Rubriche
tratto dal n.10 - 2008


Gesù di Nazareth nella settima arte


P. Dalla Torre – C. Siniscalchi,
IGesù di Nazareth nella settima arte/I, Studium, Roma 2008, 136 pp., euro 13,50

P. Dalla Torre – C. Siniscalchi, IGesù di Nazareth nella settima arte/I, Studium, Roma 2008, 136 pp., euro 13,50

Nella storia del cinema mondiale, la figura di Cristo è entrata immediatamente nell’immaginario di registi e sceneggiatori, a partire dalla sua invenzione da parte dei fratelli Lumière, all’inizio del XX secolo. Nel corso dei decenni, anche a seconda del differente contesto e clima culturale in cui si trovavano ad agire produttori e registi, Cristo è stato rappresentato nei modi più svariati. Si va dal capolavoro di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo, che stravolge la tradizionale iconografia costruita nei secoli da pittori e registi stessi, presentandoci il Figlio di Dio come uomo, un uomo della Palestina di duemila anni fa, lacerato dai dubbi e dai timori legati alla propria missione profetica ma, allo stesso tempo, consapevole del profondo ruolo spirituale di cui si è fatto carico nel farsi essere umano. Negli anni della contestazione si segnala Jesus Christ Superstar, di Norman Jewison, musical pop perfettamente allineato con lo Zeitgeist in cui fu realizzato e che suscitò non poche polemiche. Ma furono di più quelle esplose per l’adattamento del romanzo dello scrittore greco Kazantzakis, L’ultima tentazione di Cristo, da parte di Martin Scorsese nel 1988. In parte basato sulla tradizione dei Vangeli apocrifi, il film di Scorsese immagina una relazione tra Maria Maddalena e Gesù oltre a una serie di deviazioni e rivisitazioni rispetto ai paradigmi dell’ortodossia. Opera forse troppo ambiziosa, L’ultima tentazione di Cristo rimane, però, un film di grande impatto visivo, comunque realizzato da uno dei cineasti più profondamente cattolici degli ultimi decenni.
Oltre al ritratto edulcorato della figura di Cristo del Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, il film sicuramente più importante e discusso sul tema rimane La passione di Cristo di Mel Gibson, che iperrealisticamente, con un’opera figlia della cultura postmoderna di questi anni, mette in evidenza la sofferenza, la crudeltà e la violenza del percorso della Passione.
I due autori del volume Gesù di Nazareth nella settima arte, Claudio Siniscalchi e Paola Dalla Torre, percorrono questo secolo di cinema in cui non solo la figura di Cristo, ma tutto ciò che viene narrato nei Vangeli hanno esercitato e continueranno a esercitare grande fascino attraverso le opere di cineasti molto differenti tra di loro.




La deportazione dei carabinieri di Roma nei lager nazisti


Anna Maria Casavola, 
I7 Ottobre 1943. Deportazione dei Carabinieri romani nei lager nazisti/I, Studium, Roma 2008, pp. 200, 
euro 16,00

Anna Maria Casavola, I7 Ottobre 1943. Deportazione dei Carabinieri romani nei lager nazisti/I, Studium, Roma 2008, pp. 200, euro 16,00

