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RITRATTI DEI SEGRETARI DI STATO PONTIFICI |
Fedele interprete della volontà del papa
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Questo voleva essere Pietro Gasparri, l’insigne canonista che guidò la Segreteria di Stato con i papi Benedetto XV e Pio XI. Dalla tragedia della Grande guerra alla soluzione dell’annosa Questione romana |
di Giuseppe Sciacca, Uditore di Rota
Pochi giorni prima che si
spegnesse, al Congresso giuridico internazionale che si celebrò a
Roma nel novembre del 1934, il cardinale Pietro Gasparri tenne una
relazione, un vero e proprio canto del cigno, sulla genesi e sul ruolo
ch’egli aveva avuto nella codificazione del diritto canonico: fu un
discorso mirabile, doppiamente eloquente, rivelatore. Chiunque,
«anche senza aver mai avuto notizia di lui, fosse andato ad
ascoltarlo» – poté scrivere Filippo Crispolti
nell’efficace ritratto del Gasparri che inserirà nel suo
fortunato Corone e porpore del 1937 – «avrebbe potuto non solo aver pieno lume
sul tema svolto, ma farsi un’idea dell’uomo che lo svolgeva.
Anche in pagine strettamente storico-giuridiche, il cardinale aveva
lasciato il segno della particolare indole propria, nella quale aveva tanta
parte l’aborrimento per ogni convenzionalità. Quando disse che
nonostante i grandi meriti di Leone XIII, sotto quest’ultimo la
grande impresa non si sarebbe potuta condurre, si vide chiaro che al suo
franco giudizio non voleva mettessero gli usuali ostacoli, né la
porpora, né il breve tempo dalla morte d’un tal Papa. Quando
riferì che un insigne canonista, l’eminentissimo Gennari, nel
suggerire a Pio X d’affidare il gravissimo compito direttivo al
Gasparri stesso, aveva aggiunto che in tal modo il
grande lavoro sarebbe in ottime mani, si vide
chiaro che la modestia, nelle forme stereotipate e screditate, non era
fatta per lui».
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 | | Nello sfondo, la Basilica
di San Pietro e il Vaticano
in una foto degli anni Venti; un ritratto del cardinale Pietro Gasparri e un’immagine della Prima guerra mondiale
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Ma c’è ancora una notazione del Crispolti,
celebre scrittore giornalista che aveva personalmente conosciuto il
cardinale, che merita di essere riferita, quasi introduzione ed
epigrafe al breve profilo che del cardinale ci accingiamo a delineare:
«Che il suo applauditissimo discorso in
articulo mortis lo avesse riguardato come codificatore del diritto canonico e
non come segretario di Stato di due pontefici, fu cosa arcanamente logica.
Nelle età venture» concludeva «la sua gloria più
certa e più chiara sarà quella».
Era un’intuizione acutissima, che gli anni
avvenire, con quanto di più significativo sarebbe stato scritto
intorno alla figura del Gasparri, avrebbero pienamente confermato.
***
Pietro Gasparri proveniva da una patriarcale famiglia
marchigiana di Ussita, alquanto benestante, dedita alla pastorizia:
«Io ebbi i natali il 5 maggio 1852, in Capovallazza, uno dei villaggi
che formano il comune di Ussita, situato nella provincia di Macerata,
diocesi di Norcia, in mezzo ai monti Sibillini, a circa 750 metri sul
livello del mare. Aria salubre, visuale alpestre incantevole, popolazione
sana, industriosa, onesta; famiglia numerosa e particolarmente numerose le
famiglie Gasparri», scrive egli nelle sue Memorie, non celando un orgoglioso attaccamento alla sua terra e
alle sue origini.
Si formò nel Seminario romano
dell’Apollinare, dove ebbe maestri di Diritto canonico Filippo
De Angelis e Francesco Santi, poi uditore di Rota, due tra i migliori
canonisti italiani del tempo.
Vi era entrato nel settembre del 1870 –
presentato dall’economo, un beneficiato di San Pietro, monsignor
Giovanni Moroni, che villeggiava a Ussita – dopo aver studiato,
ma solo per pochi anni, nel Seminario di Nepi, «luogo rimastogli
carissimo», per testimonianza di Giuseppe De Luca, che del cardinale
udì e raccolse confidenze e ricordi per una biografia che,
nonostante autorevoli sollecitazioni e insistenze, poi non avrebbe scritto.
