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«Liturgia e poveri, tesori della Chiesa»
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Intervista con l’arcivescovo Malcolm Ranjith scelto da papa Benedetto XVI come segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti |
intervista con Albert Malcolm Ranjith di Gianni Cardinale
L’arcivescovo Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, 59 anni da
compiere a metà novembre, originario dello Sri Lanka, è stato
nominato segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina
dei sacramenti il 10 dicembre dello scorso anno. Benedetto XVI lo ha
richiamato in Curia per quella che è stata la seconda nomina di
rilievo del suo pontificato, dopo quella di William Joseph Levada a
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Insieme al
neoinsediato cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, monsignor
Ranjith fa parte quindi della cerchia degli stretti collaboratori della
Curia romana, personalmente scelta da papa Ratzinger.
30Giorni gli ha chiesto di
approfondire alcuni aspetti della sua biografia.
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 | | Don Albert Malcom Ranjith | | |
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Eccellenza, come è nata la sua vocazione?
Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don: Sono nato in una famiglia di buoni cattolici. La nostra era
una parrocchia in cui si viveva con gioia la sana e buona tradizione della
Chiesa, dove la messa quotidiana era una pratica diffusa tra molti semplici
fedeli. Era retta da un bravo missionario francese, un oblato di Maria
immacolata, padre Jean Habestroh, che ha dato tutto per Gesù e per
la Sua Chiesa. Un vero modello di dedizione. E così,
all’interno di questa intensa vita di fede nella famiglia e nella
parrocchia, la chiamata a dedicarmi pienamente al servizio del Signore
è nata fin da piccolo ed è maturata, quando facevo il
chierichetto, quasi in modo naturale.
Dove ha studiato?
Ranjith: In una scuola dei
Fratelli delle scuole cristiane di La Salle, scuole di ottima
qualità e dove la vita devozionale era molto intensa. Ogni giorno
recitavamo il Rosario, ed eravamo quasi tutti membri della Legio Mariae.
Sono stato fortunato, perché in queste scuole sono cresciuto non
solo nelle conoscenze scientifiche e nella formazione culturale, ma anche
nella vita spirituale. E i fratelli di La Salle erano guide esemplari.
Lei ha frequentato il seminario maggiore nazionale di
Kandy dal 1966 al 1970…
Ranjith: Avevo
diciott’anni quando sono entrato. Mio padre in un primo tempo non era
molto contento, perché ero il primogenito e unico figlio maschio. Ma
poi, grazie soprattutto a mia madre, i miei genitori si sono messi
d’accordo nel darmi il permesso di entrare in seminario. Dopo gli
studi filosofici e un periodo di tempo passato fuori seminario, il primo e
unico cardinale che ha avuto lo Sri Lanka, Thomas Benjamin Cooray, mi ha
mandato a Roma, al Collegio di Propaganda Fide, per completare gli studi
teologici.
E a Roma è stato ordinato sacerdote.
Ranjith: Sì, il 29
giugno 1975. Eravamo più di 350 diaconi ordinati da Paolo VI in
occasione dell’Anno Santo. Successivamente ho frequentato il
Pontificio Istituto Biblico dove, dopo quattro anni, ho conseguito la
licenza in Sacra Scrittura. Durante questi anni ho avuto la fortuna anche
di poter seguire un corso di otto mesi all’Università ebraica
di Gerusalemme, dove dagli insegnanti rabbini ho potuto ricevere un grande
senso di amore verso la Parola di Dio. La Terra Santa è piena di Dio
e del Suo amore verso l’umanità, un amore che in quei luoghi
si può quasi toccare con mano. La mia vocazione sacerdotale, quindi
si arricchiva di nuove forze spirituali ogni giorno che respiravo
quell’aria.
Chi sono stati i suoi maestri?
