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TRE ARTICOLI DI GIULIO...
tratto dal n. 01 - 2013

Tratto da 30Giorni n. 11 - 2000

Quella folla di fedeli che cantava la Missa de Angelis


Ripubblichiamo tre articoli del nostro direttore già apparsi in anni diversi su queste colonne. Il primo, un editoriale del 2000, testimonia la grande attenzione di Andreotti per la Cina e la Chiesa cattolica nel Celeste Impero. Il secondo è una relazione tenuta all’Università Lateranense sulla Pacem in Terris, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario. Il terzo, che ripubblichiamo per la sua attualità, è un suo appassionato intervento del 2005 nell’aula del Senato, sulla situazione in Medio Oriente e sulla Siria


di Giulio Andreotti


Un momento del viaggio di Giulio Andreotti in Cina nel novembre 2000

Un momento del viaggio di Giulio Andreotti in Cina nel novembre 2000

 

Sono stato in Cina per festeggiare – su invito di quella Associazione dell’amicizia tra i popoli – il trentennale della instaurazione dei rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare. Nell’occasione è stato espresso sia dal primo ministro che da altre autorità questo significativo riconoscimento: «Ammiriamo l’indipendenza dell’Italia, perché, pur appartenendo a una impegnativa Alleanza occidentale, ci avete riconosciuto tre anni prima degli Stati Uniti d’America».

Dalla mia ultima visita sono passati nove anni; raccolsi allora dal primo ministro Li Peng (oggi presidente dell’Assemblea nazionale) un messaggio molto preciso. Avevano scelto la via di un cambiamento profondo e deciso, ma graduale. Attraverso le sperimentazioni si sarebbero attuate riforme economico-sociali, dando vita a una realtà nuova. Le teorie c’era tempo per elaborarle, anche per non cadere nell’incertezza e nelle illusioni che stava suscitando il metodo scelto nella “revisione” sovietica.

Vittorino Colombo, senatore e ministro, che fu un precursore dei buoni rapporti con Pechino (la sua fondazione è oggi presieduta da Cesare Romiti), aveva scritto nel 1983: «Sarà nel socialismo alla cinese che potrà riscontrarsi una via inedita alla democrazia». Che le zone d’economia mista stiano trasformando la Cina è fuor di dubbio. Gli investimenti stranieri sono stati e sono eccezionali; e anche visivamente, dai grattacieli alla intensa motorizzazione, il panorama è irriconoscibile. Non si può peraltro dimenticare che tutti i problemi hanno qui – con una popolazione di almeno un miliardo e trecento milioni di creature – un moltiplicatore di difficoltà. Molti predicatori spesso lo dimenticano.

Deng rispose un giorno al presidente degli Stati Uniti che lo sollecitava telefonicamente per qualche gesto di liberalizzazione: «Il primo diritto umano è quello di non morire di fame; e ci siamo. Abbiamo poi abolito l’obbligo di vestirci tutti allo stesso modo; ed è un altro passo. Ma voi potete aiutarci ad accelerare i tempi. Consentite l’immigrazione di duecento milioni di cinesi (per territorio e risorse vi sarebbe possibile) e ci dareste una mano straordinaria. Ci pensi sopra».

Sembra che dalla Casa Bianca si arrivò rapidamente ai saluti finali. Comunque ora molti americani danno fiducia alla nuova Cina collocandovi capitali, mentre il Congresso ha dato il disco verde per l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio.

Nella riunione celebrativa del trentennale ho ricordato questa profezia espressa nel 1921 dal “compagno” Jun Yatsen: «Il mondo intero ha tratto enormi vantaggi dallo sviluppo degli Stati Uniti quale grande nazione industriale e commerciale: alla stessa stregua lo sviluppo futuro della Cina con il suo formidabile potenziale umano verrà a costituire un altro nuovo mondo dal punto di vista economico. Tutti i Paesi che daranno il loro contributo a questa opera benemerita raccoglieranno floridissime messi e al tempo stesso rafforzeranno la reciproca solidarietà dell’umanità intera».

Giovani seminaristi cinesi durante la messa in una chiesa di Shanghai

Giovani seminaristi cinesi durante la messa in una chiesa di Shanghai

Quando Krusciov sostenne che l’Urss avrebbe superato gli Stati Uniti, tutti sorrisero alla battuta. Qui mi sembra che non ci sia da ironizzare. Del resto l’ipotesi di un policentrismo non è negativa. E l’Europa deve convincersi che non si può vivere di rendita storica.

Tra le novità riscontrate nel viaggio vi è anche qualche elemento significativo nelle chiese cattoliche: la messa è celebrata secondo la riforma postconciliare, sia nei paramenti che nel rito. Vi è il memento per il papa Giovanni Paolo II e hanno molte vocazioni. A Xian ho assistito a un precetto domenicale commovente, con sette giovanissimi sacerdoti concelebranti e una folla di fedeli che cantavano in latino la Missa de Angelis. Non sottovaluto tuttavia il delicato problema della Chiesa clandestina e delle difficoltà per quella ufficiale di rapporti con Roma.

Vivace, anche nel vescovo di Pechino, la reazione per la canonizzazione dei martiri dei Boxer del 1900, fissata il 1º ottobre di quest’anno, nel giorno della festa nazionale cinese. Non credono, sbagliando, a una coincidenza. Pensano che la Santa Sede sia di una astuzia… diabolica. Vi è stata però di recente una calda visita laggiù del cardinale Roger Etchegaray e questo lascia bene sperare per il futuro. Con molta schiettezza, da parte mia, ho detto che onorare i martiri non è un diritto ma un dovere per la Chiesa.

È possibile che, in attesa di sviluppi con lo Stato, si costituisca una sola Conferenza episcopale cinese? Detto così sembra più che utopistico, ma forse nel ricordo del celebre gesuita Matteo Ricci – di cui si celebrano i quattrocento anni dell’arrivo a Pechino e che in Cina tutti onorano come uno dei grandi padri tradizionali – anche i traguardi più ardui vengono raggiunti.



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