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ET RESURREXIT TERTIA DIE SECUNDUM SCRIPTURAS
«La risurrezione fisica di Gesù Cristo»
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Discorso di Paolo VI ai partecipanti al Simposio sul mistero della risurrezione di Gesù, sabato, 4 aprile 1970 |
Paolo VI al Simposio sulla risurrezione di Gesù nel 1970
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 | | Paolo VI in preghiera al Santo Sepolcro | | |
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Gentili signori,
siamo molto colpiti per le parole piene di affetto e
fiducia che il reverendo padre Dhanis ci ha rivolto a nome vostro, e
ringraziamo il Signore che ci dona questo incontro con specialisti
altamente qualificati nel campo dell’esegesi, della teologia e della
filosofia venuti a condividere fraternamente le loro ricerche sul mistero
della risurrezione di Cristo. Sì, davvero ci rallegriamo molto per
questo Symposium, favorito dall’amabile ospitalità
dell’istituto San Domenico sulla via Cassia e ci felicitiamo con i
responsabili e tutti i partecipanti che cordialmente accogliamo qui, felici
di esprimere loro, unitamente alla nostra profonda stima, la nostra
particolare benevolenza e il nostro più vivo incoraggiamento.
Per venire incontro alle vostre attese, vorremmo in
tutta semplicità offrirvi alcuni pensieri che ci suggerisce questo
fondamentale tema della risurrezione di Gesù, da voi felicemente
scelto come oggetto dei vostri lavori.
1. C’è bisogno forse, tanto per
cominciare, di farvi presente l’importanza basilare che Noi
attribuiamo a questo studio, al pari di tutti i nostri figli e fratelli
cristiani, e, oseremmo dire, ancor più di tutti loro, dato il posto
in cui il Signore ci ha collocato in seno alla sua Chiesa, quale testimone
e custode privilegiato della fede? Voi ne siete fin troppo convinti!
La storia evangelica non è forse tutta centrata sulla Risurrezione:
senza di essa, che cosa sarebbero gli stessi Vangeli, i quali annunciano la
Buona Novella del Signore Gesù? Non si trova forse in essa la fonte
di tutta la predicazione cristiana, a cominciare dal primo kerygma, che nasce proprio dalla testimonianza della Risurrezione
(cfr. At 2, 32)?
Non è forse il perno di tutta
l’epistemologia della fede, senza del quale essa perderebbe la sua
consistenza, secondo le parole stesse dell’apostolo san Paolo:
«Ma se Cristo non è risorto, allora […] è vana la
nostra fede» (cfr. 1Cor 15, 14)?
Non è forse solo la risurrezione di Gesù
a conferire senso a tutta la liturgia, alle nostre “Eucaristie”, coll’assicurare
la presenza del Risorto che noi celebriamo nell’azione di grazie:
«Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua risurrezione,
nell’attesa della tua venuta» (Anamnesi)?
Sì, tutta la speranza cristiana si fonda sulla
risurrezione di Cristo, sulla quale si “àncora” la
nostra stessa risurrezione con lui. Anzi, siamo fin d’ora risorti con
lui (cfr. Col 3,
1): tutta la stoffa della nostra vita cristiana è intessuta di
questa incrollabile certezza e di questa realtà nascosta, con la
gioia e il dinamismo che ne derivano.
2. Inoltre, non è forse stupefacente che un
siffatto mistero, tanto fondamentale per la nostra fede, così
prodigioso per la nostra intelligenza, abbia sempre suscitato, insieme
all’interesse appassionato degli esegeti, varie forme di
contestazione in tutto il corso della storia? Fenomeno che già si
manifestò quando ancora era in vita l’evangelista Giovanni, il
quale ritenne necessario precisare che l’incredulo Tommaso era stato
invitato a toccare con le proprie mani i segni dei chiodi e il costato
ferito del Verbo della vita risorto (cfr. Gv 20, 24-29).
