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Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza
del cardinale Angelo Scola
patriarca di Venezia
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 | | Il cardinale Angelo Scola | | |
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Umiltà: la via maestra
Qualche mese fa, durante la celebrazione eucaristica
presso gli Orti dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, sua
santità Benedetto XVI – il cui legame con sant’Agostino
è ben noto, come traspare nel suo magistero –, ripercorrendo
il cammino di conversione del santo vescovo, ne identificò
l’ultima e definitiva tappa con queste parole: «Agostino aveva
appreso un ultimo grado di umiltà – non soltanto
l’umiltà di inserire il suo grande pensiero nella fede umile
della Chiesa, non solo l’umiltà di tradurre le sue grandi
conoscenze nella semplicità dell’annuncio, ma anche
l’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera
Chiesa peregrinante era ed è continuamente necessaria la
bontà misericordiosa di un Dio che perdona ogni giorno. E noi
– aggiungeva – ci rendiamo simili a Cristo, l’unico
Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come
Lui persone di misericordia»1.
Il riferimento del Papa all’umiltà
di Agostino ci conduce
direttamente al nucleo dell’insegnamento del vescovo di Ippona su
“il cuore e la grazia”. Infatti la parola umiltà ben esprime sinteticamente
quanto accade nell’uomo che, per pura grazia, incontra la
misericordia vivente di Dio. Giustamente scrive don Giacomo Tantardini nel
volume che presentiamo questa sera: «Agostino dice che solo
nell’incontro tra il cuore, cioè l’interiorità, e la grazia, cioè la
presenza del Signore, l’interiorità ritorna sé stessa,
il cuore ritorna cuore, cioè ritorna a essere cuore di bambino
[…] L’umiltà di Gesù è la virtù che
possiamo imitare. Non possiamo imitare il Suo fare i miracoli, però
il Suo essere mite, il Suo essere piccolo e umile lo possiamo imitare
tutti»2.
Volontà e grazia: una lectio
agostiniana
Dall’immenso patrimonio delle opere di
sant’Agostino, ho scelto una “pagina” del De libero arbitrio per
“leggerla” questa sera insieme a voi.
Come è noto l’origine di questo dialogo
è una discussione avvenuta a Roma tra l’autunno del 387
– Agostino era stato battezzato a Milano da sant’Ambrogio nella
veglia pasquale di quell’anno, tra il 24 e il 25 aprile – e
l’estate del 3883. L’opera fu ultimata in Africa dopo
l’ordinazione sacerdotale dell’autore nei primi mesi del 391.
Divenuto vescovo coadiutore di Ippona per volontà del suo vescovo
Valerio nel 395 (secondo alcuni nel 396), Agostino spedì i tre libri
dell’opera a Paolino di Nola (poeta cristiano e vescovo, 355-431)4.
Il dialogo si apre con la domanda di Evodio ad Agostino:
«Dic mihi, quaeso te, utrum Deus non sit
auctor mali? / Dimmi, ti prego, se Dio non
è principio del male» (I, 1, 1). Il tema, quindi, non è
direttamente la libertà dell’uomo, ma la responsabilità di
Dio nei confronti del male. A dire del Madec,
infatti, «il dialogo potrebbe benissimo avere il titolo
dell’opera di Leibniz: Saggi di teodicea
sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e
l’origine del male»5. Nel dialogo tra
Evodio e Agostino emerge la domanda che, in modo più o meno
esplicito, in forma più o meno acuta, abita il cuore di ogni uomo di
ogni tempo: perché il male? Un interrogativo che rivela tutta la sua capacità di
ferire la nostra umanità se formulato ancora più
concretamente: perché mi trovo a compiere
il male?
Già dall’ouverture si vede bene che un autore è un
“classico” – e Agostino lo è in modo sovraeminente
– perché la sua lettura incontra immediatamente le domande
profonde del lettore di ogni epoca, bruciando di schianto ogni lontananza
di tempo e di cultura.
