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LA SANITÀ A ROMA E NEL LAZIO
tratto dal n. 04/05 - 2001

Curare. E non solo


Incontro con l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, il professor Vincenzo Saraceni, che spiega: «Oggi i pazienti non chiedono solo di risolvere una patologia, ma che il Servizio sanitario e il resto della società accrescano la qualità della loro vita». E fa un bilancio del suo primo anno di mandato


di D. Malacaria e R. Rotondo


Se esiste un punto privilegiato dal quale osservare in azione tutte le componenti del Sistema sanitario nazionale, la loro efficienza sul campo, le loro disfunzioni, i loro progressi e i loro drammi, questo è Roma. Tutte le strade sembrano portare nella capitale, che raccoglie utenti (ma sarebbe meglio dire che è oberata) da tutto il Lazio e da molte altre regioni del centro e del sud Italia. Qui vengono offerti migliaia di posti-letto, che sembrano non bastare mai. Qui, dove esistono addirittura cinque poli ospedalieri universitari, si scontrano le esigenze di programmazione da parte della Regione (che paga) e quelle della ricerca accademica. Qui le lamentele dei cittadini per le liste di attesa per la diagnostica o per i ricoveri possono assumere toni da crociata. Qui, il problema delle dimissioni forzate o dell’efficienza dei pronto soccorso è sempre materia per la cronaca e spesso per la magistratura.
Inoltre a Roma c’è da sempre la presenza massiccia della sanità cattolica, una presenza che si fa sentire. Infine la capitale è ancora alla ricerca del giusto equilibrio tra risorse a disposizione e spese: gli oltre 11mila miliardi annui a disposizione non bastano proprio, ha detto più volte il presidente della giunta regionale del Lazio, Storace. E cosa accadrà alla sanità di questa regione, tra le più indebitate d’Italia, con l’attuazione della legge sul federalismo finanziario che si propone di responsabilizzare le Regioni, ovvero di mettere un ulteriore limite alle spese?
Ne abbiamo discusso con il professor Vincenzo Saraceni, assessore alla Sanità della Regione Lazio. Cinquantatré anni, primario fisiatra, docente alla Seconda Università di Roma, cattolico, Saraceni è da quasi un anno nella giunta regionale di centrodestra. Ci riceve nel suo studio all’interno dell’imponente palazzo del Commendatore, che fu una sorta di “Ministero della Sanità” ai tempi dello Stato Pontificio (il palazzo fa parte del complesso monumentale del Santo Spirito in Sassia, uno dei più antichi ospedali del mondo), a ridosso del colonnato del Bernini di piazza San Pietro.

Professore, le statistiche ci dicono che l’aspettativa di vita nel nostro Paese, 82 anni,
è tra le più alte al mondo. Eppure il Sistema sanitario nazionale è tra i servizi di cui gli italiani si lamentano di più. Il Lazio, poi, pur con un’inversione di tendenza negli ultimi tempi, è ai posti più bassi nella classifica del gradimento da parte degli utenti. Come spiega questa contraddizione?
VINCENZO SARACENI: Oggi è cambiata la domanda che i cittadini fanno al Sistema sanitario. Prima si chiedeva solo di risolvere una patologia, di curare, oggi si chiede anche di migliorare la qualità di vita. La salute non è percepita più come un qualcosa di distinto dalla vita sociale. E più si alzano le aspirazioni ad un miglioramento della qualità della vita più i cittadini diventano esigenti verso il Sistema sanitario. E di conseguenza anche le risposte che dobbiamo dare sono diverse. Inoltre, siccome le aspettative sulla qualità della vita non hanno indicatori precisi, sono soggettive, anche le risposte che dobbiamo dare non possono essere standardizzate, ma diversificate. Non solo: bisogna anche tener presente che più si offrono soluzioni più la domanda è destinata ad aumentare. C’è quindi l’esigenza di trovare un equilibrio tra la domanda di salute e l’offerta di servizi, di modo che le risorse a disposizione siano utilizzate in modo efficace.