(Ma gli dedicherà due articoli sulla Nuova
Antologia: Memoria di
Pietro Gasparri e Discorrendo
col cardinal Gasparri (1930), rispettivamente nel 1934 e nel 1936).
«Gasparri arrivò a Roma» scrive
Vittorio De Marco nel suo interessante Contributo
alla biografia del cardinal P. Gasparri
«appena due mesi dopo la breccia di Porta Pia, in un clima quindi
surriscaldato. […] L’offesa a Pio IX era recentissima […]
Roma non era più del Papa […]. La “Questione
romana”, affacciatasi come grosso problema già
all’indomani della costituzione del Regno d’Italia, assumeva
ora una dimensione completamente nuova e più grave in quanto la
“rivoluzione liberale” aveva travolto lo stesso cuore della
cattolicità e spezzato lo scettro temporale del successore di
Pietro. Il giovane Gasparri non avrebbe potuto certo immaginare che,
“console” un altro Pio, sarebbe stato proprio lui, quasi
sessant’anni dopo, a chiudere definitivamente e formalmente la
Questione romana».
«Il problema della Questione romana»
continua De Marco «Gasparri se lo porterà dietro e dentro
consciamente o meno per oltre cinquant’anni, avendone ascoltato di
persona i primi vagiti. E il suo non sarà mai un intransigentismo
gratuito, solo perché tutti tra ecclesiastici e cattolici si doveva
essere tali; fu mediato dalla sua intelligenza giuridica e da quel
senso, per così dire, della Realpolitik che era probabilmente già insito nel suo
carattere e che le responsabilità diplomatiche successive avrebbero
meglio messo in luce».
Quale e quanta fosse la stima di cui il Gasparri
godette nel Seminario romano, ove ebbe tra i compagni i futuri cardinali
Domenico Svampa, Gaetano De Lai, G. B. Callegari e Benedetto Lorenzelli, lo
prova l’incarico di professore supplente di Teologia sacramentaria
– la medesima cattedra che sarebbe stata tenuta, alcuni decenni dopo,
da Domenico Tardini, anch’egli futuro segretario di Stato – e
di Storia ecclesiastica, conferitogli ancor prima di completare gli studi:
ma quando conseguirà la laurea in utroque
iure, a pieni voti, l’11 agosto del 1879, era già
sacerdote, essendo stato ordinato il 31 marzo del 1877 nella Basilica
Lateranense dal cardinal vicario Raffaele Monaco La Valletta.
Da lì a qualche anno, il Gasparri
inizierà il suo quasi ventennale insegnamento del Diritto canonico
nella facoltà di Teologia dell’Institut Catholique di Parigi,
ma è qui da ricordare il precedente periodo trascorso accanto
al cardinale Teodulfo Mertel, l’ultimo porporato che non aveva mai
ricevuto l’ordinazione sacerdotale, figlio di un panificatore tedesco
venuto nello Stato Pontificio, ad Allumiere, e che aveva sposato una
giovane del luogo: il Mertel fu dapprima uditore di Rota, poi ministro
dello Stato pontificio e infine cardinale prefetto della Segnatura
apostolica, e di lui il giovane Gasparri fu segretario e cappellano subito
dopo l’ordinazione sacerdotale: il che costituì certamente
un’esperienza importante nella sua maturazione giuridica e politica.
«Io, a tutt’altro pensavo» scrive il
Gasparri nelle sue Memorie «che all’Istituto Cattolico di Parigi, quando nei
primi mesi estivi del 1879 giunse a Roma il cardinal Langelieux,
arcivescovo di Reims, uno dei principali fondatori dell’Istituto. Mi
fece avvertire che desiderava parlarmi; mi recai presso di lui e mi
offrì la cattedra di Diritto canonico…».
Il Gasparri dovette superare non poche
perplessità, e gli spiaceva dover lasciare Roma, e inoltre «il
ricordo della Comune di Parigi era fresco, io non conoscevo una parola di
francese e non ero mai uscito dalla mia piccola cerchia».