La ricerca di Anna Maria Casavola, 7 ottobre 1943. La deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti, si colloca all’interno del Centro studi del Museo storico della Liberazione di via Tasso (il responsabile Antonio Parisella ne cura la presentazione), a 65 anni esatti dall’evento, dai più dimenticato o non conosciuto. È stata la prima grande deportazione nazista da Roma, superiore per numero – 2.500 uomini – a quella, successiva di una settimana, degli oltre mille ebrei.
Ci troviamo di fronte a una pagina oscura della storia del nostro Paese rappresentata dall’occupazione tedesca.
L’ordine di disarmo, prologo alla successiva deportazione dei carabinieri, porta la firma di Rodolfo Graziani, ministro della Difesa nazionale della Rsi e maresciallo d’Italia. Questi, per costringere gli stessi ufficiali a disarmare i propri uomini e i colleghi di grado inferiore, aveva minacciato di passare per le armi i disobbedienti e di effettuare rappresaglie sulle loro famiglie. E poiché Graziani era un uomo conosciuto per le sue repressioni, l’ordine fu eseguito. Così i carabinieri, ignari di tutto, furono presi in trappola e credettero di essere traditi. «Il giorno della cattura fummo fatti cadere in un tranello tesoci dai tedeschi e dai non meno crudeli repubblichini. Eravamo un ingombro, un ostacolo per i nazifascisti, eravamo testimoni da eliminare, eravamo l’unica protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di disfarsi di noi», ricorda il maggiore Alfredo Vestiti, deportato.
Il libro della Casavola mette in evidenza, sulla scorta dei documenti consultati, il contributo spontaneo dei carabinieri romani alla resistenza, sia nel periodo 8 settembre-7 ottobre 1943, sia successivamente, fino alla liberazione della città, da parte dei carabinieri che erano sfuggiti alla deportazione e che, sotto la guida del generale Filippo Caruso, avevano dato vita a un Fronte militare clandestino. La parte più inedita della ricerca riguarda la ricostruzione, passo passo, della persecuzione che l’Arma subì da parte della Repubblica sociale sia sul territorio nazionale (culminata in una successiva e definitiva deportazione nell’agosto 1944) sia nei lager in Germania e Polonia, dove i carabinieri entrarono a far parte della massa degli Imi dei 600-700 mila militari italiani catturati dopo l’8 settembre su tutti i fronti di guerra che misero in atto nei campi una resistenza disarmata, ma non inerme. Una spina nel fianco, in particolare per la Rsi, che avrebbe voluto creare grazie agli internati il nuovo esercito di Mussolini.
Emerge dunque, nel volume della Casavola, una lettura diversa della tragedia dell’8 settembre, basata sulle testimonianze degli eventi che non devono restare confinate negli archivi e nelle biblioteche militari.




L’azione internazionale dei cattolici nel mondo rurale


Vincenzo Conso, 
IL’azione internazionale dei cattolici nel mondo rurale. 
L’esperienza dell’Icra/I, 
Agrilavoro, Roma 2008, 170 pp., euro 11,00

Vincenzo Conso, IL’azione internazionale dei cattolici nel mondo rurale. L’esperienza dell’Icra/I, Agrilavoro, Roma 2008, 170 pp., euro 11,00

L’Icra (International Catholic Rural Association, cioè l’Associazione cattolica rurale internazionale), nasce nel 1962 durante il secondo Congresso internazionale dei cattolici impegnati nel mondo rurale: un’associazione attenta ai problemi sociali, religiosi e morali di quel mondo.
All’inizio del XX secolo, di fronte ai problemi posti dall’aggravarsi della questione sociale, il mondo del lavoro e della politica cercarono di elaborare nuove risposte.
Il secondo capitolo del libro di Vincenzo Conso, L’azione internazionale dei cattolici nel mondo rurale, è dedicato alla struttura dell’Icra; particolarmente interessante il paragrafo 3 sulle relazioni dell’Associazione con la Fao e con le altre Agenzie dell’Onu. Oggi si parla molto di sviluppo sostenibile, concetto entrato nel linguaggio internazionale a partire dal 1987 – nel Rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo – e comunemente usato e definito come «uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Conso ne fa una trattazione esaustiva, trasformando a tratti il suo lavoro in un utile e prezioso strumento didattico per chi si avvicina o si interessa a temi relativi alla difesa dell’ambiente. Ampi, naturalmente, sono i riferimenti al magistero della Chiesa cattolica, che, sull’argomento non è certamente secondo a nessuno: dall’enciclica Mater et magistra di Giovanni XXIII – degli inizi degli anni Sessanta, che accorda ampio spazio al problema agricolo rurale – alla Populorum progressio di Paolo VI, alla Gaudium et spes, al più recente Compendio della dottrina sociale della Chiesa, passando attraverso una folta serie di interventi e di iniziative promosse dal mondo cattolico (il Primo congresso sul mondo rurale risale al 1951). Non manca, nell’interessante volume, uno sguardo internazionale ai temi che l’autore affronta nei ultimi capitoli, dedicati alla solidarietà nel mondo, alla globalizzazione e alla nuova opportunità che l’agricoltura può costituire per i Paesi in via di sviluppo.
Le conclusioni di Conso sintetizzano bene l’impegno, la mission si direbbe oggi, dell’Icra: «Di fronte alle sfide poste dall’economia e dalla politica, dai conflitti etnici e religiosi, dalla globalizzazione e dalla modernità, l’Icra è impegnata come forza sociale che promuove una rinnovata idea dello sviluppo, centrata sul valore dell’essere umano, sul riconoscimento dei suoi diritti umani inalienabili, sulla necessità di costruire un sistema internazionale fondato sulla giustizia e sulla pace. Particolarmente impegnativa è la possibilità di aprire l’Icra al dialogo con realtà non cristiane, particolarmente del mondo arabo e dell’estremo Oriente». Beh, non è poco.




