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STORIA
tratto dal n. 04 - 2003

I diari di Gonella


Il nome dell’ex guardasigilli è tornato in evidenza per la pubblicazione di un singolare diario relativo ai suoi riservatissimi contatti con la principessa Maria José, in un periodo drammatico per la nazione


di Giulio Andreotti


Sopra il presidente americano Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill 
con alcuni generali americani e inglesi in occasione della conferenza di Casablanca nel gennaio 1942; 
sotto, l’ambasciatore inglese presso la Santa Sede, sir Francis Osborne D’Arcy (il primo da sinistra) insieme a monsignor Giovanni Battista Montini, sostituto alla Segreteria di Stato, tra i ragazzi di una borgata romana

Sopra il presidente americano Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill con alcuni generali americani e inglesi in occasione della conferenza di Casablanca nel gennaio 1942; sotto, l’ambasciatore inglese presso la Santa Sede, sir Francis Osborne D’Arcy (il primo da sinistra) insieme a monsignor Giovanni Battista Montini, sostituto alla Segreteria di Stato, tra i ragazzi di una borgata romana

L’estate scorsa, ricorrendo i venti anni dalla morte di Guido Gonella, ho qui ricordato l’importante ruolo da lui avuto nella vita nazionale non solo nel dopoguerra, ma anche nella lunga vigilia della restaurazione democratica. In particolare ho voluto mettere in luce la sua esemplare guida del Ministero della Giustizia (qualunque riferimento al contenzioso attuale tra magistrati e governo non è occasionale).
Ora però Gonella è tornato in evidenza per la pubblicazione, giustamente voluta e curata dalle figlie, di un singolare diario relativo a riservatissimi contatti con la principessa di Piemonte in un periodo drammatico per la nazione. In Africa le truppe italiane e tedesche erano in precipitosa ritirata ed uno sbarco alleato in Sicilia era ormai tra le ipotesi non più teoriche. Mussolini cercava di infondere fiducia assicurando, con qualche imprecisione terminologica, che sarebbero stati comunque respinti sulla linea del bagnasciuga.
In questa cornice temporale così densa di emozioni, di paure, di doppi o tripli giuochi si inserisce la salita di Guido Gonella al Quirinale, nelle vesti camuffate di medico, dotato di un manometro per misurare la pressione di Sua altezza reale.
Promotrice dell’incontro fu la marchesa Giuliana Benzoni, attivo personaggio dell’antifascismo ad alto livello. Da mesi la principessa si muoveva per cercare una strada di dissociazione italiana dalla guerra.
Prezioso a questo fine è uno scritto del professor Carlo Antoni, uno dei fondatori del Partito d’azione, che era tra gli intellettuali con cui Maria José ebbe dimestichezza per così dire cospirativa. Nelle conversazioni si era addirittura divisato un colpo di Stato. La principessa aveva buoni rapporti anche con il capo della polizia Senise; ed erano così buoni che Antoni riuscì con questo tramite a far scarcerare un “politico” classificato come pericoloso. Ma Antoni portò anche alla principessa una notizia preziosa: i comunisti non avevano pregiudiziali antimonarchiche, purché la Corona prendesse le distanze dal fascismo. La fonte era l’autorevolissimo professore Concetto Marchesi, che fu poi deputato alla Costituente. Ma il re – che non solo non condivideva le iniziative della nuora, ma era critico per il suo attivismo – si guardava bene dal revocare il ventennale appoggio al duce. O, meglio, ci pensava ma lasciava al suo fido Acquarone sondaggi e progetti.
Torniamo a Gonella. La Benzoni, alla ricerca di un “cattolico” da associare al complotto, era andata a casa di De Gasperi per coinvolgerlo, ricevendo però un rifiuto. Era troppo esposto per colloqui con la principessa e di più non si sentiva abbastanza rappresentativo del Vaticano. Ricordo che mentre il leader dei democristiani tedeschi sconfitto a Weimar, monsignor Ludwig Kaas, era ospite illustre (canonico di San Pietro, economo della reverenda Fabbrica, frequentatore abituale del Papa), De Gasperi, piccolo impiegato della biblioteca, salvo l’amicizia con monsignor Montini, figlio del vecchio deputato popolare Giorgio, non aveva agganci di rilievo.
Fu De Gasperi a suggerire Gonella che, come redattore capo di politica estera dell’Osservatore Romano, era di casa in Segreteria di Stato e per di più aveva stretti rapporti con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Gonella suggerì alla Benzoni l’idea della via portoghese per arrivare agli inglesi. Entra qui in scena l’ambasciatore di Lisbona in Vaticano Antonio Pacheco, la cui ingenuità fu peraltro disastrosa. Inviò infatti un telegramma cifrato al presidente Salazar preannunciando l’iniziativa del principe (non si sa se il maschile invece del femminile fu un errore nella cifra) per trattare la pace. Il tutto venne conosciuto subito dai servizi informativi italiani. Il 15 giugno Pacheco si recò a colloquio al Quirinale uscendo entusiasta dal colloquio. Meno entusiasta fu l’interlocutrice, alla quale il generale Ambrosio era andato a portare copia dell’incauto telegramma.