A Parigi rimase fino al 1897, ma
l’insegnamento, nel quale, per unanime riconoscimento di
contemporanei e biografi, prodigò un impegno straordinario, e che
ampia fama gli procurò di canonista aperto al nuovo, non lo
assorbì del tutto: fu collaboratore, ancorché non assiduo,
della rivista Le Canoniste contemporaine; s’interessò
costantemente, invece, dell’Opera di assistenza degli emigrati
italiani, divenendone direttore e assicurando un puntuale servizio
pastorale, che gli consentì di dar prova di autentico zelo
sacerdotale; prese parte attiva ai circoli dell’Accademia di San
Raimondo de Peñafort, segno di quanto a cuore gli stesse la
promozione della conoscenza e dello studio del Diritto canonico; si
trovò infine impegnato nella nota, vivace controversia
teologico-canonica sorta intorno al valore delle ordinazioni sacre
conferite secondo l’Ordinal anglicano, per la quale scrisse e pubblicò un
opuscolo, fra i suoi meno conosciuti, De la
valeur des ordinations anglicanes (Parigi 1895).
«In linea con il suo Tractatus canonicus
de sacra ordinatione del 1893, il Gasparri sostiene che
Gesù Cristo ha istituito il sacramento dell’ordine non solo in
genere ma anche in specie, col determinarne sia la materia sia
la forma sacramentale; accertata una conformità dei riti quoad substantiam, essi risultano tutti, in via di
principio, sufficienti per l’ordinazione; tuttavia, esaminando in via
di fatto, l’Ordinal anglicano, esso appare al Gasparri difettoso riguardo
all’intenzione e insufficiente riguardo ai riti». Così
Carlo Fantappié nel Dizionario biografico
degli Italiani, ad
vocem.
Circa la questione delle ordinazioni anglicane, il
Gasparri, in verità, in un primo momento sembrava propendere per la
loro validità. Modificò il suo orientamento grazie a
più approfondite acquisizioni storiografiche. Leone XIII con
l’enciclica Ad Anglos del 1895 pose fine alla questione, dichiarando la non
validità.
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 | | Monsignor Gasparri a Ussita con i suoi fratelli, tra i quali vi è Luigi, il primo in piedi a destra, padre del cardinale Enrico Gasparri | | |
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Ma il Gasparri soprattutto attese alla pubblicazione di
fondamentali trattati di diritto canonico. Nel 1891 pubblicò il De matrimonio – onorato da
una lettera gratulatoria latina di papa Pecci – «il più
importante e il più fortunato perché ebbe quattro edizioni
successive e fornì, in sostanza, il piano di redazione della materia
per il futuro Codex iuris canonici; continuò
con il De sacra ordinatione e si chiuse con il De Sanctissima
Eucharistia nel 1897. In tutte queste opere il
Gasparri offre un’esposizione il più possibile completa e
accurata, specialmente per ciò che riguarda l’aggiornamento
delle decisioni e delle sentenze delle congregazioni e dei tribunali di
Curia, valendosi di materiali da lui raccolti durante i soggiorni estivi a
Roma. Pur avendo la loro base nel testo dei corsi, queste opere
amplificavano, rimaneggiavano e, soprattutto, introducevano una nuova e
diversa concezione della trattazione della materia. Abbandonato il
tradizionale ordine delle Decretali, fino
ad allora da lui stesso seguito nelle dispense, il Gasparri passava a un
ordine logico che, sul modello della teologia scolastica, gli permetteva
sia di presentare la complessa e variegata materia giuridica in modo
unitario e sufficientemente organico entro lo schema monografico, sia di
tentare la risoluzione dei diversi punti ancora controversi mediante il
loro costante inquadramento nella loro articolazione sistematica. Si
trattò di una scelta metodologica che, nella predilezione del
“sistema” e della “tecnica giuridica” come suo
collante, poggiava su una rigorosa concezione ideologica di tipo fortemente
tridentino ed escludeva ogni contaminazione storica» (Paolo Grossi).
***
Il De Sanctissima
Eucharistia era ancora fresco di stampa, quando
il cardinal Rampolla gli comunicò che Leone XIII lo aveva
promosso dall’insegnamento alla Chiesa titolare arcivescovile di
Cesarea di Palestina, nominandolo delegato apostolico e inviato
straordinario nelle tre repubbliche sudamericane del Perù, Bolivia
ed Equatore. Il 6 marzo del 1897, a Parigi, fu ordinato vescovo dal cardinale Richard, suo
estimatore e amico.
Il Gasparri era chiamato a svolgere una missione non
facile per le particolari condizioni politiche e religiose nelle quali si
trovò a dover operare.
