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Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza
di don Giacomo Tantardini
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 | | Don Giacomo Tantardini e il cardinale Angelo Scola | | |
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Il mio intervento desidera essere solo un
ringraziamento. Innanzitutto a sua eminenza il cardinale Angelo Scola. Come
sua eminenza ha ricordato, ci conosciamo e siamo amici da tanti anni. Poi
un grazie al magnifico rettore, che ha ospitato con liberalità e
cordialità questi incontri in tutti questi anni. Infine al dottor
Calogero, cui mi lega stima e, mi permetto dire, un’amicizia
così gratuita.
Vorrei ringraziare leggendo un brano di
sant’Agostino. Le ultime parole di sua eminenza mi hanno suggerito di
leggere anche un brano di sant’Ambrogio. Il brano di Agostino lo
propongo per un motivo molto contingente. Questa mattina ho letto il titolo
e i sommari di un articolo di Barbara Spinelli su La
Stampa di Torino1. In uno di questi sommari
si dice che la vita buona nasce da un incontro, com’è evidente
in Zaccheo, nell’incontro di Gesù con Zaccheo. Così
leggo alcune frasi del commento di Agostino all’incontro di
Gesù con Zaccheo2. Tra le spiegazioni del Vangelo così immaginative di
don Giussani, come accennava sua eminenza, forse quella che più
colpì tanti universitari fu quando Giussani raccontò
l’incontro di Gesù con Zaccheo3.
Dopo aver ricordato, citando san Paolo, che il Figlio
dell’uomo è venuto per salvare i peccatori (1Tm
1, 15) («si homo
non periisset, Filius hominis non venisset»), sant’Agostino dice: «Non ti
insuperbire, sii come Zaccheo, sii piccolo. Ma mi dirai: se sarò
come Zaccheo non potrò vedere Gesù a causa della folla. Non
essere triste: sali sul legno dove per te Gesù fu crocifisso e
vedrai Gesù». Nei discorsi di Agostino su san Giovanni, uno
dei brani più belli, anche immaginativamente, è quello in cui
dice che per attraversare il mare della vita verso la vita beata, verso la
felicità piena e perfetta, per attraversare questo mare basta
lasciarsi portare dal legno della Sua umiltà, basta lasciarsi
portare dall’umanità di Gesù4.
Continua Agostino: «Iam
vide Zacchaeum meum, vide illum, / Guarda il mio
Zaccheo, guardalo». Così si legge il Vangelo, così si
immagina il Vangelo.
Poi Agostino descrive come un dialogo tra la folla e
Zaccheo, tra la folla, che per Agostino rappresenta la gente superba che
impedisce di vedere Gesù, e Zaccheo, che rappresenta invece
l’umile che vuole guardare Gesù.
La folla infatti dice a Zaccheo «cioè agli
umili, a coloro che camminano nella via dell’umiltà, che
lasciano a Dio le ingiurie che ricevono, che non cercano loro la vendetta
nei confronti dei nemici, la folla insulta e dice: sei uno che non ha
difesa, non sei in grado di vendicarti da te. La folla impedisce che
Gesù sia visto. La folla si gloria» cioè cerca in
sé stessa la propria consistenza. Questo è il primo peccato
– scrive in una lettera sant’Agostino – cercare in
sé stessi la propria consistenza5, o, per riprendere le parole di sua eminenza, cercare di
costruire da noi la nostra felicità. «La folla impedisce che
Gesù sia visto. La folla che si gloria e gode di potersi vendicare
impedisce che sia riconosciuto Colui che in croce ha detto: “Padre,
perdona loro, perché non sanno quello che fanno”».
Riprende Zaccheo: «Penso che tu prenda in giro il
sicomoro». Infatti secondo Agostino il termine «sicomoro»
significa «albero dei fichi fasulli», ossia un albero che non
conta nulla, un albero senza alcun valore. «Penso che tu prenda in
giro il sicomoro. Tu prendi in giro questo albero, ma è proprio
questo albero che mi ha fatto vedere Gesù».
