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PAESI DEL GOLFO. Testimonianze dalla culla dell’islam
La fede in Gesù fiorisce anche nel deserto
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«Qui la Chiesa cattolica vive dell’essenziale, di sacramenti e devozione… Ciò che ogni volta fa spalancare gli occhi ai miei interlocutori, fossero pure i più alti dirigenti di questi Paesi, accade quando dico: “Noi cristiani, prima di ogni altra cosa, preghiamo per voi”». Incontro con monsignor Paul Hinder, vicario apostolico d’Arabia |
Intervista con Paul Hinder di Giovanni Cubeddu
L’ultima novità, a livello diplomatico,
è stata l’allacciamento delle relazioni ufficiali, il 31
maggio scorso, tra la Santa Sede e gli Emirati Arabi Uniti. Come altrove
nella penisola arabica, anche negli Emirati la Chiesa aveva già
potuto sperimentare, in anticipo sulle formalità, la benevolenza di
governanti illuminati: in questo caso la donazione, nel novembre 2006, a
Ras al-Khaimah (uno dei sette Emirati che compongono la federazione) di un
ampio terreno per la costruzione di chiese cristiane. È la
gratuità il più bel modello di relazione col potere che la
Chiesa sperimenta nel Vicariato apostolico d’Arabia. Proprio dove
l’islam ha la sua culla e il profeta Muhammad ha vissuto la sua
storia e ha incontrato ebrei e cristiani in episodi di giustizia e
convivenza, che tanta più attenzione meriterebbero oggi, dentro e
fuori la Ummah.
Oltre che con gli Emirati, la Santa Sede mantiene in
quest’area cruciale rapporti diplomatici con Bahrein, Kuwait, Yemen e
Qatar, e si spera a breve che la lista possa includere il sultanato
dell’Oman. Il Vicariato apostolico d’Arabia – il
più esteso del mondo con oltre tre milioni di chilometri quadrati
– comprende tutti gli Stati della penisola arabica (a eccezione del
Kuwait, dove l’ordinario è il vescovo Camillo Ballin,
missionario comboniano). Chi oggi guida il Vicariato è il vescovo
Paul Hinder, un frate minore cappuccino, che continua la silenziosa e
ardente tradizione del suo Ordine di offrire religiosi a queste terre,
divenute un delicatissimo crinale nei rapporti tra fedi e civiltà, e
tra politica ed economia globali, dati gli enormi interessi mossi dalle
risorse energetiche. Cappuccino fu pure il primo vicario apostolico
d’Arabia, il vescovo Louis Lasserre. Nei tempi eroici (il Vicariato
fu formalmente eretto nel 1889) la fortunosa base logistica per la cura
d’anime era la malsana Aden, nello Yemen, in quella parte meridionale
della penisola nota ai Romani come “Arabia felix”; dal 1973
invece la residenza del vicario apostolico è la futuristica Abu
Dhabi.
Con Bernardo Gremoli, suo confratello e predecessore
dal 1976 al 2005 come vicario apostolico, monsignor Hinder si sente e si
consiglia più che spesso e, quando può, non manca di fargli
visita. È la stessa bella storia che continua.
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 | | Paul Hinder, vicario apostolico d’Arabia | | |
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Eccellenza, qual è la situazione della Chiesa
nella penisola arabica, ereditata dal suo predecessore monsignor Gremoli?
PAUL HINDER: La mia impressione è stata di una
Chiesa vivissima, numerosa. Una realtà che non ci si aspetta quando
s’arriva in questa parte del mondo per la prima volta. Laddove i
governi hanno concesso il terreno per costruire le chiese, vi si ritrovano
comunità davvero impressionanti, che mi danno gioia e coraggio.
Il problema che scontiamo in quasi tutti i Paesi del
Golfo è proprio quello dello spazio. Perché anche se abbiamo
ricevuto dei terreni per erigere le chiese, non sono già più
sufficienti. Ed è una questione concreta, che suscita talvolta
discussioni tra i gruppi di diverse lingue e riti appartenenti a una stessa
parrocchia, e crea qualche problema al vescovo, che deve sempre comportarsi
nel modo più equo. Cosa non sempre possibile, materialmente …
Cioè?
HINDER: Prendiamo ad esempio il Qatar, dove ci sono
oltre 50mila filippini, l’85 per cento dei quali sono cattolici.
