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La lunga strada e gli “incidenti di percorso”
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La sequenza dei summit vaticani dedicati alla “questione cinese” negli ultimi decenni testimonia la percezione sempre più nitida della realtà cattolica cinese raggiunta nei palazzi vaticani. Una messa a fuoco acquisita empiricamente, di cui potrà far tesoro l’annunciata lettera papale ai cattolici dell’ex Celeste Impero |
di Gianni Valente
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 | | Il vescovo di Shanghai Aloysius Jin Luxian impone le mani a Giuseppe Xing Wenzhi ordinandolo vescovo, il 28 giugno 2005 | | |
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Nella lunga storia dei rapporti tra Cina e Chiesa cattolica le svolte importanti sono spesso state
annunciate da fatti ed episodi avvenuti sottovoce, senza fanfare. Anche la
breve nota informativa vaticana seguita alla riunione sulle condizioni
della Chiesa nella Cina popolare, svoltasi Oltretevere dal 19 al 20 gennaio
scorso, ha lasciato cadere sul tavolo con studiata nonchalance due passaggi che a loro
modo chiudono un’epoca. Lo scarno comunicato riportava che i
partecipanti alla riunione presieduta dal segretario di Stato Tarcisio
Bertone – tra i quali figurava anche il cardinale cinese Joseph Zen
– avevano con particolare gioia «constatato che oggi la quasi
totalità dei vescovi e dei sacerdoti è in comunione con il
Sommo Pontefice», e avevano registrato anche la sorprendente
«crescita numerica della comunità ecclesiale». Due dati
di fatto finora mai evidenziati nelle circospette dichiarazioni vaticane
sulla cattolicità dell’ex Celeste Impero. Due semplici
constatazioni che da sole basterebbero a dissipare le cortine fumogene
prodotte a dismisura dal pigro conformismo informativo occidentale, secondo
cui in Cina ci sarebbero due Chiese, una fedele al Papa e una sottomessa al
Partito. Riconoscendo tra l’altro che, anche il tempo della
tribolazione, quando in Cina era impraticabile ogni sofisticata strategia
missionaria e veniva impedita ogni manifestazione visibile di comunione col
successore di Pietro, è stato comunque un tempo di crescita
silenziosa per la Chiesa.
Il summit vaticano di gennaio non era il primo del
genere, e non sarà l’ultimo. Il precedente incontro di
“esperti” e alti funzionari vaticani sulla situazione del
cattolicesimo cinese era avvenuto nel 2001. Ma è da quasi
trent’anni che tra riunioni occasionali e ordinaria attività
degli uffici il dossier Cina impegna la Santa Sede in un modo del tutto
speciale. La serie degli interventi vaticani in materia può essere
anche letta come un progressivo “aggiustamento” della mira,
frutto di una percezione sempre più nitida della realtà
cattolica cinese raggiunta nei palazzi vaticani. Una messa a fuoco
acquisita empiricamente, di cui potrà far tesoro l’imminente
lettera papale ai cattolici cinesi annunciata al summit vaticano di
gennaio, i cui contenuti sono stati non a caso già definiti
«prudenti» dall’irruente cardinale Zen.
Le “facoltà speciali” degli anni
Ottanta
Quando alla fine degli anni Settanta, sotto la guida
del “piccolo timoniere” Deng Xiaoping, la Cina esce
dall’incubo collettivo della Rivoluzione culturale, anche per i
cattolici cinesi sembra aprirsi una nuova fase, incerta e imprevedibile.
