La Chiesa e la crisi argentina
«Questa politica economica è un aborto per i già nati»
Così scriveva più di un anno fa Miguel Esteban Hesayne, unico vescovo superstite tra i pochi che condannarono pubblicamente la dittatura. Oggi la Chiesa siede come garante nel Foro di dialogo e di concertazione nazionale, e non evita di interrogarsi anche sulle proprie responsabilità nella crisi del Paese
di Gianni Valente

16 gennaio: il presidente Duhalde affiancato da monsignor Karlic annuncia il piano di riconciliazione nazionale
L’immagine plastica della tutela ecclesiale accordata al tentativo di uscire dalla crisi è stata la foto del 16 gennaio scorso che ritrae il presidente Eduardo Duhalde mentre lancia il piano di riconciliazione nazionale dal patio della chiesa di Santa Catarina, con a fianco il presidente dell’episcopato Estanislao Esteban Karlic e con in prima fila i tre vescovi – Jorge Casaretto, Juan Carlos Maccarone e Ramón Staffolani – coinvolti come garanti nel Foro di dialogo e di concertazione nazionale. Una sovraesposizione pubblica che è stata accompagnata fin dall’inizio da inquietudini ecclesiali e pastorali. Alcune di queste perplessità sono emerse nel comunicato emesso dagli stessi tre prelati dopo due settimane di incontri e consultazioni con le forze sociali – politici, imprenditori, sindacati, associazioni di cittadini –. Nel testo stringato, dopo aver ribadito che la presenza di uomini di Chiesa al tavolo del dialogo argentino «non è esercizio di potere politico, né intento di occupare un luogo che non ci corrisponde», i prelati hanno espresso il timore che il dialogo «possa trasformarsi in una nuova frustrazione, un modo di guadagnare tempo per permettere che si smorzi il profondo malessere del popolo e tutto prosegua come prima». Hanno espresso senza remore domande scomode («un grande interrogativo era presente in quasi tutte le conversazioni: come è possibile generare grandi cambiamenti con gli stessi attori che hanno portato il Paese alla situazione attuale?») e riconosciuto che «sebbene siano molte le proposte che si vanno raccogliendo, sono poche le offerte di rinunce personali o settoriali che permettano di credere in una sincera volontà di cambiamento».
Quando la casa brucia, non si può rimanere in finestra. La “cupola” della gerarchia cattolica argentina si è sentita quasi obbligata dai fatti a scegliere la linea “interventista”. Nel discredito totale che ha travolto le istituzioni e la classe dirigente, l’unica realtà che negli ultimi tempi aveva visto aumentare la stima e il consenso popolare è la Chiesa. In un sondaggio Gallup realizzato alla fine del ’98 per misurare la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni, la Chiesa risultava al primo posto, con un dato di gradimento del 64%. Anche un osservatore critico con l’istituzione ecclesiastica come il sociologo Fortunato Mallimaci riconosce: «È indiscutibile che in poco più di quindici anni la Chiesa cattolica ha ricomposto la sua immagine nella società. Alla fine della dittatura militare, nel 1983, appariva come uno dei principali complici del regime e il suo consenso sociale era totalmente screditato. Anche quell’esperienza spiega l’attuale protagonismo dei vescovi. Non vogliono essere accusati di essersi chiamati fuori, come avvenne allora davanti alla repressione della dittatura».
La strada intrapresa dalla Chiesa davanti alla crisi non è certo priva di insidie. Ad extra, la espone alla critica di essersi trasformata in lobby politica. O di avere speso il proprio prestigio per puntellare un sistema irrecuperabile, nel caso che il tentativo del governo Duhalde fosse destinato a fallire. Ad intra, i riflettori e i microfoni possono dare alla testa, riaccendere illusori trionfalismi ecclesiali. Quelli che vedono la preponderanza socioculturale come orizzonte ultimo della missione della Chiesa, propinata come colonna vertebrale della nazione. Una retorica che in tempi recenti ha fatto perdere di vista i fenomeni di scristianizzazione reale. «Viviamo in una società scristianizzata con una forte presenza culturale cattolica» nota Mallimaci. E spiega il paradosso: «Qui tutto è cattolico. C’è l’immagine della Madonna alle stazioni del metro, nelle aule delle università statali, nelle sedi dei sindacati e nei ministeri. La scelta del ministro dell’Educazione deve avvenire col consenso della Chiesa. Ma alla messa domenicale e alla pratica ordinaria dei sacramenti come l’eucaristia prende parte al massimo il 10% della popolazione». In questa prospettiva, l’inclinazione dimessa e spirituale di due figure tra le più in vista dell’episcopato argentino, monsignor Karlic e il cardinale Bergoglio, può rivelarsi un buon antidoto naturale alla suadente retorica della Chiesa-cittadella dei virtuosi incontaminati, unici senza macchia nel crollo nazionale. Non a caso, i documenti episcopali pubblicati col precipitare della crisi hanno sempre evitato accenni autoassolutori. Nella dichiarazione Reconstruir la Patria, firmata dalla Commissione permanente della Conferenza episcopale l’8 gennaio scorso, si può leggere: «Anche noi Pastori dobbiamo esaminarci. In un Paese che si professa per la maggioranza cristiano non è facile spiegare la crisi presente senza una grave mancanza di coerenza tra la fede e la vita, e nella catechesi e nella predicazione della morale sociale».