Come non ricordare, da quel momento in poi, i
tentativi, di una gnosi sempre rinascente sotto molteplici forme, di
penetrare questo mistero con ogni risorsa dello spirito umano e cercare di
ridurlo alle dimensioni di categorie meramente umane? Tentazione ben
comprensibile, certo, e senz’altro inevitabile, ma di cui una
temibile china tende a svuotare impercettibilmente tutte le ricchezze e la
portata di quello che è innanzitutto un fatto: la risurrezione del
Salvatore.
Ancora oggi – e non è certo a voi che Noi
dobbiamo ricordarlo – vediamo questa tendenza manifestare le sue
ultime drammatiche conseguenze giungendo a negare, da parte di fedeli che
si dicono cristiani, il valore storico delle testimonianze ispirate o,
più recentemente, interpretando in modo puramente mitico, spirituale
o morale, la risurrezione fisica di Gesù. Come non avvertire
nettamente l’effetto distruttivo in tanti fedeli di queste
discussioni deleterie? Ma – Noi lo proclamiamo con forza –
è senza timore che consideriamo tutto questo, perché, oggi
come ieri, la testimonianza «degli Undici e dei loro compagni»
è in grado, con la grazia dello Spirito Santo, di suscitare la vera
fede: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a
Simone» (Lc 24,
34-35).
3. È con questi sentimenti che Noi seguiamo con
grande rispetto il lavoro ermeneutico ed esegetico che uomini di scienza
qualificati come voi svolgono su questo tema fondamentale. Questo
atteggiamento è conforme ai principi e alle norme che la Chiesa
cattolica ha stabilito per gli studi biblici; basti qui ricordare le ben
note encicliche dei nostri predecessori, la Providentissimus
Deus, di Leone XIII, del 1893, e la Divino afflante Spiritu di Pio
XII, del 1943, oltre alla recente costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II: non
solo vi si trova riconosciuta la giusta libertà di ricerca, ma vi si
raccomanda anche lo sforzo necessario di adattare lo studio della Sacra
Scrittura alle esigenze d’oggi e di «comprendere in maniera
esatta ciò che l’autore sacro ha voluto affermare» (cfr.
Dei Verbum, n. 12).
Questa prospettiva suscita l’attenzione del mondo
della cultura ed è fonte di nuovi arricchimenti per gli studi
biblici. Noi siamo felici che sia così. Come sempre la Chiesa si
mostra custode gelosa della rivelazione scritta; e oggi si mostra animata
da una preoccupazione realistica: conoscere tutto e ponderare tutto con
discernimento, interpretando in modo critico il testo biblico. In tal modo
la Chiesa, mentre si dota dei mezzi per conoscere il pensiero altrui, cerca
di verificare quanto le è proprio e di offrire occasioni di incontri
franchi e confortanti a tanti spiriti retti in ricerca. Anzi, la Chiesa
stessa incontra le difficoltà inerenti all’esegesi di testi
dubbi e difficili, e sperimenta l’utilità di opinioni diverse.
Già sant’Agostino osservava: «Utile est autem ut de
obscuritatibus divinarum Scripturarum, quas exercitationis nostrae causa
Deus esse voluit, multae inveniantur sententiae, cum aliud alii videtur,
quae tamen omnes sanae fidei doctrinaeque concordent» (Ep. ad Paulinum 149, 3, 34: PL 33, 644) [È utile
d’altronde che a proposito di passi oscuri delle Sacre Scritture,
permessi da Dio affinché fossimo indotti a esercitarci nella
ricerca, s’incontrino molte sentenze, purché la divergenza
delle interpretazioni non sia in contrasto con la sana dottrina della
fede].
E la Chiesa esorta, sempre sotto la guida di
sant’Agostino, a cercare le soluzioni attraverso lo studio unito alla
preghiera: «Non solum admonendi sunt studiosi venerabilium
Litterarum, ut in Scripturis sanctis genera locutionum sciant
[…], verum etiam, quod est praecipuum et maxime necessarium, orent ut intelligant»
(De doctrina christiana III, 37, 56:
PL 34, 89).