Ma c’è un’altra ragione che mi ha
spinto questa sera a scegliere di leggere con voi un brano del De libero arbitrio. Mi riferisco
al fatto che Agostino ha riletto e interpretato in prima persona questa sua
opera. Infatti, come nota don Giacomo, «nel 388 Agostino scrive il De libero arbitrio contro i
manichei. È un’opera interessante anche perché in
seguito i pelagiani la useranno per dire che Agostino appena convertito non
accettava né la dottrina del peccato originale né la dottrina
della grazia di cui poi invece sarebbe diventato difensore. Agostino
scriverà le Retractationes anche per dimostrare che anche nel De
libero arbitrio, che è a
difesa della libertà dell’uomo, è presente la dottrina
del peccato originale (così come soprattutto sant’Ambrogio gli
aveva insegnato) ed è presente la dottrina della grazia»6. In questo modo il De libero arbitrio ci offre
la possibilità di incontrare Agostino interprete di sé
stesso.
Possiamo così sapere di prima mano il suo
genuino pensiero su un aspetto, correlato al problema del male, tanto
decisivo per la vita di ogni uomo: il ruolo della volontà umana nel
rapporto tra la grazia (Gesù Cristo) e la libertà (uomo).
Ripercorriamo insieme, quindi, un breve brano di questo
dialogo. È tratto dal libro III, 3, 7: «Ev.
– Mihi si esset potestas ut essem beatus, iam profecto
essem: volo enim etiam nunc, et non sum, quia non ego, sed ille me beatum
fecit / (uso la traduzione di Domenico Gentili):
E. – Se fosse in mio potere esser felice, già lo sarei di
certo; lo voglio anche ora e non lo sono perché non io ma egli mi
rende felice».
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 | | Giacomo Tantardini, Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza, Città Nuova, Roma 2006, pp. 343-344 | | |
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In poche battute il testo agostiniano mette in campo
due questioni fondamentali per l’uomo dei nostri giorni, il
cosiddetto uomo postmoderno. Innanzitutto la felicità: si ricordi la pregnanza che nel latino cristiano possiede
il termine beatus: si
tratta di quella felicità compiuta e definitiva che non è
alla diretta portata dell’uomo. E tuttavia genera un piacere che non
passa, che non è destinato a perire come i piaceri puramente
mondani. Ebbene, così come le domande di verità e di
giustizia sono state le più dibattute dall’uomo moderno (fino
alla caduta dei muri, per intenderci), oggi le domande di felicità e
di libertà sono diventate l’emblema principe del postmoderno.
Ho identificato la libertà come il secondo grande tema del brano
scelto. Agostino lo esprime attraverso due termini di grande spessore
antropologico: volontà (volo) e potere (potestas). Ritorneremo più avanti su queste categorie.
«Aug. – Optime
de te veritas clamat / A. – Assai bene dal
tuo intimo grida la verità» («Ottimamente la
verità si manifesta e grida sé stessa a partire dalla tua
esperienza»), risponde Agostino a Evodio.
Il santo vescovo ci indica così che
l’esperienza umana, considerata per sé stessa, apre
all’uomo la domanda sulla verità di sé. In cosa
consiste questa esperienza umana elementare a cui si riferisce Agostino?
Essa consta di due elementi. Il desiderio di felicità – primo
elemento – e la coscienza del fatto che l’uomo non può
raggiungere da sé questa sua felicità. È un Altro a
poter compiere questo desiderio – secondo dato essenziale.
In riferimento alla felicità così
concepita il santo affronta il tema che mi interessa mettere direttamente a
fuoco: il ruolo della volontà.
«Non enim posses aliud
sentire esse in potestate nostra, nisi quod cum volumus facimus. Quapropter
nihil tam in nostra potestate, quam ipsa voluntas est. Ea enim prorsus
nullo intervallo, mox ut volumus praesto est /
Puoi infatti avere coscienza che è in nostro potere soltanto quello
che possiamo realizzare quando lo vogliamo. Pertanto nulla è
così in nostro potere che la volontà stessa. Senza alcun
intervallo essa è disponibile nell’atto che si vuole».
