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Antonello,
il genio lieve
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Quasi tutta l’opera del grande pittore che cambiò l’arte
del Quattrocento è esposta a Roma nelle Scuderie del Quirinale. Roberto Longhi scrisse che nulla spiega l’emergere di un artista
di simile grandezza nella Sicilia del suo tempo. Ma la sua pittura continua ad accendere di stupore anche gli uomini di oggi,
perché comunica la delicatezza della grazia cristiana |
di Giuseppe Frangi
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 | | L’Annunciata, una delle opere più famose
di Antonello da Messina esposte
a Roma | | |
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Si esce davvero contenti
dalla mostra imperdibile che Roma ha dedicato ad Antonello da Messina.
Contenti per aver visto in un sol colpo l’80% delle sue opere: oltre
36 sulle neanche 50 che gli vengono attribuite. Ma contenti di essere stati
a tu per tu con un pittore che dilata il cuore e rende limpido lo sguardo:
limpido come quel cielo clamorosamente terso del San Sebastiano con cui la mostra si
congeda nell’ultima sala.
Antonello infatti è un pittore chiaro,
pacificato. È un pittore intellettualmente irreprensibile, ma mai
intellettualistico. Ha uno sguardo rigoroso, e mai mentale. La sua pittura
chiude ogni spazio all’ambiguità. A qualsiasi ambiguità:
a quella sentimentale come a quella gnostica, a quella psicologica come a
quella esoterica.
Ci aveva visto giusto il giovanissimo Roberto Longhi,
quando, affrontando la questione dei debiti di Antonello nei confronti di
Jan Van Eyck, il grande protagonista della pittura fiamminga di inizio
Quattrocento, mise subito in chiaro una differenza fondamentale, nella
comune ricerca della rappresentazione dei particolari più
infinitesimali della realtà: quella di Van Eyck era “una
plasticità illusoria”. Antonello era andato oltre,
perché aveva reso tutto vero. Dalla “plasticità
illusoria” era passato a quello che la critica definisce, con termine
oggi stereotipato, “incarnato”. In realtà
l’incarnato di Antonello è un “farsi carne” della
pittura; è un soffio che gli guida la mano.
Quasi cinquant’anni dopo, lo stesso Longhi, in un
breve, folgorante saggio (Frammento siciliano), ci suggeriva qualcosa d’altro su Antonello: ci
diceva che per capirlo si deve pensare a una meteora. Nella Messina di
quegli anni non c’era nessun presupposto che potesse far presentire
il nascere e crescere di un artista con quella profondità di
coscienza. In quegli anni a Messina, per dirla sempre con Longhi, i
carretti portavano ancora alle famiglie nobili i «retablos del gotico fiorito».
Antonello appare quindi sulla scena senza che nulla facesse minimamente
presagire una presenza di quell’importanza e di quelle dimensioni.
Una grandezza assolutamente gratuita, tanto gratuita, scrive Longhi, da
essere «una grandezza che spaura». Non era affatto una visione
romantica quella di Longhi: infatti, nell’affascinante libro
intitolato Antonello e la sua città (Sellerio, 1981), Salvatore Tramontana, tra i maggiori
storici del nostro Meridione, conferma in pieno l’intuizione critica
di Longhi. «Malgrado l’attenta lettura dei saggi scritti in
questi anni», scrive Tramontana, «malgrado il paziente spoglio
degli atti notarili, malgrado la pubblicazione e lo studio di taluni
elenchi di collezionisti giunti sino a noi, non è possibile cogliere
un segno, una testimonianza che faccia pensare, nella caratterizzazione
stilistica delle opere e nella quantità e qualità dei
committenti, a quell’orizzonte di idee e di coscienza che
culminerà nella pittura di Antonello».
Oggi una critica un po’ rancorosa si sente in
dovere di smantellare quell’intuizione di Longhi e quindi i curatori
della mostra si sono affannati a cercare mille puntelli eruditi per
dimostrare che Antonello non sbucava dal nulla; che c’era un terreno
di rapporti e di cultura che lo aveva generato. Ma così facendo si
aggiunge in realtà pochissimo alla sua conoscenza e, di controcanto,
si neutralizza o banalizza quella carica di mistero, che è invece la
tensione vera che ancora commuove nella sua pittura.
Il mistero è una chiave per capire Antonello;
anche se è un mistero sempre pienamente oggettivato. È un
mistero trasparente, che non gioca a nascondersi, ma si rende visibile sin
nei particolari più infinitesimali. Qui sta la differenza tra lui e
la grande pittura nordica che certamente doveva aver visto e studiato e che
doveva averlo affascinato negli anni del suo apprendistato giovanile a
Napoli presso Colantonio, l’artista della corte di Alfonso
d’Aragona. I pittori di Gand e di Bruges in quello scorcio di
Quattrocento avevano molto più mercato dei grandi italiani; erano
loro a dettare il gusto con quella capacità di rappresentare una
realtà lenticolare nelle loro tavolette votive dipinte con una
tecnica messa a punto nelle Fiandre: la pittura a olio. Ma in Van Eyck e
negli altri la tecnica si trasformava in realtà in una formula
alchemica, quasi fossero i nuovi “maghi” dell’arte; in
loro la passione per i particolari evocava una sapienza nascosta:
più scendevano nella rappresentazione minuziosa e straordinariamente
abile dei dettagli, più li sottraevano alla conoscenza e al possesso
di chi guardava. Più coglievano la realtà nel suo tessuto
molecolare, più la allontanavano e la rendevano paradossalmente
irreale.
