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CINEMA
tratto dal n. 04/05 - 2011

HABEMUS PAPAM. L’ultimo film di Nanni Moretti

Se anche Nanni vuole bene al papa


L’ultimo film del regista romano ha infastidito qualche commentatore cattolico, secondo cui “offende la nostra religione”. Abbiamo raccolto i pareri di alcuni opinionisti, credenti e non, che non hanno avuto la stessa impressione


di Paolo Mattei


<I>Habemus Papam</I>, scritto, diretto e interpretato da Nanni Moretti [© Fandango]

Habemus Papam, scritto, diretto e interpretato da Nanni Moretti [© Fandango]

 

«Non io, Signore, non io». Anche il cardinal Melville, come gli altri porporati riuniti nel conclave convocato da Nanni Moretti nel suo ultimo film Habemus Papam, ha pronunciato nel silenzio del cuore questa invocazione all’inizio dello scrutinio. Preghiera esaudita per tutti i suoi colleghi. Ma non per lui, che al termine della votazione decisiva si trova, confuso e stordito, a ricevere il loro felice applauso per l’elezione al soglio pontificio. Applauso che potrebbe rappresentare soltanto un piccolo assaggio di quello incomparabilmente più fragoroso che gli tributerebbe la piazza se qualche minuto dopo andasse ad affacciarsi, come da rito, sulla loggia di San Pietro per impartire l’apostolica benedizione Urbi et orbi. Ma Moretti, regista e sceneggiatore di questa storia, ha già deciso: il cardinal Melville non avrà inizialmente la forza di rendere pubblica la propria chiamata alla Cattedra di san Pietro, e si accascerà, triste, sopra una sedia, proprio sulla soglia del balcone più importante del mondo; i fedeli in attesa sulla piazza cominceranno trepidanti a chiedersi che cosa mai sia realmente successo; i mass media del globo si affanneranno a lanciare interrogativi ed esclamazioni cubitali sull’inopinato evento. Si innescheranno insomma un’aspettazione e un “dibattito” planetari.
E il “dibattito” – termine che lo stesso Nanni Moretti è riuscito, con uno dei suoi celebri epifonemi cinematografici («No, il dibattito no!»: Io sono un autarchico, 1976), a rendere sinonimo di insopportabile pesantezza – s’è realmente innescato, come succede sempre del resto quando esce un suo film, proprio intorno ad Habemus Papam, la storia di quest’uomo fragile e indeciso – interpretato dall’ottimo Michel Piccoli – che non trova la forza di accettare il verdetto del conclave da cui, entrato cardinale, è chiamato a uscire papa. Naturalmente, nella fattispecie, non si è trattato del dibattito noioso, pesante e ritualizzato della stigmatizzazione morettiana, ma di quello incontrollabile, libero e leggero di giornali, tv e blog telematici. D’altronde le pellicole del regista romano riescono sempre a produrre ricchezza di opinioni e punti di vista spesso molto interessanti, e a dividere qualche volta gli spettatori – e non solo gli spettatori, dato che nel cimento critico si lancia spesso anche chi non vede i suoi film – in contrapposte fazioni da derby.
Quella accennata sopra è solo l’introduzione della vicenda, che prosegue con l’entrata in scena di altri personaggi: l’attivo portavoce della Santa Sede – interpretato dal polacco Jerzy Stuhr – che tiene i rapporti con i mass media e protegge dalla curiosità del mondo il papa “sospeso”; lo psicanalista – lo stesso Moretti – che, chiamato a prendersi cura, ma senza successo, dell’irresoluto pontefice, si vede costretto, per non rischiare di divulgare l’identità del neopapa, a restare nei locali vaticani dove intrattiene i cardinali ingaggiandoli in un surreale e divertentissimo campionato “continentale” di pallavolo; la ex moglie dello psicanalista – Margherita Buy –, psicanalista  anch’essa, nello studio romano della quale papa Melville, sgattaiolando in gran segreto dal Vaticano insieme al portavoce, si reca per provare ancora a guarire dalla propria fragilità; e poi, altra gente – attori di una compagnia teatrale alle prese con una pièce di Checov, inservienti di bar, musicisti di strada, albergatori e bambini – in cui il papa in incognito si imbatte per le strade di Roma, nelle quali fugge e si perde dopo aver eluso il controllo delle guardie del corpo e del disperato e incauto portavoce.
La fuga termina in un teatro, dove Melville – che da ragazzo avrebbe voluto fare l’attore –  s’è rifugiato per assistere al Gabbiano checoviano. I cardinali che lo stanno cercando lo trovano, seduto in uno dei palchi, e fanno scattare, nel buio, un applauso. Ciò che non è stato ancora concesso alla piazza e al mondo in attesa, è consentito agli stupefatti spettatori e attori di un teatro romano, i quali, forse inconsapevoli, omaggiano il nuovo pontefice.
Melville, riportato in Vaticano, troverà la forza di offrirsi all’omaggio vero, quello che desiderano tributargli la Città e il mondo. Ma solo per comunicare loro la propria rinuncia. E la loggia di San Pietro tornerà subito vuota e desolata, nel vento che scuote le grandi tende rosse.