Agostino termina con parole secondo me definitive:
«Et vidit Dominus ipsum Zacchaeum. / E il Signore guardò proprio Zaccheo. / Visus est, et vidit / Fu guardato
e allora vide». Lo avrebbe visto passare anche se Gesù non
avesse alzato gli occhi, ma non sarebbe stato un incontro. Avrebbe magari
soddisfatto quel minimo di curiosità buona per cui era salito
sull’albero, ma non sarebbe stato un incontro: «sed nisi visus esset, non videret /
se non fosse stato guardato, non Lo avrebbe visto. /
[...] Ut videremus, visi sumus; / per poter vedere, dobbiamo essere guardati; / ut diligeremus, dilecti sumus /
per poter amare, dobbiamo essere amati». Agostino conclude dicendo:
«Deus meus, misericordia eius praeveniet
me. / O mio Dio la tua misericordia mi
preverrà, sempre verrà prima».
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 | | Sant’Agostino, affresco del VI secolo, Laterano, Roma | | |
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Ora vi leggo un brano di sant’Ambrogio. Ambrogio
sta suggerendo che cosa significa porre la speranza nella parola del
Signore6.
Lo leggo perché queste parole mi aiutano nella preghiera. Agostino
dice che per la città di Dio, pellegrina in questo tempo, in questa
mortalità, «porre la speranza nella preghiera è totum atque summum negotium /
l’attività, il lavoro [così riprendo la parola di
Giussani], il lavoro totalizzante e sommo». E Agostino, quando dice
questo nel De civitate Dei7, parla della città
di Dio resa presente anche da un solo uomo, un solo uomo in un grande
ambiente di persone che non riconoscono per grazia Gesù. Per la
città di Dio resa presente anche da un solo uomo, il negotium (la parola negotium è molto
interessante perché indica proprio il lavoro,
l’attività), il lavoro totalizzante e sommo è porre la
speranza nel domandare.
Dice Ambrogio: «Adiutor
meus et susceptor meus, / Tu sei il mio aiuto e
il mio sostegno. Tu mi aiuti con la legge, tu mi prendi in braccio con la
grazia. Quelli che ha aiutato con la legge, li ha portati nella sua carne,
perché è stato scritto: “Questi [Gesù] prende su
di sé i nostri peccati” e per questo [perché mi porta
la Sua grazia] spero nella sua parola».
Ma sono le frasi che vengono ora quelle che aiutano la
mia povera preghiera. «È veramente bello che dica: “Ho
sperato nella tua parola”. Cioè: non ho sperato nei profeti
[cosa buona sono i profeti, ma non ho sperato nei profeti]. Non ho sperato
nella legge [cosa buona sono i dieci comandamenti di Dio, ma non ho sperato
nella legge]. / In verbum tuum speravi, / ho sperato nella tua parola, / hoc
est in adventum tuum /
cioè nella tua venuta». Ho sperato nella tua parola,
cioè nella tua venuta. Perché il bambino non spera
astrattamente nella mamma, il bambino spera che la mamma venga a lui
vicino.
«In verbum tuum
speravi, hoc est in adventum tuum, ut venias, / che tu venga, / et suscipias peccatores / e
prenda in braccio noi peccatori, e ci perdoni i peccati e metta sulle tue
spalle, cioè sulla tua croce, questa pecorella affaticata».
Grazie a tutti.
Note
1 Cfr. B.
Spinelli, Il grande inverno della Chiesa, in La Stampa, 27 novembre 2007, pp. 10-11.
2 Agostino, Sermones 174, 2, 2-4, 4.
3 Cfr. L.
Giussani, «Come per Zaccheo. La grazia di un incontro» (agosto
1985), in Un avvenimento di vita, cioè
una storia (introduzione del cardinale Joseph
Ratzinger), Edit-Il Sabato, Roma 1993, pp. 187-206.
4 Cfr. Agostino, In Evangelium Ioannis II, 4.
5 Cfr. Agostino, Epistolae 118, 3, 15.
6Ambrogio, Enarrationes in psalmos 118,
XV, 23-25.
7 Agostino, De civitate Dei XV, 21.

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