Fu un’esperienza breve, di appena tre anni, ma
intensa, che gli consentì di appalesare notevolissime, e innate,
capacità diplomatiche – espressione della sua mente giuridica,
nonché del suo connaturato buon senso – tanto da meritare, al
suo ritorno, la nomina a segretario della Congregazione degli Affari
ecclesiastici straordinari, deputata a curare i rapporti della Chiesa con
gli Stati (aprile 1901).
La Segreteria di Stato era diretta dal cardinal
Rampolla, e Giacomo della Chiesa era a quel tempo sostituto per gli Affari
generali; fra i suoi collaboratori il Gasparri avrebbe chiamato Eugenio
Pacelli.
Emergevano già nella impostazione
del Gasparri i due orientamenti di fondo che ispireranno
l’azione del futuro segretario di Stato: l’adesione alla linea
della neutralità politica, e cioè la volontà e insieme
lo sforzo di presentarsi ai governanti come «indipendente dai partiti
politici e nemico della guerra civile in nome della religione» da una
parte; dall’altra, la decisa preferenza per la politica concordataria
quale strumento ottimale per garantire l’azione spirituale della
Chiesa e limitare le pretese degli Stati.
L’ascesa di Pio X al soglio pontificio (1903) non
mancò di operare un fisiologico mutamento di orientamenti
– che invero la crisi modernista acuì e in taluni
momenti financo drammatizzò – e il conseguente ricambio ai
vertici della Segreteria di Stato, a capo della quale, come abbiamo
ricordato, era fino a quel momento il cardinale Rampolla.
Scrive infatti il Fantappiè che «la
distanza di posizioni, talvolta addirittura il contrasto, tra
l’indirizzo del Gasparri, erede della visione politica leonina e
rampolliana di apertura della Chiesa alle questioni internazionali e
sociali, e l’indirizzo fortemente intransigente e di ripiegamento
interno presto assunto da Pio X e dal suo segretario di Stato Merry del
Val» non avrebbero forse potuto avere altre conseguenze.
Ebbe, per di più, simpatie moderniste? Qualcuno
lo pensò e ancora nel conclave che seguirà alla morte di
Benedetto XV, quello dal quale uscirà eletto Pio XI, il sospetto dei
cardinali De Lai e Merry del Val, probabilmente, avrà pesato sul
Gasparri, contribuendo a precludergli ogni possibilità di elezione.
Noto fu il rapporto di amicizia che lo legò a Ernesto Buonaiuti, mai
sconfessato, e per taluni fu quella la prova che quel sospetto non era poi
così infondato. È comunque certo che il Gasparri non
condivise le idee dei modernisti, così come non condivise tutti i
metodi adottati per debellare il modernismo. Ebbe a dirlo apertamente, pur
sapendo che ciò comportava inevitabilmente l’essere guardato
con sospetto, come sostiene Silvio Tramontin, nel suo studio La repressione del modernismo.
Se dunque il decennio compreso fra il 1904 e il
1914 fu un periodo di relativo isolamento, esso risultò tuttavia
fecondissimo, interamente dedicato come fu a quell’opera di redazione
del Codice di diritto canonico che rimane, all’interno di
un’attività vasta e complessa, ricca di meriti, il suo merito
più grande.
Già durante il Concilio Vaticano I,
trentatré vescovi avevano formulato a Pio IX la richiesta di
procedere alla codificazione. Nell’istanza sottopostagli scrissero:
«Opus sane arduum; sed quo plus difficultatis habet, eo magis est
tanto Pontifice dignum». Ma fu Pio X – che già da
cancelliere vescovile di Treviso aveva dimostrato vivo interesse per il
Diritto canonico e così da patriarca di Venezia – a dare vita
ad un’impresa da taluni ritenuta irrealizzabile o non opportuna.
