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San Riccardo Pampuri e don Luigi Giussani
Il miracolo della familiarità di Dio
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IL CUORE DI GESÙ
«Sia che l’animo nostro si trovi oppresso dal dolore o dalla delusione, sia che sovrabbondi di santo gaudio, nel Cuore santissimo di Gesù egli trova quello che gli occorre, tutto quello che potrebbe desiderare, la medicina per le sue ferite ed il conforto alle sue pene, la conferma delle sue speranze,
la forza per perseverare, il più efficace impulso ad una sempre maggior perfezione e la gioia ineffabile della sensazione viva della figliolanza ed amicizia di Dio e della fraterna unione con Gesù Cristo»
san Riccardo Pampuri |
di Lorenzo Cappelletti
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 | | La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato
il corpo di san Riccardo Pampuri | | |
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A partire dal 1993 e poi con intensità crescente soprattutto
fra il 1995 e il 1996, don Giussani ha fatto riferimento a san Riccardo Pampuri in molte
conversazioni pubbliche e private, molte delle quali sono state ormai edite. Ne avevamo
già scritto (cfr. n. 9 di 30Giorni del settembre 2006). La nostra intenzione ora è
di ripercorrere in forma più sistematica, e proprio grazie ai testi
pubblicati, l’evocazione che del santo di Trivolzio, canonizzato da
Giovanni Paolo II il 1° novembre 1989, ha fatto don Giussani.
Il primo ricordo pubblicato che ci resta, dal punto di
vista cronologico (si riferisce infatti a una conversazione del 6 maggio
1993), trae spunto dall’ironia con la quale chi era stata incaricata
di trascrivere le conversazioni con don Giussani – da cui sarebbero
nati i “Quasi Tischreden” all’interno della collana dei
Libri dello spirito cristiano della Rizzoli – gli assicura che, vista
la sua preoccupazione che la sbobinatura fosse «assolutamente
integrale», è stato trascritto tutto: «C’è
anche la frase finale: “Diciamo un Gloria a san Pampuri”». Al che don Giussani, cogliendo
evidentemente in queste ultime parole un’intenzione riduttiva, prende
la palla al balzo: «Ma scusate», dice, «la devozione ai
santi ha un significato speciale per il fatto che essi sono contemporanei:
ci richiamano che il mistero di Cristo è presente a noi. E la vita
di san Pampuri è impressionante nella sua semplicità
assoluta, come quella di un contadino, di un medico di campagna che nessuno
conosceva, eccetto che per la bontà con cui trattava gli ammalati. E
poi se n’è andato in convento, dove non è stato
riconosciuto per quello che era, ed è morto dopo tre anni
così. Ma questo è il miracolo più grande di questi
decenni che io conosca, perché il miracolo è il dimostrarsi
della potenza con cui Iddio “mena per il naso” tutti, facendo
cose grandi senza il concorso di nessuno! Perciò guardatevi dal
prendere in giro i nomi dei santi e invece siatene devoti. La prima
devozione deve essere ai santi contemporanei nostri. Se la Chiesa fa santo
Riccardo Pampuri adesso o fa santo Giuseppe Moscati adesso è
perché, attraverso di essi, vuole insegnare quello che è
importante per la Chiesa oggi» (L’attrattiva
Gesù, Bur, pp. 11-12).
Lungi da noi voler interpretare don Giussani, memori
del suo fastidio e della sua pazienza, d’altra parte, per questa
attitudine diffusa, ma ci sembra di poter dire che già in questo suo
primo intervento siano presenti i temi che ritorneranno costantemente nel
suo richiamo a san Riccardo Pampuri: la devozione ai santi e la fiducia
nella loro intercessione, l’umile fatica quotidiana, la presenza
familiare di Dio e la potenza con cui opera miracoli.