Stiamo costruendo per loro una grande chiesa, ma al momento non ne hanno
nessuna. In Qatar vivono tantissimi indiani e a conti fatti i cattolici
sono tra i 140mila e i 150mila. Finora lo spazio per la liturgia è
stato ricavato nei locali della scuola americana e di quella filippina e in
altri ambienti via via presi in affitto per le occasioni liturgiche. Questa
dispersione non ci aiuta ad avere la cura pastorale di una realtà di
fedeli così composita, a mantenerla unita. Tale carenza si fa
sentire, e ci dispiace.
I problemi relativi all’autorizzazione per la
costruzione di chiese sono stati in alcuni Paesi del Golfo benignamente
risolti dalle leadership islamiche. Le risulta invece che successivamente
vengano create difficoltà?
HINDER: Per quanto ne sappia io, dai massimi livelli
governativi non giungono mai rimproveri. Non ci creano problemi e i
rapporti sono buoni. Però il progresso si fa sentire anche qui,
magari abbiamo la necessità pratica di individuare il momento
opportuno per avvicinare le autorità…
Che cosa significa?
HINDER: Anni fa, quando monsignor Bernardo Gremoli ha
iniziato a pellegrinare nella penisola arabica, ovunque lo stile di vita
era più vicino al passato beduino, più informale e diretto
rispetto alle odierne burocrazie. Oggi i famigerati ritardi sono tante
volte attribuibili non a malevolenza, che non c’è, ma alla
vita macchinosa delle strutture ministeriali, sempre più complicata,
anche nel Golfo. Non nego che talvolta ci si possa imbattere in fasce di
funzionari governativi meno moderni, che non si rendono conto dei
cambiamenti sociali avvenuti nei loro Paesi, o in altri che aderiscono
invece a un’interpretazione più radicale e di chiusura. Ma
sono fenomeni riscontrabili in ogni amministrazione. Non è una
prerogativa del Golfo.
Paradossalmente, i beduini di un tempo erano più
tradizionalisti ma anche più aperti rispetto ai loro successori,
più sicuri di sé. La cosa che spero maggiormente è che
tutti noi, musulmani o cristiani, ci si renda sempre conto della
realtà.
Ci sono episodi esemplificativi, in tal senso?
HINDER: Molti. Ricordo un incontro con il sultano
dell’Oman, quando io e il vescovo anglicano abbiamo avuto la
possibilità di parlargli liberamente, per più di
un’ora, e lui ha capito e accettato ciò che pensavamo e
dicevamo. È stato molto cordiale. Come pure il ministro degli Affari
religiosi dell’Oman e il capo della sezione del Waqf,
l’ufficio delle proprietà religiose. In Oman, come vescovo cattolico, finora ho
avuto libertà di spostamento e un visto prolungato con permesso di
molteplici ingressi. Ci ascoltano e cercano anche di aiutarci, pur
rispettando la legge, che prevede tempi lunghi per l’emissione dei
visti, anche di due o tre mesi. Ciò crea ostacoli, se dobbiamo
rispondere celermente a qualche urgenza che riguarda i cristiani.
Però i funzionari governativi ascoltano, e se c’è vera
necessità, capiscono.
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 | | La chiesa parrocchiale di Nostra Signora del Rosario in costruzione a Doha, Qatar. I terreni sono stati donati dal capo di Stato, lo sceicco Hamad bin Khalifa Al-Thani | | |
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Altri incontri?
HINDER: Con il consigliere per gli Affari religiosi del
presidente degli Emirati Arabi Uniti, già buon amico di monsignor
Gremoli. È un uomo cordiale, per cui ci incontriamo volentieri agli
appuntamenti ufficiali; inoltre lo riceviamo nella nostra casa episcopale
per gli auguri di buon Natale. Io, d’altra parte, in qualità
di vicario apostolico, sono presentato alle altre autorità come
rappresentante del Papa. Sono indizi di una certa stima affettuosa,
reciproca. Nello Yemen, poi, dove vado spesso, ho incontrato varie
personalità di governo, come il ministro degli Affari esteri, o
quello della Sanità, per discutere l’eventualità di
aprire in una delle nostre case ad Aden una piccola clinica per i poveri. E
il re del Bahrein o l’emiro del Qatar non mostrano meno benevolenza.
Poi c’è la vita amministrativa quotidiana, il funzionario che
non ci conosce e che applica magari le regole rigidamente, allungando i
tempi... Allora ci vuole molta pazienza.
