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LA SANITÀ A ROMA E NEL LAZIO
tratto dal n. 04/05 - 2001

Paziente, ma non troppo


Antonio Ferraro, segretario del Tribunale dei diritti del malato, che raccoglie le proteste delle vittime della malasanità, fa il punto sui problemi del Sistema sanitario nazionale. Intervista


di Davide Malacaria


“Cittadinanzattiva”, ex Movimento federativo democratico, ha attivato da anni il Tribunale dei diritti del malato, organo che raccoglie le proteste dei cittadini vittime della “malasanità” e che promuove iniziative volte a migliorare il Sistema sanitario nazionale. Antonio Ferraro è il segretario dell’associazione per la regione Lazio.

La vostra associazione si è attivata contro le lunghe attese…
Antonio Ferraro: I tempi di attesa per le diagnostiche più comuni, come la Tac, la risonanza magnetica, l’ecodoppler e via dicendo, in alcune strutture sono molto brevi, ma queste sono eccezioni alla regola che vede attese di mesi. Per citare solo un caso tra i tanti che ci sono stati segnalati, una signora ci ha informato che avendo contattato l’ospedale San Giovanni di Roma per effettuare una gastroscopia in data 27 novembre 2000 ha ottenuto un appuntamento per il 23 marzo 2001… In genere abbiamo constatato che i tempi sono più brevi nei piccoli ospedali di periferia, lontani dal centro.
Come porre rimedio a tali disservizi?
Ferraro: Un miglioramento del sistema si otterrebbe già semplicemente con una maggiore informazione. Attualmente, chi vuole effettuare un’analisi si rivolge alla Asl e prenota. Se vuole sapere se in altre strutture i tempi di attesa sono minori, deve contattarle una per una. Basterebbe quindi attuare un centro unico di prenotazione che dia informazioni all’utente sulla situazione di tutte le strutture. E ciò si può realizzare con un semplice collegamento telematico tra i vari centri sanitari. Questo discorso vale anche per i posti-letto. Un paziente in gravi condizioni di salute che arriva al pronto soccorso per ottenere un ricovero deve affidarsi alla buona volontà degli assistenti. Basterebbe invece un collegamento telematico tra i vari ospedali per conoscere subito la disponibilità dei posti-letto. Come vede sono provvedimenti semplici e di facile attuazione…
Quali sono le principali cause delle lunghe attese?
Ferraro: Anzitutto la troppa leggerezza dei medici di medicina generale (i vecchi medici di famiglia) nel prescrivere terapie e analisi, e anche la pressione che essi ricevono da parte dei pazienti. E poi l’inefficienza della pubblica amministrazione. Le normative vigenti prevedono ormai che la pubblica amministrazione sia accessibile dalle dieci alle dodici ore al giorno. Ma questo non accade in ambito sanitario. Inoltre le strutture sanitarie generalmente non erogano servizi il sabato, la domenica e nelle festività, se non per la sola emergenza. La Texas Instruments, che fabbrica computer, ha turni di ventiquattr’ore su ventiquattro, sabato e domenica compresi. Nella sanità, che produce un bene molto più prezioso, questo non accade…
Il Tribunale del malato si è attivato anche contro il fenomeno delle dimissioni forzate…
Ferraro: Il fenomeno delle dimissioni forzate ha assunto una gravità impensabile. A causa dei famigerati Drg (Diagnosis-Related Group), che prevedono il rimborso a prestazione avvenuta, il medico è spinto ad allontanare dal ricovero le persone alle quali è stata fatta una diagnosi ed espletata una terapia, anche se il paziente rimane in stato di bisogno assistenziale. Questo avviene perché nei casi in cui vengono rispettati gli standard di cura e di dimissioni prescritti nel Drg, il personale di quella divisione percepisce gli “incentivi di produttività”. Così succede che un paziente dimesso dall’ospedale, se ha bisogno di continuare a mettere una flebo, oppure di fare ogni tre giorni un elettrocardiogramma, o delle medicazioni di una certa complessità, deve provvedervi da solo. Ciò avviene anche nei casi dei malati terminali: devono andare a morire a casa. Ma questa, di fatto, è eutanasia… Generalmente il paziente dimesso non sa dove mettere le mani una volta uscito: dove reperire infermieri, dove trovare persone che lo possano assistere, che lo aiutino nelle necessità.
Può essere una soluzione potenziare i servizi di assistenza a domicilio in grado di seguire il paziente dimesso dopo la fase acuta?
Ferraro: Varie leggi prevedono di creare dei servizi di rete di protezione domiciliare per l’assistenza a persone che, passata la fase acuta, possono essere seguite presso la propria dimora. Ma in realtà questi servizi non si sono sviluppati. Nel comune di Roma per esempio esiste la figura dell’assistente domiciliare, ma funziona solo in alcune zone e generalmente non presta un servizio di tipo sanitario: mantiene l’igiene, fa la spesa e altri servizi per i malati dimessi e incapaci a svolgere tali mansioni. Ma manca l’assistenza sanitaria, ovvero figure professionali, medici o infermieri, in grado di mettere una flebo, curare il decubito e via dicendo. Eppure l’assistenza sanitaria a domicilio non solo garantisce una degenza più gradevole che in ospedale, ma comporta anche una spesa minore: da un quarto a un decimo di quanto si spende per seguire un paziente in ospedale.
Esistono controlli in ambito sanitario?
Ferraro: La legge nazionale prevede che le Asl si dotino di un sistema di controllo della qualità del servizio erogato. Ma di fatto non funziona. La verità è che tutto il sistema sanitario è deresponsabilizzato. E questo per legge. È la legge a stabilire, purtroppo spesso, che se un provvedimento non viene attivato l’unica conseguenza è che i soldi stanziati allo scopo non vengono erogati. Così se anche non si attua una misura prevista per migliorare il servizio, che succede? Assolutamente nulla.
Come evitare la dispersione delle risorse nella sanità?
Ferraro: Attualmente si spende male perché non esiste alcun tipo di programmazione. In pratica nessuna Asl ha attivato un servizio essenziale come quello dedicato allo studio statistico epidemiologico – ovvero lo studio delle cause e delle dinamiche di diffusione delle malattie – e alla contemporanea analisi dei costi in relazione all’efficienza degli interventi. La verità è che senza dati non si può fare nessun tipo di programmazione. Infine bisogna spendere di più per la prevenzione. Attualmente in Italia solo il 4% della spesa sanitaria è impiegato nella prevenzione, e di questa percentuale la maggior parte è assorbita dai consultori, strutture che si limitano ad aspettare l’utente. Invece spendere in prevenzione è un investimento per la salute e la qualità della vita.


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