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STORIA E SANTITÀ


Marco Antonio Barbarigo sulle orme di san Filippo Neri

Ricorre quest’anno il terzo centenario della morte del servo di Dio cardinale Marco Antonio Barbarigo (1640-1706). È all’origine della istituzione delle Maestre Pie di santa Lucia Filippinie di altre importanti fondazioni che hanno segnato la vita cristiana di buona parte del nord del Lazio fino ai nostri giorni

di Lorenzo Cappelletti

 

Il frontespizio della Dottrina christiana breve del cardinale Roberto Bellarmino, fatta ristampare dal cardinale Barbarigo nel 1702
      Se è vero come è vero che è il Signore che agisce nella vita dei suoi santi («quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me», scriveva santa Teresina), allora sarà semplice illustrare la vita di Marco Antonio Barbarigo, senza cadere nel tranello di troppe parole. Basterà seguire i fatti.
      Nella linea dei fatti, il primo in assoluto è il suo battesimo, ricevuto il giorno stesso della sua nascita, il 6 marzo del 1640. Era in pericolo di vita e si decise intanto di salvargli l’anima, col che anche il corpo evidentemente riprese vigore. Il Signore insomma lo strinse subito a sé.
      Era il secondogenito, il primo maschio. La mamma mise al mondo altri sei figli, ma giunta a partorire l’ottavo, morì, quando Marco Antonio era ancora un bambino di undici anni. La sua biografia involontariamente ci spiega cosa significò quella mamma e quella morte, tramite il racconto della cura che egli ebbe lungo tutto l’arco della sua vita per donne e bambine orfane e bisognose, a cominciare da quelle visitate di nascosto nella contrada di San Nicolò dei Mendicoli a Venezia, dove «più di ogni altro soccorreva le povere donne che avevano partorito», come racconta il suo biografo Giovanni Marangoni, che seguiremo passo passo, perché gli fu vicino come un figlio fin dagli anni del seminario a Corfù. Scrivendo di lui dice di sé: «Amava ciascuno con viscere ed amore di padre, compativa i suoi figli teneramente nelle loro debolezze, come per esperienza ne è testimonio chi scrive l’istoria presente». Marangoni (1673-1753), una delle grandi personalità del Settecento italiano, meriterebbe a sua volta di essere conosciuto, non solo come agiografo, ma anche come storico e archeologo. Anche lui, fra l’altro, fu all’origine di una Scuola pia, quella di Anagni, dalla quale è sorta l’attuale Congregazione delle Cistercensi della Carità.
      Ma ritorniamo a Marco Antonio Barbarigo. Quelle visite, di cui dicevamo, le faceva da semplice cristiano, probabilmente. Non sappiamo infatti con esattezza quando divenne sacerdote, ma certo non giovanissimo se a venticinque anni, giusta il rango della sua famiglia, entra come patrizio nel Gran Consiglio della Serenissima. La sua vocazione però lo chiama altrove, tanto che la toga, come nota il Marangoni, «quantunque fosse veste secolare, in lui nondimeno risplendeva per la santità de’ costumi al pari di un abito sacerdotale». D’altronde, sembra che proprio fra uomini che avevano ricoperto importanti cariche pubbliche e si erano poi fatti sacerdoti, come Luigi Canal e Giobatta Gritti, egli pure avesse trovato l’incentivo per diventare sacerdote. Insieme a costoro, intorno al 1670, viene invitato da san Gregorio Barbarigo, che nel frattempo l’aveva conosciuto e stimato, a portarsi a Padova, dove rimarrà alcuni anni come canonico e prefetto delle Scuole della dottrina cristiana.
      Al seguito di Gregorio Barbarigo, chiamato a partecipare al conclave come cardinale vescovo di Padova dopo la morte di Clemente X, il nostro Marco Antonio giunge a Roma nel 1676. E qui si trattiene, perché Innocenzo XI, una volta eletto papa, chiede a Gregorio di continuare a prestargli il suo consiglio. Marco Antonio così riprende, nel popolare rione Parione (quello di san Filippo Neri), a insegnare la dottrina fra i poveri e i fanciulli come faceva a Padova e ancora prima a Venezia secondo lo stile suo proprio. «Mai non solamente sdegnò di abbassarsi in persona ad esercitare coi fanciullini un tal ministero, ma nell’impegnarvisi mostrava nell’esterno del volto una tale allegrezza e contento e una tanta affabilità di parole che attraeva a sé gli affetti più teneri».