Cominciamo col dire che san Riccardo Pampuri non
è mai evocato da don Giussani come il superfluo coronamento di un
ragionamento. San Riccardo ritorna sempre a mostrare, con la concreta
bontà espressa nel suo lavoro di medico che prosegue nei suoi
miracoli, la potenza presente con cui Iddio agisce, “menando per il
naso” tutti, o, come don Giussani dice altrove, “giocando tiri
furbeschi”: «Dite qualche Gloria a san Pampuri – dobbiam valorizzare i santi che Dio ha
creato tra di noi nella nostra epoca e nella nostra terra –. Bisogna
invocarlo: un Gloria
a san Pampuri tutti i giorni. Specialmente dopo l’ultimo miracolo che
ha fatto. La parente di una nostra amica di Coazzano si ammala
gravissimamente al midollo spinale: trapianto o autotrapianto, una delle
cose più gravi che ci sia. E Laura dice a questa sua compagna:
“Facciamo un pellegrinaggio qui vicino, da san Pampuri”. Notate
che ha scelto san Pampuri perché era più vicino, e questo non
dà nessuno scandalo: se fosse stata più vicina la Madonna di
Caravaggio, sarebbero andate a Caravaggio. E vanno là, prendono la
figura del santo e Laura dice all’altra, Cristina: “Noi abbiam
bisogno del concreto, perciò fa toccare dall’immagine i
vestiti di san Pampuri”. E quella con l’immagine tocca il
cappello della sua divisa della banda musicale. Vanno in ospedale e la
danno alla donna. Mentre è lì ancora che legge la preghiera,
arriva il medico con l’esito dell’ultimo esame: “Devo
aver sbagliato”, dice stralunato, “rifacciamo
l’esame”. Dopo mezz’ora arrivano i risultati: come quelli
di prima! Allora il medico dice: “Guardate, avete il diritto di
parlare pure di miracolo. Lei vada a casa”. “Come?”.
“Lei vada a casa, è guarita!”. Non duemila anni fa per
la vedova di Nain, ma adesso. Sotto tutto questo si cela lo svolgimento del
tiro più “furbesco” che Dio fa all’uomo. Col
passar del tempo, coll’esperienza che si moltiplica o matura, si
sviluppa, diventa più evidente – dapprima non ci si accorge!
– che uno è veramente dentro questa descrizione di miracolo
molto più che nei sentimenti che aveva prima di sé stesso, o
nei sentimenti in cui si formano i film o i romanzi» (dalla
conversazione del 19 gennaio 1995 riportata in «Tu»
(o dell’amicizia), Bur, pp. 287-288).
Quest’ultima fondamentale osservazione, che bisogna cioè
concepire la propria esistenza come definita da ciò che opera il
Signore, accompagnerà costantemente, come vedremo,
l’evocazione dei miracoli di san Riccardo.
Negli stessi primi mesi del 1995, ancora sotto
l’impressione di quella guarigione, il riferimento a san Riccardo
Pampuri lo ritroviamo al termine di un dialogo con la comunità degli
universitari di Medicina della Statale di Milano. Proprio per la fedele
trascrizione che ne è fatta (in Avvenimento
di libertà, Marietti, pp. 61-85), quel
dialogo rivela quanto sia stato faticoso e mostra quanto poco le parole
– anche le più vere, e dette con la vivacità e la
pazienza con cui don Giussani era capace di valorizzare ogni frammento di
autenticità – abbiano potuto far breccia. Cosicché il
riferimento alla guarigione di cui sopra attribuita a san Riccardo,
unitamente all’ancor più clamoroso risanamento di una gamba
che toccò nel 1875 in Belgio a Pietro De Rudder per
l’invocazione della Vergine di Lourdes, sembra intervenga quasi come
un’invocazione fatta da don Giussani stesso perché la potenza
del miracolo possa attraversare lo spessore di formalismo altrimenti
invincibile. D’altronde, è dello stesso febbraio del 1995
quella frase di don Giussani tante volte citata e sempre più attuale:
«Noi siamo in un tale degrado universale che non esiste più
niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà
creaturale. Perciò è il momento degli inizi del
cristianesimo, è il momento in cui il cristianesimo sorge, è
il momento della resurrezione del cristianesimo. E la resurrezione del
cristianesimo ha un grande unico strumento. Che cosa? Il miracolo. È
il tempo del miracolo. Bisogna dire alla gente di invocare i santi
perché sono fatti per questo».