Riaprono chiese e curie diocesane. Vescovi, preti e fedeli escono dai Laogai [campi di rieducazione
attraverso il lavoro, ndr], mentre il governo invita ognuno a riprendere il proprio posto,
ripristinando ufficialmente la politica religiosa fondata sulle “tre
autonomie”, che era stata anch’essa spazzata via durante gli
anni del terrore rivoluzionario: ogni Chiesa e confessione religiosa
presente sul territorio cinese, per trovare legittimità nel nuovo
ordine socialista, dovrà riorganizzarsi rispettando le regole
dell’autogoverno (sottraendosi a ogni forma di soggezione gerarchica
verso centrali e autorità straniere), dell’autofinanziamento e
dell’autopropagazione (rinunciando a ogni dipendenza formale
dall’attività di missionari stranieri). Intanto, anche per la
Chiesa cattolica inizia in quegli anni una nuova epoca. Sul soglio di
Pietro è salito proprio nel 1978 il polacco Karol Wojtyla, che nella
Cracovia occupata dai nazisti aveva frequentato i corsi del seminario
semiclandestino dell’arcivescovo Sapieha, e che pone lo scardinamento
dei regimi comunisti dell’Est tra le priorità geopolitiche del
proprio pontificato.
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 | | Papa Benedetto XVI con alcuni cinesi provenienti da Pechino, il 25 maggio 2005 | | |
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Nei palazzi vaticani gli anni della Rivoluzione
culturale hanno provocato un blackout informativo quasi totale sulle condizioni dei cristiani
di Cina. Quando nell’ex Celeste Impero riprendono le ordinazioni di
vescovi non autorizzate dalla Santa Sede, cresce il sospetto che la
rinnovata linea indipendentista, imposta del regime, abbia fatto breccia
– per infatuazione ideologica, opportunismo politico o semplice paura
– in una parte consistente del corpo ecclesiale cinese.
Ma tra chi torna dai campi di rieducazione
c’è chi opta per strade diverse. Nella provincia
dell’Hebei, tradizionale “roccaforte” del cattolicesimo
cinese, molte comunità rifiutano di riemergere dalla
clandestinità vissuta ai tempi della Rivoluzione culturale.
Ritengono che ormai nessun aggiustamento è possibile con un regime
che, per ben che vada, sembra voler ridurre la Chiesa a sezione religiosa
dell’apparato statale. In quel frangente il vescovo di Baoding,
Giuseppe Fan Xueyan, tornato libero dopo lunghi anni di prigionia, comincia
a preparare giovani al sacerdozio e soprattutto, nel corso del 1981, senza
aver ricevuto alcun mandato dalla Sede apostolica, prende
l’iniziativa di consacrare tre nuovi vescovi, fuori dal controllo
dell’Associazione patriottica.
Il 12 dicembre di quello stesso anno un dispaccio
partito dai palazzi vaticani sembra conferire il placet pontificio alla via
imboccata da Fan Xueyan. Quel giorno il cardinale brasiliano Agnelo Rossi,
prefetto della Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei
popoli, invia una lettera a monsignor Paolo Giglio, “incaricato
d’affari” della nunziatura apostolica presso Taiwan, pregandolo
anche di comunicare con discrezione i contenuti della missiva vaticana
«ai vescovi legittimi della Cina continentale e soltanto a quelli,
tra di essi, sulla cui condotta e fedeltà, a suo giudizio, non ci
sia nulla da eccepire». Nella lettera (registrata presso gli uffici
della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli col numero di
protocollo 5442/81) si rende noto che il Papa, per non lasciare la
«martoriata cristianità» di Cina «ulteriormente
priva di legittimi pastori», e «nella impossibilità
nella quale la Santa Sede si trova di provvedere direttamente», ha
deciso di autorizzare «i vescovi legittimi e fedeli alla Santa
Sede» a «prendere le iniziative che ritengono necessarie per il
bene spirituale dei cattolici», per «l’intera Chiesa che
vive nella Repubblica stessa». A questo scopo vengono accordate ai
vescovi cinesi “facoltà specialissime”, compresa quella
di «scegliere e ordinare i propri [vescovi] coadiutori» o i
vescovi delle diocesi limitrofe alla propria rimaste sprovviste di
legittimi pastori. In caso di difficoltà di comunicazione o di
urgenza, tali ordinazioni potranno avvenire anche senza informare
preventivamente la Santa Sede. La lettera raccomanda prudenza, discrezione
e senso di responsabilità nel ricorrere alle speciali facoltà
concesse. Ma l’effetto della missiva sulle vicende della Chiesa
cinese sarà dirompente.