 Il “dibattito”
Un film “triste” da “bocciare al botteghino” perché “offende la nostra religione”. Un film senza fede in cui i cardinali di una “Chiesa senza Cristo” non pregano mai e dove “Dio è il grande latitante”.
Il “dibattito” sul film di Nanni Moretti è stato animato anche dalle osservazioni di alcuni giornalisti cattolici che non l’hanno per niente amato. E che il proprio, legittimo, disamore, lo hanno voluto scrivere ad altissima voce, in qualche caso dando a chi leggeva l’impressione che il film fosse un elemento del tutto marginale nella critica da loro impostata. Senz’altro questo forte disappunto ha portato fortuna ad Habemus Papam. Ma a sorprendere comunque molti lettori, credenti e no, è stata l’acredine messa in circolo in quelle righe, soprattutto nel caso concreto di una pellicola che non pare affatto avere i connotati dell’opera “anticristiana”.
Anche a partire da queste considerazioni, abbiamo chiesto ad alcuni opinionisti, di varie estrazioni culturali e religiose, che cosa pensano del film, che, insieme a This must be the place di Paolo Sorrentino, ha rappresentato l’Italia al Festival di Cannes.
«Sono rimasto stupito da questi attacchi», dice a 30Giorni il poeta e critico Valerio Magrelli. «I cardinali e gli uomini di Chiesa raccontati da Moretti sono figure a mio parere umanissime. Ed è quasi una rivoluzione, per un regista naturalmente caustico e di parte come lui. Questo è un film che la Chiesa dovrebbe amare e non riesco a comprendere tanto astio…».
È un astio che sovente si mette in moto, come in un meccanismo automatico, nei confronti di chi, magari non credente e privo d’un’autorizzazione che non si capisce bene da quale autorità dovrebbe essere concessa, desideri dire in pubblico qualcosa, anche senza alcun intento polemico o ideologico, anzi qualche volta con una discrezione che potrebbe considerarsi forse affettuosa, riguardo alla Chiesa. A Moretti, il quale «purtroppo» è ateo – e l’avverbio lo ha usato il medesimo regista parlando di sé –, forse non è stata data tale autorizzazione. Sarebbe bello tenere a mente, in casi come questo, le parole di Agostino quando ricorda che «talvolta capita anche che alcuni esterni alla Chiesa anticipino nella conversione altri che sono all’interno», osservando che «fuori della Chiesa c’è molto frumento, e all’interno della Chiesa c’è molta zizzania» (De baptismo contra donatistas IV, 10, 14).
Anche al professor Giulio Ferroni, docente di Letteratura italiana all’Università “La Sapienza” di Roma, il film, cui comunque non risparmia critiche, non sembra offensivo nei riguardi della Chiesa cattolica: «Ci sono delle contraddizioni, degli elementi non sufficientemente sviluppati, come il rapporto “orizzonte della fede” – “mondo laico”, come la relazione Chiesa – psicanalisi; o contrassegni troppo “morettiani”, come il torneo di pallavolo dei cardinali, “topos adolescenziale” del regista, tirato, secondo me, troppo per le lunghe. Detto questo, mi sembra che la ricreazione di un ambiente di quel tipo – il conclave, le “stanze vaticane” – sia ben fatta, anche se da una prospettiva laica. Non è un film “contro” la Chiesa. C’è, anzi, una simpatia umana che muove Moretti a non indugiare affatto sull’inevitabile carattere autorevole e autoritario dell’istituzione curiale, e che gli fa addirittura sfiorare, a mio avviso, l’inverosimile. Molto bella è poi la figura del protagonista, interpretata magnificamente da Michel Piccoli: questo cardinale è una persona bravissima, senza ombre e con un passato adamantino. Un cristiano degnissimo che non resiste al peso assegnatogli. Il potere, specialmente quello spirituale, è cosa di cui anche l’uomo più intelligente e più dotato di senso etico fa fatica a sentirsi degno: questo è l’aspetto più cristiano e commovente del personaggio».