Comunque il numero due di Pacheco partì per Londra latore di una riservatissima lettera per Salazar. A sua volta Gonella tesseva una rete con gli ambasciatori romeno e ungherese per sondare le possibilità di una loro dissociazione dall’Asse. In Vaticano comunque arrivò la doccia fredda della intransigenza inglese: di ritorno da Londra Osborne era stato tassativo.
Maria José, che nel frattempo aveva avuto un colloquio con il vecchio presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, ricevette Gonella il 2 luglio in casa dei conti Spalletti. Il verbale dell’incontro è di grande interesse. L’accento della signora è messo fortemente sulla necessità di salvaguardare la dignità degli italiani. Ma parlano di tutto: dalla Turchia alla Russia; dalla storia medioevale alla storia veneta; dagli umori dei cittadini alle prospettive del Giappone; dalle bombe sganciate sulla Sicilia all’importanza della cappella normanna di Palermo. Sua altezza è comunque convinta che la guerra sarebbe durata a lungo.
Il giorno successivo Gonella si incontra di nuovo con Pacheco. La fantasia del diplomatico, che peraltro è privo di riscontri da Lisbona, è fervida. Dice a Gonella che il re e Badoglio si erano incontrati in un sottomarino con il re d’Inghilterra. Di Badoglio le aveva parlato bene la principessa, come punto di riferimento con i militari insieme al generale Ambrosio.
La principessa stessa – Gonella lo sapeva senza bisogno di Pacheco – si era incontrata tre volte con monsignor Montini. Ne era venuta fuori anche l’idea di un colloquio con il nunzio apostolico Borgongini Duca.
Altra udienza di Gonella con la principessa il 7 luglio. Ipotizzano l’invio a Lisbona di Raffaele Mattioli, presidente della Banca commerciale e notoriamente aperto verso gli antifascisti. Cosa succederà se ci si sgancia dalla Germania dichiarando anzi guerra alla Germania stessa come chiedevano gli inglesi? La prospettiva di una reazione dura dei tedeschi preoccupava fortemente. L’unico motivo per non disperare era la convinzione della principessa sull’esistenza di forti nuclei anti-Hitler in Germania.
Mattioli, incontrato da Gonella, voleva maggiore chiarezza. Ma i tempi stringevano.
Gonella torna il 10 luglio da Maria José. Non si sente autorizzato a riferirle del messaggio di Roosevelt al Papa con il quale si incitano gli italiani a scrollarsi di dosso il fascismo e il nazismo. Intanto i tempi stringevano. La proposta di una lettera del re al re di Inghilterra era improponibile; ma il missus di cui alla formula Pacheco non doveva tardare, purché avesse una caratterizzazione ufficiosa effettiva.
Ma, a parte l’attivismo della principessa, vi erano altre iniziative? Il conte Ciano (ambasciatore d’Italia in Vaticano) aveva incontrato il collega Osborne, ma la conversazione si era limitata al golf e ad altre simili attività sull’impiego del tempo libero dei diplomatici. Circolava però la voce che contatti intergovernativi esistessero. Si sussurrava il nome del duca d’Acquarone, ritenuto uomo di fiducia del sovrano, ma anche di altre autorevoli istanze.
Nel successivo colloquio al Quirinale (13 luglio) Gonella si sente porre il quesito se dato il ruolo istituzionale conferito al Gran Consiglio anche in materia di successione al trono fosse ancora valido il ruolo di principe ereditario. La risposta, norme giuridiche alla mano, che era solo un parere e che quindi i gerarchi non potevano passar sopra allo Statuto tranquillizzò Sua altezza. Forse allo stato – qualcuno lo aveva suggerito – si poteva pensare ad una reggenza. Intanto i tedeschi erano adirati per la lettera di Roosevelt al Papa, resa pubblica negli Stati Uniti senza l’accordo, anzi con la esplicita disapprovazione della Santa Sede (cardinal Maglione). Da parte sua l’Inghilterra dava spazio radiofonico alla campagna repubblicana che il conte Sforza aveva iniziato negli Stati Uniti. Tuttavia le sorti della monarchia non erano ancora del tutto compromesse, purché dimostrassero coraggio e non soggiacenza al governo di Mussolini. Gonella scongiurò la principessa di rimanere comunque a Roma, non seguendo il re al nord dove sembrava fosse intenzionato ad andare, nella imminenza di una conquista alleata del sud. Con una certa ingenuità la principessa stessa pensa ancora ad un possibile inviato in Portogallo, individuandolo, dopo il ritiro di Mattioli, nel conte Emo Capodilista, al quale viene consegnato un appunto-scaletta per l’udienza con Salazar:
cooperazione militare; resa incondizionata e capitolazione; Balcani; quanto dura l’occupazione; prigionieri; vettovaglie; onori militari.
Qui sopra, il Gran Consiglio del fascismo presieduto da Benito Mussolini; qui a sotto, il maresciallo Pietro Badoglio. Il 25 luglio 1943, Benito Mussolini, su iniziativa di Dino Grandi, viene sfiduciato dal Gran Consiglio e costretto a rimettere tutti i suoi poteri nelle mani del re Vittorio Emanuele  III, il quale nomina a capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio

