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DOCUMENTO
«Onorate tutti, amate i vostri fratelli» (1Pt 2,17)
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Il Segretario di Stato di Sua Santità presenta ai lettori di 30Giorni la versione ufficiale del discorso tenuto da Benedetto XVI all’Università di Regensburg lo scorso 12 settembre |
del cardinale Tarcisio Bertone sdb
Sono lieto che la rivista 30Giorni, diretta dal senatore
Giulio Andreotti, abbia preso la felice iniziativa di pubblicare la
versione integrale, comprensiva delle note, del discorso tenuto dal Santo
Padre all’Università di Regensburg lo scorso 12 settembre in
occasione del viaggio pastorale nella natìa Baviera.
Si tratta della versione ufficiale del discorso
pontificio che contiene qualche piccola variazione rispetto a quello detto
a voce ed è arricchito da note, così come era previsto fin
dal momento in cui venne pronunciato. Tutti ricorderanno infatti che da
subito in calce al testo del discorso in questione la Sala stampa della
Santa Sede aveva posto la seguente nota: «Di questo testo il Santo
Padre si riserva di offrire, in un secondo momento, una redazione fornita
di note. L’attuale stesura deve quindi considerarsi
provvisoria».
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 | | Benedetto XVI con il cardinale Tarcisio Bertone | | |
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Da una lettura attenta e meditata di quella che
giustamente è stata chiamata la “splendida” lezione di
Regensburg, la quale comunque non era e non poteva essere un pronunciamento
ex cathedra,
risulterà chiaro il fatto che il suo tema di fondo era il rapporto
tra fede e ragione, e non l’approfondimento della questione del
dialogo con le altre religioni e con l’Islam in particolare.
Purtroppo una lettura affrettata del testo, che
è stato strumentalizzato anche da chi vorrebbe coinvolgere il Papa e
la Santa Sede in veri o presunti scontri di civiltà che non
appartengono alla Chiesa cattolica, ha comportato delle reazioni
ingiustificate da parte di alcuni settori del mondo islamico.
Per evitare ulteriori fraintendimenti la Sala Stampa
vaticana, questa Segreteria di Stato e poi lo stesso Santo Padre, hanno
più volte ribadito che non c’era da parte di nessuno la
volontà di offendere chicchessia.
Già il 14 settembre infatti il padre Federico
Lombardi ha chiarito che «ciò che sta al cuore al Santo Padre
è un chiaro e radicale rifiuto della motivazione religiosa della
violenza», che non era nelle intenzioni del Santo Padre
«offendere la sensibilità dei credenti musulmani», e che
è “chiara” volontà del Santo Padre «di
coltivare un atteggiamento di rispetto e dialogo verso le altre religioni e
culture».
Il 16 settembre poi, il primo giorno in questo mio
nuovo incarico, ho fatto diffondere una mia dichiarazione in cui tra
l’altro ho ricordato, qualora ce ne fosse bisogno, che la posizione
del Papa sull’Islam è «inequivocabilmente quella
espressa dal documento conciliare Nostra aetate»; che «l’opzione del Papa in favore del
dialogo interreligioso e interculturale è altrettanto
inequivocabile»; che il Santo Padre «non ha inteso e non
intende assolutamente fare proprio» il riprovevole giudizio su
Maometto dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e che lo ha
utilizzato solo come occasione per svolgere una riflessione che si è
conclusa «con un chiaro e radicale rifiuto della motivazione
religiosa della violenza, da qualunque parte essa provenga»; che il
Santo Padre «è pertanto vivamente dispiaciuto che alcuni passi
del suo discorso abbiano potuto suonare come offensivi della
sensibilità dei credenti musulmani e siano stati interpretati in
modo non del tutto corrispondente alle sue intenzioni».
Il 17 settembre, in occasione della recita domenicale
dell’Angelus,
il Santo Padre in persona è intervenuto sulla questione, dicendo:
«Sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve
passo del mio discorso nell’Università di Regensburg, ritenuto
offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani, mentre si
trattava di una citazione di un testo medievale, che non esprime in nessun
modo il mio pensiero personale». Nella stessa occasione il Papa ha
poi ricordato che il discorso in questione «nella sua totalità
era ed è un invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto
reciproco».