È nota infatti l’esistenza di due scuole canonistiche di
parere contrario in ordine alla possibilità di una codificazione: da
una parte, infatti – volendo esemplificare le posizioni e far solo
qualche nome, e fra i più emblematici – troviamo i gesuiti
della Gregoriana (Wernz, Ojetti) che propugnavano il mantenimento
dell’ordine delle Decretali, e dall’altra la scuola dell’Apollinare
(Sebastianelli, poi decano della Rota, Lombardi, Latini) che, sulla scorta
della scuola giuridica laica, sosteneva l’urgenza di una moderna
codificazione, che superasse la frammentarietà della legislazione,
con tutti i problemi ermeneutici connessi. Il
Corpus iuris canonici, infatti, era costituito
dall’insieme delle collezioni ufficiali (Decretum
Gratiani, Liber Extra, Liber VI, Clementinae, Extravagantes Ioannis XXII, Extravagantes communes) e si era
via via arricchito di ulteriori interventi normativi di fonte pontificia e
conciliare, nonché dei decreti delle Congregazioni romane e della
giurisprudenza rotale. Davvero «immensum aliarum super alias
coacervatarum legum cumulum», avrebbe scritto il Gasparri nella
prefazione al Codice ripetendo Livio, Obruimur
legibus. A ciò avrebbe ovviato un codice
esemplato sul modello napoleonico, autentico perché promulgato dal
Supremo Legislatore, unico, sistematico, universale, astratto.
Col motu proprio Arduum
sane munus fu costituita una commissione
cardinalizia “De Ecclesiae legibus in unum redigendis”, di cui
il Gasparri fu nominato segretario. A questa venne affiancato un ceto di
consultori, presieduto da monsignor Gasparri. Onde sveltire il lavoro lo
stesso Gasparri costituì due commissioni particolari per materie
distinte, ciascuna delle quali contava una decina di membri: una si riuniva
al giovedì mattina, l’altra al mattino della domenica. Eugenio
Pacelli collaborava con il Gasparri, e quando questi nel 1907 fu da Pio X
creato cardinale, quale segretario della commissione cardinalizia, si
succedettero prima monsignor Scapinelli e poi lo stesso monsignor
Pacelli. Ai consultori era affidato il compito di esaminare il testo dei
canoni proposti dalle due commissioni particolari. Il tutto, passato al
vaglio dal Gasparri, veniva infine esaminato dalla commissione
cardinalizia. E fu su proposta del Gasparri che, nel 1912, papa Sarto
stabilì che tutto il lavoro già approvato dalla commissione
cardinalizia venisse inviato a tutti coloro che normalmente vengono
convocati in Concilio ecumenico perché esprimessero il loro giudizio
e le loro osservazioni.
Alla morte di Pio X ascese al soglio pontificio
Giacomo Della Chiesa, col nome di Benedetto XV, vecchio amico e collega di
Gasparri, appartenente alla stessa generazione leonina, che lo
nominò segretario di Stato dopo la morte del cardinal Domenico
Ferrata, rimasto in carica appena un mese. Era il 13 ottobre del 1914:
completata la redazione dell’ultimo libro del Codex iuris canonici – predisposta dal Gasparri la bozza
della sua promulgazione (prevista per il l° gennaio del 1915, ma per
diversi motivi, inclusa la guerra, slittata, come è noto, al 27
maggio 1917, con la costituzione apostolica Providentissima
Mater Ecclesia) –, l’opus sane arduum era finalmente
compiuto.
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 | | Monsignor Gasparri, arcivescovo titolare di Cesarea di Palestina e delegato apostolico delle Repubbliche di Perù, Bolivia ed Ecuador | | |
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Dal 1923 al 1932 avrebbe atteso alla pubblicazione dei Fontes in sei tomi, poi completata
dal cardinal Giustiniano Seredi, primate d’Ungheria. D’ora in
avanti, la direzione della Segreteria di Stato lo terrà impegnato
per oltre un quindicennio, poiché il successore di Benedetto XV lo
confermerà nella carica il 6 febbraio 1922. Si è scritto che
durante gli anni della guerra, ma si potrebbe dire altrettanto per gli anni
che seguirono e per l’intero pontificato, «il Gasparri appare
fondamentalmente un fedele esecutore degli indirizzi di Benedetto XV, sia
di quelli a carattere umanitario, sia di quelli più specificamente
politici» (Romeo Astorri). E d’altra parte, Pio XI, pienamente soddisfatto
dell’operato del suo segretario di Stato, non esiterà a dirlo
«il più fedele interprete e realizzatore della sua
volontà». Già Giuseppe De Luca, anticipando un giudizio
che sarà più volte espresso, anche dalla più recente
storiografia, nella Memoria di Pietro Gasparri scriveva: «A torto si ascrivono a lui iniziative che
appariscono ben personali di Pio X e di Pio XI: due papi che han voluto
vedere con gli occhi loro, e fare. E Benedetto XV medesimo, nella sua
tragica situazione di padre che i figli, levatisi in arme, non solo non
ascoltano, ma incolpano di connivenze, Benedetto XV impresse al suo
pontificato un carattere decisamente suo e personale. Si esagererebbe,
pertanto, a voler dare […] al cardinale Gasparri meriti e glorie che
egli stesso respingeva con un’umiltà che non era leziosa, ma
coscienza chiara e alta. Egli» aggiungeva «fu ministro, veramente e in ogni
senso primo ministro
di quei pontefici: né volle essere né fu mai altro. Ma tale
fu come pochi, e per questo il suo nome guadagnerà, io credo, col
tempo; non diminuirà».