Qui sopra, il Gran Consiglio del fascismo presieduto da Benito Mussolini; qui a sotto, il maresciallo Pietro Badoglio. Il 25 luglio 1943, Benito Mussolini, su iniziativa di Dino Grandi, viene sfiduciato dal Gran Consiglio e costretto a rimettere tutti i suoi poteri nelle mani del re Vittorio Emanuele III, il quale nomina a capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio

Tutto questo rimase appeso nell’aria. Il conte partì da Roma il 19, poche ore prima del bombardamento.
Nell’incontro del 17 luglio Gonella aveva appreso che si pensava a sostituire Mussolini con un governo di non politici presieduto da Badoglio. La notizia non coincideva con le informazioni che da altri canali Gonella aveva raccolto. Candidato alla successione di Mussolini sembrava Dino Grandi per ripristino di un vecchio rituale prefascista: l’incarico spettava a chi aveva provocato la crisi ministeriale. Grandi doveva attivare la sfiducia in seno al Gran Consiglio; e stava raccogliendo le firme, con una certa connivenza della polizia, forse motivata da un doppio giuoco. Altre fonti parlavano invece di un governo Orlando e, di fatto, il vecchio Presidente della Vittoria ne parlava con gli intimi e questi con i loro intimi e così via. L’ombra di Acquarone incombeva sull’insieme. Dello stesso fu anche l’idea di mettere al vertice dei carabinieri un generale dell’Arma, Angelo Cerica, che avrebbe potuto coadiuvare senza intoppi nella necessaria messa in naftalina del duce.
A parte i morti e i danni provocati dal bombardamento di Roma, Mussolini non poté più illudersi su una controffensiva militare. Cosa pensasse di ottenere aderendo alla riunione del Gran Consiglio non è chiaro. L’ipotesi di un rassegnato ritiro personale è da escludersi.
Il re sembrava aver preso le distanze e tra le alte gerarchie serpeggiava il disegno di concentrare sul capo tutte le responsabilità. Andavano battuti sul tempo.
Il 25 luglio, quando si riunì il massimo consesso del regime, non erano molti gli italiani a pensare che ci si trovava al capolinea. Dalle ricostruzioni successive delle ore tesissime di dibattito si apprese che quando Mussolini capì di essere nella trappola contestò ai più accesi oppositori i benefici avuti nel ventennio ed anche la sua eccessiva bontà nell’aver chiuso gli occhi e perdonato. Approvato il testo all’alba i liquidatori del fascismo uscirono da Palazzo Venezia accigliati e silenti. Il duce in conformità della mozione chiese l’udienza reale e interpretò come un atto di amicizia l’invito ad andare l’indomani – domenica – a Villa Savoia in abito civile.
Il seguito è noto. Dalla residenza del re, Mussolini uscì entro un’ambulanza e dimissionario. In quanto al dimissionario, così è detto nel commiato ufficiale della nomina del successore, ma non vi è traccia scritta del ritiro. Sembra che la Corte dei conti avesse dubbi sulla registrazione, ma non era il momento di sottolizzare.
La principessa sembrava soddisfatta. Per qualche giorno sospese le sue udienze ufficiose in attesa che da Lisbona si facesse vivo l’inviato speciale.
Altra udienza di Gonella con la principessa il 7 luglio. Ipotizzano l’invio a Lisbona di Raffaele Mattioli, presidente della Banca commerciale e notoriamente aperto verso gli antifascisti. Cosa succederà se ci si sgancia dalla Germania dichiarando anzi guerra alla Germania stessa come chiedevano gli inglesi?
Il 29 luglio Gonella fu nuovamente convocato. Merita la lettura integrale del verbalino.
«Giovedì 29.
Ore 17. Da Sidor con Giuliana. Telefona Pia che ha avuto dal Quirinale (contessa Solaro) una telefonata perché mi rechi dalla principessa alle 19.