Posto ancora di fronte agli universitari per gli
Esercizi spirituali del dicembre 1995, don Giussani evoca di nuovo la
figura di san Riccardo Pampuri. Essa fa da ponte fra quelle gigantesche di
san Paolo e di Madre Teresa. Nella sua esposizione, don Giussani da una
parte rileva come «la misura dei nostri desideri di uomini»
trovi corrispondenza anche nella figura semplice «di questo
giovanissimo e silenzioso medico della mutua». E dall’altra
ricorda i suoi miracoli, di cui gli arrivano così frequenti notizie,
proprio per far avvertire, a giovani ovviamente immersi in un clima
dominante di diverso sentire, quanto Dio si sia reso familiare
all’uomo. «Dio entra nella fattispecie breve, quasi
impercettibile, tanto è piccola, di ciò che ci accade. Dio si
è reso familiare all’uomo. Che Dio sia diventato un uomo,
Gesù Cristo, vuol dire che Dio si è reso familiare
all’uomo; il suo modo di rapportarsi alla mia vita, a quel desiderio
di felicità che creandomi mi ha dato, si esprime in una
familiarità sperimentabile: io vengo condotto, illuminato,
sostenuto, richiamato, perdonato, sono oggetto di misericordia, abbracciato
come da un padre e da una madre, come da una sposa o da uno sposo, come un
amico abbraccia l’amico del cuore. Il rapporto dell’uomo con
Dio è il contrario di quello che tutta la mentalità moderna
immagina: grandi lavori e grandi schemi per operazioni di scandaglio
stellari, tentativi di ricognizione nei bassifondi (o altifondi)
dell’essere. No! Tu sei mio padre! Disse Gesù: “Amico,
con un bacio mi tradisci!”. Oppure strinse il bambino al proprio
grembo e disse: “Guai a chi torce un capello al più piccolo di
questi bambini, guai a chi dà loro scandalo”, ché
nessuno ha riguardo per i bambini. Dio si è reso familiare. Il
miracolo è un metodo familiare di rapporto quotidiano di Dio con noi
– il miracolo nel suo senso più personale, privato, o nel suo
senso più pubblico e grandioso. Perché è tutto
eccezionale il nostro rapporto con Dio. Se Egli è il creatore lo
è di ogni istante: in ogni istante mi costruisce, sono fatto di Lui.
Perciò che questo appaia, che tenda ad apparire familiarmente
– come il gesto d’amore della madre tende ad essere realizzato
ogni giorno tante volte: uno sguardo, una carezza, un bacio, un
“ciao” –, questo è il metodo di rapporto di Dio
con noi» (in Litterae communionis-Tracce, n. 1, gennaio 1996, p. X).
Questa stessa idea, chiamiamola così, sit venia verbo, della
sollecitudine premurosa con cui Dio continua a farsi presente attraverso il
cambiamento che Egli opera, ritorna nel breve accenno a san Pampuri in Si può (veramente?!) vivere così? (un libro sempre della Bur dell’agosto 1996 che
riporta però dialoghi dei due anni precedenti). «Cristo
è presente, talmente presente che opera il cambiamento di una cosa
presente – che è lei [la persona a cui don Giussani si rivolge
in quel momento] – e perciò la memoria è riconoscere,
come presente in un cambiamento, Cristo, che è incominciato duemila
anni fa, ma rimane fino alla fine dei secoli. Anzi specifica: “Io
sarò con voi tutti i giorni” – e pensando a san Pampuri
che in questi ultimi mesi quasi tutte le settimane ci ha fatto miracoli,
uno capisce che è proprio così –, “Io sarò
con voi, tutti i giorni, fino alla fine dei secoli”» (p. 122).