      Non muove però solo teneri affetti. Incorre in dileggi, e in accuse presso il Papa di essere «un pazzo spirituale». Il rispetto umano esisteva anche nell’ancien régime. E la possibilità dell’episcopato, che Gregorio aveva caldeggiato per lui, sembra sfumare, anche perché Marco Antonio non fa niente per farla diventare realtà. Ma frattanto la sede di Corfù, poco redditizia e dunque senza pretendenti, diventa vacante ed egli accetta di essere ordinato vescovo per esservi destinato. Nel giugno 1678 è consacrato da Gregorio Barbarigo nella Chiesa Nuova, quella di san Filippo Neri. Il legame col quale, già intenso a Padova, dove un padre dell’Oratorio fungeva da direttore spirituale di entrambi i Barbarigo, a Roma si rafforza. San Filippo Neri diventa «talmente suo avvocato e protettore» che a Roma Marco Antonio in seguito non tornerà «senza lasciare di celebrare quanto prima la Messa all’altare dove si conserva il santo corpo». E un altro santo legame si aggiunge a questo perché, andando a Corfù «col disegno fisso nel cuore di essere piuttosto missionario che vescovo, Marco Antonio procurò prima di partire da Roma una a lui tanto cara reliquia di san Francesco Saverio».
      Oltre all’evidenza dell’azione del Signore in loro, c’è un’altra costante che è facile osservare nella vita dei santi, e che si potrebbe esprimere convertendo in termini consolanti un detto accidioso: i santi non vengono mai soli. Attorno a Marco Antonio, si accampano, come angeli del Signore, san Filippo Neri e san Francesco Saverio, san Gregorio Barbarigo e santa Lucia Filippini (come vedremo fra breve).
      A Corfù «nel medesimo tempo la faceva da arcivescovo, da missionario, da parroco, da semplice prete e finalmente da vero padre amante di tutti […] E dal riflesso che in quelli riverberava della paterna di lui carità e della sua gran dolcezza nel trattare ciascuno di loro come fosse stato un proprio fratello o figliolo, lasciavansi in abbandono fra le sue braccia e gli depositavano in mano le loro coscienze, perché le purgasse con la sacramentale penitenza».
Particolare del busto del cardinale Barbarigo nella chiesa di San Bartolomeo Apostolo a Montefiascone (Vt)
      In particolare mostra tutta la sua carità sostenendo nel corpo e nello spirito i poveri soldati e galeotti che a decine cadono ammalati fra il 1684 e il 1685 di ritorno dalla vittoriosa spedizione nel Peloponneso. Spedizione che, proprio perché aveva rilanciato la Serenissima come vessillifera per mare della bandiera cattolica, contribuiva a mantenere viva la lotta per l’egemonia fra trono e altare. Non ci possiamo dilungare sui contrasti che ebbe il Barbarigo coi rappresentanti di Venezia nell’isola, anche se sarebbero illuminanti su cosa sia una società ufficialmente cristiana, per usare l’espressione con cui padre Martina caratterizza la Chiesa nell’età dell’assolutismo. Di fatto Francesco Morosini, “il Peloponnesiaco”, capitano generale della Serenissima, nella funzione con cui si doveva celebrare in cattedrale la riconquista della Morea, impresa pari solo alla vittoriosa difesa di Vienna dell’anno precedente che aveva segnato il principio della fine dell’Impero ottomano, si era visto negare il posto d’onore che pretendeva davanti al Santissimo Sacramento (coprendo l’arcivescovo e lo stesso Santissimo Sacramento). E aveva ordinato al Barbarigo di far vela verso Venezia con la prima nave utile.
      Con un tipico promoveatur ut amoveatur Marco Antonio Barbarigo viene fatto cardinale nel concistoro del 2 settembre 1686. Venezia neanche risponde alla lettera con cui il Barbarigo annuncia la sua nomina cardinalizia (bisognerà aspettare il 1690, regnante il papa veneziano Alessandro VIII, perché il nostro rientri nelle grazie della Serenissima). E così, dopo esser rimasto a Roma presso la Cancelleria un anno intero, in attesa di una collocazione che non creasse problemi diplomatici, gli furono assegnate, visto il suo spirito di vera povertà e la sua mansuetudine, Corneto e Montefiascone, diocesi marginali all’interno dello Stato pontificio, senza grandi rendite e disgregate da trent’anni di assenza dei titolari. Un puro onere, che però farà frutto in quanto assunto come onore. Laddove allora, e non solo allora, «il governo di quegli che fu assunto al vescovado per mezzo di uomini indotti da rispetti umani o dall’amore della carne e del sangue sarà anche carne e sangue ed in conseguenza di gravissimo danno, perocché attenderà questo solamente al proprio interesse ed a compiacere agli uomini», come scriveva il nostro nell’esordio dei suoi Disinganni per i vescovi.
      Già nel 1690 fonda il grande Seminario di Montefiascone, che fungerà subito anche da convitto per studenti laici, portando per secoli e ben oltre i confini diocesani non solo un benefico influsso spirituale e culturale, ma anche un incremento economico per la cittadina. Sempre qui, due anni dopo, su suggerimento di padri gesuiti che a Viterbo ne seguivano l’opera, chiama la beata Rosa Venerini e istituisce col suo aiuto e soprattutto con quello successivo di una giovane di Corneto, santa Lucia Filippini, una Scuola che sarà, volutamente in parallelo col Seminario, non solo noviziato per le ragazze chiamate alla vita religiosa, ma anche occasione di istruzione nella dottrina e nella pratica della vita cristiana per le altre indirizzate al matrimonio. Non basta: senza preclusioni di sorta, mirando all’essenziale, perché «l’orazione è di necessità di mezzo per salvarsi» diceva il Barbarigo (chi prega si salva), anche le maritate e le vedove potevano partecipare alla preghiera comune, così che col diffondersi in tutti i centri della diocesi di quelle Scuole, tutte le donne di quelle terre e dunque tutte le famiglie venivano a risentirne il beneficio. Oggi le Maestre Pie Filippini sia per il nome che per l’abito possono sembrare desuete e le loro cuffiette superflue. Ma la civiltà, il benessere e la dolcezza delle nostre terre sono passate anche attraverso l’offerta di sé di tante suore come loro, sconosciute e buone.