<I>Habemus Papam</I>, scritto, diretto e interpretato da Nanni Moretti [© Fandango]

Habemus Papam, scritto, diretto e interpretato da Nanni Moretti [© Fandango]

Le “lacrime di Pietro”
Il vaticanista Giancarlo Zizola, cui pure abbiamo chiesto un giudizio sul film, non condivide affatto «l’idea che Moretti abbia offeso la sacralità del papato. Al contrario, fa un ottimo servizio al papato, lo richiama alla sua origine petrina, alle “lacrime di Pietro”, un tema assai vivo nella tradizione ortodossa, che assume i contorni fisici, storici della figura del capo degli apostoli, ardente nella professione di fede in Gesù Cristo ma anche suo traditore. Penso che Moretti abbia avuto pure il merito di riportare l’argomento del papato a misura di comuni sentimenti di angoscia e di paura della responsabilità, del sentimento di sproporzione di fronte a questo compito. Mi ha fatto venire alla mente papa Luciani, che, come riferì il cardinale Franz König , “non voleva accettare” l’elezione: “Ma una volta accettato, si rasserenò”. Scrollava di continuo la testa, ricevendo i cardinali in sagrestia: “Dio vi perdoni. Sono un umile papa, un povero papa. Spero che aiuterete questo povero Cristo, il vicario di Cristo, a portare la croce”. Habemus Papam a mio avviso parla implicitamente del papato come discepolato, come sequela. La trovo una cosa geniale e una lezione evangelica per tutti i credenti anche perché si mette inconsapevolmente a tema – nel raccontare con tanta umanità la solitudine di quell’uomo fragile di fronte a un compito che sente così imponente – un problema ecclesiologico: quello della auspicata collegialità del governo della Chiesa».
Filippo La Porta, critico letterario, è colpito invece dalla assoluta negatività della figura dello psicanalista: «Arido, ossessionato dal vincere e dal perdere, tutta la vita gli pare una partita di pallavolo. L’immagine della psicanalisi è ridotta a slogan ridicoli e parodistici, come il “deficit da accudimento” su cui si è fissata la ex moglie-collega. Il papa non è affatto in una crisi religiosa. Egli rappresenta invece un’affascinante “alterità” rispetto all’immagine di una contemporaneità così vuota: pur con la sua indecisione, è completamente estraneo a un’idea del mondo tutta fondata sulla competizione, sull’autoaffermazione a tutti i costi, e su questo generale impoverimento culturale… Anche i cardinali, che pure sono osservati nelle loro innocenti debolezze e in un certo infantilismo, sono però “altri”: io non ho una fede religiosa molto definita… Provo ciò che Kierkegaard chiamava il “timore e tremore” di fronte al mistero della vita… Ma la dimensione di “alterità” dei personaggi religiosi del film di Moretti mi attrae».

«Se non diventerete come bambini»
Padre Virgilio Fantuzzi, gesuita, critico cinematografico della Civiltà Cattolica, tra i primi a esprimere pubblicamente, in un’intervista su un quotidiano, un giudizio positivo sulla pellicola morettiana, conferma e puntualizza questo giudizio con 30Giorni: «Moretti descrive un viaggio, quello di papa Melville. Alle tappe del viaggio fisico che si svolge a Roma, dal Vaticano al Teatro Valle  – a piedi, in autobus, con soste in negozi e alberghi e conversazioni con le persone che incontra per via –, corrispondono quelle di un itinerarium mentis, ognuna delle quali rappresenta una “sottrazione”: il papa che gira in borghese si è spogliato del suo ruolo diventando un uomo comune, per tornare, alla fine, una volta spogliatosi del suo essere adulto, bambino. In questo mi pare che vi sia – benché Moretti si proclami non credente e osservi la vicenda dall’esterno – un certo sapore evangelico: “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei Cieli”. Papa Melville, col candore dei bambini, dice la verità: la dice a chi incontra durante il suo viaggio romano e, alla fine del viaggio, decide di dirla anche dalla Loggia della Basilica Vaticana».
Se c’è un antagonista negativo nella storia, per Fantuzzi è proprio il portavoce: «Per il ruolo che ha, deve fabbricare una bugia dietro l’altra».
Come già accennato, i film di Nanni Moretti sanno sollecitare anche chi non li ha visti a esprimere un giudizio. Così, ad esempio, lo scrittore Aurelio Picca, che, mentre scriviamo queste righe, non ha ancora assistito ad Habemus Papa m, ci spiega che, secondo lui, il vescovo di Roma non può essere rappresentato da un attore: «Penso sia quasi impossibile. Chissà, forse ho un’idea iconografica troppo legata all’arte oppure mi riesce difficile immaginare un pontefice diverso da quello vero… Dovrebbe probabilmente avere la faccia di qualcuno dei papi di Francis Bacon. Se un attore possedesse quella densità e quel mistero, forse...».
 “Forse”: una bella parola – «le parole sono importanti!», ricordava un tempo il protagonista di Palombella rossa – con cui si può chiudere questa piccola carrellata di opinioni su Habemus Papam di Nanni Moretti. Un regista “purtroppo” ateo il quale ha girato un bel film che non “offende la nostra religione”. Anzi, forse un bel film cristiano.



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