Solo a partire da tale “semaforo verde”
vaticano si può parlare correttamente dell’inizio e del rapido
diffondersi su tutto il territorio cinese di una struttura ecclesiale
“clandestina” con approvazione canonica. Negli anni di
Solidarnosc, mentre si intravvedono le prime crepe nei regimi comunisti
dell’Est europeo, i burocrati di Pechino paventano l’insorgenza
in Cina di un’area ecclesiale “antagonista”, sottratta al
controllo della politica religiosa nazionale. Già nel 1982 il
Comitato centrale del Partito comunista, nel documento ufficiale dedicato
alla questione religiosa, invita a «schiacciare con durezza» le
comunità clandestine che «con la scusa della religione fanno
dello spionaggio distruttivo». Anche il vescovo Fan tornerà
presto in prigione. Dieci anni dopo, nel 1992, dopo l’ennesimo
periodo di detenzione, la polizia restituirà in un sacco di plastica
il suo corpo esanime ai familiari.
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 | | Una ragazza si confessa nella Cattedrale di Beitang a Pechino | | |
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La Chiesa divisa
Ma presto la Santa Sede sarà chiamata a fare i
conti con l’insorgere di un ulteriore fenomeno.
A partire dai primi anni Ottanta, un numero crescente
di vescovi ordinati illegittimamente approfittano della ripresa di contatti
con missionari e sacerdoti stranieri per far arrivare a Roma lettere in cui
confessano la piena comunione col Papa e il desiderio di essere
riconosciuti come vescovi legittimi. Così, mentre la rete
clandestina si sviluppa in virtù della sua proclamata fedeltà
al successore di Pietro, i vescovi sottoposti al controllo politico
dell’Associazione patriottica sperimentano la via della sanatio canonica per riaffermare anch’essi la comunione con il Papa, tenuta nascosta a
causa di condizionamenti esterni, ma mai rinnegata nell’intimo dei
cuori.
In quegli anni, tra le due aree della
cattolicità cinese si allarga il solco di una lacerante divisione.
Alla fine del 1987 comincia a circolare un documento di 13 punti di domande
e risposte. Il testo viene attribuito al vescovo Fan, ma è opera del
suo controverso consigliere Zhang Dapeng, un ex membro del Partito
nazionalista, poi divenuto invasato militante comunista, che influenza in
senso radicale gli orientamenti della comunità cattolica clandestina
che alla fine ha iniziato a frequentare. Il documento sostiene tra
l’altro che i cattolici non possono ricevere i sacramenti o
partecipare alle messe dei preti registrati presso l’Associazione
patriottica. «Se lo fanno commettono peccato. Se si confesseranno dai
loro preti non solo non potranno ottenere il perdono, ma avranno commesso
un altro peccato».
Davanti a una realtà in continuo movimento, su
cui mancano ancora informazioni sufficienti, i dicasteri vaticani avvertono
la difficoltà di calibrare decisioni e fornire orientamenti che
tengano conto di tutti i fattori in gioco. Ne nascono disposizioni e
suggerimenti all’apparenza non omogenei.
A partire dal 1983 la Congregazione per la dottrina
della fede sottopone a studio approfondito le ordinazioni episcopali
illegittime dei vescovi cinesi, giungendo nel 1985 a confermarne la piena
validità (cfr. 30Giorni, n. 5, maggio 2004, pp. 10-17) e la conseguente validità
dei sacramenti da loro amministrati.