      Le sostanze per il mantenimento del Seminario e delle Scuole pie venivano in buona parte dal Barbarigo stesso, che fece della povertà davvero la sua sposa (non l’abbiamo detto subito, ma si chiamava in realtà Marco Antonio Francesco, e chissà che quel nome non l’abbia voluto proprio la mamma Chiara). Egli fu un vero “padre dei poveri”, «come in effetto era considerato e chiamato da tutti quelli della sua diocesi». E più di ogni altra cosa lo testimonia il fatto che fu trovato povero al momento della morte. «Gli esempi di cardinali ben provveduti con la dignità goduta venti anni, e che lasciano invece quattordici scudi con molto debito, non sono frequenti», scriveva al segretario di Stato, dopo aver celebrato il trigesimo del Barbarigo, il cardinale vescovo di Viterbo Santacroce.
      Il Barbarigo muore non soltanto povero di sostanze ma spogliato anche del compimento del suo progetto. Infatti le maestre, a partire dalla stessa Lucia Filippini, che continuerà a presiedere la Congregazione diocesana delle Maestre Pie, non si accompagnano e non si accompagneranno mai alla Congregazione del Divino Amore da lui frattanto iniziata nel settembre del 1705 e all’interno della quale avrebbe voluto raccoglierle tutte. «Questo era il suo unico pensiero che gli recava qualche tormento» dirà il Marangoni degli ultimi mesi della sua vita.
      Ma in fondo proprio questo compiva nei fatti e non a parole quel che lui stesso aveva detto un giorno, che il Signore sicuramente ricordava e che viene ricordato anche a nostro beneficio nella relazione del visitatore apostolico dopo la sua morte: «Col morire così povero pare che il Signore Iddio l’abbia voluto consolare nel desiderio che ne teneva. Mentre in discorsi confidenti avendomi Sua Eminenza mostrato l’ardente desiderio che aveva di lasciare un fondo competente per mantenimento delle Scuole, mi presi ardire d’esortarlo a trattenere la mano in dare annualmente tante elemosine ma bensì serbare quella per comprare stabili per le Scuole (mentre, in altra forma, poco alla sua morte vi sarebbe restato per mettere in esecuzione la sua disposizione testamentaria); ma ne portai in risposta che non poteva né doveva stringere la mano alle elemosine, che ad un mercante era vergogna morire fallito, ma vituperio ad un vescovo morire ricco; e che per le opere che avrebbe lasciato imperfette per la sua morte ne avrebbe il Signore Iddio preso il pensiero».
      È solo Dio che agisce, dall’inizio alla fine.
      La coincidenza con la solennità di Pentecoste (cioè del Divino Amore) del malanno che lo porterà a morte non è che l’ultimo segno di questo, come viene notato con finezza dal Morani, un sacerdote già superiore del Collegio Capranica, che sarà suo confessore e sostegno degli ultimi anni: «Il Signore, non in altro tempo ma realmente bensì, tirollo a sé, per dargliene abbondante e ben presto il guiderdone, dentro la sollennità del Divino Amore».
      Aveva già cominciato a sentirsi male durante la vigilia di Pentecoste e, dopo aver celebrato la santa messa della mattina, fu costretto a letto. Come se tutto fosse predisposto da Dio, gli fu dato il tempo e la lucidità di fare la confessione generale il giorno dopo dal Morani. Dopodiché, preso da una febbre intensissima, «che tramandava dal volto come fiamme di fuoco», rese lo spirito il 26 maggio del 1706, proprio nel giorno dedicato alla memoria di quel san Filippo Neri «talmente suo avvocato e protettore» che aveva avuto quello stesso puro fuoco nel cuore.
      Sarebbe parziale un ricordo del Barbarigo che prescindesse dal parlare della sua purezza per malriposto rispetto (rispetto umano) della vague dei nostri giorni. Custodia bella delle altre virtù, si diceva un tempo della purezza. In effetti, proprio dalla sua purezza «derivava in lui quella sollecita diligenza che si è resa in esso a termine di eroica circa l’educazione dei fanciulli di ambedue i sessi», scriveva come sempre con acume il Marangoni, facendo intendere che solo la purezza permette di amare i giovani con gratuita sollecitudine e far sì che anch’essi possano amare un giorno come veri padri e madri. Come la sua mamma. Come lui.

 

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