|
Viterbo
e i papi
Affermare che la storia della Chiesa – e quindi
dei papi – è prevalentemente legata a «quella Roma onde
Cristo è romano» nulla toglie all’importanza
notevolissima che hanno avuto, sempre legati a momenti drammatici,
soggiorni anche non brevi dei pontefici extra
Urbem.
Si inserisce qui il tema che mi è stato dato per
una gratificante serata con i rotariani del viterbese.
Il bellissimo Palazzo dei Papi, uno dei monumenti
più noti e più significativi dell’architettura
medievale di tutto il Lazio, è la testimonianza di una stagione
assai particolare della storia di Viterbo. Siamo nel pieno del Medio Evo,
fra il XII e il XIII secolo: in questo periodo burrascoso la città
fu a più riprese sede pontificia ed ebbe un ruolo non secondario
nelle lotte fra il papato e il popolo romano, fra il papato e
l’Impero e fra il papato e gli eretici.
 |
 | | Il Palazzo dei Papi a Viterbo | | |
 |
 |
Il primo Papa che scelse Viterbo come sua sede fu il
beato Eugenio III Paganelli, la cui elezione risale al 1145. Il suo
predecessore, Lucio II, Gerardo Caccianemici, aveva avuto problemi forti
con i romani, che da poco avevano riesumato l’antica istituzione del
Senato e miravano a ottenere l’indipendenza dal potere ecclesiastico,
limitando il clero alle funzioni spirituali. Lucio II aveva cercato aiuti
presso Ruggero II di Sicilia e poi presso Corrado III di Svevia, ma invano.
Si era risolto ad attaccare da solo, con le forze di cui disponeva, il
Campidoglio dove era insediato il Senato, ma l’impresa era fallita.
Il Papa era stato respinto a sassate e si era dovuto rifugiare nel convento
di San Gregorio, da cui non aveva più osato uscire; subito dopo
morì.
Lo stesso giorno, con una rapidità che trova
giustificazione nell’estrema gravità della situazione, fu
eletto papa Eugenio III, seguace di Bernardo di Chiaravalle e abate alle
Tre Fontane. Tuttavia non bastò il suo prestigio a pacificare
l’animo dei romani, che ribadirono tutte le richieste che già
avevano rivolto a Lucio II. Non volendo accettarle, Eugenio III si fece
consacrare a Farfa e si stabilì a Viterbo, lasciando a Roma un clima
di rivalse “anticlericali” di cui fecero le spese le dimore
cardinalizie, numerose chiese e basiliche e persino alcuni pellegrini
costretti a suon di nerbate a fare offerte non propriamente spontanee alla
causa civile del popolo romano.
Viterbo era rivale di Roma in quanto i due comuni
miravano a espandersi sulle stesse zone, e quindi ben volentieri aveva
offerto la sua protezione al Papa. Eugenio III vi trascorse sette mesi. In
questo tempo maturò la decisione di proclamare la seconda crociata,
che fu ufficialmente indetta da Vetralla il 1° dicembre e fu predicata
dallo stesso san Bernardo. Intanto si cercava un accordo con i romani: un
compromesso parve raggiunto, sicché a Natale il Papa fece ritorno a
Roma; subito dopo tuttavia la situazione tornò a farsi esplosiva ed
Eugenio III preferì cercare nuovamente rifugio a Viterbo. Da qui,
protetto da una scorta di viterbesi, partì per la Francia. I romani
cercarono di vendicarsi su Viterbo, ponendola sotto assedio, ma furono
respinti.
A complicare ancora le cose sopravvenne l’arrivo,
prima a Viterbo poi a Roma, di Arnaldo da Brescia. La predicazione di
questo riformatore, al cui fascino contribuivano l’eloquenza faconda
e il rigore delle pratiche ascetiche, era partita dalla lotta al clero
simoniaco ed era approdata a una richiesta radicale di separazione fra
potere temporale e potere spirituale. Per questi motivi era già
stato allontanato dalla sua città natale e aveva dovuto riparare in
Francia. A Viterbo ricevette il perdono da Eugenio III. Ma, recatosi a Roma
in pellegrinaggio, aveva trovato una consonanza d’intenti con il
comune di quella città e vi aveva ripreso la sua predicazione, nella
quale fra l’altro accusava il Papa di essere un «uomo di
sangue».