Ranjith: Ero studente
dell’allora padre Carlo Maria Martini, intelligente e capace: ci
insegnava il Vangelo di san Luca e la critica testuale. Un mio docente era
anche un altro gesuita oggi cardinale, padre Albert Vanhoye. Con lui come
relatore, nel 1978 ho scritto la mia tesina per la licenza in Sacra
Scrittura sulla Lettera agli ebrei. All’Urbaniana mi è rimasta
impressa la figura di padre Carlo Molari: presentava la dottrina dogmatica
in una chiave diversa, però interessante, che suscitava dibattito e
ci apriva gli occhi per gustare il vero valore della teologia.
C’erano anche molti altri bravi insegnanti. Mi ricordo di monsignor
Stefano Virgulin e del padre comboniano Pietro Chiocchetta: insegnavano non
in modo libresco, ma con una fede intensa in Gesù.
Finiti gli studi, nel 1978 è tornato in patria.
Ranjith: Ho fatto il
viceparroco in una zona poco sviluppata, in un villaggio di pescatori,
tutti cattolici. E lì ho cominciato a scoprire il collegamento della
teologia alla vita quotidiana dei fedeli attraverso il grande veicolo della
liturgia. Chi celebra e prega intensamente viene aiutato a mettere in
pratica ciò che celebra. Poi sono stato parroco sempre in altri
villaggi di pescatori. Erano molto poveri ma avevano una grande fede. E
proprio attraverso il contatto con queste realtà ho scoperto la
necessità che la Chiesa si occupi anche della giustizia sociale. Fin
da allora l’amore per la liturgia e l’amore per i poveri, due
veri e propri tesori della Chiesa, si potrebbe dire, sono stati la bussola
della mia vita di sacerdote. Anche se all’epoca non avrei mai pensato
di diventare un giorno addirittura segretario della Congregazione per il
culto divino…
Come ha aiutato queste popolazioni?
Ranjith: Ho sfruttato le
conoscenze che avevo coltivato a Roma e in Germania. Ho chiamato i miei
vecchi amici e, grazie a Dio, gli aiuti sono arrivati. È grazie
anche a questa attività che, nel 1983, sono diventato direttore
nazionale delle Pontificie opere missionarie. Incarico che ho ricoperto per
dieci anni. E in questa veste ho partecipato a molti incontri con gli altri
direttori delle Pontificie opere missionarie sparse per tutto il mondo.
Proprio queste riunioni mi hanno aiutato ad avere una visione veramente
cattolica, universale della Chiesa.
Nel 1991 lei è stato nominato vescovo ausiliare
di Colombo. Come ha vissuto questa prima esperienza episcopale?
Ranjith: Da vescovo
ausiliare ho potuto allargare la mia presenza a tutta la diocesi e
collaborare così con il mio vescovo ordinario. Ho potuto scoprire
inoltre come il popolo cristiano voglia sentire vicino i propri pastori dai
quali si attendono una vita che rifletta quella del supremo pastore,
Gesù. Durante questo periodo, su richiesta dell’episcopato, ho
coordinato con il governo e la Santa Sede la preparazione del viaggio di
papa Giovanni Paolo II nello Sri Lanka avvenuto nel gennaio 1995. È
stata una grande esperienza anche questa. Era commovente vedere i nostri
semplici fedeli che si stringevano attorno al Papa con un grande senso di
affetto.
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 | | Un giovane don Ranjith viceparroco del villaggio di pescatori di Kepungoda nell’arcidiocesi di Colombo | | |
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Era la prima volta che un papa toccava il suolo dello
Sri Lanka?
Ranjith: No,
trent’anni prima, nel dicembre 1970, Paolo VI, di ritorno a Roma
dall’Australia, fece una sosta a Colombo, dove celebrò una
messa nell’aeroporto. All’epoca ero un giovane seminarista e
ricordo ancora la gioia con cui i cattolici, ma non solo, si raccolsero
attorno alla figura del primo papa che metteva piede nella nostra isola.
Alla fine del 1995 lei viene chiamato a guidare la
nuova diocesi di Ratnapura, dove è rimasto fino al 2001.