Ore 19. Conversazione con il conte Solaro. La principessa mi riceve, è sorridente. Veste in marrone scuro. Ha davanti un quaderno da ragazzi di scuola. Mi chiede la mia impressione. Rispondo che la crisi è stata risolta nel modo più brillante ed economico, ed è stato scelto il momento migliore. Tutti sono riconoscenti.
Principessa: Tutto si deve alla decisione del re, senza la quale la decisione del Gran Consiglio non serviva. Aggiunge che Mussolini è stato arrestato da un generale dei carabinieri ed ora è al sicuro e che c’è della gente che desidera vederlo e parlargli, ma non è possibile. Parlando di Mussolini mi dice che l’isola d’Elba è troppo vicina. Mi chiede il mio parere, aggiunge che Mussolini ha lasciato un vuoto.
Rispondo: Mussolini è un plebeo, figlio di una generazione materialista.
Principessa: Anche Bonomi è di una generazione socialista.
Rispondo: Sì, ma della borghesia socialista intellettuale, Mussolini conobbe le passioni popolari e le stimolò […].
Principessa: Che fine si proponeva Mussolini?
Rispondo: Nessun fine costruttivo; è l’incarnazione di Machiavelli e di Nietzsche: il dominio del principe e la volontà di potenza del superuomo. Solo fine il dominare. Non ha dato una nuova coscienza agli italiani. La sua politica manca di spiritualità costruttiva, e ciò che fece di buono lo asservì agli interessi del partito.
Principessa: Era un catilinario. Ma fece la Conciliazione, quindi fu un benemerito del cattolicesimo.
Rispondo: La Conciliazione era matura ed egli non fece che tirare le conseguenze. Poi la disfece, distruggendo ogni merito ed attirandosi l’ostilità di Pio XI. Il merito della Conciliazione non è compensato dai peccati successivi. Si riteneva giocatore vincente (bluffista) ed è crollato quando ha perduto fiducia in se stesso.
Principessa: Mi chiede perché la gente è malcontenta della nuova situazione.
Rispondo: Perché ha troppa fretta, vorrebbe tutto eliminato in un colpo, mentre è encomiabile il progressismo. Dico che è oscena la vigliaccheria di chi sputa sul quadro di Mussolini.
Principessa: Proprio coloro che prima lo osannavano. Mi aggiunge che la situazione internazionale è complessa, che la pace sarà molto prossima e che Guariglia sta trattando in Turchia. Si meraviglia del tono della propaganda inglese ostile alla monarchia.
Rispondo che questa propaganda ha influito sull’opinione pubblica italiana, ma che gli intelligenti capiscono che non si poteva fare meglio. Osservo però che era cosa migliore un governo di soli generali. Vi sono nel governo funzionari antipatici e troppo compromessi col fascismo.
Principessa: Il ministro Severi è un crociano.
Rispondo: No, un gentiliano che sabota Croce, il quale ha sempre sparlato (?) contro la scuola, vantandosi di non essere laureato.
Principessa: Mi dice che Soleri sarà ministro. Mi parla di Osborne, della sua volontà di trattare e mi chiede i testi dei discorsi di Churchill, Roosevelt e Eisenhower.
Rispondo che glieli farò avere domani.
Principessa: Bisogna aggiustare la questione Pacheco. Il conte Emo ha insistito per partire, mentre io non lo desideravo.
Rispondo: Bisognava avvertire Pacheco, il quale, quando saprà la cosa, rimarrà male.
Mi incarica di avvertirlo con le debite maniere perché non si offenda.
Il colloquio è durato più di un’ora.
Principessa: Le manifestazioni antifasciste erano plebee.
Ne convengo».
Il 25 luglio, quando si riunì il massimo consesso del regime, non erano molti gli italiani a pensare che ci si trovava al capolinea. Dalle ricostruzioni successive delle ore tesissime di dibattito si apprese che quando Mussolini capì di essere nella trappola contestò ai più accesi oppositori i benefici avuti nel ventennio ed anche la sua eccessiva bontà nell’aver chiuso gli occhi e perdonato