Non so se nell’ambito della coraggiosa revisione
storica che si sta facendo sotto il personale impulso del santo padre
Giovanni Paolo II anche per Arnaldo da Brescia si profilino moduli di
riabilitazione. Non lo credo, ed è comunque un compito che non
spetta solo alle istituzioni ecclesiastiche.
Arnaldo fu uno specialista nelle confusioni tra papi e
antipapi. Prima di Viterbo aveva operato in tale senso a Brescia
appoggiando l’abusivo Anacleto II contro il legittimo Innocenzo II.
L’adulatore di laici avido di gloria popolare – come fu definito – può considerarsi o no
tra gli assertori rimarchevoli della distinzione tra potere ecclesiastico e
ambito politico-civile, in un quadro di rinnovamento religioso popolare?
Sarebbe argomento da trattarsi con adeguato spazio e
non possiamo indugiarvi in questa sede; né io ho sufficiente
competenza specifica per farlo.
Riprendendo il nostro filo, l’attivismo di
Arnaldo era un motivo in più per ristabilire l’autorità
del papa sull’Urbe ed Eugenio tentò una conquista armata, con
l’ausilio delle truppe di Ruggero II. Ancora una volta però
poté rimanere a Roma solo per un breve periodo, essendo ben presto
costretto a ripartire. Cercò allora aiuto dalla Germania: prima con
Corrado III, poi alla morte di questi con il suo successore, Federico
Barbarossa, al quale promise in cambio l’incoronazione a imperatore.
Morì però a Tivoli molto prima dell’arrivo del
Barbarossa in Italia.
Il Barbarossa ricevette la corona imperiale a San
Pietro, nel 1155, da Adriano IV (Niccolò Breakspear), che aveva
ripreso le linee della politica di Eugenio III, cercando l’accordo
con il re svevo sia contro l’irrequieto comune di Roma sia contro il
re normanno. Fra l’altro fu con la collaborazione di Federico che
poté essere arrestato e giustiziato Arnaldo da Brescia. Ma erano
anni di alleanze brevi e assai variabili. Passarono pochi mesi e Adriano
strinse un patto con i Normanni, rompendo così con Federico. Alla
morte di Adriano, la maggioranza dei cardinali elesse papa Rolando
Bandinelli con il nome di Alessandro III, ma un piccolo gruppo di cardinali
filoimperiali non riconobbe la nomina e proclamò invece papa
Ottaviano da Monticello, con il nome di Vittore IV. Viterbo si
dichiarò subito in favore di quest’ultimo. Era l’inizio
di uno scisma destinato a durare diciotto anni. Alla morte di Vittore prese
il suo posto Guido da Crema, con il nome di Pasquale III: sempre sostenuto
dall’appoggio imperiale, questi scelse Viterbo come sua sede.
Nel 1167 Federico Barbarossa scese in Italia, con
l’intento di conquistare Roma. Si fermò a Viterbo, che gli
fece atto di vassallaggio consegnandogli le chiavi, e proseguì poi
nella sua marcia, portandosi dietro Pasquale III e una folta schiera di
viterbesi. Questi ebbero una parte di rilievo nel successivo assalto a San
Pietro, tanto che si diffuse la notizia che a ricordo dell’impresa
avessero asportato le porte della Basilica vaticana. In realtà si
trattava delle porte di Santa Maria in Turri, una chiesa vicina a San
Pietro. In San Pietro, Barbarossa si rifece incoronare da Pasquale III. Una
grave pestilenza che mieteva decine di vittime al giorno lo indusse,
però, a ripartire per il nord, e in sua assenza lo scisma
cominciò a perdere vigore. Dopo la morte di Pasquale III fu ancora
eletto Giovanni da Strumi, che prese il nome di Callisto III; tuttavia la
causa di Alessandro III riscosse sempre più adesioni fino a
trionfare definitivamente, dopo la sconfitta di Federico a Legnano da parte
della coalizione dei comuni italiani. In un primo momento, l’antipapa
di Viterbo cercò di resistere, ma presto fu chiaro che non poteva
far altro che dichiarare la sua sottomissione ad Alessandro, e con lui
prestò atto di fedeltà la nobiltà di Viterbo che aveva
tentato di sostenerlo. Alla fine del suo pontificato, non molto prima di
morire, Alessandro visitò Viterbo e le tributò alcuni
privilegi, anche se non l’ambita nomina a sede vescovile. Questa fu
concessa, invece, nel 1192 da Celestino III, il romano Giacinto Bobone.
