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ARCHEOLOGIA
tratto dal n. 01 - 2002

SCOPERTE

Lettera dalle sabbie


Un papiro, trovato anni fa nel deserto dell’Egitto, potrebbe rivelarsi il più antico documento cristiano al di fuori degli scritti del Nuovo Testamento. Uno scambio epistolare tra due comunità del I secolo. Intervista con Ilaria Ramelli


di Giovanni Ricciardi


Nel 1974 lo studioso Peter J. Parsons pubblicava per la prima volta un papiro restituito dalle sabbie dell’Egitto, e precisamente dagli scavi di Ossirinco. Si tratta di una lettera, redatta in greco e databile tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C. Questo breve testo, di cui pubblichiamo la traduzione, potrebbe costituire una delle più antiche testimonianze del cristianesimo al di fuori degli scritti del Nuovo Testamento. L’ipotesi, controversa e dibattuta, riemerge oggi con rinnovato interesse nell’ambito degli studiosi di antichità cristiane. Ne parliamo con Ilaria Ramelli, studiosa del cristianesimo antico presso l’Università Cattolica di Milano, che in un articolo di imminente pubblicazione su Aegyptus, sulla scorta di una recentissima ipotesi della papirologa Orsolina Montevecchi, ripropone l’interpretazione “cristiana” del papiro.

