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LIBRI
tratto dal n. 01 - 2004

Machiavelli. La politica come rimedio


Nelle opere del segretario fiorentino, legate alla situazione di incertezza e di violenza dell’epoca, risulta evidente che la funzione essenziale della politica consiste nel porre rimedi, riparare le falle, trovare equilibri provvisori e sempre precari. Intervista con Giulio Ferroni


di Paolo Mattei


Niccolò Machiavelli in un ritratto di Santi di Tito conservato presso Palazzo Vecchio a Firenze

Niccolò Machiavelli in un ritratto di Santi di Tito conservato presso Palazzo Vecchio a Firenze

Le due parole chiave dell’ultimo libro di Giulio Ferroni sono contenute nel titolo: Machiavelli o dell’incertezza. La politica come arte del rimedio (Donzelli Editore, Roma 2003). Ferroni, nel dare conto della centralità nell’opera di Niccolò Machiavelli di questi due termini, “incertezza” e rimedio”, prende le mosse dal senso di “contraddizione” insito nel suo pensiero politico, che è specchio di una realtà non dominabile né pianificabile da nessun sapere, da nessuna teoria filosofica o politica. Proprio tale senso di contraddizione, secondo Ferroni, docente di Letteratura italiana all’Università La Sapienza di Roma, rende l’eruttivo stile di Machiavelli proclive a «far esplodere le parole, a metterle in urto e in frizione con la realtà, a prendere di petto l’interlocutore, a smascherare inganni e a denunciare errori, illusioni e malintesi». E tanti, è noto, sono i malintesi presenti nelle immagini che, nel tempo, sono state propalate del pensiero politico machiavelliano (svilito in facili aforismi tanto memorabili quanto vacui, compendiato in partigiane antologie critiche d usum delphini…). Ma se si intraprende una lettura delle sue opere tenendo presenti i concetti di “contraddizione” e, appunto, di “incertezza” e “rimedio”, e se si rispetta la lontananza nel tempo dell’opera del segretario fiorentino – la sua inattualità –, è possibile, secondo Ferroni, ricavare alcune linee guida che, oltre a rappresentare un sicuro punto di riferimento nell’affronto dell’”enigma Machiavelli”, possono addirittura costituire dei validi richiami per l’agire politico del nostro tempo.

Professore, nell’apertura del suo saggio lei opera una sorta di “panoramica” sui tentativi di attualizzazione e sui tradimenti del pensiero politico di Machiavelli.
GIULIO FERRONI: Nel dibattito politico e ideologico è sempre stata presente una varia propensione ad attualizzare e deformare Machiavelli, a farne un vessillo positivo o negativo, a individuare nella sua opera comunque il paradigma dell’agire politico per assicurarsi il potere. Continuano poi a essere sfornate biografie del segretario fiorentino con ameni quadri dell’Italia rinascimentale, del suo splendore creativo e della preponderanza di una dimensione “estetica”, antropocentrica e laicamente spregiudicata; con l’immagine di un mondo cioè tutto votato all’idea di bellezza in cui lo Stato è concepito come un’opera d’arte… In questo tipo di contesto Machiavelli può essere rappresentato come uno dei suoi supremi artisti; e parlando di lui si può liberamente discettare di lucida coscienza realistica e di appassionato spirito utopistico, di duro dispotismo assolutistico e di popolare fervore repubblicano, di intenzioni demistificatrici e di abbandoni al richiamo del mito, di doppiezza senza fondo e di sincerità della passione, facendo convivere o mettendo in opposizione tutti questi elementi. E in un modo o nell’altro, si riconosce in lui l’emblema di una politica spregiudicata, si individua, nel modello che gli viene sovrapposto, l’assicurazione della vittoriosa ascesa al potere, la giustificazione dell’uso di tutti i mezzi possibili pur di raggiungere degli obiettivi di potere…
Una sorta di vademecum per la garanzia del successo politico, insomma. Il solito “machiavellismo”…
FERRONI: Sì, e si dimentica spesso che il pensiero di Machiavelli prende le mosse non certo dall’esperienza di un successo o dalla fiducia nelle magnifiche sorti e progressive. Tutt’altro. Egli parte innanzitutto dalla coscienza della caducità dei corpi politici, destinati, come i corpi naturali, a corrompersi. «Non vi è nel mondo alcuna cosa eterna» dice in un passo dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, e ciò vale anche per gli organismi politici più saldi e sicuri, soggetti continuamente a una rovina immediata e a esiti distruttivi nascosti dietro l’angolo. Il suo pensiero non è legato all’euforia dell’espansione. Le sue opere scritte post res perditas sono legate a situazioni di incertezza, alle difficoltà in cui, ai suoi tempi, si trovava la Repubblica fiorentina e l’Italia, «sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa», come si legge nel capitolo XXVI del Principe. Machiavelli non è quindi uno stratega di vittoriosi successi politici ma, nella sua esperienza tragica come segretario della Repubblica fiorentina e nella teoria che elaborerà successivamente, pensa soprattutto a modi di difesa nei confronti delle rovine incombenti sulla società contemporanea. Egli è mosso quindi, nell’articolazione del suo pensiero, da un amore per la patria in pericolo, e non certo da un travaglio teorico, né da un astratto proposito modellizzante, né dalla volontà di definire una nuova configurazione dello spirito umano.
Anche lei, in questo saggio, ha tentato una sorta di attualizzazione del suo pensiero politico…
FERRONI: Certo. È però un’attualizzazione basata proprio sulla considerazione del carattere inattuale di Machiavelli. La cosa non è fatta assolutamente a bella posta, è legata a una tendenza implicita in alcuni più profondi studi contemporanei che tendono a unirlo strettamente al suo tempo. Machiavelli può essere letto in chiave attualizzante proprio considerandolo lontano da noi, non facendone cioè un teorico astratto del potere, del successo, dell’assolutismo, ma osservando che anche gli aspetti più scandalosi del suo pensiero derivano da uno stato di necessità, che è sempre attuale.
La copertina del libro Machiavelli, o dell'incertezza. 
La politica come arte del rimedio, Donzelli editore, Roma 2003