Questa fu una delle affermazioni che Pelagio e i suoi
seguaci utilizzarono per sminuire il peso del peccato originale e della
grazia nella controversia con Agostino. Nota il padre Agostino Trapè
che dopo aver superato l’illusione manichea, che permetteva
all’uomo di non considerarsi responsabile del male compiuto
perché spiegava il peccato non a partire dalla libera volontà
bensì in forza della compresenza nell’uomo di due principi
(bene e male), Agostino scrisse il De libero
arbitrio proprio «per dimostrare che la
volontà umana è essenzialmente libera, cioè ha in suo
potere i propri atti»7. Infatti, qualche riga più avanti rispetto al brano
che abbiamo già citato, Agostino afferma: «Voluntas
igitur nostra nec voluntas esset, nisi esset in nostra
potestate. Porro, quia est in potestate, libera est nobis / Dunque la nostra volontà non sarebbe volontà
se non fosse in nostro potere. Effettivamente perché è in
nostro potere, è per noi libera» (III, 3, 8). Questa fu
l’affermazione di Agostino utilizzata dai pelagiani contro Agostino
stesso. Come reagì il santo di fronte a questa interpretazione?
Ascoltiamolo direttamente leggendo un testo delle Retractationes (I, 9, 3) che
cito solo in italiano (la traduzione è di Ubaldo Pizzani):
«Non si esaltino troppo però i nuovi eretici seguaci di
Pelagio. Se in questi libri ci siamo lasciati andare a molte affermazioni
favorevoli al libero arbitrio in conformità con quanto il tema
affrontato esigeva, ciò non significa che intendessimo metterci
sullo stesso piano di gente come loro, che sostengono il libero arbitrio
della volontà fino al punto di togliere spazio alla grazia divina e
di ritenere che questa ci sia concessa in conseguenza dei nostri
meriti».
E più avanti afferma: «I pelagiani
ritengono o possono ritenere che noi fossimo sulla loro stessa linea. Ma
è una supposizione infondata. È certamente la volontà
che ci fa peccare e vivere rettamente, e questo è il concetto che
abbiamo sviluppato nelle espressioni qui riportate [il riferimento è ai passagi del
De libero arbitrio
che Agostino cita nelle Retractationes]. Se quindi non interviene la grazia divina a liberare la
stessa volontà dalla condizione servile che la fa schiava del
peccato e non la aiuta a superare i suoi difetti, non è possibile ai
mortali vivere secondo pietà e giustizia. E se questo benefico
intervento divino, che libera la volontà, non la precedesse, lo si
dovrebbe considerare come un compenso concesso ai suoi meriti e non sarebbe
più grazia, visto che per grazia s’intende in ogni caso
ciò che è dato gratuitamente» (I, 9, 4).
Tenendo conto di queste dirette precisazioni
agostiniane possiamo tornare al brano del De
libero arbitrio oggetto della nostra lectio per approfondire il
rapporto tra volere e potere e quindi, ultimamente, tra libertà
umana e libertà divina, cioè tra il “cuore e la
grazia”.
Agostino parte da alcuni dati indiscutibili che fanno
parte della vita di ogni uomo e non sono in potere della sua
volontà. «Et ideo recte possumus
dicere: “Non voluntate senescimus, sed necessitate”; aut:
“non voluntate infirmamur, sed necessitate”; aut: “non
voluntate morimur, sed necessitate”; et si quid aliud huiusmodi / Si può ben dire: “S’invecchia non per
volontà ma per necessità, ci si ammala non per volontà
ma per necessità, si muore non per volontà ma per
necessità”, e così via per casi del genere».
Con grande perspicacia, Agostino prende in
considerazione la vecchiaia, la malattia e, soprattutto, la morte. Sono
fatti che accadono necessitate, senza che la volontà dell’uomo li possa dominare. E
in più essi mettono in campo il contrasto tra il desiderio di beatitudo e
l’impossibilità di compierlo da noi stessi. La morte, per
giunta, sembra negare radicalmente quel desiderio di felicità e di
libertà di cui abbiamo parlato prima. Sembra, infatti, ridurre
l’uomo a quanto accade necessitate. Ma qui Agostino in modo fulmineo sfodera la sua potente
argomentazione. Anche di fronte a questi dati incontrovertibili: «“Non voluntate autem volumus”, quis vel delirus
audeat dicere? / Ma chi, anche se pazzo,
oserebbe dire: “Non si vuole con la volontà”?».