E quando questa è finita?
HINDER: Beh, tutto si aggiusta con un altro po’
di pazienza [ride, ndr]… e se non ce l’hai, la impari.
Che in alcuni Paesi del Golfo esista una cordiale
relazione con la Chiesa cattolica è di per sé, tra
l’altro, una richiesta discreta di maggiore avvicinamento ai sauditi.
HINDER: Certo, sebbene io non abbia mezzi per valutare
quanto per ora essa sia stata recepita. Anche qui, ci aiuta la pazienza.
Però, oltre a questo nostro parlarci in silenzio, c’è
talvolta tra gli stessi sauditi e i piccoli Paesi del Golfo una certa
preoccupazione: sia per carenza di comunicazione, sia per quanto può
accadere a Ryadh da un punto di vista politico. C’è
incomprensione reciproca, anche per differenza di mentalità, di
approccio ai temi caldi… Di fronte ai grandi problemi che coinvolgono
tutto il mondo arabo o l’islam, evidentemente l’unità
araba e/o musulmana si realizza quasi in automatico. Ma in vicende di
dettaglio, non è più così. Esattamente come
capiterebbe a noi europei.
Il cambiamento di clima risale al la rivoluzione in
Iran del 1979 e poi soprattutto all’11 settembre 2001 e alla
successiva seconda guerra del Golfo. Da lì in poi nel Golfo
c’è stato più radicalismo, scetticismo, sfiducia. Le
minoranze hanno avvertito maggiore insicurezza, ci si parla meno. Ma non
vale per tutti. Qualcuno fa eccezione...
Cosa significa?
HINDER: Chi ha almeno un po’ d’istruzione,
o meglio, chi arriva a conoscere personalmente dei cristiani, cambia il suo
bagaglio culturale, diventa più positivo… ha meno
“paura” di noi. E ciò capita anche ai cristiani nei
confronti dei musulmani, certamente.
In base alla sua esperienza, in quale campo è
più facile incontrarsi tra persone di diversa religione? Quale gesto
avvicina di più?
HINDER: Il nodo principale per i Paesi del Golfo,
rimarcato anche dalle autorità di governo, è che gli
stranieri arrivano per lavorare e dopo alcuni anni se ne vanno;
perciò non vengono considerati immigrati da integrare ma semplici
“espatriati”. Ciò cambia inevitabilmente
l’impostazione della relazione. Ad esempio, la stragrande maggioranza
di chi arriva non impara l’arabo. Prendiamo il Qatar: in genere la
Chiesa si limita alla cura degli espatriati – tra i quali vi sono
pure arabi cristiani di altri Paesi, ma sono una piccola minoranza dentro
una massa di asiatici. Anche ciò influisce sul tipo di coesistenza,
e anche i nostri rapporti con gli abitanti del posto talvolta si riducono
ad atti burocratici o ai ricevimenti con le autorità. Noi speriamo
che si stabilisca finalmente un dialogo continuo con gli imam autoctoni,
che però talvolta, e questo è un altro problema, non
conoscono che la propria lingua. Con le autorità accademiche o
politiche, invece, che magari hanno studiato all’estero, è
più facile. Perché, ad esempio, conoscono l’Europa.
Allora, per rispondere alla sua domanda, direi che il
campo dove meglio camminiamo assieme ai musulmani è il rispetto
della vita – anche nelle conferenze internazionali Chiesa e islam
sono stati vicini, per esempio nel condannare l’aborto – e
l’amore per la famiglia: pur nella disparità di ruoli tra uomo
e donna, il senso della famiglia è nell’islam molto forte.
Anche il desiderio di giustizia e di pace ci accomuna….
Come reagiscono i suoi interlocutori alle attuali
vicende internazionali?
HINDER: Come sappiamo tutti, e lo sappiamo bene, ogni
incontro tra noi sarà indebolito, e reso meno autentico,
finché non saranno risolte sia la perenne questione palestinese che
la odierna tragedia del popolo iracheno. Sono piaghe aperte nel mondo
arabo-musulmano. E ogni volta – lo constato nei miei incontri
ufficiali con le autorità – a un certo punto del colloquio mi
viene chiesto: «E voi che cosa fate? Qual è la posizione del
Papa sulla Palestina? E sull’Iraq?». Fortunatamente il nostro
Papa sulla guerra è stato chiaro, e anche su Israele e Palestina la
posizione della Santa Sede è credibile. Ma restano questi i punti
nodali, e il dialogo, per noi che siamo qui nel Golfo, si complica.