Uno dei problemi più sentiti sono le lunghe attese, in particolare per la diagnostica. È l’aumento della domanda a causarle o la poca razionalità nell’organizzare l’offerta?
SARACENI: Non credo che nel Lazio, salvo alcuni casi limite, ci siano tempi di attesa esagerati. Ma bisogna considerare anche le richieste che potremmo definire “indotte”. Ad esempio: si legge sul giornale che per una malattia si sta sperimentando una nuova terapia? Di regola si dovrebbe operare continuando a praticare le vecchie e consolidate terapie e cominciare ad applicare le nuove su un numero limitato di pazienti. Invece accade che la novità attrae gli utenti che la richiedono massicciamente provocando un uso indiscriminato. Lo stesso accade se esce un nuovo macchinario, o un farmaco nuovo: i macchinari che fino a ieri funzionavano e davano frutti o i farmaci già sperimentati con successo, dopo la pubblicizzazione delle novità vengono considerati obsoleti. Per questo stiamo cercando di lavorare con i medici di base perché responsabilizzino i propri pazienti facendo chiarezza.
Come affrontare lo storico sovraffollamento delle strutture sanitarie nella capitale?
SARACENI: Roma, come è noto, concentra su di sé la domanda proveniente dalle altre province della regione e ciò comporta un aggravio per le strutture sanitarie della capitale. Per questo stiamo cercando di potenziare le strutture in provincia. Roma, per esempio, si avvia ad avere 5 policlinici universitari (Umberto I, Sant’Andrea, Tor Vergata, Campus Biomedico e Gemelli). Si tratta certamente di una grande risorsa, ma che deve essere sfruttata armonizzando meglio le potenzialità di queste strutture con le esigenze della sanità regionale. I policlinici godono di una grande autonomia, ma occorre che anch’essi siano funzionali agli indirizzi del piano sanitario regionale.
E la sanità “religiosa”?
SARACENI: È un grande patrimonio. A Roma abbiamo nove ospedali cattolici, uno israelitico, tre istituti di ricerca a carattere scientifico (il Fatebenefratelli, il Bambin Gesù, l’Idi). Si distinguono sia per la qualità del servizio erogato che per le capacità professionali. Inoltre incidono in maniera molto limitata sul fondo sanitario regionale: costituiscono il 25% del totale dei posti-letto di Roma ma rappresentano solo il 6,6% della spesa sanitaria ospedaliera.
Da più parti si critica il fenomeno delle dimissioni forzate di pazienti ancora in stato assistenziale. È un fenomeno che riscontra? E come crede di intervenire?
SARACENI: Sono consapevole di questo rischio legato all’entrata in vigore dei Drg (Diagnosis-Related Group), ovvero al fatto che le prestazioni erogate dagli ospedali vengono remunerate a tariffa predeterminata e non più a giorni di degenza. Però prima c’era il problema inverso: il malato rischiava di restare in ospedale più del dovuto, e ciò non solo era uno spreco di risorse, ma soprattutto ledeva il suo diritto a essere restituito il più presto possibile alla propria famiglia.
Tuttavia il fenomeno esiste…
SARACENI: Certo, esiste, ma si va attenuando man mano che il processo di aziendalizzazione va avanti e con esso gli ospedali diventano più efficienti. Comunque le strutture sanitarie si sono dotate di uffici di pubbliche relazioni proprio per ricevere le lamentele dei malati e dei loro parenti. E le assicuro che i cittadini si fanno sentire. Inoltre bisogna tener presente che i cittadini che si sentono vittime di abusi o disfunzioni ricorrono sempre più spesso alla giustizia ordinaria. Attualmente il contenzioso tra cittadini e medici, in Italia, si aggira attorno ai 5mila miliardi. Comunque a noi spetta il compito di migliorare il funzionamento del Sistema sanitario: maggiore sarà l’efficienza minori saranno questi problemi. Sembrerà banale, ma vale la pena ribadirlo.
E per i malati terminali che vengono “invitati” a morire a casa?