Ranjith: Mi hanno chiesto di
occuparmi di una diocesi nuova, appena costituita, situata
all’interno del Paese. E ho accettato. Sono stati cinque anni molto
felici, nonostante i problemi che sempre ci sono, soprattutto quando si
deve costruire un’intera struttura diocesana. Ho imparato a stare
vicino al clero – che a Ratnapura era un po’ diviso al suo
interno – e ai fedeli, la maggioranza dei quali erano e sono molto
poveri. Non si trattava più di pescatori ma di coltivatori delle
piantagioni di tè.
Quanti erano i cattolici a Ratnapura?
Ranjith: Solo il due per
cento. Ma col resto della popolazione, nella stragrande maggioranza
buddista, i rapporti erano ottimi. Quando sono entrato in diocesi come
vescovo, sono andato a visitare tutti i templi buddisti della città
e incontrare i monaci. Dal primo giorno abbiamo creato un organismo di
dialogo e di cooperazione in quei campi, come in quello sociale, dove
questo è possibile. Con alcuni di questi monaci è nata
un’amicizia molto forte. A loro, a volte, abbiamo chiesto consigli e
suggerimenti quando costruivamo nuove chiese.
Eppure, proprio negli ultimi tempi, nello Sri Lanka si
sono discusse delle leggi per impedire la conversione da una religione a
un’altra…
Ranjith: Si tratta di una
questione discussa a livello nazionale e dovuta all’annosa guerra tra
la minoranza tamil, perlopiù induista, e la maggioranza cingalese,
perlopiù buddista, e dovuta anche alle attività poco corrette
di alcune sette cristiane fondamentaliste. La maggioranza
cingalese-buddista ha paura che le minoranze, quella tamil-induista ma
anche le comunità cristiane che si trovano sia tra i tamil che tra i
cingalesi, vogliano conquistare una posizione dominante nella
società, e allora reagisce e cerca di controllarle, creando talvolta
in esse un senso di oppressione. Questo a livello generale. Ma quando ero
vescovo a Ratnapura, lì la situazione era tranquilla anche
perché era fuori dalle zone più calde del conflitto, che sono
quelle nordorientali del Paese.
Nel 2000 viene pubblicata la dichiarazione Dominus Iesus,
sull’unicità salvifica di Gesù. Ha creato dei problemi
nel dialogo con il buddismo?
Ranjith: A dire il vero, un
primo problema era nato nel 1994, quando Giovanni Paolo II pubblicò
il libro-intervista con Vittorio Messori intitolato Varcare la soglia della speranza, in cui
c’erano delle frasi sul buddismo che suscitarono reazioni. Ma quelli
che diedero ampia diffusione a queste affermazioni erano stranieri
provenienti dall’estero. Furono loro a dare grande risalto sui
giornali dello Sri Lanka alla notizia che il Papa in questo libro aveva
attaccato il buddismo. Erano articoli che infiammavano le tensioni, anche
se molti non avevano neanche letto il libro del Papa. Ma un monaco
buddista, che io conoscevo, scrisse sul principale giornale di lingua
inglese dello Sri Lanka, il Daily News, un articolo in cui difendeva il Santo Padre. Questo monaco
scrisse che, secondo le indicazioni di Buddha, tutti gli insegnamenti
andavano sottoposti a critica, anche i suoi. E quindi il Papa aveva tutto
il diritto di dire quello che secondo lui era negativo della religione
buddista. Paradossalmente furono più alcuni teologi cattolici a
criticare il Papa che non gli stessi buddisti. Più o meno lo stesso
è avvenuto con la Dominus Iesus: gli attacchi maggiori sono venuti dai teologi cattolici e
non tanto dagli altri. Spesso in queste cose ci si lascia guidare dalle
proprie emozioni più che da un’analisi dei fatti. E
così si creano delle situazioni antipatiche e inutili.