Non so quanto la principessa fosse informata della decisione badogliana di trattare con gli angloamericani la resa. Il tutto si svolgeva, del resto, nel più assoluto segreto. Nemmeno i ministri lo sapevano. Badoglio si fidava di pochissime persone (il generale Carboni e qualche altro). Invano il negoziatore cercò di ottenere qualche sconto. Sembra che ad eludere ogni possibilità contribuì anche la diffidenza degli inglesi verso Badoglio, duca di Addis Abeba. Non va dimenticato che durante la guerra di Abissinia il negus si era rifugiato a Londra creando una certa corrente di simpatia. Sul generale Castellano che firmò la capitolazione si sarebbero più tardi scatenate polemiche, anche su un punto preciso: all’annuncio dell’armistizio una divisione aviotrasportata avrebbe dovuto raggiungere Roma.
Questo non avvenne. Lo stesso generale Castellano mi ha dato copia di due lettere confidenziali ricevute il 5 dicembre 1943 e il 21 gennaio 1946 dal tenente generale americano W.B. Smith, capo di Stato maggiore del quartier generale alleato.
Le trascrivo:
«5 dicembre 1943.
Caro generale Castellano,
oggi ho compilato per conoscenza personale del generale Eisenhower una relazione sulle circostanze nelle quali si svolsero le conferenze ed i negoziati che portarono alla firma dell’armistizio.
Vi sono alcune circostanze in relazione con questi negoziati che non sono state ancora rese note a voi e sono sicuro che v’interesserà conoscerle dato che convinceranno voi e dovrebbero convincere il governo italiano del valore dei servizi resi da voi all’Italia e delle difficoltà sotto le quali avete lavorato.
Precedentemente al nostro primo incontro a Lisbona, il capo del servizio informazioni aveva preso i necessari provvedimenti per identificarvi con esattezza e per conoscere la vostra posizione nelle forze armate italiane. Si sarebbe potuto prevedere che le trattative sarebbero state condotte inizialmente da un ministro del governo italiano ma la vostra posizione di capo dell’Ufficio Piani e le vostre relazioni col generale Ambrosio ci fecero credere che voi eravate un logico emissario sul terreno militare.
Eravamo pure stati informati che voi eravate un rappresentante autorizzato del maresciallo Badoglio.
Il generale Eisenhower aveva completa fiducia nell’onestà degli intendimenti del maresciallo e posso affermare che dopo le nostre conversazioni con voi, tanto io che il generale Strong fummo convinti della vostra onestà. Lo zelo con il quale avete cercato in tutti i modi di salvaguardare l’onore militare e gli interessi politici dell’Italia ci ha confermato in questa opinione.
Benché fossimo convinti, come ho detto, della vostra lealtà e di quella del maresciallo che voi rappresentavate, non eravamo per nulla sicuri che le trattative potessero terminare senza che i tedeschi ne venissero a conoscenza. Ed abbiamo avuto la sensazione che vi fosse il gran pericolo di un colpo di Stato da parte dei tedeschi, ciò che avrebbe reso impotente il governo italiano. Per questo motivo nulla mi avrebbe convinto a dare alcuna dettagliata informazione sui nostri piani, i quali, come voi sapete, erano già stati concretati.