La copertina del libro Machiavelli, o dell'incertezza. La politica come arte del rimedio, Donzelli editore, Roma 2003

Un esempio di attualità del pensiero machiavelliano?
FERRONI: Direi senz’altro la sua concezione della “politica come arte del rimedio”, espressione con la quale è sottotitolato il mio libro. È innanzitutto il realismo di Machiavelli – ad esempio il suo richiamo alla violenza originaria, e al suo perpetuo prolungarsi nella storia umana, tra uomo e uomo, popolo e popolo, Stato e Stato – a rappresentare un punto di riferimento anche nel fare politica oggi. Quello della violenza è, d’altronde, un dato che nella storia non è mai stato smentito. Allora, la funzione essenziale della politica consiste, secondo Machiavelli, nel porre rimedi, riparare le falle, trovare equilibri provvisori e sempre precari. Nel Principe, nei Discorsi, e anche nell’Arte della guerra, si dispiega un continuo rincorrersi di inconvenienti e rimedi. Si può dire che tutta la visione machiavelliana della politica si inserisce nel quadro di un’“antropologia del rimedio”.
L’idea del rimedio nasce anche dall’impossibilità per l’uomo di prevedere le “mosse” della fortuna…
FERRONI: L’insondabilità della “fortuna” è un elemento fondamentale del pensiero di Machiavelli. Egli usa le figure dell’«argine» e del «riparo». La «virtù» del politico è, in fondo, un modo di ricevere l’impeto delle forze di una natura esterna, la «fortuna» – i cui disegni e fini sono ignoti –, di controllarne l’alterità irriducibile e, se necessario, di «secondarla». Senza forzare la situazione, né piegandosi ad essa, ma cercando di evitare il peggio mantenendo sempre una speranza di salvezza. Anche questo aspetto della funzione del politico ha valenze per l’attualità.
Qual è l’origine del realismo di Machiavelli?
FERRONI: Il suo realismo si sviluppa nel linguaggio e nelle istanze della pratica quotidiana. È il risultato delle domande che si pone un uomo “pratico”, che frequenta assiduamente ma non professionalmente i classici. Un pensiero assolutamente non sistematico, ma del tutto “aperto” e contraddittorio, con radici popolari e borghesi che affondano nella cultura municipale fiorentina.
Può fare qualche esempio di elementi del suo pensiero con origini popolari?
FERRONI: L’idea della perenne “scontentezza” degli uomini, ad esempio, della loro costitutiva malignità, della loro inarrestabile ambizione, del loro desiderio incontentabile. Nella dialettica dell’ambizione e del desiderio si situa il nodo centrale dell’antropologia politica machiavelliana. In un celebre passo dei Discorsi scrive: «La natura ha creati gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa: tale che, essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello che si possiede, e la poca soddisfazione d’esso». Da questo stato scaturisce, per Machiavelli, l’errore nel giudizio umano, l’insicurezza che grava su ogni interpretazione della realtà. Questa concezione dell’incertezza, della precarietà delle cose umane ha sicuramente un’origine “bassa”, popolare.
In sintesi, professore, cosa si può imparare da Machiavelli?
FERRONI: Come ho detto prima, possiamo tenere innanzitutto presente il concetto di politica come arte del rimedio. Machiavelli ci dice in qualche modo che compito essenziale della civiltà e della politica è quello di studiare e mettere in atto rimedi ai mali e alle rovine che nascono dal loro medesimo seno. Da questo presupposto scaturiscono altre considerazioni, come la coscienza del fatto che l’agire dei contemporanei è comunque “venuto dopo”: l’importanza, cioè, di avvertire tutto il carico del passato sul presente, di tenere quindi presenti gli errori. Questo può far percepire la relatività di ogni obiettivo e di ogni meta, sempre provvisori. C’è poi il richiamo alla violenza originaria, violenza presente anche oggi nella tragica serie di conflitti in atto: il realismo di Machiavelli può rappresentare un invito ai nostri politici a non sottovalutare questa ineludibile «necessità» antropologica.
Ritratto di Cesare Borgia, il Valentino, e Niccolò Machiavelli in conversazione davanti al cardinale Pedro Loys Borgia e al segretario don Micheletto Corella, Maestro del Cinquecento, collezione privata

Ritratto di Cesare Borgia, il Valentino, e Niccolò Machiavelli in conversazione davanti al cardinale Pedro Loys Borgia e al segretario don Micheletto Corella, Maestro del Cinquecento, collezione privata

Permetta una domanda scherzosa, professore: se Machiavelli fosse vivo oggi, quale sarebbe la sua posizione politica in una prospettiva europea e mondiale?
FERRONI: Sto allo scherzo, e le rispondo che probabilmente sarebbe un europeista convinto. In lui c’era un senso forte della realtà europea, anche se il suo principale obiettivo era la difesa di una realtà municipale, quella fiorentina. D’altronde Machiavelli conosceva bene la politica francese e quella dell’imperatore Massimiliano. Quindi, pur avendo come punto di partenza Firenze, la sua era senz’altro un’ottica europea. Certo, sempre scherzando, mi viene da pensare che non sentirebbe il bisogno di enfatizzare l’idea delle radici cristiane del Vecchio continente. E in una prospettiva più ampia, più che di esportare democrazia nel mondo sentirebbe probabilmente il bisogno di mantenerla e rinsaldarla dove già c’è.


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