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Una domanda a cui non so rispondere
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Alcuni brani
dello scrittore scomparso venticinque anni fa |
di Fabio Pierangeli
Nostalgia del cristianesimo.
Passione e morte. Come se, con le lucciole che scompaiono davanti al
cemento delle città, possa morire anche quell’antica
tradizione, legata al «paese di temporali e primule», alla
civiltà contadina.
«Io sono una forza del Passato. / Solo nella
tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, / dalle chiese, /
dalle pale d’altare, / dai borghi [...] E io, feto adulto, mi aggiro
/ più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono
più»1 (Pier Paolo Pasolini, Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa).
Non poco dell’opera di Pier Paolo Pasolini (nato
a Bologna nel 1922, ma intimamente legato ai luoghi nativi della madre, il
Friuli, il «paese di temporali e primule» dove visse alcuni
anni fino al 1950) attinge a queste immagini:
«Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto
/ in ogni mio intuire. Ed è volgare, / questo non essere completo, /
mai fui così volgare come in questa ansia, / questo “non avere
Cristo” – una faccia / che sia strumento di un lavoro non tutto
/ perduto nel puro intuire in solitudine» (Poesia in forma di rosa).
Lontanissima eco di quel paese religioso, Pasolini la
riconosce, fino alla metà degli anni Sessanta, nelle strade violente
della borgata romana. Era arrivato nella capitale nel 1950, in misere
condizioni economiche. Aveva dapprima abitato nel ghetto ebraico, a piazza
Costaguti, poi nelle borgate accanto all’Aniene e in seguito, una
volta risolti i problemi economici, a Monteverde.
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 | | Pier Paolo Pasolini (1922-1975) fotografato nella sua casa romana | | |
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«Stella, stella guidaci nel cammino», dice
Accattone, nel film omonimo, incontrando per la prima volta la ragazza
(attrice friulana) che porta quel nome. Il suo sguardo, rivolto alla bionda
Stella, smagato, furbetto, rassegnato, malizioso conserva per il regista
una qualche autenticità creaturale, estranea alla grande
omologazione. Non a caso Pasolini prova a più riprese ad ambientare
tra quelle baracche, specie al Mandrione, nella Mortaccia e poi nella Divina mimesis, un poema, sulle tracce della Divina
Commedia, omaggio all’amatissimo Dante.
Non ci riuscirà.
Al di fuori di questo mondo del sottoproletariato,
l’orribile e «volgare» mancanza si avverte a tutti i
livelli, creando abnormi situazioni di noia e crudeltà. Come nelle
sei tragedie, culmine, sia pur artisticamente debole, della violenta
critica al mondo borghese, alla società del capitale e
dell’interesse.
L’uomo è solo con se stesso, onnipotente,
macabro, orgoglioso. Squallidamente annoiato dalle sue trasgressioni, come
in Orgia. La ragione
diventa follia, fissazione su un particolare, magari del passato, che non
ritorna come si vorrebbe, non avendo più alcuna apertura alla
realtà delle cose, come nel rapporto tra padre e figlio in Affabulazione. Niente accade di
nuovo: è il segno del «vuoto volgare» che nei più
intelligenti personaggi di Pasolini diviene appunto nostalgia di un
avvenimento presente di novità.
Già riassuntivi i versi del poemetto Pietro II, del 1963, poi raccolti
in Poesia in forma di rosa:
«Il sangue di Cristo si è fatto ceralacca,
/ la ceralacca polvere, la polvere omissis. / Non una parola, o un accenno,
o uno sguardo, / ah, uno sguardo, sono cristiani, per chi / ha
l’abitudine, poco civile, certo, e un po’ angosciosa, / di
richiedere questo a uno che parla, a uno che guarda. / Ah, dolce religione,
del resto tante volte tradita, / nell’uomo in cui ti sei inaridita,
nasce la pazzia [...] L’io soffre / un’inestetica erezione: ha
per sé un amore infelice [...] Dove il Cristianesimo / non rinasce,
marcisce. E, contraddizione / mille volte, mille volte allusa / dal mio
Cristo irriducibile, / finisce difeso da qualche Erodiano impazzito /
macabramente privo di senso del ridicolo».
Del 1968 è Teorema, film e romanzo, ambientato a Milano. Pasolini
pretende di inventare lui un dio carnale, l’Ospite. Anche
artisticamente è fuori strada. La figura rimane irrisolta, la favola
illusoria. Meglio riuscita la seconda parte, dove i personaggi, abbandonati
dal dio che li aveva posseduti carnalmente, recitano diversamente la loro
malinconia, fino a capire di abitare il deserto, pieni di una domanda, di
un urlo straziante:
«IO SONO PIENO DI UNA DOMANDA A CUI NON SO
RISPONDERE. / [...] È un urlo fatto per invocare l’attenzione
di qualcuno o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo».
