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APPROFONDIMENTI
tratto dal n. 01 - 2002

Magistrati e politica


I togati, quando entrano in Parlamento come deputati o come senatori, cambiano il loro giudizio negativo su chi è chiamato a fare le leggi? Un sondaggio tra i magistrati che già nella scorsa legislatura erano “prestati al Palazzo”. Ecco i primi interventi


a cura di Giulio Andreotti


INTRODUZIONE

Nelle prime legislature repubblicane la presenza di magistrati in Parlamento è stata molto scarsa. E si trattava in genere di giudici ormai a riposo per limiti di età (gli Azara, i Pafundi) che richiamavano da vicino i senatori del Regno. Una eccezione fu Oscar Luigi Scalfaro che, da poco togato, si candidava nel 1948 alla Costituente e poi alla Camera per rimanere a Montecitorio fino alla sua elezione al Quirinale (con la automatica assicurazione successiva del laticlavio a vita). Ma ad un certo punto sia democristiani che comunisti ritennero opportuno acquisire l’esperienza diretta di magistrati, con una iniziativa che si sarebbe dimostrata in seguito felice anche per contrastare una ritenuta antinomia tra i mandati elettivi e la professione giudiziaria. Circostanze varie rischiano di scavare un solco tra i due mondi che deve essere superato se non si vuole far passare la nazione attraverso una brutta avventura. Oggi sono presenti a Montecitorio dieci togati e otto a Palazzo Madama.
Ma, veder da vicino i politici e lavorare con loro ha modificato i pregiudizi che sembrava demonizzassero gli eletti agli occhi di procuratori e di giudicanti? Non è possibile dirlo in termini assoluti, ma ho iniziato un piccolo sondaggio nell’ambito delle due Camere, e pubblico qui alcune risposte, avviando un dibattito che spero sia costruttivo.


