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ITALIA
tratto dal n. 01 - 2002

EBREI-CRISTIANI. Parla il professor Riccardo Di Segni

Dialogo nel concreto


Intervista a tutto campo con il nuovo rabbino capo di Roma


di Stefano Maria Paci


Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni

Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni

«Il realismo politico che quasi tutti predicano potrebbe forse essere un modello di comportamento nel contenzioso teologico ebraico-cristiano». Sono parole del nuovo rabbino capo di Roma alla sua prima uscita pubblica nell’ambito del dialogo ebrei-cristiani, lo scorso 17 gennaio, al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Parole che possono sintetizzare bene il nostro incontro con lui. Gli abbiamo chiesto un giudizio sulla Giornata di Assisi, sul rapporto con la Chiesa cattolica, sul suo nuovo incarico alla guida di una comunità antichissima.

Rabbino Riccardo Di Segni, lei è diventato da poco rabbino capo di Roma. Un incarico che in Italia comporta una specie di primazia sul mondo ebraico. Cosa ha significato, per lei, assumere questo impegno?
RICCARDO DI SEGNI: Innanzitutto una rivoluzione nella mia vita personale. Finora avevo fatto prevalentemente il medico e svolto solo marginalmente l’attività rabbinica. Adesso dovrò cambiare radicalmente l’organizzazione della mia esistenza. Ma al di là di questo, c’è il fatto che sono coinvolto in responsabilità e incarichi che sono, per quantità e qualità, impressionanti.
Responsabilità che la spaventano?
DI SEGNI: Sì, decisamente sì. Speriamo però che la Provvidenza, che mi ha quasi incastrato in questa funzione, svolga anche il suo ruolo di sostegno. Non vorrei scomodarla troppo, ma ho davvero bisogno di lei.
Elio Toaff, il suo predecessore, ha ricordato che l’elezione a rabbino capo è a vita...
DI SEGNI. Già. E mi spetta un’eredità terribile. Quella di Toaff è stata un’esperienza irripetibile e inimitabile. Ho avuto dubbi molto forti, prima di accettare l’idea di poter prendere il suo posto.
Quali sono le caratteristiche della comunità ebraica romana?
DI SEGNI: A Roma, la presenza ebraica è stata sempre una grande ricchezza per tutta la città. È la più antica comunità ebraica d’Europa presente in un luogo senza interruzioni. Ed ha piena coscienza della sua storia e della sua identità, cioè delle sue radici nella città. È questa coscienza che le ha permesso di resistere nei momenti peggiori.
C’è stato una specie di impegno programmatico, che lei ha presentato per l’elezione?
DI SEGNI: Sì, certamente.
Quali sono i punti-chiave?
DI SEGNI: Voglio innanzitutto che funzionino i servizi comunitari: i rituali religiosi, le case di preghiera, le sinagoghe. E poi c’è la questione della distribuzione e del controllo del cibo, che deve essere confezionato secondo le regole tradizionali. Visto dall’esterno può sembrare un problema semplice, in realtà è estremamente complicato, e molto importante. E poi cercherò di promuovere le attività di studio, e di incrementare l’assistenza sociale alla comunità.
E per quanto riguarda gli aspetti “pubblici”, quali saranno le caratteristiche del suo rabbinato? La città di Roma è il centro della politica italiana e in più ospita il Vaticano, cioè il cuore della Chiesa cattolica.
DI SEGNI: Riguardo alla politica, dovrà essere chiaro che la comunità ha i suoi rappresentanti, regolarmente eletti, che se ne occupano. Io non devo togliere loro questo compito. La parte che mi spetta è quella di capo religioso, e il mio ruolo, in una discussione politica, è quello di portare avanti le idee fondamentali: la necessità di una giustizia sociale, l’affermazione dei diritti dei bisognosi. Ci sono, politicamente, dei temi forti – come per esempio l’onestà e la solidarietà – che fanno parte della nostra identità e devono essere sostenuti dalla presenza religiosa.
E per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa cattolica?
DI SEGNI: Sono fermamente convinto della necessità, della doverosità del dialogo e del confronto con le altre religioni, in particolare con la Chiesa cattolica che ha a Roma il suo centro. Un dialogo che però deve essere portato avanti in un rapporto paritario, senza la pretesa di possedere la verità. E non deve essere un dialogo di tipo rituale, ma portare alla realizzazione di cose concrete. Abbiamo molte cose in comune con la Chiesa cattolica, e tante che ci dividono. Ad unirci c’è un’idea del ruolo dell’uomo nel mondo, che possiamo portare avanti assieme a beneficio di tutti. Se però trasformiamo il dialogo interconfessionale in un momento in cui convincere l’altro della bontà delle nostre idee, non si arriva a nulla.
Giovanni Paolo II è stato il primo Papa che è entrato nella vostra sinagoga, qui a Roma, il primo che, a nome di tutta la Chiesa, ha fatto un mea culpa rispetto all’ebraismo e che ha pregato davanti al Muro del Pianto. Gesti che hanno avuto molti apprezzamenti e che forse erano impensabili, prima di lui. Ma ci sono anche elementi dell’ebraismo che criticano molto questo Papa e la Chiesa cattolica. Lei cosa ne pensa?
DI SEGNI: Le critiche non sono rivolte a Giovanni Paolo II, se non per alcuni gesti che il suo entourage gli ha fatto compiere, e che non sono stati ritenuti rispettosi nei nostri confronti. Per esempio quello che è accaduto durante la visita del Papa in Siria, quando il presidente Assad nella moschea ha sollevato, lui musulmano, l’accusa di deicidio nei confronti degli ebrei, nella totale indifferenza delle autorità pontificie. O altri gesti, come la beatificazione di papa Pio IX o l’approvazione del documento Dominus Iesus. Ma non voglio analizzare questi fatti nel dettaglio, perché il problema non è il comportamento del Papa. Lui è una grande personalità e ha fatto moltissimo rispetto ai suoi predecessori: negli anni del suo pontificato, sono stati fatti dei passi avanti incredibili. Ma il punto è che ci sono aspetti irrisolti nei rapporti tra ebrei e cristiani. Molti sono stati appianati in maniera soddisfacente, altri no. L’agenda è ancora ricca di argomenti da discutere.
Lei, se non sbaglio, ha studiato molto il rapporto ebraico-cristiano e il confronto storico tra le due religioni. Ci saranno degli accenti diversi, rispetto al rabbinato di Toaff, nei confronti della Chiesa cattolica?