Comunque durante la visita di Giovanni Paolo II in Sri
Lanka del gennaio 1995 i leader buddisti non parteciparono
all’incontro col Papa…
Ranjith: I leader no, ma
moltissimi fedeli buddisti vi parteciparono con gioia. Devo specificare che
l’altare principale sul quale il Papa celebrò la santa messa,
nella spianata di Galle Face, era stato disegnato e costruito da un monaco
buddista, nostro amico, che così rifiutò di essere
strumentalizzato dagli altri.
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 | | Don Ranjith durante un incontro di promozione dell’infanzia missionaria, quando era direttore delle Pontificie opere missionarie dello Sri Lanka | | |
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Torniamo all’attualità. Come valuta il
tentativo di introdurre leggi anticonversione nel suo Paese?
Ranjith: Innanzitutto noi
cristiani diciamo chiaramente alla maggioranza buddista che non è
nostro desiderio sovvertire le tradizioni religiose e culturali in cui si
riconosce la maggioranza del popolo dello Sri Lanka. E poi, anche se una
legge di questo tipo verrà approvata, le conseguenze potranno non
essere tutte negative. Vorrà dire che il Signore vuole mettere alla
prova la nostra fede e con il Suo aiuto non dubito che la fede del nostro
popolo cristiano si rafforzerà.
Il 1° ottobre 2001 viene pubblicata la sua nomina a
segretario aggiunto di Propaganda Fide. Come ricorda questa chiamata a
Roma?
Ranjith: Nel 1995, oltre che
vescovo di Ratnapura ero diventato anche segretario generale della
Conferenza episcopale e presidente della Commissione episcopale per la
giustizia e la pace. Insieme al vicepresidente di questa Commissione, il
vescovo di Mannar Joseph Rayappu, di etnia tamil, ho lavorato molto per
portare il governo di Colombo e le Tigri tamil al tavolo dei negoziati che
hanno condotto al cessate il fuoco, infranto, ahimé, proprio questa
estate. Ricordo che con monsignor Rayappu riuscimmo a portare 26 monaci
buddisti nella zona controllata dai tamil per cercare di rompere
l’ostilità che animava sia i buddisti che i tamil l’uno
verso l’altro a causa delle atrocità commesse da entrambi nel
passato. L’incontro tra i due gruppi fu un’esperienza molto
felice. Proprio quando ero molto impegnato in queste iniziative di pace, mi
chiamò il nunzio apostolico che mi annunciava la decisione del Papa
di nominarmi segretario aggiunto a Propaganda Fide e chiedeva se aderivo a
questa richiesta. Di fronte al desiderio del Papa ho detto sì.
Così sono arrivato a Roma per svolgere la mia missione nella
Congregazione posta sotto la guida del cardinale Crescenzio Sepe.
Dove è rimasto per circa due anni.
Ranjith: È stato un
periodo molto interessante. Per me si è trattato un po’ come
di una continuazione del lavoro che avevo già svolto in
qualità di direttore delle Pontificie opere missionarie in Sri
Lanka. Quasi due anni in cui ho cercato di essere il più possibile
autentico, leale e sincero nel mio lavoro. Ho tentato di valorizzare al
massimo il ruolo dei direttori nazionali delle Pontificie opere missionarie
nelle varie Chiese locali, e di salvaguardare la trasparenza assoluta in
tutte le delicate questioni finanziarie che riguardano queste opere.
Il 29 aprile 2004 viene resa nota la sua nomina a
nunzio apostolico in Indonesia e Timor Est.
Ranjith: Dopo un periodo di
riflessione mi è stato chiesto di diventare nunzio apostolico. Ho
accettato con grande interesse. Anche se si trattava per me di
un’esperienza nuova, in un campo che per me era ancora misterioso. Da
vescovo avevo collaborato con la nunziatura di Colombo, ma non avevo avuto
la formazione speciale che hanno i nunzi. Direi che è stata
un’esperienza molto ricca e ho cercato di essere vicino a quella
Chiesa e ai suoi pastori e manifestare così la vicinanza del Santo
Padre a loro.
Proprio durante la sua permanenza a Jakarta
c’è stato il terribile tsunami che ha sconvolto il Sud Est
asiatico. Come ha vissuto quella esperienza?