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 | | Particolare dell’Annunciazione, proveniente dalla Galleria Regionale
di Palazzo Bellomo, Siracusa | | |
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Antonello invece compie un’operazione esattamente
opposta. Svela tutto, rende tutto pubblico e partecipato. Prendete i suoi
paesaggi, dipinti come sfondo di molti soggetti sacri, dal San Gerolamo di Reggio Calabria
alla sequenza di alcune Crocifissioni sino alla Pietà veneziana: la rappresentazione di Messina e del suo
golfo è sempre esatta, a volte precisa sin nel dettaglio
topografico. È l’esatto opposto della tentazione di nascondere
o di decontestualizzare: davanti ai suoi quadri, per quanto carichi di
mistero, ci si ritrova, non ci si sente mai estranei.
Oppure prendete la sua famosa Madonna Annunziata (ne ha dipinte
due: a Roma è arrivata solo la versione conservata a Palermo, per
altro la più stupefacente). È un quadro senza una sbavatura,
giusto in tutto: verrebbe da definirlo perfetto, se la categoria della
perfezione non inducesse alla tentazione di
un’“irrealtà”. Invece la perfezione stilistica di
Antonello fa i conti con un’assoluta esattezza psicologica, per cui
quello che dipinge corrisponde in modo totale a un “vero”.
«Non può non essere andata che così», verrebbe
voglia di dire guardando questo quadro che racconta l’attimo cruciale
della storia della salvezza («in quello puncto che la Vergine
concepì Christo», per usare le parole di uno dei predicatori
più ascoltati di quegli anni in quelle terre, fra Roberto
Caracciolo). Maria guarda davanti a sé piena di una dolcezza che non
trova corrispettivo in nessuna parola, con una luce stupenda, tutta
meridionale, che le scalda il volto. Ma il cuore del quadro è nella
mano alzata, in un gesto impercettibile ma decisivo (sempre Longhi scriveva
che quella era la più bella mano della storia della pittura: e il
suo non era certo un giudizio soltanto estetico). È un gesto
decisivo, ma pieno di apprensione. È un’adesione a una
«possibilità delicatissima» (don Giussani). Se dovessimo
cercare di descriverlo per negazioni, diremmo che è l’esatto
opposto di un raptus. La pittura di Antonello infatti è una pittura
calma e che agisce sempre in piena coscienza. È pittura alla luce
del sole (e questa è un’altra grande differenza con i maestri
nordici); è pittura che scantona dalle ombre, nel senso che le
ombre, come quelle che cadono sul volto di Maria, sono sempre funzionali a
un soprassalto di certezza.
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 | | Crocifissione, proveniente dal Koninklijk Museum voor Schone Kunsten, Anversa | | |
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Ma la delicatezza di Antonello in questo quadro, come
anche nell’altra bellissima Annunciazione di Palazzolo Acreide, si spinge anche oltre. Ci dice
che quello che sta accadendo non ha nulla di ineluttabile; che, al
contrario, è una cosa che accade in assoluta gratuità e che
quindi si rende palese con assoluta discrezione. Che non s’impone, ma
arriva come un suggerimento. Che non ha nessun clamore. Che suscita stupore
perché non solo non era prevista, ma sopravanza ogni previsione e
ogni possibilità pensata. Perché non era iscritta da nessuna
parte e in nessun cromosoma della realtà.
Per arrivare a questo punto di pudore e di equilibrio,
Antonello lavora sulla dimensione tempo. I suoi quadri non si astraggono
mai dal fluire del tempo, come accade al suo grande contemporaneo, Piero
della Francesca, ma accettano di immergersi nel formicolio degli attimi che
passano e che si consumano. Nei suoi quadri c’è sempre un
senso della vita che scorre in completa normalità, un senso del
quotidiano mai banale: non sono parentesi aperte dentro il tempo, ma punti
di tempo dentro lo scorrere del tempo. La dolcezza della sua pittura si
origina tutta da qui, non da una concessione al sentimentalismo, per quanto
sublime, che aveva caratterizzato l’arte di un altro grande,
conosciuto durante la sua breve e travolgente parentesi veneziana, Giovanni
Bellini. La sua dolcezza consiste in quella sua capacità di
sottrarsi al passato e di essere contemporaneo a noi. Di toccare ancora
oggi il cuore, suggerendo la possibilità di una felicità
più grande.

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