Nel 1200, gli abitanti di Vitorchiano posti sotto
assedio dai viterbesi chiesero aiuto ai romani, che inviarono una legazione
a Viterbo. La trattativa però degenerò, gli ambasciatori
furono insultati e si venne alla guerra fra le due città. Il papa
Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni) volentieri concesse il suo aiuto
ai romani, che al termine di un conflitto in realtà assai breve
(bastò una sola giornata di combattimento!) costrinsero Viterbo alla
resa. Furono recuperate le pseudoporte di San Pietro e nel bottino di
guerra fu inclusa la campana del comune, che fu portata in Campidoglio:
è la famosa Patarina, che ancora oggi annuncia l’elezione del
sindaco di Roma. L’appoggio del Papa alla causa romana derivava
dall’ostilità che Viterbo aveva suscitato per
l’ospitalità accordata agli eretici patarini espulsi da
Orvieto. Si tratta di un movimento riformatore rivoluzionario nato a Milano
e da lì diffuso in varie zone dell’Italia: all’inizio i
patarini combattevano energicamente la simonia e l’immoralità
dei chierici; erano poi passati a predicare una radicale povertà
evangelica ed erano arrivati a rinnegare il sacerdozio e a rigettare i
sacramenti. Già all’inizio del suo pontificato, Innocenzo
aveva minacciato di privare Viterbo della sede vescovile se avesse
continuato a proteggere gli eretici. Nonostante ciò alcuni di questi
avevano addirittura avuto cariche civili. Il Papa allora intimò al
vescovo Raniero di lanciare l’interdetto contro la città, i
cui abitanti definì «più perfidi degli ebrei e
più efferati dei pagani». A proposito degli ebrei – mi
si conceda un inciso – qualcuno si domanda come mai nel ricorrente
quarto centenario della fine di Giordano Bruno non si sono avute –
almeno fino ad ora – in Roma rimarchevoli manifestazioni
iperlaiciste, come avvennero nell’Anno Santo 1900, quando furono
organizzate nell’Urbe anche liturgie provocatorie di contrapposizione
giubilare. Forse alcune durissime espressioni che si trovano
nell’ampia opera letteraria del Bruno di disprezzo durissimo per gli
israeliti consiglia prudenza.
Ma passiamo oltre e torniamo al vescovo Raniero.
Ritenendo che l’operato del vescovo fosse comunque troppo blando, il
Papa decise di intervenire personalmente; a questo scopo trascorse in
città diversi mesi nel 1207 e vi decretò vari provvedimenti ad eliminandam Paterinorum sporcitiam. I patarini si allontanarono prontamente e i viterbesi si
godettero i vantaggi di avere in città la corte pontificia.
 |
 |
 | | La Cattedrale di Viterbo vista dalla loggia del Palazzo dei Papi | | |
 |
Anche il successore di Innocenzo III, Onorio III
Savelli passò a Viterbo un intero inverno, a causa dei consueti
sommovimenti che si verificavano a Roma. Intanto si andava profilando un
nuovo conflitto fra il papato e l’Impero, a causa del mancato
rispetto da parte di Federico II della promessa di guidare una nuova
crociata. Il conflitto andò avanti per i primi tre anni del
pontificato del successore di Onorio III, Gregorio IX dei conti di Segni,
e, dopo un’irrequieta tregua di nove anni, riprese anche sotto il
brevissimo pontificato di Celestino IV, il milanese Goffredo Castiglioni; e
poi sotto quello di Innocenzo IV, Sinibaldo Fieschi, genovese. Nelle sue
controverse vicende si inserirono anche le guerre fra Viterbo e Roma.