Ranjith: In quei giorni si
trovava da me un mio carissimo amico, l’arcivescovo di Vienna il
cardinale Christoph Schönborn. Appresa la tragedia, abbiamo
abbandonato il programma che avevamo già stabilito per lui e siamo
andati a Banda Aceh. È stato un viaggio estremamente difficoltoso,
ma siamo riusciti ad arrivare e a visitare le zone colpite. È stato
uno spettacolo terribile: morte e distruzione dappertutto. Abbiamo
trascorso due giorni da missionari, abbiamo dormito in alloggi di fortuna
senza acqua corrente e senza luce. Ma siamo stati contenti di poter essere
vicini alla piccola comunità cattolica di Banda Aceh e anche
dell’isola di Nias. La voce del cardinale Schönborn che da
quella zona raccontava alle radiotelevisioni europee la sua esperienza
è stata anche determinante nella solidarietà che abbiamo
ricevuto da ogni parte del mondo. Successivamente attraverso la rete delle
Caritas e l’aiuto della Santa Sede siamo riusciti a stabilire un
programma di aiuti solido per quelle popolazioni. La Caritas indonesiana
era inattiva e così con l’aiuto del cardinale arcivescovo di
Jakarta e della Caritas internationalis siamo riusciti a riattivare questo
organismo ecclesiale e a stabilire progetti di aiuto per la ricostruzione
di quelle zone. Ricordo che abbiamo partecipato a riunioni interminabili ma
importanti grazie alle quali abbiamo potuto dare il nostro contributo come
Chiesa cattolica per le popolazioni colpite da questa immane tragedia.
Poco prima della sua nomina a nunzio, L’Osservatore Romano del
26-27 aprile 2004 ospitò un suo articolo di commento alla istruzione
Redemptionis Sacramentum «su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la
Santissima Eucaristia», pubblicata poco tempo prima a cura della
Congregazione per il culto divino d’intesa con la Congregazione per
la dottrina della fede…
Ranjith: L’articolo lo
scrissi su richiesta del prefetto della Congregazione per il culto divino,
il cardinale Francis Arinze. Avevo trovato la Redemptionis
Sacramentum assai utile e necessaria, e
perciò sono stato ben contento di commentarla.
Fu un articolo per così dire profetico, visto
l’incarico da lei oggi ricoperto…
Ranjith: Non lo so.
Però come ho già detto, mi sono sempre interessato della
liturgia soprattutto nei suoi risvolti pastorali, e ho sempre cercato di
leggere e documentarmi su questi aspetti. E ricordo che quando mi capitava
di incontrare l’allora cardinale Ratzinger, spesso nei nostri
colloqui si finiva per parlare di liturgia.
Come ha conosciuto il cardinale Joseph Ratzinger?
Ranjith: Per una questione
riguardante lo Sri Lanka, quella del teologo Tissa Balasuriya, il quale
aveva scritto un libro, Mary and human
liberation, in cui veniva fatta un’analisi
teologica difficilmente compatibile con la dottrina cattolica. Allora ero
un giovane vescovo appena nominato, mi sono interessato a questo libro e ho
coordinato una commissione episcopale appositamente creata per studiare
questo testo. Nel 1994, alla fine dei lavori di questa commissione, la
Conferenza episcopale emise un comunicato in cui si avvisavano i fedeli che
il libro non rispecchiava la dottrina della Chiesa. Questo comunicato
scatenò una campagna stampa mondiale contro di noi e in favore di
padre Balasuriya. La controversia fu talmente forte che anche Roma
cominciò a indagare. E così venni richiamato nell’Urbe
per spiegare quello che stava succedendo al Papa e al prefetto della
Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Ratzinger. Le
affermazioni di padre Balasuriya erano talmente gravi che nel gennaio 1997
vennero formalmente condannate dalla Congregazione e lui stesso, non
avendole ritirate, venne colpito dalla scomunica latae sententiae. Scomunica che
rientrò l’anno successivo, dopo una solenne dichiarazione
pubblica dello stesso padre Balasuriya.