Inoltre l’arrivo del generale Zanussi a Lisbona dopo la vostra partenza, fece nascere in noi qualche sospetto e confermò la decisione di non dare alcuna informazione che potesse rivelare i nostri intendimenti operativi.
Voi comprenderete che restava sempre nella nostra mente l’ipotesi che la vostra visita fosse uno stratagemma di guerra, un audace tentativo per carpire informazioni sui nostri intendimenti, senza alcuna intenzione però di attenersi a quanto concordato.
Nessun soldato può mai scartare questa ipotesi, per quanto personalmente possa avere assoluta fede nella lealtà del nemico con cui sta trattando.
Ho l’impressione che voi siete stato criticato per non essere riuscito ad ottenere informazioni sulla data ed il luogo dei nostri prestabiliti sbarchi. Vi assicuro che nessuna considerazione mi avrebbe indotto a rivelare queste notizie e avrei troncate le trattative piuttosto che fare ciò.
Fin dal nostro ultimo incontro in Sicilia ho dato molto peso al fallito piano di lanciare una divisione paracadutisti presso Roma.
Dopo d’allora le truppe italiane che sono state impiegate a nord di Napoli contro i tedeschi si sono comportate onorevolmente.
Quindi, tanto io, che gli ufficiali del nostro Ufficio Piani, restiamo convinti che quel piano avrebbe potuto essere attuato con successo se a capo delle divisioni dislocate attorno a Roma vi fosse stato un ufficiale coraggioso, energico, deciso e convinto anche lui della possibilità del successo.
Ciò non deve essere interpretato come una critica nei riguardi dei comandanti italiani. Non vediamo tutti le cose allo stesso modo e, come vi ho detto prima, io stimo il valore combattivo delle unità italiane più di quanto non lo apprezzino alcuni italiani. Voi sapete che durante la scorsa grande guerra io ho comandato un reparto costituito quasi completamente da italo-americani, reparto citato diverse volte per il suo comportamento nel corso di varie azioni.
Può anche essere che io non abbia valutato accuratamente la situazione esistente al 3 settembre scorso.
Infine desidero che voi sappiate che sebbene non vi fosse alcun sentimento di vendetta da parte delle Nazioni Unite contro il popolo italiano, le condizioni che intendevano inizialmente proporre erano alquanto più dure di quelle sulle quali si è in seguito raggiunto l’accordo. Ciò fu dovuto in parte alla vostra insistenza, in parte al sentimento di fiducia ed onestà di intendimenti che ci avete ispirato.
Tanto il generale Strong che io, nel ricordare gli avvenimenti precedenti e posteriori all’armistizio, abbiamo affermato parecchie volte che voi avete ben meritato da parte del vostro governo e del popolo italiano.
Io non credo che nessuno, tranne [un] onesto e rispettabile soldato, avrebbe potuto concludere con noi l’accordo che voi avete concluso, se si considera il fatto che le nostre forze d’assalto erano già in alto mare e che nulla avrebbe potuto farci ritardare o arrestare le nostre progettate operazioni.
Credo che questi fatti dovrebbero essere per voi una fonte di soddisfazione.
Molto sinceramente,
Smith,
Capo di Stato Maggiore Usa».