Qual è la caratteristica della vita delle
comunità cristiane nel Golfo?
HINDER: Qui la Chiesa cattolica vive
dell’essenziale, di sacramenti e devozione. Vi sono attività
caritative, svolte tra i membri delle comunità o per il
tramite del parroco o del vescovo locale. Ma non ci sono strutture, e
sarebbe anche difficile averle. Fanno eccezione quattro scuole di
proprietà del Vicariato apostolico, e altre quattro private, rette
da religiose: sono per noi opere importantissime. Gli studenti sono per lo
più musulmani. Sono la grande maggioranza se consideriamo gli
istituti nel loro insieme, ma alla Rosary School ad Abu Dhabi i musulmani
rappresentano addirittura il 95 per cento degli allievi! E tutti questi
ragazzi che hanno studiato da noi in genere vanno via con un’idea
compiuta di chi siano i cristiani. La fama delle scuole è buona, e
anche gli shaikh si
sentono liberi di mandarci i figli.
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 | | Il vicario apostolico Paul Hinder partecipa a una conferenza interreligiosa sul tema della tolleranza, Abu Dhabi, 23 gennaio 2007 | | |
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La penisola arabica è per antonomasia un posto
problematico per la libertà di religione. Ma quando un governante,
un emiro ad esempio, amico dei cristiani, ascolta i dibattiti occidentali
sul tema della reciprocità, che reazione ha?
HINDER: Anzitutto, io non direi che la prima intenzione
di chi governa nel Golfo sia di negare la libertà ai cristiani e la
reciprocità. No. Magari non ha avuto una corretta informazione sui
reali bisogni dei cristiani nel suo Paese, li sottostima. Vorrei
raccontarvi un episodio che riguarda l’attuale sultano
dell’Oman. Una volta raccontò che in Gran Bretagna, quando era
studente, fu ospite presso una famiglia di cristiani. Non solo i padroni di
casa gli avevano assegnato la sua cameretta, ma gli avevano riservato anche
una seconda stanza, per farne un luogo di preghiera, come fosse, lui disse,
la sua “piccola moschea”. Questa esperienza lo ha marcato per
sempre, e quando il sultano è stato attaccato per aver destinato dei
terreni alla costruzione di chiese in Oman, ai suoi denigratori ha risposto
che se addirittura in un Paese straniero avevano riconosciuto il suo
diritto a pregare, a maggior ragione i cristiani ora dovevano poter pregare
in casa sua. Questo non è un esempio di reciprocità? Poi,
come dicevo, ci può essere qua e là nel Golfo una sottostima
delle necessità dei cristiani: su questo si può negoziare.
L’Oman non è un caso singolo.
HINDER: Infatti. Ho incontrato il principe ereditario
di Abu Dhabi, che pure aveva studiato in Europa, e abbiamo parlato
esattamente negli stessi termini usati col sultano dell’Oman.
Certo, nel Golfo troviamo anche chi non ritiene di
dover garantire piena libertà di religione perché è un
convinto seguace dell’unica vera religione dell’islam, e in
questo quadro i cristiani sono tollerati, ma non sono possessori di altro
diritto che non sia quello di diventare musulmani…
I cristiani dell’Oman devono la propria
libertà di professare pubblicamente la fede all’esperienza
personale del loro sultano.
HINDER: È vero… È un episodio che
il sultano ripete sempre. Allo stesso modo, è interessante ricordare
che quando il sultano ha ascoltato alcuni imam predicare in maniera
grossolana e smodatamente radicale e ha saputo che costoro erano
appositamente giunti dall’Egitto, li ha fatti riaccompagnare al
confine, perché non voleva che questo falso islam attecchisse nelle
moschee del suo Paese.
Negli Emirati Arabi Uniti hanno compiuto un passo
ulteriore, stabilendo che, laddove necessario, vi sia un controllo sulle
prediche del venerdì, per evitare infiltrazioni. Se l’imam poi
non accetta di sottomettere a una lettura previa il testo di ciò che
dirà ai fedeli in moschea, non gli resta che attenersi ai testi
ufficiali predisposti dal Ministero degli Affari religiosi. Vede, io come
vescovo cristiano sono addirittura più libero degli imam!
Perché nessuno mai m’è venuto a chiedere di correggere
le mie omelie…
La questione del radicalismo d’esportazione
è delicata, nel Golfo.