Fu quindi in questo contesto che cominciò la sua
frequentazione con il cardinale Ratzinger…
Ranjith: Sì,
l’ho incontrato diverse volte e in quelle occasioni avevo modo di
illustrare a lui le mie impressioni e le mie preoccupazioni di vescovo
specialmente riguardo alla questione del dialogo interreligioso e anche
alle questioni liturgiche. Quando poi sono stato chiamato a Propaganda
Fide, ho avuto modo di incontrare il cardinale Ratzinger più di
frequente, anche durante le ordinarie del dicastero di cui anche lui faceva
parte. Così, oltre a essere un avido lettore dei suoi libri, ho
imparato ad apprezzarne personalmente anche le sue doti umane. In lui ho
visto sempre un grande teologo e nelle sue parole non un pedante, ma
essenzialmente una persona vicina al Signore.
A Jakarta quindi è stato poco meno di due anni.
Il 10 dicembre 2005 è stata pubblicata la nomina a segretario del
Culto divino. Si aspettava questa nuova chiamata a Roma?
Ranjith: Ricordo che
Benedetto XVI mi chiamò in udienza a Castel Gandolfo durante
l’estate del 2005, era metà settembre, e mi chiese se volevo
accettare la nomina a segretario della Congregazione per il culto divino.
Ho detto di sì. Ho sempre avuto un interesse per la liturgia, che ho
sempre considerato la chiave del rapporto tra fede e vita, perché
come viene celebrata la liturgia così viene vissuta la fede
cristiana. La liturgia da un lato esteriorizza la fede, dall’altro la
alimenta. Poter dare su questo punto, che sta molto a cuore a papa
Benedetto, il mio pur modesto contributo mi ha riempito il cuore di gioia.
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 | | Monsignor Ranjith con padre Uwe Michael Lang, autore del libro Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica (Cantagalli, Siena) in occasione della presentazione del volume, il 27 aprile 2006 | | |
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Eccellenza, la sua prima uscita pubblica da segretario
della Congregazione per il culto divino è stata una conferenza
tenuta in occasione della presentazione del libro di Uwe Michael Lang,
oratoriano di origini tedesche residente a Londra, Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica (Cantagalli, Siena 2006, pp. 150, euro 14,90), avvenuta il
27 aprile presso l’Istituto patristico Augustinianum di Roma. Il
volume, edito in tedesco nel 2003, contiene una prefazione
dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, pubblicata per la prima volta
in italiano sul numero di marzo 2004 di 30Giorni. Cosa l’ha colpita di più di questo libro?
Ranjith: Avevo già
letto questo libro e la bellissima prefazione dell’allora cardinale
Ratzinger. Così quando ho ricevuto l’invito, ho subito
accettato. Perché è stata l’occasione per far nascere
un dibattito molto positivo nella Chiesa. Si parla tanto di partecipazione
dei fedeli alla liturgia. Ma i fedeli partecipano di più se il
sacerdote celebra versus populum o se celebra verso l’altare? Non è detto
infatti che questa partecipazione sia più attiva se il prete celebra
verso il popolo; può darsi che in questo caso il popolo si
distragga. Così è vera partecipazione quando al segno della
pace in chiesa si crea una grande confusione, con dei sacerdoti che a volte
vanno a dare il loro saluto fino alle ultime file? Si tratta della actuosa participatio, auspicata
dal Concilio Vaticano II, o semplicemente di una grande distrazione che non
aiuta per nulla a seguire con devozione il momento successivo della messa
– a parte il fatto che a volte ci si dimentica pure di declamare
l’Agnus Dei…
Ripeto, il libro di padre Lang è stato ed è
un’utilissima provocazione, a cominciare dall’introduzione in
cui il cardinale Ratzinger ricorda che il Concilio non ha mai chiesto di
abolire il latino né di rivoluzionare la direzione della preghiera
liturgica…
Una sua intervista alla Croix
del 26 giugno, intitolata La riforma liturgica del Vaticano II non è mai decollata, ha fatto molto rumore. Può spiegare meglio i suoi
giudizi sulla riforma liturgica attuata dopo il Concilio Vaticano II?