Salvatore Senese

Salvatore Senese

SALVATORE SENESE

Ho fatto parte del Parlamento italiano dai primi mesi del 1992 sino al 30 maggio scorso. Quasi dieci anni, durante i quali si sono snodate tre legislature e si è sviluppata una difficile transizione politica (non saprei dire se, allo stato, conclusa). Del tutto ovvio, quindi, che una tale esperienza sia stata per me fonte di uno straordinario arricchimento culturale, che inevitabilmente ha comportato una modificazione di categorie di giudizio, parametri valutativi e cognitivi, schemi culturali insomma, intrecciandosi e confondendosi con le modificazioni che, nella cultura di chi opera nelle istituzioni e sulla realtà sociale, inevitabilmente comporta il trascorrere del tempo e il mutamento dei dati storici e sociopolitici. Altrettanto ovviamente, la sfera della politica ha costituito l’oggetto privilegiato di questa modificazione di giudizi ed opinioni. E tuttavia avrei qualche difficoltà a ritenere che una tale modificazione abbia investito in particolare “il cosiddetto mondo politico”. Infatti, se con tale espressione s’intende il ceto politico, gli anni trascorsi in Parlamento mi hanno più o meno confermato l’opinione che da tempo mi ero andato formando, e cioè che, se può certo parlarsi di un ceto politico, questo – non diversamente da quanto avviene per ogni altro ceto – è formato da soggetti assai diversi tra loro per capacità, probità, qualità personali o morali, visione del mondo, scale di valori; al pari, ad esempio, del ceto dei giuristi o dei commercianti, tra i quali l’esercizio della comune professione o del comune mestiere non determina, al di là di alcuni tratti culturali comuni e della tendenza alla difesa di alcuni comuni interessi, l’appartenenza ad un gruppo totalizzate ed omogeneizzante. Oltretutto, in questi anni, ho assistito ad un rinnovamento del ceto politico certamente più accentuato che nei decorsi decenni, che peraltro non mi pare abbia comportato, nei caratteri del ceto, modificazioni altrettanto rilevanti che quelle prodottesi nel sistema politico. Se poi, per “mondo politico” s’intende qualcosa di più ampio che il solo ceto politico, comprensivo anche dei partiti e dei movimenti, delle prassi e dei costumi che, in aggiunta alle regole scritte, reggono il circuito governo-Parlamento-istituzioni, anche in tal caso devo dire che – al di là delle modificazioni direttamente derivanti dai mutamenti intervenuti in quest’insieme – il mio pensiero al riguardo non ha conosciuto apprezzabili mutamenti. Questa relativa insensibilità al vissuto diretto ha probabilmente una duplice causa. La prima è che, già da qualche tempo, mi ero andato mitridatizzando nei confronti di quell’atteggiamento mentale che, parafrasando del tutto liberamente il titolo di un libro francese della fine degli anni Ottanta, potremmo definire “il bisogno politico di Dio”. Mitridatizzazione, sia detto per inciso, che non implica necessariamente cinismo o scettico disincanto nei confronti della politica – v’è pure la lezione che viene dall’etsi Deus non daretur! –, ma può valere ad evitare quei fenomeni di cocente delusione, pur verificatisi in questi anni, di chi si accosta alla politica pensando di trovare in essa il mezzo per la palingenesi. La seconda ragione, più direttamente collegata alla qualità di magistrato che fonda la mia legittimazione passiva all’interpello cui con queste note rispondo, è che non ho mai condiviso quell’antica diffidenza verso la politica ed i partiti che ha lontane origini nel senso comune del nostro Paese e nella cultura giudiziaria italiana in particolare. Indagare le radici di tale diffidenza nel senso comune (a mio parere collegate ai corposi e non risolti residui di ancien régime che le vicende dell’unità d’Italia hanno consegnato allo Stato unitario) ci condurrebbe un po’ troppo fuori tema. Ma, per quanto riguarda la cultura giudiziaria, vale la pena di accennare al ruolo, tutto sommato liberale e antitotalitario, che quella diffidenza giocò nei confronti dell’invadenza del regime fascista verso gli apparati di giustizia e la magistratura, specie nell’ultimo decennio. Grazie a quella diffidenza, che rappresentava la politica come il luogo delle passioni, della parzialità e persino dell’intrigo da faccendiere, contrapposto al mondo della razionalità e sistematicità della scienza giuridica, giudici e giuristi riuscirono ad opporre una qual certa barriera alla fascistizzazione non solo delle sentenze ma anche di importanti prodotti legislativi: emblematica al riguardo la vicenda del codice civile, la cui confezione fu sottratta ad una grossolana fascistizzazione proprio in virtù di quell’atteggiamento culturale. Ciò spiega come un tale atteggiamento culturale, larghissimamente maggioritario tra i magistrati alla caduta dei fascismo, non fosse affatto sentito come dissonante dalla nascente democrazia e fosse guardato con rispetto ed attenzione persino dalla Costituente, che tuttavia ebbe il merito di saper resistere alle sollecitazioni provenienti dalla ricostituita Associazione dei magistrati in punto di soluzioni istituzionali relative all’ordine giudiziario, tutte fortemente tributarie di quella cultura (un Csm composto esclusivamente di magistrati, il controllo di costituzionalità delle leggi affidato esclusivamente alla Corte di Cassazione, e via dicendo). Vale forse anche la pena di ricordare come la diffidenza, verso la politica, se aiutò giudici e giuristi italiani a non essere fagocitati dal fascismo, rappresentò invece l’humus sul quale poté attecchire la nazificazione delle professioni giudiziarie in Germania. Infatti, posta di fronte al drammatico crollo dell’impero e all’avvento della democrazia, all’indomani della prima guerra mondiale, la cultura giudiziaria tedesca non riuscì ad avvertire il nuovo e il cambiamento se non in termini di “disordine”, d’irruzione della politica nella legislazione, di perdita di senso dell’ordinamento. Fu così che, in nome dell’ostilità alla politica, la maggioranza dei giudici tedeschi rifiutò la sovranità popolare ed i suoi (ai loro occhi) disordinati prodotti legislativi, rifiutò la democrazia e le leggi-compromesso che essa partoriva, contrappose alla legalità del Parlamento i principi dell’equità desunti dal codice civile, e seguendo una tale deriva finì per accettare il nazismo e per irregimentarsi nelle sue file confluendo il 25 maggio 1933 nell’associazione dei giuristi nazionalsocialisti diretta dall’oggi tristemente famoso dottor Franck.
Ho indugiato su queste vicende, che rimandano a problemi storiografici di grande portata (non ultimo, le differenze tra fascismo e nazismo), perché esse mostrano, per un verso, la profondità e ramificazione di un certo modo di guardare alla politica da parte degli appartenenti al mondo giudiziario; dall’altro, l’ambivalenza di una certa diffidenza di questo mondo verso la politica; dall’altro ancora, l’utilità – ai fini del superamento di quella diffidenza – di un approccio nutrito di consapevolezza storica ed alieno da manicheismi. Questo approccio, al quale certo può giovare l’aver fatto parte per un certo tempo del Parlamento, trova però oggi ostacolo, a mio avviso, in un atteggiamento negativo della pubblica opinione verso il “mondo della politica”; un atteggiamento che rischia di ridare fiato alle forme più retrive e acritiche dell’antica diffidenza e che può essere contrastato solo affrontando il problema centrale del distacco dei cittadini dalla politica.



