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LIBRI
tratto dal n. 04/05 - 2011

Il beato Karol Wojtyla, dall’emozione alla storia


Intervista con Andrea Riccardi sulla sua biografia di Giovanni Paolo II scritta su base scientifica e testimoniale: «Wojtyla è una figura così poliedrica che solo la storia ha la capacità di ricostruirne tutti gli aspetti»


Intervista con Andrea Riccardi di Roberto Rotondo


Andrea Riccardi, <I>Giovanni Paolo II. La biografia</I>, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2011, 574 pp., euro 24,00

Andrea Riccardi, Giovanni Paolo II. La biografia, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2011, 574 pp., euro 24,00

 

Passare dai sentimenti alla storia. Così Andrea Riccardi, ordinario di Storia contemporanea presso la Terza Università di Roma e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, definisce lo scopo della sua biografia di Giovanni Paolo II, la prima scritta su base scientifica e testimoniale sul Papa, beatificato in piazza San Pietro il 1° maggio scorso.

Professore, prima di parlare del libro le chiederei una riflessione sulla beatificazione di papa Wojtyla del 1° maggio.
ANDREA RICCARDI: La beatificazione di Giovanni Paolo II è stata un grande evento che mostra come la figura di questo Papa sia radicata nel sentire del popolo cattolico. La mia impressione è stata quella di una partecipazione convinta, motivata di tanta gente, ovviamente meno emotiva di quella che partecipò ai funerali l’8 aprile 2005, ma memore.
Nei giorni della beatificazione lei ha voluto sottolineare che «quel popolo felice che abbiamo visto in piazza San Pietro il 1° maggio è anche il popolo di papa Ratzinger». Perché, non era evidente?
Molte volte emerge il brutto vizio dei cattolici di creare una contrapposizione tra il papa regnante e il suo predecessore, quasi sempre concludendo che quello morto era migliore. È un errore tanto più grave nel caso dei pontificati di Wojtyla e Ratzinger, tra i quali c’è una continuità profonda. Non per nulla Ratzinger è stato il principale collaboratore di Giovanni Paolo II e non per nulla ha voluto porre il proprio pontificato nel segno della continuità, sia con la beatificazione del predecessore sia con la ripresa di Assisi. Aggiungo che la continuità dei pontificati era, alla luce del Concilio Vaticano II, il grande ideale di Giovanni Paolo II.
Ritengo che il pontificato di Giovanni Paolo II rappresenti il cuore e la ricezione creativa del Concilio, in continuità con il pontificato di Paolo VI, a cui Wojtyla si è sentito profondamente legato. E sono convinto che le generazioni che verranno leggeranno il Concilio con Wojtyla, e Wojtyla attraverso il Concilio.
Molte volte si mette l’accento su Giovanni Paolo II politico, ovvero sul Papa che ha sconfitto il comunismo. Nella sua biografia di Wojtyla, invece, lei fa emergere un Papa carismatico più che un Papa politico. Perché?
Una premessa: ognuno di noi ha un suo proprio ricordo di Giovanni Paolo II. C’è chi lo ha incontrato e conosciuto e chi l’ha solo sfiorato, ma tutti possiamo concordare sul fatto che non si può raccontare e spiegare questo Papa come fosse l’immagine di un santino. Quindi è giunto il momento di spiegare Giovanni Paolo II non attraverso un’emozione, ma attraverso la storia, perché Wojtyla è una figura così poliedrica che solo la storia ha la capacità di ricostruirne tutti gli aspetti. Tornando alla domanda: Giovanni Paolo II un Papa politico? Molti lo hanno liquidato così: Papa politico e anticomunista. Ma è un errore. In realtà Giovanni Paolo II è una figura che un po’ ci turba e ci spiazza, perché il suo pontificato pur affermando il primato della fede – penso alla sua predicazione e all’importanza che dava alla preghiera – mostra che il primato della fede tocca le corde profonde della storia, cambia la storia. In questo senso, e solo in questo senso, possiamo dire che è un papa politico. Giovanni Paolo II ha tanto minacciato di cambiare la storia che hanno tentato di ucciderlo più volte e hanno tentato di far saltare la sua Cattedrale in San Giovanni in Laterano. Giovanni Paolo II, quindi, è uomo di preghiera che cambia la storia, che dimostra che la storia ha un tessuto spirituale, e che le correnti spirituali muovono la storia.
Invece di liquidarlo come anticomunista, la storiografia dovrebbe fare i conti con la figura di Giovanni Paolo II protagonista di un tempo tra la guerra fredda e l’età della globalizzazione e figura troppo grande per “uomini, trastulli d’infinite paure”, come recita la poesia di David Maria Turoldo con la quale chiudo il mio libro.
Da più parti si è detto che Giovanni Paolo II è un gigante della storia del Novecento. Lei lo ha definito una roccia. Come si concilia questo essere un gigante con la sua santità? Non rischia di essere un santo ingombrante?
Forse sì, se siamo abituati a santini e non a santi. San Gregorio Magno è un santo e un gigante, san Paolo è un santo e un gigante, e potrei continuare. Giovanni Paolo II è un santo che si mette in mezzo alla storia del mondo contemporaneo e in questo senso è un gigante.
Lei dedica molte pagine all’importanza dell’Europa, anche per il futuro della Chiesa, nel pontificato di Giovanni Paolo II…
Infatti definirei Wojtyla un Papa europeo, piuttosto che, come venne fatto in Italia all’inizio del suo pontificato, un Papa straniero. Innanzitutto perché era di Cracovia, quindi era un mitteleuropeo; ma soprattutto perché era un Papa che sentiva la missione dell’Europa connessa alla missione del cristianesimo: basta rileggere il suo saggio su questo tema, pubblicato su Vita e pensiero poco prima della sua elezione a papa. Proprio perché l’Europa ha una grande missione, Wojtyla è per l’Europa unita. E proprio per questo vuole che la Polonia entri nell’Unione europea contro il parere della maggior parte dei cattolici polacchi. Attenzione però, perché Giovanni Paolo II è un Papa europeo ma non un eurocentrista.  
E qual è, in questo caso, la linea di confine tra europeismo e eurocentrismo?
Wojtyla non è eurocentrista perché, pur sentendo la missione dell’Europa, sente anche le grandi sfide del mondo. In particolare ricordo la sua battaglia negli Stati Uniti, la sua grande missione in America Latina, la lotta alle sètte, la lotta alla deriva marxista della Teologia della liberazione, la sua presenza in Africa, continente a cui è oltremodo attento. Inoltre c’è il tentativo di varcare le porte dell’Asia, malgrado la Cina resterà un sogno incompiuto del suo pontificato.
Wojtyla, Papa europeo, era diventato capace di indicare un orizzonte globale nel mondo spaesato della globalizzazione, dinnanzi a uomini sempre più spesso preoccupati e disorientati, perché era anche un Papa geopolitico. Come la sua preghiera, una preghiera geografica e mentalmente orante che si spostava da un luogo a un altro della terra.

