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GESUITI. Parla Peter-Hans Kolvenbach
«È il Signore
che fa la differenza»
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Intervista
con il preposito generale della Compagnia di Gesù in occasione dei 500 anni
dalla nascita
di san Francesco Saverio
e del beato Pietro Favre,
e a 450 anni dalla morte
di sant’Ignazio di Loyola |
Intervista a Peter-Hans Kolvenbach di Giovanni Cubeddu
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 | | San Francesco Saverio battezza degli indigeni | | |
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«L’odierna vostra visita mi offre
l’opportunità di ringraziare insieme a voi il Signore per aver
concesso alla vostra Compagnia il dono di uomini di straordinaria
santità e di eccezionale zelo apostolico quali sono
sant’Ignazio di Loyola, san Francesco Saverio e il beato Pietro
Favre. Essi sono per voi i padri e i fondatori: è giusto,
perciò, che in quest’anno centenario li ricordiate con
gratitudine e guardiate a loro come a guide illuminate e sicure del vostro
cammino spirituale e della vostra attività apostolica».
Così papa Benedetto, nel saluto con cui ha accolto il pellegrinaggio
che lo scorso 22 aprile ha visto la Compagnia di Gesù venire in San
Pietro per visitare la tomba del Principe degli apostoli.
Si celebrano infatti i cinquecento anni dalla nascita
sia di san Francesco Saverio, che Pio XI dichiarò patrono delle
missioni, sia del beato Pietro Favre, e i 450 anni dalla morte di
sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Societas Iesu.
Un’occasione propizia per intervistare padre Peter-Hans Kolvenbach,
dal settembre 1983 preposito generale della Compagnia di Gesù.
Per quale episodio della sua vita, Francesco Saverio le
è particolarmente caro?
PETER-HANS KOLVENBACH: Saverio voleva servire il
Signore in povertà e umiltà come aveva appreso da Ignazio e
dagli Esercizi spirituali. L’essere stato nominato legato pontificio per l’Asia
non alterò il suo tenore di vita. Abbiamo testimonianze
dell’epoca sulla povertà di Saverio. Lui e i suoi compagni
viaggiavano a piedi ed erano vestiti così miseramente che i
ragazzini giapponesi li accoglievano a sassate e coprendoli di ridicolo.
Descrivendo le sue peregrinazioni apostoliche nel cuore
dell’inverno, Saverio parla del dolore patito a causa del gonfiore
dei piedi. Pensando che una visita al signore di alcune province gli
avrebbe procurato il permesso di predicare in pubblico, chiese che gli
fosse concessa udienza, ma gli fu negato l’ingresso a palazzo
perché era sprovvisto di doni adeguati da offrire. Queste esperienze
lo portarono a modificare il suo approccio. Così si recò
nella città di Miyako, vestito di seta, presentando lettere di
accreditamento come ambasciatore del governatore dell’India, scritte
su pergamena istoriata, e portando con sé preziosi doni…
Quest’episodio incarna un principio importante dello zelo apostolico
della Compagnia di Gesù: l’uso dei mezzi al servizio dei
più elevati scopi. Saverio rappresenta
l’“indifferenza” che Ignazio insegna nei suoi Esercizi spirituali. Egli era
libero, distaccato dalle comodità e dalle apparenze affinché
il Signore potesse fare la differenza nelle sue scelte e nei suoi piani
apostolici. E poiché era spiritualmente libero poteva adottare
un altro stile di vita per far sì che fosse possibile la
predicazione del Vangelo nella realtà del Giappone. Trovo
quest’episodio estremamente rivelatore.
Ci sono due immagini classiche di Francesco Saverio,
una mentre parte con il breviario in mano alla volta delle Indie,
l’altra mentre raduna i giovani indiani suonando una campanella per
invitarli al catechismo e alla preghiera. Eppure sant’Ignazio
aveva detto che Saverio era «la creta più ribelle che gli
fosse mai capitato di plasmare»…
KOLVENBACH: Sì. Quando Ignazio lo
incontrò, Saverio sognava di diventare un intellettuale, un giurista
o un uomo d’armi per ottenere una posizione di rilievo nella sua
nativa Javier, e risollevare lo status sociale della sua famiglia umiliata
da battaglie politiche. Ci volle molto tempo e perseveranza da parte di
Ignazio prima che le parole del Vangelo, ripetute incessantemente,
trovassero un’eco nel cuore di Saverio: «Che gioverà a
un uomo aver guadagnato tutto il mondo se perde poi l’anima sua». Mentre, perdendo la
vita nel seguire Cristo, diventerà ricco in Cristo… Ciò portò Saverio a
fare gli Esercizi spirituali e a donare sé stesso a Cristo. Una volta
arresosi, si diede totalmente al Signore e ad aiutare gli altri, sulle orme
del Cristo povero in umiltà e nel servizio gratuito.
