era interessato della reliquia del capo, avanzò la richiesta (non accolta) di trasferire il corpo di Timoteo a Roma, perché fosse deposto a fianco del luogo, sotto l’altare della basilica, in cui la tradizione e le fonti attestano la cassa contenente i resti mortali di Paolo (vedi box a p. 89); e lo stesso papa Pio XII ne riconobbe l’autenticità con una bolla in data 25 aprile 1947.

IPOTESI STORICHE
Quale storia si è potuta dunque ricostruire dall’analisi dei dati storici e archeologici? È probabile, anche se finora non si hanno documenti in tal senso (ma non è escluso che qualche sorpresa potrebbero riservare indagini mirate nella tradizione manoscritta bizantina) che il corpo di Timoteo, portato via, come bottino e trofeo di guerra, da Costantinopoli nel 1204 ad opera di un crociato, sia successivamente (presumibilmente non molto tempo dopo) arrivato a Termoli, o perché chi lo aveva preso era di Termoli, o perché approdato in Italia proprio in quel porto, dove la reliquia, per un qualche motivo che a noi sfugge, finì per rimanere. L’occultamento fatto dal vescovo nel 1239 si spiega invece più facilmente con il timore che il corpo di Timoteo potesse venire rapito per gelosia (dunque nelle mani del vescovo rimase il solo capo, volontariamente separato dal resto, in casi estremi facilmente nascondibile e trasportabile); o forse proprio in previsione di un necessario abbandono della cittadina, determinato dall’attacco delle galee veneziane alleate del Papa contro Federico II, che negli anni 1239-1240 saccheggiarono le coste dell’Adriatico meridionale, ivi comprese quelle tra Termoli e Vieste, come riportano cronache del tempo; o anche per proteggerlo dai rischi di scorrerie dei musulmani, non alieni dal saccheggio dei luoghi di culto e dal furto sacrilego dei corpi dei santi. La pratica del nascondimento era comune, e un altro esempio lo abbiamo nella stessa cattedrale di Termoli, dove, sotto l’altra abside, venne occultato (ma in modo che restasse visibile il luogo della deposizione) anche il sarcofago di marmo del patrono san Basso, in profondità sotto un altro sarcofago vuoto.
Di Timoteo, probabilmente a causa del breve periodo (circa trent’anni) di non nascosta permanenza del corpo prima dell’occultamento, si perse la memoria, nonostante rimanesse nota l’esistenza della reliquia del capo. La presenza dell’epigrafe ci testimonia naturalmente che il vescovo Stefano non aveva alcun dubbio di trovarsi di fronte ai resti mortali del discepolo di Paolo. E l’arrivo di Timoteo a Termoli fu talmente significativo che, con buona attendibilità, ad esso deve ricondursi la ricostruzione, dalle fondamenta, di una chiesa più grande, quella che ora vediamo, sopra la precedente. Studi recenti (che l’analisi comparata di tutti i dati a disposizione, in particolare quelli archeologici e architettonici, potrebbe ancor più confermare) infatti affermano, con un ottimo grado di probabilità di cogliere nel giusto, che nella decorazione scultorea della facciata della cattedrale, ora molto danneggiata, erano probabilmente leggibili le vicende di Timoteo come discepolo di Paolo (vedi box a p. 92).
Di Basso invece (forse il vescovo di Nizza martire durante le persecuzioni della metà del III secolo), rimase la costante memoria, anche quando Termoli fu, per vari periodi, abbandonata o perché distrutta da terremoti o perché saccheggiata: evidentemente a motivo di una più lunga e solida tradizione, che ne faceva già da alcuni secoli il patrono della cittadina.


ANALISI SCIENTIFICHE
Dopo la ricognizione del 1945, le reliquie (in parte ricomposte) furono deposte in una cassetta di legno che venne collocata all’interno di una statua di vescovo in abiti liturgici, comprese mitra e pastorale, adagiata in una urna di vetro e legno. La lapide fu affissa nella cripta ricavata sotto l’altare, al muro dell’abside di destra, dove è ancora oggi visibile. Nel maggio 1981 l’allora vescovo di Termoli, Cosmo Francesco Ruppi, tra i suoi primi atti organizzò un convegno internazionale su “Timoteo e le sue lettere”, ma solo il 28 giugno del 1994, per volontà dell’allora vescovo Domenico D’Ambrosio, in vista del cinquantesimo anniversario della scoperta delle reliquie, si procedette ad una nuova ricognizione, compiuta dall’anatomopatologo professore Felice D’Onofrio dell’Università di Napoli. Le reliquie, in parte consolidate, sistemate su una lastra di plexiglas, sono rimaste esposte alla venerazione dei fedeli fino al maggio del 1997, quando sono state ricollocate in una nuova urna di bronzo.
Nel frattempo la diocesi ha deciso di avviare una serie di indagini scientifiche sulle reliquie del santo patrono, il vescovo Basso, in corso oramai, con l’autorizzazione dell’attuale vescovo, Tommaso Valentinetti, dall’ottobre del 2000, e si è in attesa dei risultati dell’analisi del carbonio 14, che potranno fornire una datazione quantomeno verosimilmente indicativa. Parallelamente, è in corso la ristrutturazione, resa necessaria anche da problemi di umidità, della cripta dove sono custodite anche le reliquie di Timoteo. Sarebbe dunque un’ottima occasione, questa, per approfondire con specifiche e mirate indagini scientifiche anche le conoscenze sui resti mortali che la tradizione riferisce al discepolo prediletto dell’Apostolo delle genti, in particolare la loro datazione con l’analisi del carbonio 14 e, se quanto rimane lo permettesse, l’area di probabile provenienza con lo studio del Dna. Se infatti una lunga serie di indizi ci permette di ricondurre con buona sicurezza questi resti al momento del saccheggio di Costantinopoli nel 1204, né (come già accennato sopra) v’è motivo di dubitare della traslazione delle reliquie di Timoteo da Efeso a Costantinopoli nel 356, e anche è significativo il fatto che non vi sia alcun altro luogo che mantenga la tradizione della presenza delle reliquie di Timoteo, maggiore cautela impone tuttavia l’esiguità delle fonti e il dibattito critico su alcune di esse, ad esempio Procopio di Cesarea, sul cui valore non tutta la critica è concorde (come dimostrano anche i recenti studi sulle reliquie di un altro dei santi dell’Apostoleion, Luca, in parte ancora in corso anche ad opera di chi scrive e dei quali abbiamo già più volte recentemente parlato su queste stesse pagine – cfr. 30Giorni n. 10, ottobre 2000, pp. 78-89).
Dunque, solo dati scientifici verificati potranno aiutare a confermare l’attendibilità della tradizione nella sua interezza; e sarebbero dati che potrebbero fornire anche preziose indicazioni comparative per altre analoghe ricerche, non ultime quelle, auspicabili, relative allo stesso Paolo.


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