DI SEGNI: È vero, provengo da un’esperienza di studi in questo campo, e ho anche una mia esperienza personale su come gestire questo tipo di rapporti. L’originalità del mio rabbinato dipende proprio da questo mio percorso personale.
Ma ci sono dei punti particolari, nel dialogo interreligioso, su cui lei intende focalizzare l’attenzione? Punti forti a cui lei tiene, e a proposito dei quali ha pensato: “Durante il mio rabbinato, io spero di riuscire a fare questo”?
DI SEGNI: È un percorso tutto da scoprire. Ma quello a cui terrei molto è soprattutto il lavoro sul concreto: vorrei evitare di far passare come vero dialogo le cerimonie liturgiche più o meno comuni. Parlo di cerimonie liturgiche in senso lato: le grandi manifestazioni.
Cerco di spiegarmi meglio. Da una parte vorrei poter definire una piattaforma comune veramente utile, dall’altra vorrei mettere dei paletti ideologici grazie ai quali si possa francamente dire: “Fino a qua possiamo discutere, oltre non possiamo andare”. E sarebbe bene anche riuscire a definire, a questo proposito, una ideologia ebraica. Faccio notare un fatto: sul problema dei rapporti tra ebrei e cristiani c’è una produzione importante, per numero e per qualità, di documenti pontifici e vaticani. Di contro, la produzione ebraica sull’argomento è molto, davvero molto limitata. Abbiamo quindi delle terribili difficoltà interne ad affrontare questo problema. Ci hanno provato in Francia, con esiti abbastanza infelici, e in America, con esiti discutibili. Se noi ebrei ci chiarissimo di più le idee su questo argomento, sarebbe meglio…
Insomma, idee variegate e che non hanno un punto di sintesi. Se capisco bene, lei ammette che la Chiesa cattolica ha qualche difficoltà a dialogare con il mondo ebraico perché non incontra un interlocutore preciso.
DI SEGNI: È così. Questa è la realtà ebraica: una realtà complicata e dinamica per sua natura.
Che giudizio dà dell’incontro interreligioso di Assisi?
DI SEGNI: È stata un’occasione molto importante per verificare la buona volontà e la disponibilità dei rappresentanti di tanti mondi religiosi a confrontarsi sul tema della pace. Anche se devo dire che, dal punto di vista strettamente ebraico, noi siamo culturalmente più propensi a considerare come momento principale per la pace la discussione tra gli interessati, piuttosto che un momento squisitamente religioso come quello. Gran parte delle persone che devono decidere le sorti di questo conflitto non hanno partecipato all’incontro di Assisi, e nemmeno ne vengono influenzate. Comunque, Assisi è stato un momento di speranza, perché il dialogo, l’incontro, la preghiera, per una persona religiosa hanno un senso. E se la preghiera si fonda su intenzioni sincere, certamente verrà accolta e darà i suoi frutti.
Ad Assisi non eravate presenti né lei – ma era già previsto che non partecipasse – né l’ex rabbino capo Elio Toaff, impossibilitato all’ultimo momento. Qualcuno ha voluto interpretarlo come un giudizio negativo su Assisi. Lei cosa risponde?
DI SEGNI: No, non è stato affatto così. Il rabbino emerito Elio Toaff ha 86 anni, ed era appena uscito da un’influenza: una giornata così pesante non poteva permettersela. Per quanto riguarda me, avevo contato sulla buona salute dell’ex rabbino capo, e quel giorno avevo due impegni importanti, legati alla Giornata della memoria: un incontro alla Camera con i gruppi parlamentari e un incontro in Campidoglio. Purtroppo le nostre forze sono poche, e non riusciamo a stare dietro a tutto. Comunque, colgo l’occasione per ribadirlo: nessun giudizio negativo su Assisi. A rappresentare la comunità romana era presente il rabbino Piattelli.
Dopo l’11 settembre ci si è accorti con evidenza che il Male non abita fuori dalle mura delle religioni, ma al suo interno. Barbara Spinelli, sulla prima pagina del quotidiano La Stampa, ha detto che questo richiede un profondo ripensamento per tutte le religioni, anche per l’ebraismo. È così?
DI SEGNI: Barbara Spinelli sta insistendo da tempo sulla tesi che siamo come dei colpevoli che devono chiedere scusa. Non so da cosa le deriva questa idea. Forse dall’aver malamente appreso l’insegnamento cristiano preconciliare del sangue che ricade sulle nostre teste. Io non mi considero affatto colpevole. Ogni religione ha il rischio di covare al suo interno questa responsabilità ed è un giudizio al quale tutti quanti dobbiamo avvicinarci con umiltà ma senza una condanna di base ereditata al momento della nascita.
Ad Assisi il rabbino americano Israel Singer, presidente del World Jewish Congress, ha detto, abbandonando il discorso ufficiale e rivolgendosi al rappresentante musulmano: «La pace non va lasciata ai generali. Voi dovete chiedere al vostro popolo e noi ai nostri fedeli se la terra e le città sono più importanti delle vite umane», probabilmente riferendosi al fatto che Israele è governato da un ex generale, e che in nome della difesa della terra sono oramai centinaia i morti di questi ultimi mesi. Che giudizio dà di quanto sta accadendo in Israele?
DI SEGNI: I generali sono quelli che oltre a fare la guerra sono talvolta anche capaci di fare la pace e di imporla in nome di un loro carisma. Non dimentichiamo che era un generale anche Rabin.
In Israele la pace è il problema cruciale di ben due popoli. Cosa pensa occorra fare, concretamente, per interrompere questa spirale di violenza?
DI SEGNI: Si tratta di un problema essenzialmente politico. Dipende dalla disponibilità di entrambe le parti a cedere qualcosa.
Io però vorrei fare un discorso di principio. Perché troppo spesso ci viene chiesto di rinunciare a qualcosa, e ci si dice che abbiamo torto. Il problema è impostato male. Lei, dopo questa intervista, oggi tornerà a casa tranquillamente, in macchina o in bus. Non avrà il problema di rischiare di saltare per aria sull’autobus, o di morire dilaniato mentre tranquillamente mangia con la sua famiglia in un ristorante. Le persone alle quali in Israele si chiede di rinunciare a tutto, di essere ragionevoli, di non fare ritorsioni per un attentato, sono persone che ogni giorno si confrontano con un interlocutore di cui non si conosce l’affidabilità e che rischiano la pelle quotidianamente. Chi sta qui in Italia, vivendo tranquillamente, non può permettersi giudizi verso persone che stanno facendo scommesse sulla loro vita.
Il dialogo tra i tre monoteismi può delineare una risposta al terrorismo e alla violenza, anche religiosa?
La sinagoga di Roma