A proposito di sant’Ignazio, il cardinale Martini
ha affermato che ogni volta che nella Compagnia di Gesù si discute
– secondo tutte le varie visuali e opinioni che derivano dal
pluralismo vissuto dai gesuiti nel quadro mondiale della loro azione
–, tutto si ricompone per incanto quando ci si confronta con gli Esercizi spirituali.
KOLVENBACH: Senz’ombra di dubbio, gli Esercizi spirituali sono il
fondamento della spiritualità e della vita della Compagnia. Molti
gesuiti si sono resi conto che Dio li stava chiamando alla Compagnia di
Gesù nel contesto degli Esercizi fatti spesso negli anni della
gioventù e consolidati poi nel ritiro di un mese in noviziato.
Nell’arricchente diversità di culture e linguaggi, di
approcci spirituali e abilità professionali, tutti i gesuiti hanno
scoperto, aiutati dall’esperienza spirituale di Ignazio, una chiamata
a discernere la volontà di Dio e una maniera di continuare oggi la
missione di Cristo.
Francesco Saverio morì, come Ignazio, senza i
conforti religiosi…
KOLVENBACH: C’è un aneddoto della vita di
san Luigi Gonzaga che viene citato spesso. Si dice che stesse
giocando al biliardo con altri giovani gesuiti quando uno di loro gli
chiese: «Luigi, se ti dicessero che è arrivata la tua ora, che
faresti?». Dicono che Luigi rispose: «Continuerei a
giocare»… Vero o falso, l’aneddoto rivela un punto
importante della spiritualità ignaziana. Più che la
preparazione immediata al momento della morte, sono le ore e gli anni che
la precedono, sorretti dalla grazia di Dio e vissuti nell’adempimento
del Suo volere, che incidono nell’incontro con Cristo nella
prospettiva dell’eternità. I pochissimi gesuiti che erano al
capezzale di Ignazio moribondo erano “sgomenti” per la mancanza
di quei gesti che ci si aspetta di solito da un fondatore in fin di vita:
chiamare al suo capezzale i collaboratori, dar loro gli ultimi consigli,
nominare un successore… Ignazio non pensò mai di governare la
“sua” compagnia, ma la Compagnia di Gesù. I
gesuiti furono completamente sorpresi che Ignazio fosse morto
semplicemente, “come una persona comune”. L’unico
testimone della morte di Saverio ci dice che Saverio era felice nel momento
del suo solitario trapasso, convinto com’era che per lui fosse giunto
il momento di incontrare Colui che durante la sua vita era stato il suo
Signore e compagno.
Il cardinale Tucci ha scritto che sarebbe facile vedere
in Saverio l’animo del conquistador di quei tempi. Mentre, continua il cardinale,
ciò che muove Saverio è la convinzione che nessuno può
salvarsi senza aver ricevuto il battesimo. Che esempio e insegnamento si
può trarre?
KOLVENBACH: Saverio era, in molti aspetti, figlio del
suo tempo. La teologia appresa a Parigi e l’ambiente religioso nel
quale era vissuto, consideravano il battesimo una necessità assoluta
per la salvezza. Saverio soffriva moltissimo nel veder piangere i
giapponesi dopo aver detto loro che i loro antenati erano condannati
all’inferno perché non battezzati. In seguito Saverio
pose più enfasi sulla misericordia di Dio che avrebbe accettato le
vite rette di coloro che senza colpa ignoravano la necessità del
battesimo. Guidati dalla Chiesa e dal Concilio ecumenico Vaticano II,
noi oggi sappiamo che il seme della verità è da trovare in
tutti gli uomini, e che Dio offrirà la salvezza a coloro che non
arrivarono a conoscere Cristo. Ma questa non era la dottrina del tempo di
Saverio. Comunque le nuove interpretazioni del Vaticano II non hanno
diminuito l’urgenza per tutta la Chiesa di essere missionaria con la
stessa passione di Saverio.
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 | | Un esemplare degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, edizione di Anversa
del 1671, conservato presso l’Università di Valencia | | |
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All’epoca di Saverio i maestri cinesi erano
considerati primi in tutto lo scibile umano. Discutendo con i bonzi,
Saverio si sentiva opporre che se la religione cristiana fosse stata vera i
cinesi l’avrebbero già conosciuta. Che cosa la Compagnia di
Gesù ha imparato, in questi secoli, dell’animo religioso
cinese e come – anche dopo la recente nomina del vescovo di Hong Kong
a cardinale – possono svilupparsi migliori relazioni tra Pechino e la
Chiesa cattolica?
KOLVENBACH: Dai contatti con la cultura cinese
attraverso la storia abbiamo imparato innanzitutto a rispettare e ammirare
le sue conquiste nel campo dello spirito umano. L’Occidente
andò verso Oriente con un complesso di superiorità culturale.
Saverio e altri missionari che lo seguirono hanno aiutato
l’Occidente ad adottare un’attitudine più sfumata e ad
acquisire la capacità di apprezzare aspetti che non erano nati
dall’eredità grecoromana. Se è vero che sotto
l’influenza del cristianesimo l’Europa sviluppò una
filosofia sui diritti umani e l’umana dignità che in alcune
altre culture non è affatto ovvia, ci sono altri valori umani che
troviamo meglio preservati nelle culture orientali.