Nella nostra esperienza possiamo riconoscere un punto
in cui questa necessitas viene scardinata radicalmente: la possibilità di volere, che sta al cuore
dell’esperienza della libertà.
Continua Agostino: «Quamobrem,
quamvis presciat Deus nostras voluntates futuras, non ex eo tamen
conficitur ut non voluntate aliquid velimus. Nam et de beatitudine quod
dixisti, non abs teipso beatum fieri, ita dixisti, quasi hoc ego negaverim:
sed dico, cum futurus es beatus, non te invitum, sed volentem futurum. Cum
igitur praescius Deus sit futurae beatitudinis tuae, nec aliter aliquid
fieri possit quam ille praescivit, alioquin nulla praescientia est, non
tamen ex eo cogimur sentire, quod absurdissimum est et longe a veritate
seclusum, non te volentem beatum futurum /
Pertanto anche se Dio ha prescienza dei nostri voleri futuri, non ne segue
che vogliamo qualche cosa senza volontà. Quando hai detto, riguardo
alla felicità, che non divieni felice da te, l’hai detto come
se io lo negassi. Ma io dico che, quando diverrai felice, lo diverrai
perché lo vuoi e non perché non lo vuoi. Dunque Dio è
presciente della futura tua felicità e può verificarsi
soltanto l’evento di cui Egli è presciente, altrimenti non
sarebbe prescienza. Tuttavia non siamo per questo fatto condizionati a
pensare che diverrai felice senza volerlo. Sarebbe proprio assurdo e
lontano dalla verità».
In modo particolarmente acuto Agostino afferma che la
felicità, cioè quella beatitudine che non è in nostro potere raggiungere ma che viene
donata da Dio, c’entra (e come!) con la nostra volontà. Nessuno, infatti, dice il santo
vescovo, diverrà felice senza volerlo. Non perché la volontà sia capace di porre in
atto necessariamente ciò che decide – non è capace di
attuare la felicità compiuta che pure ardentemente desidera –
ma perché la volontà veramente e
definitivamente libera ha il potere di volere ciò che ci viene
donato.
Io posso volere il dono (grazia). Anzi, sono veramente libero e decido per la
pienezza della mia esistenza quando decido di voler aderire al dono della
grazia. È questa dignità dell’umana libertà a
rendere il cuore vero interlocutore della grazia. E così la grazia,
assolutamente e sempre gratuita, quando la libertà dice “sì” diviene veramente
efficace (non come qualcosa di automatico che si impone all’uomo);
non annulla la libertà ma la chiama al coinvolgimento e in tal modo
la esalta. Commenta in proposito il padre Trapè: «Nella stessa
controversia pelagiana, poi, la sua cura costante fu quella di affermare
sia la libertà dell’uomo sia la necessità della grazia
[...] ebbe cura altresì di raccomandare, senza stancarsi, di
mantenere ferme le due verità (senza la prima si sovverte tutta la
vita umana, senza la seconda tutta la vita cristiana), anche quando non si
comprenda come possano stare insieme. Si ha torto quando si sostiene che
Agostino abbia sacrificato la libertà per difendere la grazia. La
grazia, scrive con forza il Dottore della grazia, aiuta la volontà
perché non venga meno di fronte alle debolezze della sua natura, non
la toglie [...]. “Il libero arbitrio non viene tolto perché
viene aiutato, ma viene aiutato, appunto, perché non viene
tolto” (Ep.
157, 10)»8.