Invocare l’attenzione di qualcuno che non si
conosce e di cui si avverte il desiderio e la nostalgia. Dei movimenti e
delle situazioni del romanzo l’urlo qui richiamato è
ciò che resta più impresso.
Nel film Teorema le immagini rendono ancor più plasticamente la
potenza dell’urlo finale. Sono fotogrammi che richiamano un altro
finale quello del Vangelo secondo Matteo, racconto fedele di un fatto storico.
Nei finali dei due film citati la cinepresa sorprende
il correre di uomini; la corsa solitaria e disperata di Paolo, protagonista
di Teorema, nella cui
pelle traspare la sabbia del deserto e il riflesso della luce, cielo e
sudore, e la cui voce consegna al vento l’urlo disperato, anche oltre
la parola fine. E la corsa stupita degli apostoli verso Gesù Cristo
risorto che pronuncia una frase affascinante e commovente che abbraccia e
dà respiro, completamente sorprendendola, alla genialità
poetica dell’uomo: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino
alla fine del mondo».
«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine
del mondo». Quello che interessa è solo il presente.
«Caro Dio, / liberaci dal pensiero del domani
[...] Caro Dio, / l’idea del potere non ci sarebbe se non ci fosse
l’idea del domani [...] Caro Dio, / facci vivere come gli uccelli del
cielo e i gigli dei campi» (Preghiera su
commissione, in Trasumanar
e organizzar).
«Dà angoscia il vivere di un consumato
amore» (Il pianto della scavatrice, in Le ceneri di Gramsci), o di una rappresentazione, di una favola, di un sublime
racconto (di fronte a cui è più sincera la ragione goliardica
dei film picareschi, fino alla boccaccesca Trilogia
della vita). Pasolini è come se volesse
rivivere gli incontri evangelici in prima persona, chiamando amici e
scrittori intorno a sé a recitare quell’evento. Perfino la
madre dello scrittore interpreta la Madonna nel Vangelo
secondo Matteo.
In una lettera del 27 dicembre 1964 a don Giovanni
Rossi, fondatore della Pro Civitate Christiana di Assisi, visitando la
quale trovò spunto per il Vangelo secondo
Matteo2,
Pasolini scrive:
«Sono bloccato, caro don Giovanni, in un modo che
solo la Grazia potrebbe sciogliere».
La Grazia: «Ecco io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo». Anche oggi, in un mondo in cui la grande
omologazione, venticinque anni dopo quella notte tra il 1º e il 2
novembre all’idroscalo tra Ostia e Fiumicino in cui Pasolini fu
ucciso, è trionfante.
«Dà angoscia il vivere di un consumato
amore»: profonda e poetica saggezza umana. Attesa. Lo ha scritto
Patrizio Barbaro. In Pier Paolo Pasolini. Biografia per immagini:
«“La vita finisce dove comincia”, ha
scritto Pasolini. È una speranza. La vita comincia quando vi irrompe
una novità bella e felice, una cosa imprevedibile e inaspettata.
Allora la vita comincia nuova e tutto quello che c’era prima diventa
subito irrimediabilmente vecchio, passato, nostalgia. Finisce. Ecco
perché la vita finisce dove comincia. È un augurio. Che la
vita cominci. Che accada un inizio» (p. 192).
Credo che Patrizio (scomparso nel ’99, il 29
settembre, come papa Luciani) ci guardi dal Paradiso.
Amava (ama) la realtà, il presente. E quindi
Pasolini e i poeti. Non viceversa. Grato di quel dono semplice di aver
intravisto nello sguardo di un amico l’accenno di una luce e di una
speranza, anche dentro il tempo della malattia.
Poco prima di morire, sapendo di morire, ha scritto
queste altre parole, sullo sguardo («ah, uno sguardo»),
tema caro al cinema di Pasolini:
«L’occhio guarda, per questo è
fondamentale. È l’unico che può accorgersi della
bellezza. La visione può essere simmetrica lineare o parallela in
perfetto affiancamento con l’orizzonte. Ma può essere anche
asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perché la bellezza
può passare per le più strane vie, anche quelle non
codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché
è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di
vederla. Dipende da dove si svela. Ma che certe volte si sveli non
c’è dubbio [...]. Il problema è avere occhi e non saper
vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo
della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non
sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente.
Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto
delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i
nostri occhi di infinito desiderio».
Note
1 La poesia è letta da Orson Welles nella Ricotta di fronte ad un
giornalista.
2Si veda a questo
proposito la testimonianza di Lucio Caruso su 30Giorni del novembre 1994.

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