***
Come nota finemente Pio Ciprotti, la mentalità
di giurista accompagnò il Gasparri anche nelle attività non
direttamente giuridiche. Ciò si evince massimamente dai Concordati,
nella cui compilazione – pur procedendo in talune disposizioni a
delle deroghe al diritto canonico generale onde venir incontro alle
esigenze degli Stati, o far sì che eventuali divergenze producessero
il minor danno possibile alle anime – il Gasparri sempre formula
delle affermazioni di principio, anche su punti su cui, in pratica, lo
Stato difficilmente consentirebbe.
Affermazioni di principio che, mentre enunciano punti
fondamentali della dottrina teologica, ricordano altresì
verità che scaturiscono dal diritto naturale. «Né
l’enunciazione […] del principio ha solo un’importanza
dottrinale, di proposizione filosofica e teologica; essa ha invece una
rilevante portata giuridica, in quanto è come la premessa alle norme
pratiche, è quindi necessariamente il punto di partenza per la loro
interpretazione, costituendo esse, come si è detto,
nient’altro che deroghe al principio enunciato» (Ciprotti).
Fu insomma un giurista portato alla concretezza, ma giammai cedevole
a un mero pragmatismo che prevalesse sui principi.
È nota la parte che Gasparri ebbe nelle
complesse vicende che precedettero e prepararono la definitiva
soluzione dell’annosa Questione romana. Al di là di una
puntuale ricostruzione di quelle vicende, già più volte fatta
e, si potrebbe dire – considerata l’abbondante letteratura
sull’argomento – in modo quasi definitivo, non crediamo di
allontanarci dal vero affermando che il ruolo del Gasparri fu
certo decisivo. Se la storiografia ha insistito sulle
particolari circostanze politiche che portarono, infine, ai Patti
Lateranensi, si può senz’altro affermare che determinante per
la realizzazione della Conciliazione risultò l’opera di
paziente, concreta tessitura svolta dal cardinale, e che
l’organicità del Concordato e l’attenzione alla nozione
di sovranità recano l’impronta di quella mens iuridica che si valse
della collaborazione di Francesco Pacelli, di Domenico Barone, del gesuita
Pietro Tacchi Venturi.
***
Il cardinale Gasparri lasciò la Segreteria di
Stato 1’11 febbraio del 1930. Vi fu chi – come Pietro
Palazzini, poi cardinale, nella voce dedicata a Pietro Gasparri sull’Enciclopedia Cattolica –
non ha esitato a parlare di divergenze personali con Pio XI. Gli successe
Eugenio Pacelli, suo antico e apprezzatissimo collaboratore sin dalla
comune stesura nell’estate del 1905, a Ussita, del “Libro
bianco” sulla situazione della Chiesa francese.
Ritiratosi a vita privata, visse i suoi ultimi anni tra
Roma e la natìa Ussita, provvedendo al riesame e al rifacimento di
alcune delle sue opere giuridiche e completando la stesura di un testo di
catechismo, un lavoro al quale, sin dal 1924, aveva dedicato parte del suo
tempo libero. «Si lamentò sempre, in quegli ultimi anni, che
la memoria non lo aiutasse più. Se ne lamentò come del
maggior danno che la vecchiaia gli avesse arrecato. Tanto si affliggeva,
ora, d’averla quasi perduta, quanto, da giovane e sino a pochi anni
prima, si rallegrava d’averla, meticolosa, tenace, amplissima»
(De Luca). L’uomo che aveva lavorato «senza fretta ma senza
requie, e con un ritmo così travolgente, nella sua esteriore
bonomia, da affaticare e qualche volta sfiancare chi collaborava con
lui» (ancora De Luca), morì a ottantadue anni a Roma il 18
novembre del 1934.