Sintesi stupenda di questa posizione è la
notissima espressione di Agostino contenuta nel Sermo 169, 11, 13: «Chi ha creato te senza di te, non ti
giustifica senza di te: ha creato chi non sapeva, non giustifica chi non
vuole». Sulla scia di questa tradizione Dante, con l’acutezza
propria del genio letterario, afferma con decisione: «Lo maggior don
che Dio per sua larghezza / fesse creando, e a la sua bontate / più
conformato, e quel ch’ e’ più apprezza / fu de la
volontà la libertate»9. E il Concilio di Trento riprenderà questo pensiero
con quella geniale formula, espressione dell’equilibrio del
cattolicesimo, che per descrivere il dinamismo della libertà sempre
mossa dalla grazia redentrice parla di un cooperare
assentendo: «Si
quis dixerit liberum hominis arbitrium a Deo motum et excitatum nihil
cooperari assentiendo Deo excitanti atque vocanti quo ad obtinendam
iustificationis gratiam se disponat ac praeparet, neque posse dissentire,
si velit, sed velut inanime quoddam nihil omnino agere mereque passive se
habere: anathema sit»10.
Il cuore, quindi, è chiamato a volere
liberamente quella beatitudine che può essere solo frutto del dono
della grazia. Quali sono le espressioni privilegiate di questo suo volere
libero nei confronti della grazia? Il desiderio e l’accoglienza grata
del dono. Infatti «chi domanda la salvezza si salva: chi la domanda,
chi la desidera. E una cosa così vale per ogni uomo. Solo il Mistero
conosce il cuore dell’uomo. Basta un istante di desiderio»11.
Il “lavoro” della libertà
Le parole di Agostino, che abbiamo ripercorso insieme,
hanno qualcosa da insegnare a noi uomini e donne del nostro tempo, assetati
di felicità e di libertà?
Non possiamo negare, infatti, che il dominio della
tecnoscienza sulla nostra esistenza personale e sociale è divenuto
assai rilevante nelle democrazie avanzate, soprattutto
dell’Occidente. La tecnoscienza sembra sostituire nella
mentalità corrente le religioni o le filosofie nel dirci che
cos’è la vita nella sua origine, nel suo svolgimento e nel suo
termine. A ben vedere il fenomeno stesso della globalizzazione è
strettamente dipendente dal fatto che l’Occidente sta imponendo a
tutto il mondo una concezione della felicità come puro
prodotto progressivo della tecnoscienza.
Sembra, a prima vista, che la cultura contemporanea
neghi tutto l’insegnamento di Agostino contenuto
nell’affermazione di Evodio da cui siamo partiti: «Se fosse in
mio potere esser felice, già lo sarei di certo; lo voglio anche ora
e non lo sono perché non io ma egli mi rende felice». Ora, la
tecnoscienza sembra dare all’uomo il potere
di essere felice. Non solo di volere la felicità ma di poterla realizzare da sé stesso, direttamente, senza in
alcun modo riceverla come un dono.
Si esprime così la pretesa di una libertà incondizionata. Una
libertà che ha in suo potere tutto: “posso, perciò
devo”, questo è l’imperativo categorico della
tecnoscienza.
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 | | Don Giacomo Tantardini e il cardinale Angelo Scola | | |
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Forse già Cartesio aveva individuato la
giustificazione storico-culturale del potere del sapere scientifico: la
promessa di rendere l’uomo maestro e padrone della natura («maître et possesseur de la nature»). Il
potere del sapere scientifico si documenta, da una parte, nel suo universalismo teorico e pratico
(in antitesi alla molteplicità e conflittualità delle
religioni), dall’altra nell’enorme incremento
di possibilità che la scienza, attraverso
la tecnica, mette a
disposizione del mondo. Così la tecnoscienza incentiva di fatto la
rinuncia della ragione a porre le domande sui fondamenti (“Ed io che
sono? Chi alla fine mi assicura, oltre la morte, col suo amore?”). E
sospinge la libertà a impegnarsi quasi esclusivamente nelle
realizzazioni affidate a un tecnicismo sempre più potente e
perciò alla fine sempre più autogiustificantesi.
Si intravede qui una forma postmoderna di utopia non
priva di pesanti conseguenze a livello sociale. Infatti tutto ciò
che non rientra nell’ottica di questa sorta di “universalismo scientifico”
viene tutt’al più relegato in una specie di riserva indiana,
che non può aspirare ad assumere rilevanza pubblica universale.