Che cosa le fa pensare che la lettera possa essere stata scritta da un cristiano?
ILARIA RAMELLI: Naturalmente non possiamo averne una certezza matematica, perché nel testo non ci sono dichiarazioni esplicite in questo senso. Tuttavia, il carattere cristiano del testo è fortemente probabile.
Su quali elementi si fonda questa ipotesi?
RAMELLI: In primo luogo, mi sembra fondamentale quello rilevato dalla Montevecchi: all’inizio della lettera, nella formula di saluto, la lettera X del verbo chaírein è sopralineata, secondo l’uso proprio dei nomina sacra che si stava diffondendo all’epoca della composizione della lettera. Significherebbe dunque il nome di Cristo (Christós, con il X iniziale). In questa luce, si spiegherebbe bene un particolare di cui i commentatori finora non hanno saputo rendere conto in modo convincente: Ammonio, all’inizio, dichiara di rispondere a una missiva ricevuta da Apollonio e contrassegnata con la lettera greca X. La forma usata in greco è il participio del verbo chiázein, che propriamente significa “tracciare un segno di croce a forma di X”. Questo verbo normalmente era usato nel linguaggio della medicina e della filologia. Come termine medico indicava la pratica dell’incisione; come termine filologico, il segno che si tracciava a margine di un testo per richiamare l’attenzione su un determinato passo, un po’ come il nostro asterisco. Spesso il suo participio, kechiasménos, si trova nei papiri per indicare un contratto o una ricevuta, annullati con uno o più segni di X. L’applicazione di questo termine a una lettera (epistolè kechiasméne) è invece un caso unico, tanto più importante alla luce della presenza del X sopralineato iniziale. Insomma, sia la presente lettera sia quella a cui Ammonio fa riferimento erano contrassegnate con il X, cioè il segno di Cristo, il suo nomen sacrum.
Si aggiungono poi altri argomenti di carattere linguistico: alcune espressioni usate da Ammonio trovano paralleli soltanto in testi cristiani.
Inoltre, è possibile che dietro i due corrispondenti ci siano due gruppi di convertiti, due “comunità” cristiane. È a una comunità, infatti, che probabilmente si rivolge lo scrivente, il quale passa spesso, nel corso della lettera, dal “tu” al “voi”. Sembra quindi che si rivolga ad Apollonio come al rappresentante, o comunque a un membro importante di una comunità.
Si potrebbe trattare dunque di uno scambio epistolare tra due comunità cristiane egiziane della fine del I secolo?
RAMELLI: Potrebbe essere così. Mi sembra significativo per esempio che Ammonio inviti i destinatari a conservare la concordia e l’amore reciproco. Naturalmente, il fatto che anche nelle lettere del Nuovo Testamento compaia questa preoccupazione per la concordia della comunità cristiana non basta a far concludere per il cristianesimo dei nostri due corrispondenti. Comunque, qui è interessante non solo la preoccupazione di Ammonio per la concordia, ma anche le motivazioni che ne dà. Rivolgendosi direttamente alla comunità, infatti, Ammonio esorta a stare concordi «perché non siate oggetto di voci malevole, e non vi accada come a noi. L’esperienza mi induce infatti a spronarvi a starvene in pace e a non dare occasione ad altri contro di voi». Intorno alla comunità di Apollonio c’è dunque un clima ostile, esattamente come intorno a quella di Ammonio, ed eventuali dissidi interni alla comunità favorirebbero questa ostilità dall’esterno. Tale poteva essere benissimo, tra I e II secolo, la situazione di due comunità cristiane.
Potrebbe essere un riferimento alle persecuzioni?
RAMELLI: In questo periodo il cristianesimo era ufficialmente superstitio illicita. Sui cristiani gravavano tremende quanto infondate accuse di crimini (flagitia), come attesta lo storico romano Tacito nei suoi Annales. Sul finire del I secolo ci fu la persecuzione di Domiziano, quindi la pace di Nerva e, subito dopo, il rescritto di Traiano che dettava le norme di comportamento per i magistrati romani nei riguardi dei cristiani.
Quali erano le indicazioni di Traiano?
RAMELLI: Traiano raccomandava che i cristiani non fossero attivamente ricercati, ma, se denunciati, dovevano essere messi sotto processo e, se perseveravano nel confessare la fede, condannati a morte. Ora, queste denunce partivano da privati ostili: di qui la necessità per i cristiani di passare il più possibile inosservati, di non dare occasione di ostilità e malevolenza: esattamente quello che con tanta preoccupazione Ammonio raccomanda. E lo fa perché ha già avuto esperienza, nella sua comunità, di questi fatti spiacevoli («e non vi accada come a noi… l’esperienza mi induce infatti a spronarvi a starvene in pace e a non dare occasione ad altri contro di voi»).
Dunque la lettera sarebbe anche una testimonianza delle persecuzioni anticristiane in Egitto nei primi secoli?
RAMELLI: Ammonio torna con insistenza su questa situazione di pericolo e di ostilità, che evidentemente lo fa molto soffrire, ancora alla fine della lettera: «La mia anima comunque si rasserena» scrive «quando sia presente il tuo nome, benché non sia abituata a rimanere tranquilla, a causa di quanto sta accadendo». Si tratta di una grave situazione in atto, che potrebbe spiegarsi molto bene con i pericoli che correva una comunità cristiana alla fine del I secolo o agli inizi del II secolo.
La lettera offre anche uno “spaccato” di vita quotidiana.
RAMELLI: Certamente. Oltre alle osservazioni già citate, troviamo riferimenti alla vita ordinaria, quotidiana, dei due interlocutori. Vi si parla di chiavi, mantelli da viaggio, di lana, di «cose di nessuna importanza», per usare un’espressione dello stesso Ammonio. D’altra parte, anche le lettere di Paolo contengono indicazioni di questo genere. Per esempio, la seconda lettera a Timoteo: «Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene» (2Tm 4, 13). E questo è ovvio, trattandosi di scambi epistolari non letterari, ma iscrivibili nel contesto di una trama ordinaria di rapporti. D’altra parte, è da notare l’umiltà che traspare dalle parole di Ammonio. Anch’essa ben si adatta a una lettura cristiana della lettera.
Se tutto questo è vero, ci troviamo di fronte a uno dei documenti epistolari cristiani più antichi al di fuori del Nuovo Testamento, forse il più antico a noi noto insieme alle lettere di Clemente Romano.
Ciò confermerebbe una significativa diffusione del cristianesimo in Egitto già alla fine del I secolo.
RAMELLI: Questo è un dato già acquisito. Del resto, è noto che proprio in Egitto nei primissimi decenni del II secolo fu scritto il papiro Rylands 457, contenente il Vangelo di Giovanni, i cui frammenti, pubblicati nel 1935, determinarono la datazione del Vangelo a qualche decennio prima del 125. Le date e i luoghi coincidono con quelli della nostra lettera.


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