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 | | I frontespizi di alcune opere giuridiche
di monsignor Gasparri | | |
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In occasione del XXV anniversario della morte, in una
solenne tornata accademica tenuta all’Università Lateranense,
auspice il rettore dell’epoca monsignor Antonio Piolanti,
l’avvocato Raffaele Jervolino, antico dirigente di Azione cattolica,
definì Pietro Gasparri come «uomo dalle diverse vite».
Ma la cifra che unifica il giurista, il diplomatico, il
servitore della Sede Apostolica è da ricercare intera nel suo
essere, integralmente, sempre e comunque, prete.
Sin dagli anni in cui celebrava la messa per il
cardinale diacono Mertel a quelli parigini in cui, apprezzato docente, si
inventò “parroco” per gli emigrati italiani, egli fu
prete, e così in tutti gli uffici da lui via via ricoperti.
«Indossata la talare a otto anni» nota De
Marco «non la lasciò più e soprattutto non
dismise più quell’aspetto sobrio e sereno del chierico e
che sarà poi del sacerdote e del cardinale».
«Fu un prete buono e alla buona» scrive don
Giuseppe De Luca, «un burlone, trepido sinanche d’una innocente
bugia; e fu insieme dignitario ecclesiastico talmente alto, da incutere
invincibile soggezione. Nessuno, ancorché a tavola con lui,
ancorché preso in giro da lui familiarmente e in un certo qual modo
provocato, nessuno avrebbe ardito di pigliarsi la minima confidenza.
Obbediva senza avvilirsi, e appunto perciò comandava senza avvilire.
Non mai un comando viene meglio obbedito come quando l’inferiore si
sente, nell’atto stesso del comando, considerato e rispettato».
Una toccante vibrazione del suo animo autenticamente
sacerdotale, e parimenti espressiva di quella concretezza che gli era
peculiarissima, ci è dato di coglierla nella chiusa del suo
testamento, datato 4 ottobre 1934: «Raccomando a tutti di essere
buoni, ricordandosi che la vita presente trascorre come un lampo e che
l’eternità ci aspetta».
Presentando nel 1932 il suo catechismo cattolico per
bambini, così aveva scritto, non celando quella facile ma non banale
commozione imparata dalla madre: «Mio caro bambino, ti stai
preparando alla prima Comunione… Io sono vecchio, mio caro bambino, e
molte vicende e importanti avvenimenti sono passati sopra la mia testa e
nel mio cuore: eppure rammento ancora con commozione e
indicibile dolcezza il giorno della mia prima Comunione… e ti chiedo
di raccomandare a Gesù, quando si poserà sul tuo cuore, il
vecchio amico che con paterno affetto ti benedice».
Bibliografia essenziale
R. Astorri, Le leggi della
Chiesa tra codificazione latina e diritti particolari, Padova 1992.
P. Ciprotti, Il diplomatico
giurista, in Aa. Vv., Il cardinale P. Gasparri, Pontificia
Università Lateranense, Roma 1960.
F. Crispolti, Corone e
porpore, Milano 1937.
G. De Luca, Memoria di P.
Gasparri, in La Nuova
Antologia, 1° dic. 1934; Id., Discorrendo col card. Gasparri (1930), in ibidem, 16 nov. 1936, poi in Aa.Vv., Il
cardinale P. Gasparri, cit.
V. De Marco, Contributo alla
biografia del cardinale P. Gasparri, in Aa.Vv. Amicitiae causa. Scritti in onore del vescovo A. M. Garsia, a cura di M. Naro, Caltanissetta 1999.
C. Fantappié, Dizionario
biografico degli Italiani, ad vocem; Id., Introduzione storica al Diritto canonico,
Bologna 1999.
P. Grossi, Storia della
canonistica moderna e storia della codificazione canonica, in Quaderni fiorentini XIV (1985).
G. Spadolini, Il cardinale
Gasparri e la Questione Romana (con brani delle memorie inedite), Firenze 1972.
S. Tramontin, La repressione
del modernismo, in E. Guerriero e A.
Zambarbieri, La Chiesa e la società
industriale, Milano 1990.

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