HINDER: Quando, anni fa, i Fratelli musulmani si sono
trasferiti dall’Egitto in altri Paesi, sono stati accolti a braccia
aperte. Non c’era consapevolezza di che cosa ci fosse al loro
interno. Ma l’idillio è durato poco, e certi Stati arabi hanno
reagito. Con un controllo ravvicinato e rigido, o con l’espulsione.
Dal suo punto di vista, che cosa aiuterà di
più la comunità cattolica nei Paesi del Golfo a essere meglio
compresa e quindi dotata di maggiori spazi di libertà, ove
necessario?
HINDER: Bisogna solo che ci rendiamo comprensibili alla
mentalità di questi popoli. Facendo tre cose.
La prima?
HINDER: La più facile, ciò che ogni volta
fa spalancare gli occhi ai miei interlocutori, fossero pure i più
alti dirigenti di questi Paesi, accade quando dico: «Noi cristiani,
prima di ogni altra cosa, preghiamo per voi». Nelle nostre messe, in
ogni giorno di festa, c’è una intercessione per chi governa il
Paese, e per il benessere del popolo che ci ospita. E questo rimane e vale,
anche se i cristiani possono aver subìto o stanno subendo
ingiustizie.
La seconda?
HINDER: Cerco ogni volta di ricordare al mio
interlocutore che la ricchezza di questi Paesi del petrolio si va
realizzando anche grazie al povero lavoro manuale degli immigrati, degli
espatriati, presenti in ognuno negli innumerevoli cantieri aperti nel
Golfo. E che sono in parte cristiani. E allora, la Chiesa, che si prende
cura al meglio di queste persone, in tal modo non fa altro che aiutare lo
sviluppo del Paese e, se vogliamo, ne assicura anche un maggior ordine
civile. Il benessere del Paese e del popolo che ci ospita interessa la
Chiesa.
La terza?
HINDER: Noi rispettiamo le leggi del Paese, e chiediamo
che anche gli altri lo facciano.
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 | | Immigrati asiatici al lavoro negli Emirati Arabi Uniti. Sono in gran parte cristiani | | |
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Le comunità cristiane vengono giudicate da chi
le ospita per il comportamento nella vita quotidiana. Ma come le giudica il
loro vescovo?
HINDER: Alla messa in coena Domini ad Abu Dhabi, come minimo erano presenti 15mila fedeli.
È stata celebrata all’aperto, se aveste potuto udire che
silenzio e vedere l’attenzione di quelle persone! Lo stesso è
accaduto la notte di Pasqua. Immagini così si possono catturare solo
in piazza San Pietro, forse, ma con meno devozione… perché
lì la piazza è più larga e la gente si disperde. E poi
qui vedo tanta devozione, che non è solo l’espressione della
religiosità degli immigrati indiani o filippini o degli altri Paesi
asiatici, ma evidenzia la buona battaglia della fede, il desiderio vitale
di approfondirla. «Padre, ho più fede qui che non nel mio
Paese», mi ha detto più di una persona. Forse è per la
situazione di esposizione alla quale come cristiani si è sottoposti
qui, in nazioni che cristiane non sono. Però… guardate che
risultato. Vi racconto l’aneddoto dell’europeo che aveva perso
la fede…
Prego.
HINDER: Nel suo Paese d’origine c’è
la possibilità di dare ufficialmente le dimissioni dalla propria
comunità religiosa d’appartenenza – in questo caso la
Chiesa cattolica – con validità anche nei confronti dei
rapporti ufficiali tra Stato e Chiesa. Così, tempo fa, mi giunge la
lettera di un signore, che non era più “ufficialmente”
cattolico, e che lavora in un Paese del nostro Vicariato dove non
c’è libertà di culto. Pur con tutte le
difficoltà cui andava incontro in quel luogo, o chissà…
forse proprio a causa di queste, mi ha detto: «Voglio rientrare nella
Chiesa». Qui nel Golfo, per tanti motivi, si è dinanzi
quotidianamente alla possibilità di abbandonare la propria fede, o
di riabbracciarla, per non lasciarla mai più.
Eccellenza, lei sta descrivendo un luogo dove ogni
pastore vorrebbe trovarsi.
HINDER: Mi verrebbe da dire che, più che non in
altri Paesi occidentali, qui al vescovo la gente vuole bene… E
pensare che io non avevo chiesto di venirci.

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