Il 20 settembre infine il Santo Padre è
intervenuto di nuovo sulla questione. E ha ribadito che la citazione di
Manuele II «purtroppo, ha potuto prestarsi ad essere
fraintesa». E ha aggiunto: «Per il lettore attento del mio
testo, però, risulta chiaro che non volevo in nessun modo far mie le
parole negative pronunciate dall’imperatore medievale in questo
dialogo e che il loro contenuto polemico non esprime la mia convinzione
personale». Il Papa ha poi puntualizzato: «Il tema della mia
conferenza – rispondendo alla missione dell’Università
– fu quindi la relazione tra fede e ragione: volevo invitare al
dialogo della fede cristiana col mondo moderno e al dialogo di tutte le
culture e religioni». «Confido quindi» sono sempre parole
del Santo Padre «che, dopo le reazioni del primo momento, le mie
parole nell’Università di Regensburg possano costituire una
spinta e un incoraggiamento a un dialogo positivo, anche autocritico, sia
tra le religioni come tra la ragione moderna e la fede dei
cristiani».
A riguardo di questo incoraggiamento a un dialogo
positivo «anche autocritico», forse è bene ricordare che
nel discorso di Regensburg il Papa non ha parlato solo dei rischi di
irragionevolezza presenti in altre tradizioni religiose, ma ha fatto anche
un accenno “autocritico” interno alla storia della teologia
cattolica. Basterebbe leggere le parole dedicate a Duns Scoto…
In appendice a questi interventi c’è stata
poi la felice iniziativa del 25 settembre, quando il Papa ha ricevuto in
udienza gli ambasciatori dei Paesi a maggioranza islamica accreditati
presso la Santa Sede e alcuni esponenti delle comunità musulmane
presenti in Italia. In questa occasione il Pontefice ha respinto ogni
tentativo strumentale, che pure si è manifestato su alcuni mezzi di
informazione ma non solo, di voler contrapporre la sua azione a quella del
suo venerato predecessore. Benedetto XVI infatti ha ricordato: «In
continuità con l’opera intrapresa dal mio predecessore, il
Papa Giovanni Paolo II, auspico dunque vivamente che i rapporti ispirati a
fiducia, che si sono instaurati da diversi anni fra cristiani e musulmani,
non solo proseguano, ma si sviluppino in uno spirito di dialogo sincero e
rispettoso, un dialogo fondato su una conoscenza reciproca sempre
più autentica che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e,
con lealtà, prende atto e rispetta le differenze». E ha
aggiunto: «È pertanto necessario che, fedeli agli insegnamenti
delle loro rispettive tradizioni religiose, cristiani e musulmani imparino
a lavorare insieme, come già avviene in diverse comuni esperienze,
per evitare ogni forma di intolleranza e opporsi a ogni manifestazione di
violenza».
Come mai, ci si può chiedere, così
numerosi interventi della Santa Sede e dello stesso Santo Padre su una
questione così specifica? Per paura? Assolutamente no. Il Santo
Padre, il Successore di Pietro, ha voluto anche lui seguire una indicazione
che il Principe degli apostoli diede alle prime comunità cristiane:
«Onorate tutti, amate i vostri fratelli» (1Pt 2,17). Il Papa quindi ha solo
voluto ribadire in modo inequivocabile e intellegibile per tutti il suo
voler “onorare” tutti, musulmani compresi, e il suo voler
“amare” tutte le comunità cristiane, e in particolare
quelle sparse nelle regioni in cui la religione islamica è
maggioritaria.
Non a caso, quindi, il Papa – dopo aver ricevuto
in udienza, sabato 30 settembre, il pastore della più numerosa
comunità cattolica del Medio Oriente –, in occasione della
preghiera dell’Angelus di domenica 1° ottobre, ha voluto dire: «Ho avuto la
gioia, ieri, di incontrare Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, Patriarca di
Babilonia dei Caldei, il quale mi ha riferito sulla tragica realtà
che deve affrontare quotidianamente la cara popolazione dell’Iraq,
dove cristiani e musulmani vivono insieme da 14 secoli come figli della
stessa terra. Auspico che non si allentino tra loro questi vincoli di
fraternità, mentre, con i sentimenti della mia spirituale vicinanza,
invito tutti a unirsi a me nel chiedere a Dio Onnipotente il dono della
pace e della concordia per quel martoriato Paese».