Alberto Maritati

Alberto Maritati

ALBRTO MARITATI

La domanda che mi pone invero meriterebbe un chiarimento, attesa la sua genericità; ma, poiché mi invita nel contempo ad essere “sintetico” mi sforzerò di esserlo riservando se mai eventuali approfondimenti in una sede più appropriata.
Ho svolto le funzioni di magistrato per poco più di trentaquattro anni e pertanto era ovvio prevedere che sarebbe stato non facile l’adattamento ad una professione che naturalmente è fondata su principi regolatori differenti da quelli che sottendono alla professione del magistrato.
Dopo appena due anni di mandato parlamentare penso di essere in condizione di esprimere una valutazione serena sul cosiddetto mondo politico, ed in particolare su ciò che appare a chi, come me, ha limitato il suo impegno ad una breve esperienza di governo ed al lavoro di senatore.
Trattasi di un mondo assai variegato dove coesistono persone di gran valore che si dedicano con energia e serietà al non facile lavoro parlamentare, con personaggi che fanno della politica un momento di vana esibizione o di affermazione personale o di gruppo, al fine di soddisfare meri interessi di parte.
Al momento non sono in condizione di affermare se quest’ultima categoria sia o meno in crisi!
Resto particolarmente colpito dai tempi e dai modi con cui si svolgono i lavori parlamentari. Ritengo infatti che il tempo sprecato in attività affrettate o disordinate sia eccessivo.
Ritengo che potrebbe essere molto più utile e proficuo potenziare il lavoro delle commissioni, dove la partecipazione dei singoli parlamentari è assai più agevole, limitando il numero delle sedute in aula ai soli argomenti generali di fondamentale importanza e per gli aspetti degli atti legislativi che non richiedano particolari conoscenze tecniche.
Valuto peraltro inconcepibile che le sedute del Senato debbano solitamente svolgersi nel più assoluto disinteresse della gran parte dei presenti e con un frastuono che impedisce ad eventuali volenterosi di seguire l’esame dei testi in discussione.
Mi chiedo a tal proposito perché mai nelle aule di giustizia l’attività processuale si svolga nel rigoroso silenzio, mentre nelle sedute del massimo organo legislativo si debba assistere ad uno spettacolo che richiama, di frequente, l’immagine di una piazza o di un ufficio di Borsa!
Resto convinto che la politica è uno dei più importanti strumenti per favorire il miglioramento della vita individuale ed associata ma ritengo che il cosiddetto mondo politico sia caratterizzato da eccessiva improvvisazione, che abbia spesso in scarsa considerazione il rispetto rigoroso delle regole e che, sotto l’aspetto degli ideali, sia seriamente in crisi.
In più occasioni alcuni colleghi senatori mi hanno contestato che, nonostante la nuova collocazione istituzionale, resto pur sempre un “magistrato”, naturalmente ciò detto con il tono di un, sia pure affettuoso, rimprovero!
Non escludo quindi che queste mie impressioni siano condizionate da un modo di pensare e di sentire le pubbliche istituzioni, formatosi in tanti anni vissuti in un contesto certamente differente.



Franco Frattini

Franco Frattini

FRANCO FRATTINI

Non credo di poter dire che la mia esperienza di parlamentare – iniziata nel 1996 – abbia cambiato la mia idea del mondo politico. Ma tutto ciò unicamente perché essa era preceduta da un lungo tirocinio, prima come tecnico a fianco di ministri e di ben tre capi di governo e poi come ministro di un governo tecnico; in tali occasioni ho potuto prendere contatto e conoscere il mondo politico, le sue regole, i suoi rituali.
Non ho cioè conosciuto l’impatto – in qualche caso probabilmente anche negativo – che può più facilmente provare chi proviene, in modo immediato e diretto, dalla cosiddetta società civile e dal mondo delle professioni.
Ho avuto poi la fortuna, nella mia prima legislatura, di ricoprire un incarico istituzionale, esperienza più facilmente compatibile con la mia professionalità.


CONCLUSIONE


Nel nostro sistema costituzionale l’autonomia della magistratura è rigorosamente tutelata. A parte le dissertazioni giuridiche dei competenti e le consultazioni dei verbali e degli atti preparatori, io posso rifarmi alla diretta esperienza del 1946-47. Dominava in ambedue gli schieramenti politici la preoccupazione di una vittoria dell’altro: noi pensavamo che il successo della sinistra volesse dire adozione del modello di Mosca; la sinistra invece riteneva che l’Alleanza di centro significasse restaurazione fascista. Ne conseguiva la forte spinta a garantire l’indipendenza dei giudici e la loro assoluta estraneità dalle parti. La Costituzione prevede anche la possibilità di limitare o vietare per legge l’appartenenza ai partiti, ma di fatto (e opportunamente) questa legge non si è fatta. Semmai potrebbe formalizzarsi il divieto di svolgere attività di partito, ma personalmente credo poco alla necessità e all’utilità di una norma del genere.
Dove invece si può riconsiderare lo
status quo è nella formazione del Consiglio superiore della magistratura, una parte del quale è eletto dalle Camere. È un tema aperto sul quale mi auguro non prevalgano opposti estremismi. Se fosse possibile adottare il metodo in vigore per il Tribunale dei ministri (sorteggio) sarebbe il miglior antidoto contro ogni tentazione di eccesso associativo.
La mia generazione era abituata a considerare i giudici come sacerdoti civili. Ho ricordato recentemente in un raccontino l’accoglienza rispettosa e festosa che ogni giovedì noi ragazzini villeggianti insieme ai locali facevamo al pretore che veniva da Roma e sentenziava in nome del re. Pensavamo davvero che prima e dopo la trasferta si recasse al Quirinale e che fosse lì una specie di Vaticano della giustizia.


Giulio Andreotti



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