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VERSO GLI ALTARI
tratto dal n. 04 - 2003

La vita di Marco d’Aviano

Il predicatore che riempiva i confessionali


La vita di Marco d’Aviano


di Paolo Mattei


Marco d’Aviano con il crocifisso, dipinto nella chiesa di Villotta, Aviano

Marco d’Aviano con il crocifisso, dipinto nella chiesa di Villotta, Aviano

Fu battezzato col nome di Carlo, in onore di san Carlo Borromeo, che circa mezzo secolo prima aveva confortato Milano durante la pestilenza del 1576. Quando venne al mondo, il 17 novembre del 1631, l’altra grande peste – quella manzoniana – che aveva imperversato nei territori della Repubblica di Venezia, incominciava a spengersi. Aviano, nel Friuli sud-occidentale, era il paese della ormai tramontante Serenissima in cui nacque Carlo Domenico Cristofori, che qualche anno dopo, divenuto novizio nei cappuccini, assumerà il nome Marco d’Aviano. Un ragazzino timido, schivo, pensieroso e pacifico: difficile poter presagire che, fattosi grande, sarebbe stato ospite prediletto di tutte le grandi corti europee, o che avrebbe dovuto schermirsi dalle folle che lo acclamavano santo, o che sarebbe diventato amico e consigliere di Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero.
Emessi i voti religiosi nel 1649, ordinato sacerdote nel 1655 e ricevuta la patente di predicatore itinerante nel 1664, Marco iniziò a viaggiare; un continuo pellegrinaggio – intrapreso per obbedienza ai superiori – che lo condurrà, oltre che in vari luoghi d’Italia, in buona parte d’Europa, chiamato da vescovi, nobili, autorità civili e popolazioni di interi paesi e città con un ritmo tanto più incalzante quanto più si diffondevano la fama di santità e i racconti dei miracoli accaduti durante le benedizioni che impartiva. Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania, Svizzera, Austria, Slovenia: questi i territori che il cappuccino friulano raggiunse e nei quali predicò, senza peraltro conoscere altre lingue che non fossero l’italiano e il latino. Sebbene perfino nel linguaggio omiletico dell’epoca dilagava il concettismo secentista («È dell’artista il fin la maraviglia: / chi non sa far stupir, vada alla striglia», era la regola istituita da Giovanbattista Marino), Marco preferì invece dire cose semplici e fuori di metafora sia alla gente comune sia ai nobili che l’ascoltavano. D’altronde più che le parole che diceva, era la sua persona a colpire chi lo incontrava, come ha scritto un anonimo poeta tirolese: «Sì al primo sguardo / mostra grazia il suo volto, / che ognuno si ravvede / prima ancora che abbia detto una parola».
Prediche, quaresimali, benedizioni, messe: la vita di padre Marco fu composta in gran parte da queste attività. Ma era soprattutto la pratica della confessione quella a cui teneva di più. Racconta padre Venanzio Renier, vicepostulatore della causa di beatificazione: «A padre Marco interessava soprattutto la vita di grazia e il ritorno ad essa di coloro che se ne fossero distaccati. Apostolo del perdono per eccellenza, egli fece riempire i confessionali, tanto che i gesuiti del Belgio, ove Marco d’Aviano si recò nel 1681, scrissero di non aver mai confessato tanto come durante il passaggio di questo cappuccino italiano. E che questo fosse il suo scopo primo, tanto grande da fargli sopportare qualsiasi disagio, ce lo dice lui in persona: “Trattandosi della salute delle anime, impiegherò tutto me stesso”». E impiegava davvero tutto se stesso, visto che era praticamente inseguito ovunque si spostasse da movimenti di persone. Si fermava ogni volta, e da dove si trovava – su un balcone, in chiesa, su un terrapieno – invitava tutti alla recita dell’Atto di dolore perfetto e impartiva la benedizione. Proprio durante le benedizioni, si legge nelle cronache dell’epoca, avvenivano le guarigioni miracolose che facevano volare la sua fama di taumaturgo. Nel 1681 padre Marco ottenne da Innocenzo XI il privilegio, mai concesso prima ad alcun religioso, di impartire la benedizione papale, con annessa l’indulgenza plenaria per i defunti, nel giorno della comunione generale.