Nonostante ciò, qualche anno dopo, alcune
direttive provenienti dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei
popoli testimoniano una permanente diffidenza di fondo verso tutta
l’area ecclesiale sottoposta agli organismi governativi. Nel 1988
Giovanni Paolo II approva 8 punti che diverranno noti come gli “otto
punti Tomko”, dal nome del cardinale slovacco a quel tempo alla guida
del dicastero vaticano per le missioni. Al punto 4 si afferma che la
validità dei sacramenti amministrati da sacerdoti ordinati da
vescovi illegittimi è soltanto “presunta”. Per ricevere
i sacramenti, i cattolici dovranno «cercare sacerdoti fedeli,
cioè in comunione col Papa. Tuttavia, per esigenze del loro bene
spirituale, potranno ricorrere anche agli altri sacerdoti». Al punto
5 si afferma che va evitata «ogni communicatio
in sacris con vescovi ed ecclesiastici
appartenenti all’Associazione patriottica. Pertanto, in occasione di
visite fuori dalla Cina continentale, essi non potranno essere invitati o
ammessi a celebrare azioni liturgiche in chiese o istituzioni cattoliche.
Agli stessi princìpi dovrà ispirarsi il comportamento di
vescovi ed ecclesiastici che si recano in visita in Cina
continentale».
Nel contempo, anche le iniziative intraprese da alcuni
leader delle comunità clandestine non trovano immediato gradimento
in Vaticano. Nel febbraio 1989 alcuni vescovi clandestini scrivono a Roma
manifestando l’intenzione di costituire una regolare Conferenza
episcopale. Nel settembre successivo, il cardinale Tomko invia una lettera
a monsignor Adriano Bernardini, incaricato d’affari della nunziatura
vaticana a Taiwan, pregandolo di farne pervenire i contenuti ai vescovi
clandestini promotori dell’iniziativa. Nel passaggio chiave di questa
si afferma che la Congregazione di Propaganda Fide, «pur comprendendo
le sia pur giuste ragioni che hanno spinto gli interessati a formulare le
proposte di cui sopra, ritiene che per ora non sia opportuno che esse siano
realizzate». Nonostante il non placet vaticano, il 21 novembre 1989 una ventina di responsabili di
comunità clandestine si riuniscono in un piccolo villaggio dello
Shaanxi e fondano la Conferenza episcopale dei cattolici cinesi. Nei mesi
successivi, la gran parte dei partecipanti alla riunione subiranno brevi
periodi di detenzione. Dalla Santa Sede non arriverà nessuna
pubblica sconfessione, ma neanche nessun riconoscimento formale alla
Conferenza episcopale.
La riunione del 1993
La prima metà degli anni Novanta rappresenta un
crinale decisivo nel processo di graduale comprensione della reale
situazione della Chiesa cinese. Si continuano a registrare con apprensione
le periodiche campagne repressive che colpiscono le comunità
“clandestine”. Ma si prende anche atto che talvolta sacerdoti e
vescovi “clandestini” girano campagne e città, ordinando
altri vescovi senza controllo, e ostinandosi a proclamare la “non
validità” di liturgie e di sacramenti celebrati nelle chiese
“aperte”. Proprio mentre per milioni di cattolici, passata la
persecuzione, diviene più facile pregare, andare a messa e
avvicinarsi ai sacramenti, tali rigorismi ideologici dal sapore donatista
sollevano dubbi sulla grazia sacramentale operante attraverso tali mezzi di
salvezza. I contrasti tra cristiani rischiano di far perdere di vista che
la salus animarum è
la suprema legge della presenza della Chiesa nel mondo.
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 | | Un sacerdote celebra la santa messa di Pasqua nella chiesa di Santa Teresa a Shanghai | | |
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Negli stessi anni, agli occhi dei responsabili
più avveduti, che seguono per il Vaticano la “questione
cinese”, emerge con dettagli sempre più nitidi la
fedeltà al depositum fidei della stragrande maggioranza di vescovi, preti e
seminaristi che operano nelle strutture ecclesiali rinate all’ombra
del controllo governativo. Se si eccettuano alcuni casi singoli, appare
evidente che nessuno persegue davvero il progetto di una Chiesa nazionale
“autarchica”. Mentre anche nel cosiddetto Collegio dei vescovi
riconosciuto dal governo cresce il numero dei “legittimati”, in
piena comunione canonica con Roma, il cui esponente più autorevole
è il vescovo di Xian, Antonio Li Duan.