Ambedue le città, a tempi alterni, cercarono i favori del papa o
dell’imperatore in favore delle proprie ambizioni espansionistiche o
per difesa. A Viterbo a più riprese prevalse la fazione ghibellina,
tanto che nel 1240 Federico II vi si fermò dopo aver occupato la
Toscana; la città fu proclamata aula imperiale ed ebbe il diritto di
battere moneta. Ma poco dopo primeggiò l’opposta fazione
guelfa, capeggiata dal capitano del popolo Raniero Gatti, che chiamò
in suo soccorso le truppe del papa guidate dal cardinale Capocci, di
origine viterbese. Anche parecchi romani vennero a dare una mano ai
viterbesi e quando Federico II venne a porre sotto assedio Viterbo
trovò il compito molto più arduo del previsto; preferì
quindi trovare una soluzione diplomatica, ritirandosi in buon ordine.
Passarono pochi mesi e Viterbo tornò ghibellina, finché, dopo
la morte di Federico II, Innocenzo IV non se la riprese sotto la protezione
della Santa Sede, obbligando al giuramento dell’osservanza sia guelfi
sia ghibellini.
Nel 1257 a causa delle usuali agitazioni romane si
trasferì a Viterbo Alessandro IV dei Signori di Ienne, che vi
trascorse diciotto mesi, ricolmando di privilegi le chiese e partecipando
con fervore alle liturgie. Durante la sua permanenza iniziarono i lavori
per la costruzione del Palazzo dei Papi, che voleva essere al contempo
residenza prestigiosa e rocca ben difesa. Alessandro IV ritornò a
Viterbo nel 1261, per indirvi un concilio ma la morte lo colse
all’improvviso. Il conclave si svolse nella stessa città (era
infatti norma che il nuovo papa fosse eletto nel luogo in cui era morto il
vecchio) e vi parteciparono solo otto cardinali, perché nel suo
pontificato Alessandro IV non ne aveva nominati di nuovi. Fu eletto Urbano
IV, il francese Giacomo Pantaléon, il quale, a causa delle lotte
civili, non andò mai a Roma e passò il suo pontificato fra
Viterbo, Montefiascone e Orvieto. Durante la sua lotta con il figlio di
Federico II, Manfredi, Viterbo si mantenne fedele al papato, nonostante
un’attiva propaganda da parte ghibellina.
Anche il Papa successivo, Clemente IV (Guido Fulcodi),
francese, scelse di risiedere a Viterbo, che sembrava più costante
di Roma nella sua fedeltà e che si era per di più offerta di
alloggiare gratuitamente i cardinali e gli ufficiali di curia. Fu terminato
allora con il magnifico loggiato il Palazzo dei Papi. Da Viterbo, Clemente
lanciò la scomunica contro Corradino di Svevia, che pure suscitava
la sua compassione perché, per usare le sue stesse parole, era un
«giovane condotto da cattivi consiglieri quale docile agnello al
macello». La tradizione vuole che tale profetico giudizio fosse
espresso dal Papa quando dall’alto del Palazzo assistette al
passaggio nei pressi di Viterbo dell’esercito di Corradino, durante
la sua marcia verso il sud che doveva concludersi tragicamente con la
sconfitta di Tagliacozzo. Nel 1268 Clemente morì a Viterbo, dove fu
sepolto in Santa Maria di Gradi, dopo una lunga disputa fra i Domenicani
titolari di quella chiesa e i canonici della Cattedrale che rivendicavano
l’onore di seppellirlo nel duomo. L’elezione del nuovo papa fu
una delle più travagliate della storia della Chiesa: i cardinali, in
discordia per motivi di rivalità personali e per
l’atteggiamento da prendere verso il re di Sicilia Carlo I
d’Angiò che voleva estendere il suo potere sull’Italia
centrale e settentrionale, impiegarono tre interi anni a trovare un
accordo. I viterbesi, guidati da Raniero Gatti, che agiva anche per
esortazione di san Bonaventura, cercarono in vari modi di indurre il sacro
collegio ad accelerare i tempi: li chiusero a chiave nel palazzo (il
termine conclave deriva proprio da cum clave; e quindi questo di Viterbo fu il primo a cui il nome si
addice alla lettera), ridussero drasticamente le razioni di cibo e
arrivarono infine a scoperchiare il palazzo togliendo il tetto. Ancora
adesso nel pavimento della sala sono visibili i fori delle tende che i
cardinali eressero allora per proteggersi. Fu eletto infine il piacentino
Tedaldo Visconti con il nome di Gregorio X. Passò a Viterbo solo un
mese. In una sua costituzione Gregorio elevò a norma le pratiche che
i viterbesi avevano attuato per cercare di abbreviare i tempi
d’elezione del papa: stabilì che i cardinali si dovessero
riunire entro dieci giorni dalla morte del papa; che dovessero rimanere
insieme senza contatti con l’esterno; che dovessero essere sottoposti
a condizioni sempre più disagiate via via che l’elezione si
prolungava: nei primi tre giorni il vitto sarebbe stato normale, per
passare poi a mezza razione e arrivare infine a pane e acqua.