Ranjith: Queste parole sono
state messe fuori contesto. Non è che valuti negativemente tutto
quello che è avvenuto dopo il Concilio. Ho detto invece che il
risultato atteso dalla riforma liturgica non si è manifestato. Ci si
domanda se la vita liturgica, la partecipazione dei fedeli alle sacre
funzioni, sia più alta e migliore oggi rispetto a quella presente
negli anni Cinquanta. Si è criticato il fatto che prima del Concilio
i fedeli non partecipavano veramente alla messa, ma assistevano
passivamente o facevano delle devozioni personali. Ma oggi davvero i fedeli
partecipano in modo spiritualmente più elevato e personale? È
davvero successo che tanti che erano fuori della Chiesa con le nuove
liturgie si siano messi in fila per entrare nelle nostre chiese? O non
è successo invece che molti se ne sono andati via e che le chiese si
sono svuotate? Di quale riforma allora si parla?
Colpa della secolarizzazione…
Ranjith: Certamente, ma tale
situazione è anche frutto del modo con cui è stata trattata
o, meglio, bistrattata la liturgia… In pratica, secondo me, le
sacrosante aspettative del Concilio di una liturgia meglio compresa e
quindi spiritualmente più feconda, sono state ancora disattese. E
quindi c’è ancora molto da fare, affinché le chiese si
riempiano di nuovi fedeli che durante le sacre liturgie si sentano
veramente toccati dalla grazia del Signore. In un mondo
secolarizzato, invece di cercare di elevare i cuori verso la grandezza del
Signore, si è cercato, piuttosto, credo, di abbassare i misteri
divini a un livello banale.
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 | | Monsignor Ranjith, appena consacrato vescovo ausiliare di Colombo, viene accolto nella sua parrocchia di origine | | |
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Quando è stato nominato segretario al Culto
divino, è stato scritto che lei avrebbe ottimi rapporti col mondo
lefebvriano. Corrisponde al vero?
Ranjith: Non ho conosciuto
monsignor Marcel Lefebvre per motivi anagrafici, perché lui è
di un’altra epoca. Ma certamente ho avuto qualche contatto con alcuni
dei suoi seguaci. Ma non sono un appassionato dei lefebvriani.
Sfortunatamente non sono ancora rientrati nella piena comunione con la
Santa Sede, ma quello che loro qualche volta dicono sulla liturgia lo
dicono a ragion veduta. E perciò loro sono un pungolo che ci deve
far riflettere su quello che stiamo facendo. Questo non vuol dire che posso
essere definito come un aderente o un amico dei lefebvriani. Io condivido
alcuni punti dei cosiddetti no global riguardo alla giustizia sociale, ma
questo non vuol dire che sono un loro aderente… D’altra parte
la messa tridentina non è proprietà privata dei lefebvriani.
Essa è un tesoro della Chiesa e di noi tutti. Come il Papa ha detto
alla Curia Romana l’anno scorso, il Concilio Vaticano II non è
un momento di rottura, ma di rinnovamento nella continuità. Non si
butta via il passato, ma si cresce su di esso.
Questo vuol dire che la messa cosiddetta di san Pio V
in realtà non è stata mai abolita?
Ranjith: Il fatto che la
Santa Sede abbia recentemente approvato l’istituzione, a Bordeaux, di
una società di vita apostolica di diritto pontificio caratterizzata
dal fatto di usare esclusivamente i libri liturgici preconciliari [si
tratta dell’Istituto del Buon Pastore in cui si sono raccolti alcuni
fuoriusciti “lefebvriani”, ndr], sta a significare in modo inequivocabile che la messa di
san Pio V non può essere considerata come abolita dal nuovo messale
cosiddetto di Paolo VI.

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