A questo punto, sperando che questo momento non facile
possa considerarsi definitivamente superato, mi permetto di aggiungere
alcune considerazioni che forse potranno essere di qualche utilità
per un più proficuo dialogo tra la Santa Sede e il mondo islamico.
Un dialogo che non può non essere intelligente, è ovvio!, ma
che deve essere, come ha detto il Santo Padre, anche “franco e
sincero” e improntato a un «grande rispetto reciproco».
Il Cristianesimo non è certo limitato
all’Occidente, né si identifica con esso, ma esattamente la
democrazia e la civiltà occidentali solo rinsaldando un rapporto
dinamico e creativo con la propria storia cristiana potranno ritrovare
spinta e propulsione, ovvero quelle energie morali per affrontare una scena
internazionale fortemente competitiva.
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 | | Benedetto XVI durante l’udienza concessa agli ambasciatori dei Paesi a maggioranza islamica accreditati presso la Santa Sede e ad alcuni esponenti delle comunità musulmane presenti in Italia, il 25 settembre a Castel Gandolfo | | |
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Occorre disinnescare il rancore antislamico che cova in
molti cuori, nonostante la messa a rischio della vita di tanti cristiani.
Inoltre la fermissima condanna delle forme di irrisione della religione
– e qui mi riferisco anche all’episodio delle irriverenti
vignette satiriche che hanno infiammato le folle islamiche all’inizio
di quest’anno – è precondizione indispensabile per
condannarne le strumentalizzazioni. Il discorso di fondo però non
è neppure quello del rispetto dei simboli religiosi. Esso è
semplice e radicale: occorre tutelare la dignità umana del musulmano
credente. In un dibattito legato a questi temi una giovane musulmana nata
in Italia ha semplicemente affermato: «Per noi il Profeta non
è Dio, ma gli vogliamo molto bene». Di questo sentimento
profondo occorre avere almeno rispetto!
Di fronte ai musulmani credenti, ma anche di fronte ai
terroristi, il parametro che deve dettare il comportamento non è
l’utilità o il danno, ma la dignità umana. Il centro
del rapporto tra Chiesa e Islam è quindi preliminarmente la
promozione della dignità di ogni persona e l’educazione alla
conoscenza e alla tutela dei diritti umani. In secondo luogo e in
connessione a questa precondizione non dobbiamo rinunciare a proporre e
annunciare il Vangelo, anche ai musulmani, nei modi e nelle forme
più rispettose della libertà dell’atto di fede.
Per raggiungere questi obiettivi la Santa Sede si
propone di valorizzare al massimo le Nunziature Apostoliche presso i Paesi
a maggioranza musulmana, per accrescere la conoscenza e se possibile anche
la condivisione delle posizioni della Santa Sede. Penso anche a un
eventuale potenziamento dei rapporti con la Lega araba, che ha sede in
Egitto, tenendo conto delle competenze di tale organismo internazionale. La
Santa Sede si propone inoltre di impostare rapporti culturali tra le
Università cattoliche e le Università dei Paesi arabi e tra
gli uomini e donne di cultura. Tra di loro il dialogo è possibile e
direi anche fruttuoso. Ricordo alcuni congressi internazionali su temi
interdisciplinari che abbiamo celebrato alla Pontificia Università
Lateranense, ad esempio sui diritti umani, sulla concezione della famiglia,
sulla giustizia e sull’economia.
Occorre proseguire e intensificare questa strada di
dialogo con le élites pensanti, nella fiducia di penetrare successivamente nelle
masse, cambiare mentalità ed educare le coscienze. E proprio per
facilitare questo dialogo la Santa Sede ha iniziato, e continuerà su
questa strada, un uso più sistematico della lingua araba nel suo
sistema di comunicazioni.
Il tutto avendo sempre a mente che la salvaguardia di
quell’icona povera e continuamente insidiata ma sommamente amata da
Dio – amata per sé stessa, come dice il Concilio Vaticano II
– della persona umana è la massima testimonianza che le
tradizioni religiose bibliche possono offrire al mondo.

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