Piazza San Pietro gremita di fedeli in occasione della cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II il 1° maggio scorso [© Cristian Gennari/Romano Siciliani]

Piazza San Pietro gremita di fedeli in occasione della cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II il 1° maggio scorso [© Cristian Gennari/Romano Siciliani]

Il cardinale Stanislaw Dziwisz in una recente intervista ha detto che Wojtyla morì come un grande patriarca biblico. Trova sia un paragone possibile?
Penso di sì, perché è morto volendo vivere fino in fondo il suo ministero. È morto come ha vissuto: “nella piazza”, in mezzo alla sua gente, perché non era un Papa isolato, era un Papa che praticava l’ascesi dell’incontro, l’incontro con i singoli – e qui c’è il suo personalismo praticato – così come l’incontro con le folle, con i popoli.  
Lei ha scritto sul Corriere della Sera, parlando delle recenti rivoluzioni nel Nord Africa, che l’idea di rivoluzione durata due secoli è morta con l’89 e con Wojtyla. Può approfondire quest’idea?
Non è solo un’idea mia, ma anche di Bronislaw Geremek. L’idea della rivoluzione come levatrice della storia, dalla Rivoluzione francese alle rivoluzioni coloniali, l’idea di rivoluzione nella politologia, è stata un’idea forte, decisiva: è stata l’idea della liberazione, del progresso. Ma con Wojtyla, con la transizione politica pacifica dell’Est Europa e in particolare con la Polonia di Solidarnosc, cade l’idea di rivoluzione violenta come progresso, ma non si cede alla rassegnazione e alla conservazione. Wojtyla vuole la transizione pacifica in Cile, appoggia quella nelle Filippine, e gli esempi potrebbero continuare a riprova che la fine dell’idea di rivoluzione coincide con l’89. Questa fine Wojtyla la spiega bene nell’enciclica Centesimus annus.
Quindi Wojtyla resta per lei un rivoluzionario...
Io credo che Wojtyla non sia stato capito nella sua carica di cambiamento e cito quel suo discorso del 2003, Ma tutto può cambiare. Non è stato capito, ad esempio, sulla Teologia della liberazione in America Latina, che lui ha combattuto solo perché l’ha considerata tributaria al marxismo. Gli è sembrata una profonda e radicale ambiguità, una strada che apriva il cammino all’influenza sovietica, alla secolarizzazione della Chiesa oltre che alla secolarizzazione delle religioni. Come mi ha confermato Benedetto XVI in un colloquio che ho avuto con lui, Wojtyla voleva una liberazione cristiana, credeva che il cristianesimo potesse liberare l’uomo, il suo cuore, e di conseguenza potesse liberare anche la società. In altre parole pensava che trasformando l’uomo cambiasse anche la società e questa grande idea cristiana in lui acquista un tono dinamico. Per questo possiamo anche dire che Wojtyla è un teologo della liberazione, ma bisogna intendersi su quale.
Nella sua biografia di Wojtyla emerge come l’idea di un papa non italiano si fece strada nel conclave perché i candidati italiani erano ritenuti troppo legati ai problemi politici del loro Paese e questo creava una certa insofferenza negli altri porporati. Poi, invece, il Papa polacco si rivelerà molto attento all’Italia e alla diocesi di Roma…
Esatto. Ma c’è una differenza rispetto ai predecessori italiani: Pio XII diceva agli italiani «la vostra patria», però poi si occupava delle elezioni amministrative del comune di Roma. Wojtyla invece diceva «la nostra patria» sia quando parlava dell’Italia che quando parlava della Polonia, però non era molto attento ai problemi politici italiani. Anzi, io direi che nei primi anni del suo pontificato nel mondo ecclesiastico Wojtyla trovò una certa inaccoglienza: in quel periodo si contrapponeva il Concilio e la pastorale conciliare alla pastorale wojtyliana e per questo lui si gettò alla conquista dell’Italia, anche attraverso tante visite, raggiungendo una grande popolarità. Possiamo dire che si sentiva italiano ed è stato molto attento alla società italiana e ai suoi cambiamenti più che ai problemi della sua politica interna.  
Concludendo, tra lo slogan “santo subito” e lo slogan “santo presto” lei quale preferisce?
Io non do molta importanza a queste cose. Giovanni Paolo II è un santo contemporaneo e andava messo in luce presto. Inoltre con un rapido processo si sono raccolte preziose testimonianze che forse fra anni sarebbero andate perdute.



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