I miracoli di Gesù


Gianmario Pagano, II miracoli di Gesù. Dramma e rivelazione/I, Paoline, Milano 2008, 144 pp., euro 11,00

Gianmario Pagano, II miracoli di Gesù. Dramma e rivelazione/I, Paoline, Milano 2008, 144 pp., euro 11,00

In fondo, ciò che don Gianmario vuole dirci è molto semplice e condivisibile. Con una sapiente costruzione, che attinge all’essenziale della storia del pensiero teologico, difendendo con le armi della ragione la storicità dei racconti evangelici, e offrendo al lettore nella parte finale un’originale analisi di alcuni dei miracoli operati da Gesù come gesti di un’azione drammaturgica, l’autore conduce il lettore a dire di sì. È vero, cioè, che Gesù ha compiuto miracoli e che è improprio voler distillare, alla Bultmann potremmo dire, la vita di Gesù dai segni miracolosi da Lui operati; ed è convincente o, meglio e ancor prima, naturale ricordarci che gli stessi evangelisti erano consapevoli che moltissimi, più che attraverso una lettura individuale o una meditazione silenziosa e prolungata, sarebbero venuti a contatto con il Vangelo da uditori, ascoltandone il racconto fatto a voce alta. Val la pena anche ricordare che fu grazie al cristianesimo che nel Medioevo il teatro tornò nei favori del popolo, in particolare attraverso sacre rappresentazioni. Con argomentazioni semplici quanto rigorose e consequenziali, che si fanno accettare con docilità (è pregio dell’autore), don Gianmario Pagano ci porta a vedere, è il termine giusto, come i racconti sui miracoli di Gesù siano stati redatti dagli evangelisti per comunicare «con semplicità a gente semplice». Dato che il Signore ha voluto bene a tutti, a tutti ha voluto parlare, e l’ha fatto adoperando un linguaggio che gli occhi immediatamente potessero comprendere. I miracoli di Gesù, questo il titolo dell’opera, sono gesti sorprendenti ma reali ed efficaci per l’uomo, al quale propongono, nel contesto in cui Gesù li fa accadere, la fede, che è atto libero dell’uomo acceso dall’opera di Dio: «Un evento che cambia chi l’accoglie, come il sorriso della mamma provoca quello del suo bambino, direbbe von Balthasar». Da leggere lo studio che l’autore fa del miracolo compiuto da Gesù per il paralitico di Cafarnao, in cui immediatamente «si va dallo stupore alla lode, cioè al riconoscimento della grandezza di Dio». Allora si capisce e resta ben impressa nell’animo una citazione di Flavio Giuseppe sui primi attimi della storia della nostra fede: «In quel tempo apparve Gesù, un uomo saggio. Infatti fu operatore di fatti sorprendenti, un maestro di persone che accoglievano la verità con piacere». Una verità umile nella sua rivelazione, facile da guardare, da abbracciare senza fatica.

Giovanni Cubeddu




Meridionalisti cattolici


Diomede Ivone (a cura di), 
IMeridionalisti cattolici. 
Antologia di scritti (1946-1960)/I, Studium, Roma 2008, 296 pp., euro 25,50

Diomede Ivone (a cura di), IMeridionalisti cattolici. Antologia di scritti (1946-1960)/I, Studium, Roma 2008, 296 pp., euro 25,50

