Rubriche
tratto dal n.01 - 2004

Lettere dalle missioni



CUBA


Bartolomeo I e Fidel Castro passano in rassegna le truppe al Palazzo della Rivoluzione, L’Avana 21 gennaio 2004

Bartolomeo I e Fidel Castro passano in rassegna le truppe al Palazzo della Rivoluzione, L’Avana 21 gennaio 2004

Si è svolta dal 21 al 26 gennaio la visita di Bartolomeo I a Cuba. È la prima effettuata nell’isola dal patriarca ecumenico di Costantinopoli. Motivo principale del viaggio è stata la consacrazione, domenica 25 gennaio, della cattedrale ortodossa di San Nicola, fatta costruire da Fidel Castro nella piazza San Francisco, situata nella zona coloniale della città vecchia della capitale. Sarà il primo luogo di culto dedicato alla piccola comunità ortodossa dell’isola, che conta tra i duemila e i tremila fedeli, per lo più di origine slava.






CAMBOGIA
Testimonianza da Phnom Penh
«La domenica mi reco per la messa in due piccole comunità cristiane di origine vietnamita, distanti rispettivamente 11 e 18 chilometri da Phnom Penh. Sono comunità vivaci ma sorgono in contesti difficili dove la povertà umana è più grande di quella materiale. La prima sorge in una zona ad alto tasso di prostituzione, mentre la seconda sta in mezzo a una grande baraccopoli. Per alcuni versi siamo ai confini della terra, dove il Signore ci ha chiesto di andare. Penso che senza una Sua esplicita richiesta, così come ci è consegnata dai Vangeli, non mi sarebbe mai venuto in mente di andarci. Ma queste due comunità sono un segno bellissimo, anzi direi scintillante, perché in occasione del Natale hanno preparato la grotta per Gesù bambino così bene da essere più bella e più grande delle loro stesse case! Questa irruzione di Dio, sempre nuova, sorprendente è il nostro punto di partenza».
Testimonianza del 16 gennaio di padre Alberto Caccaro, che da due anni si trova a Phnom Penh, dove cura un piccolo ostello che ospita giovani lavoratori.
BRASILE
Retroscena sul rapimento dei tre missionari
«Ritengo che sia necessaria un’azione a livello nazionale ed internazionale di solidarietà a Lula che, se da una parte subisce sollecitazioni violente, dall’altra potrebbe trovare un appoggio che lo incoraggi ad andare avanti». Lo ha dichiarato il 9 gennaio padre Silvano Sabatini, 82 anni, missionario della Consolata in Amazzonia, a commento della complessa vicenda del rapimento di tre missionari della Consolata avvenuto nello Stato brasiliano di Roraima il 6 gennaio, e rilasciati dopo tre giorni di priýionia.La situazione del Roraima era precipitata allorché il presidente brasiliano Lula aveva dichiarato di voler firmare un decreto che restituiva la terra agli indios, provvedimento da sempre richiesto anche dalla Chiesa locale. Contemporaneamente alýrapimento dei tre missionari era stato assalito l’annesso Centro di formazione indigena, sequestrati alcuni allievi, e nella capitale Boa Vista erano state attaccate due istituzioni nazionali, la Funai (Fondazione nazionale dell’indio) e l’Incra (Istituto nazionale di colonizzazione e riforma agraria). Le vie d’accesso alla città e le autostrade 174 e 401, che collegano rispettivamente al Venezuela e alla Guyana inglese, erano state bloccate impedendo l’approvvigionamento di generi alimentari, per fomentare ulteriormente la popolazione contro la causa indigena e lanciare un segnale al governo centrale.
Tali azioni, spiega padre Sabatini, «sono una manovra orchestrata ad alto livello e la posta in gioco è enorme: immense ricchezze minerarie che promettono un futuro ai grandi gruppi economici multinazionali, a cui si aggiunge la propagazione delle monoculture come il riso o la soia che fruttano molti proventi. L’odio verso i missionari viene sobillato con facili pretesti: si dice ad esempio ai piccoli agricoltori che sono i missionari a non volere dare loro la terra perché è degli indios, e così si fomenta una terribile guerra tra poveri».


