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LA SANITÀ A ROMA E NEL LAZIO
tratto dal n. 04/05 - 2001

Il destino di restare incompiuti


Il fenomeno degli ospedali italiani iniziati e mai finiti e l’accavallarsi delle riforme avviate e mai portate a termine. Enrico Pianetta, presidente della Commissione parlamentare che durante la scorsa legislatura ha svolto un’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale, interviene su due problemi che vengono da lontano. Intervista


di Roberto Rotondo


L’aula della Commissione parlamentare di inchiesta sul Sistema sanitario nazionale è ancora stipata dei faldoni pieni di documenti prodotti in quasi quattro anni di lavoro: dati, audizioni e ricerche sul campo. Un lavoro che alla fine della scorsa legislatura ha permesso di tracciare un quadro molto articolato sulla situazione della sanità nel nostro Paese. «Un quadro di chiari e scuri, in cui gli scuri predominano», premette il senatore Enrico Pianetta, presidente della Commissione. Le conclusioni dell’inchiesta, raccolte in un volume di relazioni finali lasciato in eredità ai prossimi inquilini del Parlamento italiano, sono una fonte inedita di dati e analisi, una rarità in questo settore così strategico, ma da sempre così privo di programmazione e di verifiche.

Senatore, una delle relazioni finali punta il dito sugli ospedali incompiuti o non funzionanti. La Commissione ha calcolato che questo fenomeno è costato allo Stato qualcosa come ventimila miliardi. Abbiamo esempi anche nel Lazio di ospedali iniziati e mai attivati?
ENRICO PIANETTA: Spieghiamo prima una cosa: gli ospedali incompiuti erano un fenomeno di cui si è sempre parlato in Italia ma la cui consistenza non era mai stata rilevata. Proprio attraverso un’inchiesta capillare su tutto il territorio, e quindi in tutte le regioni, abbiamo fatto una fotografia precisa della situazione. Oltre al numero (noi ne abbiamo visitati circa centoquaranta, e nell’arco di vita di questa inchiesta ne sono rimasti incompiuti, o non ancora attivati, solo centoventotto), e ai costi sostenuti dallo Stato, ci sono altri elementi che devono far riflettere: il baricentro di questi ospedali incompiuti è senz’altro nel Mezzogiorno. Senza allontanarci troppo, anche qui a Roma abbiamo avuto un esempio negativo: l’ospedale Sant’Andrea, la cui progettazione è avvenuta circa trent’anni fa, nel 1971, e la cui costruzione si è protratta per tre decenni. Oggi finalmente sembra che possa entrare a regime, ma la sua resta comunque una storia paradigmatica perché è facile intuire che adeguare la sua progettazione iniziale alle esigenze di un ospedale moderno ha avuto dei costi immensi. La realizzazione di un posto-letto al Sant’Andrea, una volta aperto, sarà costata intorno ai 700-800 milioni, più del doppio del costo medio di un posto-letto in un ospedale estremamente aggiornato e sofisticato.
Quello degli ospedali incompiuti è l’esempio più evidente della mancanza di programmazione nel Sistema sanitario nazionale. Ed è un problema che viene da lontano. Quanti ospedali si sono iniziati a costruire negli anni Settanta non perché ce ne fosse bisogno, ma per dare lavoro in una zona depressa, o perché un ospedale era motivo di prestigio, o perché ci si illudeva che una struttura ospedaliera facesse scattare un processo di sviluppo economico?
Oggi dobbiamo percorrere altre strade: si possono creare molti più posti di lavoro valorizzando i momenti di cura esterni all’ospedale e l’assistenza domiciliare. Costano meno e si risponde meglio alle esigenze del malato.
Si parla molto del processo di aziendalizzazione delle strutture sanitarie, di ricerca dell’efficienza, di responsabilizzazione dei soggetti che operano nella sanità. Pie intenzioni o c’è un reale progresso in atto?
PIANETTA: Il Sistema sanitario nazionale è molto lontano dal livello di efficienza richiesto dalla società italiana. La popolazione invecchia, si alza il livello di vita, c’è un’evoluzione tecnologica che dà nuove possibilità, c’è più attenzione del singolo alla propria salute. Le aspettative da parte della società aumentano continuamente e c’è un’evidente inadeguatezza dell’offerta rispetto alla domanda: liste d’attesa troppo lunghe per la diagnostica, trapianti difficili da ottenere, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico dove la mission non è chiara e che quindi non sono funzionali al Sistema sanitario del territorio, strutture di rianimazione insufficienti, istituti commissariati troppo a lungo… la lista potrebbe continuare. Inoltre la Commissione ha potuto rilevare come il processo di aziendalizzazione sia stato messo in atto in media solo negli ultimi due anni. Le riforme del 1992 e del 1993 avevano dato un grande impulso a questa nuova modalità gestionale, ma il processo si è sviluppato in termini troppo rigidi e lenti. Si è arrivati addirittura nel 1999 con la legge 229 a fare un’ulteriore riforma della sanità dando per scontato che le precedenti erano già state applicate e completate, ma non era così.
Parlava di trapianti. L’ormai famoso monologo di Celentano contro la legge sui trapianti ha provocato una levata di scudi: davvero un personaggio famoso può irresponsabilmente mettere in crisi le donazioni di organi?
PIANETTA: Non è questo è il problema. Una delle inchieste realizzate dalla Commissione è stata proprio sull’organizzazione della rete di servizi di rianimazione sul territorio nel quadro della tematica dei trapianti. Le statistiche parlano chiaro: in Italia, a nord la percentuale dei donatori di organi rispetto alla popolazione è addirittura superiore a quella europea, al centro la percentuale si abbassa appena al di sotto della media europea, mentre al sud c’è un vero e proprio crollo, dovuto non alla mancanza di generosità da parte della gente o a qualche problema culturale, ma solo alla carenza di strutture adeguate alla realizzazione dei trapianti.


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