Umberto di Savoia insieme ad un ufficiale dei paracadutisti inglesi durante una delle sue visite al Corpo italiano di liberazione tra il 1943 e il 1945

Umberto di Savoia insieme ad un ufficiale dei paracadutisti inglesi durante una delle sue visite al Corpo italiano di liberazione tra il 1943 e il 1945

«21 gennaio 1946.
Caro generale Castellano,
le invio i miei ringraziamenti per i suoi gentili ed affettuosi auguri di capodanno; ho molto piacere di saperla in buona salute e le auguro ogni bene per l’anno nuovo.
Lei sa quanto mi abbia fatto piacere la sua visita a Francoforte e che sarà sempre il benvenuto, dovunque io sia.
Sono contento di cogliere questa occasione per ringraziarla sugli eventi che condussero all’armistizio con l’Italia. Il timore che non possa essere pienamente apprezzata dal popolo italiano la grande parte da lei avuta in quei negoziati mi ha procurato molta sorpresa e spero che la sua accurata e completa relazione gioverà molto a dissipare ogni ombra.
Ella ha fatto per il suo Paese più di quanto ogni altro negoziatore sarebbe riuscito a fare in quelle circostanze. Se non fosse stato per la fiducia che ella personalmente ispirava, può essere sicuro che i delegati delle potenze alleate sarebbero stati molto più freddi e sospettosi e molto propensi a concedere promesse ufficiali di cooperazione.
Io rimpiangerò sempre che noi non potemmo, per l’atteggiamento del comando militare italiano di Roma, intraprendere la nostra progettata operazione aviotrasportata per la sicurezza di Roma e dintorni. Ella stesso sa con quanta decisione e buona volontà fu preparata quella operazione, io personalmente credo che avrebbe avuto successo, e sono sicuro che ella sarà d’accordo con me.
Spero che quando pubblicherà il suo libro vorrà farmene avere una copia, in modo che io possa avere un completo ricordo dei grandi eventi di cui siamo stati partecipi.
Cordialmente,
W.B. Smith,
Tenente generale, U.S.Army».


G
Perché la divisione americana non venne? Perché fu dissuasa da un messaggio partito dal Gabinetto del Ministero della Guerra, con la strana motivazione che l’aeroporto era occupato dai tedeschi (!). Chi avesse ordinato all’estensore questo messaggio non è chiaro. L’annuncio pubblico dell’armistizio fu dato la sera dell’8 settembre e trovò tutti impreparati. Nella stessa notte il re e il presidente del Consiglio lasciavano in tutta fretta Roma diretti in Abruzzo per imbarcarsi.
Il seguito è purtroppo noto. Al sud il re respinse gli autorevoli suggerimenti per abdicare (Croce-De Nicola-Paratore) ed avviò così la liquidazione della monarchia.
Nel suo lungo esilio ginevrino Maria José tornò spesso a rievocare l’estate del 1943. Lo fece anche quando andò a renderle omaggio il presidente Sandro Pertini: un socialista su cui, per quel che si sa, non ebbe riserve.


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