[Quanto agli studiosi dei testi sacri, non solo
li si deve spingere a conoscere i generi letterari in uso nelle Sacre
Scritture […] ma anche, e ciò è la cosa principale e
più necessaria, a pregare per comprendere].
4. Ma torniamo al tema che è l’oggetto del
vostro Symposium. Ci sembra che l’insieme delle analisi e delle
riflessioni giunga a confermare, con l’aiuto di nuove ricerche, la
dottrina che la Chiesa riconosce e professa per quanto concerne il mistero
della Risurrezione. Come notava con finezza e delicatezza il compianto
Romano Guardini in una acuta meditazione di fede, i racconti evangelici
sottolineano «spesso e con forza che Cristo risorto è diverso
da come era prima della Pasqua e dagli altri uomini. La sua natura, nei
racconti, ha qualcosa di strano. Il suo avvicinarsi sconvolge, riempie di
spavento. Mentre in precedenza “veniva” e “andava”,
ora si dice che “appariva” “all’improvviso”,
accanto ai viandanti, che “spariva”» (cfr. Mc 16, 9-14; Lc 24, 31-36). Le barriere corporee non
esistono più per lui. Non è più legato alle frontiere
dello spazio e del tempo. Si muove con una libertà nuova,
sconosciuta sulla terra, ma allo stesso tempo viene affermato con forza che
Egli è Gesù di Nazareth, in carne e ossa, quello che ha
vissuto precedentemente con i suoi, e non un fantasma». Sì,
«il Signore è trasformato. Egli vive in un modo diverso da
prima. La sua esistenza presente è per noi incomprensibile. Eppure
è corporea, contiene Gesù tutto intero [...] anzi, attraverso
le sue piaghe, contiene tutta la sua vita vissuta, la sorte che egli ha
subito, la sua passione e la sua morte». Non si tratta dunque
soltanto della sopravvivenza gloriosa del suo io. Siamo in presenza di una
realtà profonda e complessa, di una vita nuova, pienamente umana:
«La penetrazione, la trasformazione di tutta la vita, compreso il
corpo, per la presenza dello Spirito Santo […] Noi realizziamo questo
cambiamento d’asse che si chiama fede e che, invece di pensare Cristo
in funzione del mondo, fa sì che si pensi il mondo e tutte le cose
in funzione di Cristo […] La Risurrezione sviluppa un germe da sempre
presente in lui». Sì, diremo con Romano Guardini: «La
Risurrezione e la trasfigurazione ci sono necessarie per comprendere
veramente cos’è il corpo umano […] in realtà,
soltanto il cristianesimo ha osato porre il corpo nelle profondità
più recondite di Dio» (R. Guardini, Le Seigneur, trad. R. P. Lorson, vol.
II, Alsatia, Paris 1945, pp. 119-126).
Davanti a questo mistero siamo tutti presi
dall’ammirazione e colmi di stupore, proprio come davanti ai misteri
dell’Incarnazione e della nascita verginale (cfr. san Gregorio Magno,
Hom. 26 in Ev., lettura del breviario della
Domenica in Albis). Lasciamoci quindi introdurre, con gli apostoli, nella
fede in Cristo risorto che solo può darci la salvezza (cfr. At 4, 12). E siamo anche pieni di fiducia, nella sicurezza della
Tradizione che la Chiesa garantisce con il suo magistero, la Chiesa che
incoraggia lo studio scientifico e al tempo stesso continua a proclamare la
fede degli apostoli.
Cari signori, queste poche semplici parole al termine
dei vostri dotti lavori non volevano peraltro che incoraggiarvi a
proseguirli in questa stessa fede, senza mai perdere di vista il servizio
al popolo di Dio, completamente rigenerato «mediante la risurrezione
di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1Pt 1, 3). E noi, a nome di colui «che è morto ed è tornato
alla vita», questo «testimone fedele e il primogenito dei
morti» (Ap 2,
8; 1, 5), vi impartiamo di tutto cuore, come pegno di copiose grazie
per la fecondità delle vostre ricerche, la nostra apostolica
benedizione.

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