Davanti a questa lenta ma chiara evoluzione, i settori
più conservatori dell’apparato burocratico cinese tentano di
prendere le proprie contromisure. Nel settembre 1992, durante la quinta
Conferenza nazionale dei rappresentanti cattolici cinesi (organismo non
ecclesiale, facilmente “manipolabile”, in cui i vescovi sono in
minoranza), alla chiusura dei lavori vengono fatti approvare i nuovi
statuti del Collegio episcopale. In essi, per la prima volta in un
documento sottoscritto dagli stessi vescovi, si citano anche i famigerati
«principi d’indipendenza e di autogoverno che si adattano alla
situazione cinese». Inoltre, alcune espressioni sembrano indicare la
sottomissione del Collegio dei vescovi alla Conferenza nazionale dei
rappresentanti cattolici. Anche le ribadite regole per la nomina e
l’elezione “democratica” dei vescovi garantiscono agli
organismi patriottici ampie facoltà di controllo. Nel rito di
ordinazione, il mandato apostolico pontificio ancora appare sostituito dal
consenso del Collegio episcopale cinese.
Nei palazzi vaticani, in quei mesi, ci si chiede se sia
il caso di continuare nella via intrapresa di accogliere le richieste di
legittimazione canonica che provengono dai vescovi ordinati secondo le
procedure “democratiche” imposte dal governo. Affiora
l’ipotesi di passare a una linea più dura, chiamando i vescovi
a dichiarare la propria fedeltà al Papa e a rompere la sudditanza
all’Associazione patriottica, magari dimettendosi dal Collegio
episcopale “patriottico”. Soprattutto il cardinale Tomko appare
allarmato dal «pieno allineamento dei cattolici e della Chiesa sulla
politica del Partito», come scriverà in una lettera del 3
aprile 1993 a monsignor Fernando Filoni, oggi nunzio nelle Filippine e a
quel tempo incaricato del centro studi della Santa Sede ad Hong Kong (una
specie di “nunziatura ufficiosa” che il Vaticano ancora
mantiene nell’ex colonia britannica, attualmente affidata a monsignor
Eugène Nugent).
In una riunione convocata il 26 settembre 1993, i
responsabili vaticani della Segreteria di Stato e di Propaganda Fide che si
occupano di cose cinesi affrontano tutte le questioni controverse che si
vanno accumulando sul terreno. Dal summit vaticano usciranno indicazioni
concrete sia per le comunità “clandestine” sia per
quelle “aperte”. Si stabilisce che, d’ora in poi, ogni
elezione episcopale, per essere considerata legittima, dovrà
ricevere l’assenso previo della Sede apostolica. Le facoltà
speciali concesse nel 1981, che avevano portato allo sviluppo della rete
episcopale clandestina, non sono revocate, ma vengono di fatto sospese (e
di fatto, dalla seconda metà degli anni Novanta, da Roma non
arrivano più nihil obstat alla celebrazione di ordinazioni “clandestine”). Invece i vescovi che accettano di essere
ordinati secondo le procedure pilotate dall’Associazione patriottica,
«data la maggiore facilità di comunicazioni attualmente
esistenti», prima dell’ordinazione dovranno anch’essi
chiedere e ottenere la previa approvazione della Santa Sede; dovranno
cercare di avere come consacranti dei vescovi legittimi, in quanto
«la partecipazione attiva di vescovi illegittimi non potrà non
rendere più difficile l’accoglienza di una successiva domanda
di regolarizzazione». Inoltre, «nel tempo e nel modo che gli
interessati riterranno opportuno e possibile», dovranno rendere
«di pubblico dominio l’accordo della Santa Sede, nel caso di
ordinazioni episcopali illegittime, e la regolarizzazione della situazione
dell’interessato, nel caso di legittimazione di vescovi
illegittimi». I vescovi riconosciuti dal governo vengono anche
esortati a difendere con maggior coraggio «i diritti della Chiesa e
la comunione col Romano Pontefice». In effetti, alla successiva
Assemblea dei rappresentanti cattolici del gennaio 1998, i vescovi
rivendicheranno con maggior veemenza la guida effettiva della compagine
ecclesiale.