Le relazioni tra Chiesa e Cina sono ovviamente
complesse e necessitano di sforzi strenui da ambo le parti prima che sia
raggiunta un’intesa. Non è facile capire le ragioni
dietro certe richieste da parte della Cina, ed è chiaro che la Cina
non capisce la natura della Chiesa.
Nella Compagnia di Gesù non sono mai mancate
storie di amicizia e santità. Con Ignazio e Saverio si ricorda anche
il beato Pietro Favre…
KOLVENBACH: I primi compagni svilupparono una profonda
amicizia che rafforzò enormemente la loro unità
d’intenti. La loro amicizia precedette il legame spirituale che
li unì più tardi come membri della Compagnia di Gesù.
Ancor prima di prendere la decisione di creare un gruppo formale («se
a Dio piacendo avremo forse imitatori in questo genere di vita»,
recita la Formula dell’Istituto presentata a Giulio III), Ignazio e i
suoi compagni si identificarono come «un gruppo di amici nel
Signore». Come lei ha detto, anche se erano personalità forti
di ambienti diversi, tra loro c’era una bella e profonda amicizia
basata sulla loro familiarità con Cristo.
Ignazio, Francesco e Pietro Favre ebbero tutti
relazioni personali con i papi del tempo.
KOLVENBACH: La disponibilità incondizionata dei
primi gesuiti a ricevere e compiere le “missioni” –
qualunque missione – affidate loro dal papa, era ovviamente una
novità per quell’epoca, e un’attitudine che
favorì il vincolo tra loro e i papi. Del resto, alcuni gesuiti erano
notevoli teologi con cui i papi amavano intavolare conversazioni. Parecchi
di loro furono “teologi papali” al Concilio di Trento, e Favre
morì esausto dopo un lungo viaggio, a piedi, sulla via del Concilio
dove il Papa lo aveva convocato. Ignazio aveva soltanto un desiderio: che i
gesuiti che lui aveva riunito e preparato fossero inviati in missione dal
vicario di Cristo in terra. Francesco Saverio, infatti, fu inviato in Asia
come legato pontificio.
Da dove provengono oggi le vocazioni della
Compagnia di Gesù? La grande esperienza dei Gesuiti
nell’inculturazione e nell’educazione produce ancora oggi
i suoi frutti?
KOLVENBACH: Ogni anno circa cinquecento giovani entrano
nella Compagnia di Gesù. Le origini della loro vocazione non possono
essere riassunte semplicemente. Comunque, come agli albori, gli
Esercizi spirituali sono spesso il mezzo con cui i giovani riconoscono la
chiamata del Signore. Le istituzioni educative, sociali e pastorali
della Compagnia sono ancora l’ambiente dove nascono molte vocazioni.
Saverio morì solo e senza essere mai potuto
giungere in Cina. Si narra che in quei momenti la statua di Gesù
posta nella cappella di una torre nel castello di Javier sudò sangue
dal costato. Quella statua è nota come il Cristo del sorriso. Che
cosa significò quest’immagine per Saverio e per la Compagnia
di Gesù?
KOLVENBACH: La scultura alla quale si riferisce ha
attirato l’attenzione di molte persone in occasione della
celebrazione dei cinquecento anni dalla nascita di Saverio. Effettivamente
è una rappresentazione piuttosto insolita di Cristo, sorridente
sulla croce. Gli storici ci dicono che la scultura, del XII secolo, era nel
castello e Saverio pregava davanti ad essa. Non credo che la scultura fosse
molto conosciuta tra i gesuiti fino a poco tempo fa. Ma certamente la
serena bellezza del volto di Cristo ci ricorda le sue parole: «Tutto
è compiuto» per la nostra salvezza. Questo è anche il
significato della morte di Saverio: «Nella morte sembrava molto
felice».
È ormai ufficiale che lei sta per lasciare dopo
tanti anni la responsabilità della guida della Compagnia di
Gesù. Che cosa ha in cuore di dire?
KOLVENBACH: In realtà non ho molto da dire in
proposito. Il Santo Padre ha benevolmente compreso che le ragioni per cui
sant’Ignazio voleva che il ruolo del superiore generale fosse a vita,
sono cambiate. Oggi possiamo vivere più a lungo senza la garanzia
dell’energia e della capacità di guidare e ispirare un gruppo
come la Compagnia di Gesù composto di quasi 20mila membri, sparsi in
così tante nazioni, impegnati in così tanti diversi campi
apostolici. Con il suo permesso ho consultato i miei consiglieri e tutti i
provinciali. Tutti sono stati d’accordo con la mia intenzione di
presentare le mie dimissioni alla prossima Congregazione generale. Tocca
alla Congregazione accettarle o meno, ma sono fiducioso che nel 2008, dopo
venticinque anni di questo incarico e alla soglia dei miei
ottant’anni, i miei confratelli saranno disposti a nominare il mio
successore.

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