La Chiesa e il menemismo
Negli anni in cui il modello economico che ora è franato si andava impiantando, cosa faceva la Chiesa? Jorge Casaretto, vescovo di San Isidro e presidente della Caritas nazionale, non ha dubbi: «Da anni mettevamo in guardia sulla drammaticità della situazione. Da anni dicevamo che il Paese si stava impoverendo e che i poveri stavano aumentando. I governi cercavano di dissimulare i nostri allarmi». In effetti, dalla metà degli anni Novanta le critiche di vescovi e sacerdoti al modello economico e sociale imposto dal pensiero unico neoliberista si erano andate infittendo. Una reazione corale che andava dalle critiche della Commissione episcopale per l’emigrazione contro la politica xenofoba del governo e delle imprese nei confronti degli immigrati, alle ricorrenti denuncie dell’ex presidente della Caritas Rafael Rey in riferimento alle donazioni governative in denaro offerte in cambio dell’appoggio alle politiche ufficiali. Erano divenuti quasi quotidiani gli interventi di una lista sempre più lunga di vescovi di ogni parte del Paese – da Marcelo Melani di Viedma ad Agustín Radrizzani di Lomas de Zamora, da Pedro Olmedo di Humahuaca a Marcelo Palentini di Jujuy – concordi nel denunciare gli effetti delle politiche neoliberiste sugli esclusi dal modello: i licenziati, i disoccupati, gli impoveriti della classe media. Più di un anno fa, il vescovo emerito di Viedma Miguel Esteban Hesayne aveva scritto una lettera all’allora presidente Fernando de la Rúa, in cui definiva la politica economica del governo come un genocidio in guanti bianchi e un «aborto per i già nati». Ricordando che secondo il diritto canonico chi compie un aborto non può accostarsi all’eucaristia, aveva prospettato per i responsabili di tale modello imposto al Paese il divieto di accedere alla comunione.
Gli argomenti dell’uscita provocatoria di monsignor Hesayne, unico superstite tra i pochi vescovi che condannarono pubblicamente la dittatura, non erano scelti a caso. Per tutti gli anni Novanta, proprio mentre instaurava nel Paese il modello economico oggi sotto accusa, il governo di Carlos Menem aveva selezionato le tematiche della difesa della vita e della morale familiare come terreno privilegiato per i suoi rapporti con la Chiesa cattolica. Una vera e propria strategia, culminata con la creazione di un assessorato presidenziale per la difesa dei diritti del non nato e con il decreto presidenziale che nel dicembre ’98 istituiva la festa del bambino non nato, fissandola alla data del 25 marzo, giorno in cui la Chiesa celebra l’Annunciazione. Talvolta, come scrive adesso il quotidiano La Nación, «si ebbe la non gradevole sensazione che si stava utilizzando l’adesione a determinati principi universali cari alla Chiesa e alla vita morale per intorpidire le assai ragionevoli critiche dei vescovi del nostro Paese». Si puntava a guadagnare la legittimazione “cattolica” al governo menemista ostentando totale aderenza ai principi pro-life e alla morale sessuale e familiare, proprio mentre si andava allestendo un modello economico destinato a stritolare milioni di persone. L’operazione non convinceva tutti. Come ricorda oggi monsignor Casaretto, «l’insistenza esclusiva sui temi dell’aborto e della morale sessuale e familiare da parte del governo avveniva con un evidente intento di strumentalizzazione della gerarchia». Ma parecchi vescovi provavano legittima soddisfazione davanti a tanta sensibilità governativa sui temi della vita e della morale familiare. Alcuni fondavano anche su ragioni più concrete il loro consenso al menemismo: «L’apparato presidenziale» spiega Casaretto «trovava i modi per aiutare i vescovi filogovernativi, anche con l’uso di fondi e di risorse economiche per favorire gli amici». È documentato, ad esempio, che fondi dell’Ajuda del Tesor nacional venivano discrezionalmente dirottati verso alcuni prelati noti per le loro entrature alla Casa Rosada.