SUDAN
I comboniani sull’accordo tra regime e ribelli: «Un compromesso, speriamo sia mantenuto»
«È un compromesso che tiene conto della realtà e può essere un altro passo avanti per la soluzione del conflitto sudanese e l’inizio di un periodo di pace per il sud del Paese. Speriamo sia mantenuto». Così il portavoce della curia generalizia dei comboniani di Roma, padre Giovanbattista Antonini, ha commentato l’accordo per la spartizione dei proventi legati all’estrazione del petrolio nel sud Sudan firmato il 7 gennaio dal governo di Khartoum e dai ribelli dello Spla (Esercito di liberazione popolare del Sudan), protagonisti di una guerra ventennale.
L’accordo porta anche la “firma” diplomatica degli Usa, sostenitori del processo di pace insieme a Gran Bretagna, Norvegia e Italia.
Il rischio dell’accordo, ha dichiarato il 9 gennaio padre Renato “Kizito” Sesana, missionario comboniano impegnato da molti anni in Kenya e Sudan, è che si firmi «un trattato di pace imposto dall’alto, incompleto per l’assenza totale al tavolo dei negoziati della società civile e dei leader religiosi, una pace fra due élite che si spartiscono il potere politico ed economico». Certo, conclude padre Kizito, «la pace è meglio della guerra e può dare ai rappresentanti più genuini della società civile e alla Chiesa la possibilità di lavorare in profondità per la riconciliazione».


MESSICO
Il vescovo di San Cristóbal de las Casas: «Si temono nuovi scontri in Chiapas»
Monsignor Felipe Arizmendi, vescovo di San Cristóbal de Las Casas, parlando del pericolo di nuovi scontri tra comunità indigene in Chiapas nel suo messaggio per il nuovo anno, diffuso il 31 dicembre scorso dalla diocesi ha detto: «La cosa più dolorosa è che ora si scontrano indigeni contro indigeni, zapatisti e non zapatisti, poveri contro poveri. A dieci anni dalla sollevazione in armi dell’Ezln [Esercito zapatista di liberazione nazionale]» ha osservato il vescovo «è preoccupante che non vi siano prospettive per un nuovo dialogo con il governo, a causa della sfiducia e dello sconforto».


MEDIO ORIENTE
La “pace certamente possibile” del patriarca latino di Gerusalemme
«Dio ci ha voluti qui, in Terra Santa, per essere fratello e sorella l’un l’altro. Ci ha voluti qui come reciproca sorgente di pace e giustizia, così che cooperando tra noi possiamo mettere fine a ogni oppressione e male nelle nostre vite. […] Né gli israeliani né i palestinesi vogliono la guerra e questo spargimento di sangue. Gli israeliani vogliono la propria sicurezza e i palestinesi sono in cerca della loro terra e libertà. […] Per raggiungere la pace dobbiamo credere che anche l’altro voglia la pace quanto noi, e con noi possa costruirla. È tempo che anche i governanti lo dichiarino apertamente. Le voci che si sollevano tra la gente e le diverse iniziative che chiamano alla pace e che vogliono un cambiamento di atteggiamento ai vertici, dimostrano chiaramente che i due popoli vogliono la pace e che essa è certamente possibile». Lo ha detto nel messaggio di Natale il 23 dicembre scorso il patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah.




INDONESIA


Il leader cristiano separatista Alex Manuputty, 55 anni, capo del Fkm (Fronte di auto-governo delle Molucche), si sarebbe recato negli Stati Uniti per avere sostegno al suo movimento separatista, non appoggiato dalla Chiesa locale. Lo hanno riferito il 12 dicembre alla Misna i padri del Centro di crisi della diocesi cattolica di Ambon, capoluogo delle Molucche. Il governatore locale ha sollecitato il governo di Giakarta a chiedere al più presto l’estradizione di Manuputty che deve ancora scontare una condanna a tre anni di carcere. Il gruppo guidato da Manuputty è accusato dai musulmani di aver alimentato gli scontri interreligiosi che dal gennaio 1999 alla primavera 2002 hanno insanguinato le Molucche.


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