«Molti dei cattolici che durante il periodo fascista si erano formati nelle associazioni cattoliche, leggendo soprattutto gli scritti di Sturzo, erano convinti che cambiare qualcosa nel Mezzogiorno fosse possibile mediante la modernizzazione delle strutture pubbliche, migliorando la società urbana, affrontando il problema della terra… Ed erano cattolici provenienti alcuni dalle Università, come Raffaele Ciasca, Ezio Vanoni e Costantino Mortati, altri dal mondo delle professioni, altri dalla milizia politica nella Democrazia cristiana di De Gasperi»: sono parole dell’introduzione del volume Meridionalisti cattolici, a cura di Diomede Ivone, che dedica pagine interessantissime anche a Moro, uomo del Mezzogiorno, al suo impegno civile e religioso, che trovò solide basi nella consuetudine fucina. Suddividendo il volume in due parti distinte, una dedicata ai politici, l’altra ai tecnici, Ivone raccoglie in un’antologia gli scritti e l’impegno dei principali meridionalisti cattolici nel periodo che va dal 1946 al 1960; partendo da Luigi Sturzo, con Il Mezzogiorno e la politica, per arrivare a Gabriele Pescatore nel saggio sull’Attività della Cassa per il Mezzogiorno.
Il meridionalismo cattolico nasce tra il 1946 e il 1948, con schemi istituzionali-giuridici (si pensi alla Cassa per il Mezzogiorno), economici e politici diversi rispetto alla vecchia impostazione. C’era l’anelito a riscattare il Mezzogiorno dalla sua secolare arretratezza. Lo scenario oggi è completamente diverso; il dibattito intorno al meridionalismo, se c’è, presenta dei connotati differenti, nel momento in cui si dibatte intorno all’istituzione di un federalismo fiscale che comunque costringerà le regioni del sud d’Italia a confrontarsi con una nuova realtà giuridica ed economica, oltre che politica. Per la verità in questa fase del dibattito, come ha osservato sul Corriere della Sera del 3 agosto 2008 Angelo Panebianco, «sembra che la sola preoccupazione della classe politica meridionale sia quella di assicurarsi “compensazioni” adeguate (la quota del gettito fiscale che le Regioni più ricche dovranno trasferire, tramite lo Stato centrale, alle Regioni più povere). Tutto qui?», si chiede Panebianco: «Il Sud non ha altro da dire? Solo garantirsi di essere sussidiato per l’eternità?». In epoche intellettualmente più felici per il Mezzogiorno è esistito un pensiero meridionalista di grande qualità e spessore che ha guardato anche al federalismo come a un possibile motore di sviluppo, a un mezzo di emancipazione economica e sociale. Oggi non sembra arrivare alcun contributo di idee e di proposte all’“impresa federalista” dal Mezzogiorno d’Italia. Il libro curato da Diomede Ivone può essere un’occasione e uno stimolo per riprendere il dibattito interrotto: sarebbe interessante, ad esempio, condurre un’analisi comparata sui risultati raggiunti e sulla prospettiva storica a breve e medio termine, ma questo è compito degli economisti e dei sociologi.




Il cinema europeo nell’epoca della secolarizzazione


Claudio Siniscalchi, IIl cinema europeo nell’epoca della secolarizzazione 
(1945-1968)/I,  Studium, 
Roma 2008, 140 pp., euro 13,00

Claudio Siniscalchi, IIl cinema europeo nell’epoca della secolarizzazione (1945-1968)/I, Studium, Roma 2008, 140 pp., euro 13,00

Il libro di Claudio Siniscalchi, docente di Storia e critica del cinema all’Università Lumsa di Roma, Il cinema europeo nell’epoca della secolarizzazione (1945-1968), edito da Studium, affronta con lucidità critica uno dei passaggi fondamentali nella storia della settima arte, ovvero il passaggio dal realismo (o, in Italia, neorealismo), alle avanguardie della metà degli anni Sessanta, attraverso lo studio di alcuni autori fondamentali come Federico Fellini, Andrej Tarkovskij, Michelangelo Antonioni, Jean-Luc Godard nel loro rapporto con la spiritualità e, più in generale, con la religione. Il passaggio da quello che i registi della Nouvelle Vague francese etichettavano come il “cinema di papà” a quello della sperimentazione è stato senza dubbio una rivoluzione da più punti di vista: estetico, narrativo, anche ideologico. Ogni autore, però, fa storia a sé. Ecco, allora, che Fellini con La dolce vita mette in discussione tutti i valori della società italiana del boom, tra cui, appunto, lo spiritualismo e certo bigottismo religioso, mentre, negli stessi anni, Antonioni, con film come Il grido e L’avventura, esprime un approccio maggiormente dubitativo sulle forme del credere, dell’adesione a valori universali condivisi.
Al contrario, il maestro russo Andrej Tarkovskij, con uno sguardo nuovo e tradizionale allo stesso tempo, si fa interprete di una profonda spiritualità cristiano-ortodossa con capolavori come Andrei Rublëv e L’infanzia di Ivan.
All’interno della Nouvelle Vague, sottolinea Siniscalchi, ci sono registi, Jean-Luc Godard in particolare, che vedono nella religione un’insopportabile zavorra per l’evoluzione dei popoli, dei loro costumi, della loro cultura, nel solco della lezione illuminista del XVIII secolo. Voci contrastanti, quindi, che hanno influenzato e continuano a influenzare anche altri settori dell’espressione artistica e che rappresentano, spesso, poli contrapposti nei confronti della fede, della spiritualità e dei suoi significati più profondi.


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