Disoccupati in fila a un comedor, una mensa allestita in una parrocchia. Nell’attuale crisi, più di un milione di persone sopravvive grazie all’assistenza quotidiana della Caritas
Contatti romani
Durante la lunga stagione menemista, il modus operandi governativo nei confronti della Chiesa aveva puntato molto anche sulla carta vaticana. Dal ’92, alle diverse Conferenze internazionali (Rio de Janeiro, Il Cairo, Pechino) che affrontavano centralmente o lateralmente problematiche come l’aborto, il controllo delle nascite o i cosiddetti “diritti riproduttivi”, le delegazioni argentine espressero sempre una posizione coincidente in toto con quella della Santa Sede. In tali occasioni, come notava in un editoriale del ’98 la rivista Criterio, espressione dell’intellighenzia cattolica liberal, «l’Argentina tenne un profilo singolarmente alto, in una linea che era la sua tradizionale, ma sottolineando specialmente la vicinanza con la Santa Sede. Di fatto, l’Argentina fu spesso l’unico Paese di una certa importanza che accentuò queste questioni, a volte con posizioni più intransigenti rispetto alla stessa delegazione papale». Un allineamento gradito che permise più volte al governo Menem di esibire davanti alla Chiesa argentina, e anche ai suoi settori più critici, i solidi legami della Casa Rosada con le alte sfere del Vaticano. Negli anni di governo, Menem incontrò il Papa cinque volte, comprese tre visite ufficiali nel ’90, nel ’92 e nel ’97. In alcune occasioni, come l’udienza richiesta al Pontefice per «inquietudini spirituali» nell’ottobre ’97, a sole due settimane dalle elezioni legislative argentine, «nessuno dubitò che la riunione fosse stata promossa con un fine propagandistico, ed essa, dopo uno straordinario spiegamento giornalistico e protocollare, si limitò a una brevissima conversazione», come scrive Ángel Centeno, segretario al Culto dall’89 al ’98, nel suo libello Relaciones entre el gobierno, la Iglesia Católica y los otros cultos (1989-1998).
L’indiscusso tessitore dei rapporti tra governo argentino e governo vaticano, negli anni del menemismo, fu Esteban Caselli, soprannominato dai giornali d’opposizione “il vescovo” per le sue frequentazioni ecclesiastiche. I suoi rapporti personali con Menem si sono deteriorati quando è esploso l’affaireCdel traffico d’armi vendute illegalmente alla Croazia e all’Ecuador al tempo in cui i due Paesi erano in guerra rispettivamente con la Serbia e il Perù. Le indagini hanno portato anche all’arresto dell’ex presidente. La testimonianza di Caselli, coinvolto anche lui nell’inchiesta, ha contribuito a inguaiare Menem. Ma ai tempi d’oro del menemismo, lo stesso Caselli, che è stato anche ambasciatore argentino presso la Santa Sede dal ’97 al ’99, aveva contribuito con la sua rete di conoscenze alla linea dei rapporti diretti e privilegiati tra la Casa Rosada e le stanze vaticane, spesso usando metodi poco istituzionali e con la Chiesa argentina tenuta fuori dai giochi. Nel ’98, ad esempio, mentre Menem spingeva per aggirare il dettato costituzionale che gli impediva di candidarsi per la terza volta alla carica presidenziale, venne annunciata la visita che il Papa avrebbe compiuto nel novembre di quell’anno alla chiesa argentina di Roma, durante la quale era previsto l’ennesimo incontro tra Giovanni Paolo II e il presidente argentino. Un’iniziativa organizzata e gestita in toto da Caselli, con i vescovi argentini – la cui Conferenza è tra l’altro proprietaria della chiesa romana di piazza Buenos Aires – tenuti all’oscuro di tutto.
Nel nuovo governo Duhalde, proprio Caselli è stato scelto come nuovo segretario del Culto, soprattutto in virtù della sua contiguità politica con il cancelliere Carlos Ruckauf. La sua prima mossa è stata il tentativo di far rimuovere l’attuale ambasciatore argentino presso la Santa Sede Vicente Espeche Gil, diplomatico di carriera legato all’area di Criterio. Alcuni vescovi, non nascondendo una certa irritazione, hanno fatto notare l’inopportunità di cambi nella sede diplomatica presso il Vaticano proprio in coincidenza del periodo delle visite ad limina dell’episcopato argentino. Reazione che – per ora – ha bloccato il siluramento diplomatico.