Cosa opporre a questa mentalità? Non certo il
lamento e la ossessiva ricerca del colpevole. La fede intesa come risposta
umanamente compiuta. La fede viva che testimonia la verità, la
bellezza e la bontà del dono gratuito dell’incontro con
Cristo. La strada dell’incontro tra il cuore e la grazia. Tra la
capacità di volere, che non viene mai meno, e il dono che compie il desiderio di felicità. E non
è un caso se ancora oggi, dopo la Bibbia, le confessioni di Agostino
sono l’opera più stampata nel mondo.
Don Giussani, da cui le “letture”
agostiniane di don Giacomo si alimentano, in un commento al brano
evangelico del giovane ricco, identifica la via maestra per parlare
all’uomo di oggi descrivendo qual è il compito della
libertà nell’incontro con la grazia: «Pensate al giovane
ricco – che si apre la strada tra la gente e sta con la bocca aperta
a sentire Gesù – e a Gesù che lo guarda. Allora lui gli
dice: “Maestro buono, come devo fare per entrare in quel che tu
chiami il Regno dei cieli, nella verità della realtà, nella
verità dell’essere?”. E Gesù lo fissò e
gli disse: “Osserva i comandamenti”. “Ma io li ho sempre
osservati”. E “Gesù, fissatolo, lo amò”
– avendolo guardato, lo amò –: “Ti manca una cosa
sola: vieni sino in fondo”. È il lavoro, gli ha dato una
proposta di lavoro: che diventasse lavoro la gratuità da cui era
stato sommerso […] il valore della vita, della mia vita, è la
Tua opera, questo è un lavoro. Si chiama lavoro la pertinenza della
libertà alla possibilità che l’Essere fa
balenare»12.
Ma dove imparare una simile fede? Occorre che gli
uomini e le donne del nostro tempo – là dove si trovano ad
amare e a lavorare, cioè nella loro vita reale – si incontrino
concretamente con comunità cristiane in cui sia praticabile
l’esperienza di volere quel dono (la grazia) che compie il desiderio.
Comunità che propongano alla libertà smarrita e assetata
dell’uomo postmoderno la convenienza del vivere tutti i misteri
cristiani fin nelle loro quotidiane implicazioni personali e sociali.
Comunità in cui il dono vivente e personale del Crocifisso risorto
(grazia) sia, come diceva von Balthasar, come una ferita feconda che
nessuna pretesa umana possa illudersi di saper guarire.
Comunità cristiane formate da uomini e donne al lavoro, come dice Giussani. Che
vogliono vivere
la gratuità da cui sono sorpresi. Comunità dove la singola
persona possa, in piena libertà, far l’esperienza di come la
volontà si compia assai di più nell’accoglienza del
dono che nella pretesa della conquista.
Note
1 Benedetto
XVI, Omelia nella celebrazione eucaristica, presso Orti dell’Almo
Collegio Borromeo, Pavia, 22 aprile 2007.
2 G. Tantardini, Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e
corrispondenza, Città Nuova, Roma 2006,
pp. 343-344.
3 Cfr. D.
Gentili, Introduzione,
in Dialoghi II. Opere di Sant’Agostino III/2, Città Nuova, Roma 1976, pp. 137-151.
4 Cfr. Epistolae 31, 4.7.
5 G. Madec, Saint Augustin et la philosophie. Notes critiques, Paris 1996, p. 61.
6 G. Tantardini, op. cit., p. 47.
7 A.
Trapè, Introduzione generale a
sant’Agostino, Città Nuova, Roma
2006, pp. 112-113.
8 Ibid., p. 113.
9 Paradiso V, 19-22.
10 Concilio di
Trento, decreto De iustificatione (13 gennaio 1547), can. 4: «Se qualcuno dice che
il libero arbitrio dell’uomo, mosso e stimolato da Dio, non coopera
in nessun modo esprimendo il proprio assenso a Dio, che lo muove e lo
prepara ad ottenere la grazia della giustificazione; e che egli, se lo
vuole, non può rifiutare il suo consenso, ma come cosa inanimata
resta assolutamente inerte e gioca un ruolo del tutto passivo: sia
anatema».
11 G. Tantardini,
op. cit., p. 208.
12 L. Giussani, Affezione e dimora, Bur, Milano
2001, p. 272.

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