L’obbedienza alle circostanze della vita, agli ordini dei superiori e del Papa, lo portarono a predicare ovunque fosse chiamato a farlo, non senza fatica. Scrisse nel 1683 all’ambasciatore cesareo a Venezia, il conte Della Torre: «Sono tanto grandi le occupazioni, ch’è impossibile resistere senza speciale aiuto di Dio». E nel 1688 all’imperatore Leopoldo: «È già tanto il concorso di popolo che non sto quieto né giorno né notte». Gli eventi lo condussero anche nel cuore delle questioni politiche che affliggevano l’Europa in quegli anni, dai rapporti tesi fra gli Stati – la Francia di Re Sole che si opponeva all’Impero asburgico di Leopoldo – al dialogo coi protestanti – coi quali cercò di tessere rapporti fondati sulla carità –, dalle relazioni fra il papato e i nobili alla pressione dei Turchi che nel 1683 erano arrivati ad assediare Vienna. «Mi si vuole politico, cosa che io aborrisco più della morte», raccontava in un momento di grande stanchezza: «Sequestrato dalla conversazione degli uomini, me ne sto tutto con Dio e mi par di essere in Paradiso». In tutte queste situazioni, spiega padre Renier, «egli si presentò come un “profeta disarmato”, un uomo del dialogo e della pace, da autentico figlio di san Francesco. Il suo saluto alle folle che lo acclamavano era sempre: “Pacem habete, pacem diligite”. Anche la sua stessa presenza, comandata dall’obbedienza al Papa e ai superiori, sui luoghi di avvenimenti bellici che insanguinarono l’Europa del suo tempo va letta come il tentativo estremo di salvare l’uomo, come singolo e come comunità. Quando la Chiesa, nel decreto di riconoscimento delle virtù eroiche, esalta la “santità della sua vita” non prescinde certo da questo aspetto che ha accompagnato tutto il generoso apostolato di padre Marco». Un aspetto della personalità del cappuccino che fu riconosciuto e apprezzato anche dagli ebrei e dai musulmani del suo tempo. Nel 1684, infatti, gli ebrei di Padova stavano per essere linciati perché i loro correligionari di Buda erano accusati falsamente di aver compiuto crudeltà contro i cristiani della città ungherese in cui si combattevano i Turchi. Padre Marco, che era in Ungheria, scrisse subito una lettera per smentire quella menzogna e salvò la vita a parecchie persone; ancora oggi gli ebrei di Padova festeggiano il “Purim di Buda” in ricordo di quell’avvenimento. Così pure, dopo la battaglia del 1688 in cui l’esercito imperiale espugnò Belgrado contro le milizie ottomane, Marco salvò la vita a ottocento turchi, arresi e asserragliati nella città. Un cronista del tempo attesta come la fama di uomo giusto «si dilatò anche tra i musulmani».
In molte delle lettere che di lui ci sono rimaste traspare continuo il desiderio di ritirarsi dalle attività che incessantemente si trovava costretto a svolgere in giro per l’Europa, nelle corti dei principi e nei trambusti del mondo. Desiderava tornare nel suo convento di Padova: «Godo più della mia solitudine che di tutte le delizie e grandezze dei grandi del mondo» si legge in una missiva. Ma gli avvenimenti non gli permisero di mettere in atto quel suo desiderio; continuò a viaggiare e la sua ultima meta fu proprio Vienna, dove l’imperatore Leopoldo lo aveva chiamato, felice della pace finalmente raggiunta con la Francia e i Turchi. «Vostra reverentia mi aiuti», scrive Leopoldo a Marco nel 1699, «a render gratie a quel Dio, qui nobis dedit illam quam mundus dare non potuit pacem». Marco, stanco e malato, raggiunse Vienna in quello stesso anno, e il 13 agosto morì, stringendo al petto il crocifisso, nel convento dei cappuccini al centro della città. Dio alla fine gli aveva concesso la pace tanto agognata, l’unica che dura per sempre.
Paolo Mattei


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