SARACENI: La Regione ha recentemente approvato il programma regionale “Hospice”, che prevede l’istituzione di strutture dove i malati terminali possono essere seguiti adeguatamente e in un clima più umano possibile. Con tale programma saranno realizzati 540 posti-letto per malati terminali entro il 2003. Ai 5 hospice già presenti a Roma e a Viterbo ne verranno aggiunti altri 4 nella capitale, uno a Latina e uno a Frosinone.
Luoghi della “buona morte”…
SARACENI: La nostra società vuole tentare di esorcizzare la morte, ma la morte esiste. Ogni giorno si pone il problema di come aiutare i malati sui quali la medicina non può fare più nulla, alleviando almeno i dolori con la medicina palliativa. In ogni caso gli hospice non sono semplici strutture dove si va a morire, ma sono inserite in un percorso che comprende anche l’assistenza domiciliare e che vuole essere essenzialmente un percorso di umanizzazione.
Spesso le strutture dipendono dalla buona volontà dei singoli. Così a primari scrupolosi si associano reparti efficenti e, viceversa, a primari poco scrupolosi, inefficienza diffusa…
SARACENI: È vero. Ma è vero anche che l’autonomia dei singoli responsabili non è poi così ampia, cosicché spesso un primario si trova nell’impossibilità di far funzionare bene il suo reparto. Occorre quindi una maggiore autonomia. In particolare è necessario che i vari reparti abbiano a disposizione un proprio budget che consenta loro di sfruttare al meglio le risorse.
La recente riforma sanitaria ha sancito la possibilità per i medici che svolgono la professione presso aziende pubbliche di svolgere la professione presso le stesse strutture anche in forma privata. Una novità che sta funzionando?
SARACENI: Come assessorato alla Sanità, abbiamo tracciato le linee-guida per la libera professione intramuraria nel Lazio: una cornice di direttive che devono essere recepite all’interno dell’atto aziendale che ciascuna azienda sanitaria deve predisporre. In questo documento si sottolinea come la facoltà del medico di esercitare la professione privata nelle strutture pubbliche di appartenenza non discende tanto da un diritto dei medici, quanto piuttosto dal diritto dei pazienti di scegliere da chi e dove farsi curare. Detto questo, so bene che l’attività privata svolta nelle strutture pubbliche può creare anche qualche problema. Vedo, leggo e temo che alcune circostanze possano indurre un malato a rivolgersi necessariamente alla libera professione dei medici, che garantisce tempi di attesa più brevi rispetto a quelli istituzionali. Temo anche che si possa verificare che un paziente ricoverato nel settore riservato alla libera professione dell’ospedale possa avere un percorso diagnostico e terapeutico facilitato rispetto agli altri degenti. Questo mi crea un forte disagio. Personalmente sono favorevole alla separazione degli ambiti di lavoro: istituzionali e di libera professione. Ma la “fuga” nell’attività privata può essere evitata anche aumentando l’efficienza degli ospedali e creando una serie di incentivi legati all’abbattimento delle liste d’attesa.
Le strutture sanitarie sono ormai delle aziende. Ma è possibile far coincidere l’esigenza di guarire la gente con quella di far quadrare il bilancio di fine d’anno?
SARACENI: Il processo di aziendalizzazione è ormai irreversibile e deve andare avanti. Ma questo per uno scopo preciso: recuperare efficienza ed eliminare i troppi sprechi che una sanità deresponsabilizzata e burocratizzata, come era quella del passato, comportava. Aziendalizzazione però non significa pareggio del bilancio, ma riuscire a perseguire gli obiettivi legati alla salute del cittadino pur nella consapevolezza che le risorse a disposizione sono sempre inferiori rispetto alle necessità. E questo perché l’aumento della domanda sanitaria ha, oltre a quanto detto in precedenza, altre cause strutturali. Ne vorrei segnalare due in particolare. La prima è l’aumento della popolazione anziana, quindi di persone che hanno bisogno di maggior assistenza di altre. La seconda è legata al progresso delle tecnologie che, mentre in altri campi comporta un abbattimento dei costi – ad esempio il settore dei computer o delle comunicazioni –, in ambito sanitario purtroppo implica un aggravio delle spese.