Di lì a pochi anni a Viterbo si tenne un altro
conclave: quello successivo alla morte di Adriano V, Ottobono Fieschi, che
vi era venuto per sottrarsi al gran caldo di Roma e vi era morto il 18
agosto 1276. Fu sepolto in San Francesco, in una sontuosa tomba opera di
Arnolfo di Cambio. Quando dieci giorni dopo la sua morte, il podestà
propose di riadottare le misure atte a isolare il conclave si verificarono
tumulti e violenze; infatti l’ultimo Papa aveva sospeso la
costituzione di Gregorio X. Calmatasi la situazione, fu eletto il
portoghese Pietro Iuliani, che prese il nome di Giovanni XXI. Questi, non
avendo alcuna intenzione di abbandonare neppure da papa gli studi
scientifici che aveva cari, si fece costruire una cella sul retro del
palazzo di Viterbo e lì si ritirò. La sorte volle però
che il pavimento della stanza cedesse e il Papa morì otto mesi dopo
la sua elezione in questo tragico incidente.
Dal nuovo conclave, lungo sei mesi nonostante le
pressioni dei viterbesi, uscì papa Niccolò III, Giovanni
Gaetano Orsini, romano, il quale volle subito partire per farsi incoronare
a Roma. I viterbesi, ai quali non sfuggivano le ripercussioni economiche
negative di questa partenza e che ritenevano di non aver ammortizzato a
sufficienza la spesa del Palazzo, offrirono allora al Papa un documento nel
quale si impegnavano, se la sede pontificia fosse rimasta Viterbo, a
collaborare al massimo nell’inquisizione degli eretici, ad affidare
tutti gli incarichi civili a persone di fiducia della Chiesa, ad ampliare e
arricchire il Palazzo, ad alloggiare gratis i cardinali e gli altri
personaggi eminenti della curia e a garantire agli altri ufficiali una
sorta di affitto a equo canone. Si prevedeva persino un risarcimento in
caso di furti o rapine, e tutta una serie di altre misure atte ad
assicurare le più convenienti condizioni di vita. E così
Niccolò III tornò a Viterbo. Morì nel 1280 nel
castello di Soriano che aveva fatto costruire per sé e per i suoi
familiari. Era stato il primo Papa che si era dedicato sistematicamente a
una politica di nepotismo, a causa della quale fra l’altro Dante lo
piazzò nell’Inferno.
Il conclave che seguì la morte di Niccolò
III fu l’ultimo che si tenne a Viterbo e fu turbato da un episodio
grave: dopo mesi di discussioni senza risultato, i viterbesi fecero
irruzione nel Palazzo e arrestarono due cardinali, ambedue appartenenti
alla famiglia Orsini. Questo consentì l’elezione di Martino
IV, Simone de Brion, francese, che però deprecò il sopruso
compiuto e lanciò l’interdetto sulla città. Subito
dopo, il nuovo Pontefice partì per Orvieto, dove si fece incoronare
e stabilì la sua residenza.
I papi non tornarono mai più a risiedere a
Viterbo. Con quel conclave burrascoso ebbe così termine il periodo
forse più prestigioso della Viterbo comunale.
Sono pagine di storia, poco conosciute dai non
specialisti. E credo che si possa dire che tutti noi – cattolici
professi o non – non possiamo aver nostalgia di stagioni tanto
controverse e travaglia.
Testo dell’intervento al Convegno
svoltosi presso il Rotary Club di Viterbo, il 7 aprile 2000

|