In un incontro della fine di gennaio 1996, con il
Direttivo dell’Associazione Famiglie per l’accoglienza, don
Giussani, proprio in quanto fondate entrambe sul cambiamento che Dio opera,
identifica ora l’idea di miracolo con quella di testimonianza,
innanzitutto in riferimento agli apostoli, e poi a san Riccardo. «Il
metodo che hanno usato per arrivare ai confini della terra – come
aveva detto loro Gesù – è stato la testimonianza. Cosa
vuol dire testimonianza? La testimonianza è una realtà umana
nel senso totale e banale del termine – qualcosa che si vede, si ode,
si tocca – contenuto di un’esperienza normale, ma che veicola,
porta dentro di sé qualcosa che non è più normale
[…]. Questa eccezionalità in un comportamento normale coincide
con quello che cristianamente si chiama miracolo. Il miracolo è una
cosa che nei suoi aspetti immediati può essere normalissima, eppure
ha dentro qualche cosa che mi richiama per forza a Dio. […] Gli avvenimenti di san Pampuri
sono, per esempio, una grazia eccezionale. Ma di che grazia si tratta?
Della grazia di Dio che ci costringe a capire che Lui è familiare! Perciò il
miracolo non è una cosa strana: è una cosa normale! E non c’è
niente che possa farci sentire investiti da un sentimento originalmente e
tendenzialmente unitario, niente che possa farci sentire fratelli,
fraternamente, come il fatto di questo Mistero che è tra noi, che,
come tale, porta tra noi ogni giorno una sovrabbondante testimonianza di
Sé, un sovrabbondante conforto di miracolo. […] San Pampuri
è simile a pochi nella sua umiltà! Sì, perché,
cosa faceva? Con grande meraviglia degli ammalati della clinica San
Giuseppe, dava lui, medico, il “pappagallo” all’ammalato,
al quale non ricordava di darlo neanche l’infermiere. Tutti erano
colpiti da un medico che era più bravo, più buono, più
umile, più servizievole di un infermiere».
L’evocazione di san Riccardo ritorna ancora alla
fine degli Esercizi della Fraternità di Comunione e liberazione, la
domenica 5 maggio del 1996. Il leitmotiv degli Esercizi era stata l’amicizia, di cui le parole
conclusive di don Giussani lamentano drammaticamente la mancanza:
«L’amicizia non è proprio tra noi: possiamo essere
compagni, compagni “feroci”, nel senso di attaccatissimi, ma
non amici. Speriamo che quest’anno avanzi la vostra conoscenza:
dobbiamo conoscere bene cosa vuol dire “amicizia”: ieri e oggi
sono stati il primo accenno. Che il nostro amico nuovo, san Riccardo
Pampuri (dico “amico nostro nuovo” perché è
invocato da tanti fra noi, e a tantissimi fra noi ha fatto miracoli nel
senso vero della parola – ne conosco anch’io a centinaia!
–; ma il Signore ce l’ha mandato sulla nostra strada
perché ci sia amico in questi tempi tristi), ci sostenga nel nostro
cammino» (Supplemento a Litterae
communionis-Tracce, n. 7, luglio/agosto 1996, p.
54).
Naturalmente è presente, nella devozione a san
Riccardo, anche questo aspetto, così consono anch’esso a don
Giussani, di prossimità territoriale (si percepisce che don Giussani
era felice che «l’amico nostro nuovo» mandato dal Signore
«sulla nostra strada perché ci sia amico in questi tempi
tristi» fosse proprio un santo medico/contadino lombardo). Una
prossimità rafforzata dalla sofferenza che, negli anni della sua
malattia – ci sia permesso questo volo –, era diventata
l’espressione manifesta di quella ferita del cuore di cui parla la
preghiera di padre Grandmaison, da lui più volte citata, ferita che
ora in cielo confidiamo si sia finalmente rimarginata. «San Riccardo
Pampuri è nato nella nostra campagna, figlio della terra lombarda e
della sua concretezza, nascosto agli occhi del mondo prima negli anni della
sua formazione, poi in quelli del suo lavoro come medico condotto, infine
tra i Fatebenefratelli, nella cui congregazione ha trovato la forma
definitiva della sua vocazione battesimale alla santità. […]
Ci sia egli intercessore di tante grazie e ci ottenga il dono di un cuore
come il suo “tormentato dalla gloria di Cristo, ferito dal suo amore,
con una piaga che non si rimargini se non in cielo”» (dalla
prefazione al libro di Laura Cioni, Il santo
semplice. Vita di san Riccardo Pampuri,
Marietti, p. 7).

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