La sinagoga di Roma

DI SEGNI: Certamente. Il dialogo è necessario, è un imperativo. Il rischio che corrono le religioni in questo momento è che la violenza e l’estremismo vengano identificati come l’espressione prevalente della religione. E che di conseguenza si scateni, contro i fedeli di una religione e tra fedeli di religioni diverse, una reazione non meno violenta di intolleranza. Quindi, tutto ciò che si fa per evitare questi rischi è benvenuto, e anche la manifestazione di Assisi è un contributo importante in questa direzione.
Rabbino, una domanda di politica interna. Lei ha avuto un incontro riservato con Gianfranco Fini, il segretario di Alleanza nazionale, un partito che discende dal Partito fascista. Un incontro che ha creato qualche malumore, forse anche all’interno della comunità ebraica. Perché lo ha fatto? State cercando di “sdoganare” Alleanza nazionale?
DI SEGNI: Le nostre rappresentanze politiche, che rappresentano democraticamente tutti gli ebrei italiani, hanno già fatto ad An delle richieste, nei loro documenti ufficiali. Il mio incontro, assolutamente riservato, con l’onorevole Fini è stata un’occasione per mettere a punto quello che si poteva fare in questo senso. Ma sarebbe stato meglio, molto meglio che ne fosse seguito l’assoluto silenzio.
Come mai, secondo lei, è stata divulgata la notizia?
DI SEGNI: Qualcuno forse ha pensato di poter avere un guadagno immediato d’immagine. Purtroppo, il risultato è stata una reazione di orgoglio da entrambe le parti, che a tutto può giovare tranne che ad una rapida conclusione del problema.
Che era quello al quale lei tendeva.
DI SEGNI: È quello che ancora spero possa accadere.



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