Parlava di risorse: il Lazio ne ha?
SARACENI: Partiamo da una situazione deficitaria. Al mio insediamento il disavanzo era di 7.400 miliardi. Un disavanzo maggiore di qualunque altra regione italiana. Entro la fine dell’anno con le iniziative assunte dall’assessore al Bilancio Andrea Augello, in piena sintonia con me, saranno recuperati due terzi di questo disavanzo attraverso un mutuo, la collocazione di titoli all’estero e altre operazioni finanziarie. Spero e credo quindi che per dicembre si possa lavorare in una situazione più favorevole.
Tra non molto sarà un anno che lei è alla guida dell’assessorato alla Sanità nel Lazio. È tempo per un primo bilancio?
SARACENI: Credo di sì. Devo innanzitutto sottolineare il forte sostegno dato alla mia azione dal presidente Storace e questi sono i risultati per quanto riguarda le strutture ospedaliere: in questi mesi abbiamo completato l’acquisto del San Raffaele, a Mostacciano, realizzando così un polo oncologico che mancava e che da circa trent’anni era auspicato da tutti. Inoltre è in via di apertura il policlinico di Tor Vergata che darà a Roma altri 160 posti-letto. Lo scorso 29 marzo abbiamo inaugurato alcuni ambulatori al Sant’Andrea. Si tratta di una data storica perché questa struttura da oltre 27 anni era abbandonata e non veniva messa a disposizione dei cittadini. Il Sant’Andrea sarà pertanto la sede del policlinico della seconda facoltà di Medicina della Sapienza con una dotazione di circa 450 posti-letto. Non meno importante è stato l’aver pubblicato in tempo le tariffe che la Regione pagherà per ogni prestazione erogata dalle strutture che operano nel Sistema sanitario. In precedenza tale tariffario veniva reso noto solo a fine anno, con una duplice conseguenza: le strutture non potevano fare una adeguata programmazione e si aprivano contenziosi interminabili tra amministrazione centrale e strutture sanitarie, sfociati anche in cause giudiziarie che costringevano la Regione a pagare molte decine di miliardi. Ma mi preme ricordare anche la grande campagna di prevenzione antinfluenzale condotta dalla Regione, con una spesa di 15 miliardi, che ha avuto un successo notevole. Quest’anno l’influenza a Roma è passata quasi inosservata: non c’è stato l’ormai abituale congestionamento delle strutture sanitarie dovuto all’influenza e abbiamo avuto probabilmente 2000 morti in meno dello scorso anno. Inoltre abbiamo cercato una collaborazione con i medici di medicina generale per l’appropriatezza delle prescrizioni, che è sfociata in un accordo in base al quale i medici si impegnano a prescrivere i farmaci generici piuttosto che quelli brevettati, di eguale efficacia, ma più costosi. Ciò, ci auguriamo, comporterà un abbattimento della spesa farmaceutica ormai fuori controllo. Infine abbiamo istituito una commissione oncologica regionale che ha lanciato due campagne di screening per i tumori ai polmoni e all’intestino. Abbiamo anche investito 650 miliardi per la riabilitazione in regime di ricovero e abbiamo fissato nuovi criteri che aumentano la qualità delle prestazioni.
Cosa conta di realizzare nei prossimi mesi?
SARACENI: Due cose essenziali: fare un piano sanitario regionale, che a tutt’oggi di fatto non esiste, e concludere il lavoro in atto per poter al più presto deliberare sui requisiti delle strutture di ricovero e ambulatoriali necessari per usufruire del sostegno finanziario pubblico. Si tratta di un passaggio determinante perché in base a quei requisiti sapremo quali strutture potranno restare nel Sistema sanitario regionale offrendo tutte le garanzie indispensabili e quali dovranno necessariamente uscirne.


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