Uscendo dalla Grande Muraglia
In quegli anni un contributo decisivo al superamento di
diffidenze e sospetti lo forniscono i seminaristi e i sacerdoti cinesi
educati nei seminari “ufficiali” che sempre più numerosi
escono dalla Cina per completare la propria formazione nelle istituzioni
accademiche cattoliche di altri Paesi, comprese le università
pontificie della Città eterna. Ma anche l’atteggiamento nei
loro confronti registra un processo di progressiva “familiarizzazione”. All’inizio, con l’intento di
non lasciar spazio a equivoci e diffidenze, la Congregazione di
Propaganda Fide guidata dallo stesso Tomko stabilisce che tutti i sacerdoti
cinesi provenienti da diocesi il cui vescovo è illegittimo, se
vogliono avere piena communicatio in sacris coi loro colleghi stranieri, dovranno sottoscrivere una
professione di fede. Ma la disposizione suscita perplessità anche
tra gli ecclesiastici della Segreteria di Stato che si occupano di cose
cinesi. Nel dicembre 1993, con la stessa avveduta schiettezza che
più tardi lo avrebbe caratterizzato come nunzio nella martoriata
situazione irachena, il “factotum” vaticano a Hong Kong,
Fernando Filoni, scrive al cardinale Tomko contestando
l’opportunità di tale trovata, «non solo per i riflessi
che si potranno avere tra il clero cinese, ma anche perché credo che
sostanzialmente i sacerdoti che sono ordinati oggi in Cina professano la
stessa fede della Chiesa cattolica». Qualche mese dopo, nel marzo
1994, in un’altra lettera a Tomko, Filoni insiste nella richiesta di
«ammorbidire» la norma che vieta la piena comunione
sacramentale con preti e vescovi registrati presso l’Associazione
patriottica. «La fede in Cina», scrive, «è la
stessa della Chiesa universale, anche se attualmente la sua manifestazione
ha gradi diversi di essere espressa, e non vi sono dubbi sulla
validità dei sacramenti». Inoltre, «nello sforzo di
ricostruire step by step le relazioni tra la Chiesa cinese e quella universale, bisogna
compiere gesti di accoglienza più che di separazione». Ancora
due anni dopo, nel gennaio 1995, agli emozionati sacerdoti cinesi giunti
con tanto di “controllori” governativi a Manila per vedere il
Papa e partecipare alla Giornata mondiale della gioventù, i
dicasteri vaticani non trovano altro da comunicare se non la burocratica
richiesta di “dimostrare” la propria piena fede cattolica
recitando in pubblico la formula professionis
fidei, se vogliono concelebrare con il Santo
Padre (poi, in quella circostanza, tutto si risolverà più
sobriamente con un Credo recitato insieme ad altri religiosi).
Silenziose convergenze
Dopo il 2000, la flessibile disponibilità
vaticana a operare tenendo conto delle situazioni reali ha aperto la strada
a soluzioni provvisorie sempre più soddisfacenti al problema
nevralgico dell’ordinazione dei vescovi. Dal 2004, si va allungando
la lista di giovani vescovi cinesi riconosciuti dal governo dopo essere
stati nominati notoriamente dal papa e nel contempo “eletti”
nel rispetto formale delle regole imposte dagli organismi filogovernativi
che controllano la Chiesa. L’ultima nomina “tacitamente
consensuale” di questo tipo, quella del quarantaduenne Gan Junqiu
come futuro vescovo dell’importante diocesi di Guangzhou, è
stata pubblicamente annunciata dai vertici dell’Associazione
patriottica lo scorso 18 gennaio, proprio alla vigilia del vertice
vaticano. Inquadrate alla luce della lunga e intricata storia dei rapporti
tra Chiesa cinese, governo di Pechino e Santa Sede, le ultime nomine
episcopali avvenute senza mandato apostolico (definite «incidenti di
percorso» dallo stesso Segretario di Stato Tarcisio Bertone)
potrebbero davvero rappresentare gli ultimi colpi di coda di un passato che
non vuol passare.

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