|
«La cosa principale e più necessaria è pregare per comprendere»
|
La preghiera e una lettura alla luce del Credo degli apostoli sono, per sant’Agostino, i due grandi criteri per comprendere la Sacra Scrittura. Intervista con Nello Cipriani |
Intervista con Nello Cipriani di Lorenzo Cappelletti
 |
 | | Alcuni particolari delle formelle dell’Arca marmorea di Sant’Agostino, costruita nel XIV secolo sull’altare sotto il quale sono custodite le reliquie del santo, Basilica di San Pietro in Ciel d’oro, Pavia; il dialogo di Agostino
con san Simpliciano; sulla destra,
la conversione: su suggerimento
di un angelo, Agostino legge le Lettere
di san Paolo
| | |
 |
 |
Il motivo che ci porta a
dialogare con padre Cipriani, nel suo studio all’Augustinianum di
fianco al colonnato di San Pietro, è il tema del Sinodo dei vescovi
attualmente in svolgimento oltre il colonnato: “La Parola di Dio
nella vita e nella missione della Chiesa”.
Come sempre troviamo padre Cipriani al lavoro,
impegnato in ricerche, da tempo in atto, non solo tese a smentire che
l’impronta neoplatonica resti dominante in sant’Agostino anche
dopo la conversione (così la pensano in molti), ma addirittura in
grado di dimostrare come egli usi, a volte, una precisa terminologia
aristotelica mutuata attraverso Varrone e altri autori. In questo
rivolgersi a una tradizione filosofica non univoca, ma eclettica, ci dice
padre Cipriani, Agostino era guidato proprio dal sensus fidei acquisito con la
conversione.
Ci dispiace distogliere padre Cipriani dal suo lavoro,
ma la sua squisita disponibilità ci toglie dall’imbarazzo.
Qual è fondamentalmente l’atteggiamento di
sant’Agostino rispetto alla Sacra Scrittura?
NELLO CIPRIANI: Sant’Agostino aveva
un’altissima considerazione della Sacra Scrittura, la considerava una
lettera di Dio inviata agli uomini perché possano conoscere la via
della salvezza. Pensava fosse un vero e grande dono di Dio fatto agli
uomini e, in quanto dono di Dio, ispirata dallo Spirito Santo, tanto da
poter insegnare ciò che è necessario per la salvezza senza
ombra di errore. Proprio per la sua natura di dono riteneva indispensabile,
per leggere e comprendere la Sacra Scrittura, una giusta disposizione
interiore: in altre parole, riteneva necessaria la preghiera. Per gli
studiosi non meno che per gli altri. Scrive nel De
doctrina christiana: «Bisogna esortare chi
si applica alla Sacre Lettere non solo a saper riconoscere i diversi generi
letterari nelle Scritture, ma anche – ed è la cosa principale
e più necessaria – a pregare per comprendere (praecipue et maxime orent ut intelligant)» (III, 37, 56). Capire la Scrittura non è soltanto
l’esito di uno studio scientifico, come in altre arti, ma consegue
innanzitutto dal mettersi davanti alla Parola di Dio con docilità,
con umiltà e, ripeto, nell’atteggiamento di chi supplica, di
chi invoca. Scrive nelle Confessioni: «Davvero non conosciamo altri libri che stronchino
tanto bene la superbia, che stronchino tanto bene l’avversario che si
difende restio a riconciliarsi con Te perché difende i suoi peccati.
Non conosco, Signore, non conosco altre espressioni così pure e
capaci d’indurmi alla confessione, capaci di piegare la mia cervice
al tuo giogo e di sollecitarmi a un culto disinteressato. Fa’ che le
capisca, Padre buono; concedimelo visto che mi sono sottomesso a Te,
perché Tu le hai rese roccia (solidasti) per coloro che si sottomettono a Te» (XIII, 15, 17).
Agostino ha cominciato a conoscere il cristianesimo
attraverso la Scrittura o, al contrario, ha via via imparato a conoscere la
Scrittura dopo la conversione?
CIPRIANI: La prima volta che Agostino si rivolse alla
Sacra Scrittura fu in seguito alla lettura giovanile del dialogo
ciceroniano Hortensius. Questo libro che andava alla ricerca della sapienza lo aveva
entusiasmato e Agostino associò immediatamente la ricerca della
sapienza a Cristo, il cui nome, dice nelle Confessioni, aveva succhiato da piccolo con il latte materno. Ma insieme
al nome di Cristo si ricordò delle Sacre Scritture. È segno
che Agostino dalla madre aveva ricevuto non soltanto l’amore per il
nome di Cristo, ma anche per le Sacre Scritture. Aveva già ricevuto,
come può riceverla un bambino, naturalmente, un’educazione con
questa apertura a Cristo e alla Scrittura.
Già aveva anche un certo presentimento del
compimento della Scrittura in Cristo?
CIPRIANI: Sant’Agostino dice spesso nelle opere
della sua maturità che tutta la Sacra Scrittura parla di Cristo,
l’Antico Testamento come il Nuovo. «Tutta la nostra attenzione,
quando ascoltiamo un salmo, un profeta, la Legge […] è a
vedervi Cristo, a riconoscervi Cristo» (Enarrationes
in psalmos 98, 1). Tutta la Scrittura
è Parola di Dio, Parola che si è fatta carne in Cristo.
È nella piena maturità che, per Agostino, Parola di Dio e
Cristo diventano indissolubili. Questa idea non era così evoluta al
tempo della prima giovinezza, ma una associazione stretta già la
faceva.
In questa evoluzione del rapporto con la Sacra
Scrittura che cambiamento introduce la sua ordinazione sacerdotale e poi
episcopale?
CIPRIANI: La Sacra Scrittura ebbe già un ruolo
decisivo nella sua conversione. Soprattutto la lettura di Paolo gli
rivelò «quella carità che edifica sul fondamento
dell’umiltà, cioè Gesù Cristo» (Confessioni VII, 20, 26). Ma per
tutto il tempo in cui rimase laico, in tutti i Dialoghi che scrisse negli anni prima del 393/394, Agostino non si
applicò mai in modo approfondito e critico alla Scrittura. Voleva
fare una filosofia cristiana che si facesse sì guidare e illuminare
dalla fede cristiana, ma che risolvesse i suoi problemi sul piano della
razionalità: all’epoca era in dialogo, sempre sul piano della
pura razionalità, soprattutto con i filosofi antichi; la Sacra
Scrittura rimaneva completamente ai margini. Quasi mai nei Dialoghi si appella
all’autorità della Scrittura per provare una sua tesi. Invece,
con l’ordinazione sacerdotale, Agostino comprese che era diventato dispensator Verbi et sacramenti e
quindi sentì subito il bisogno di approfondire tutto il contenuto
della Scrittura per poter insegnare ai fedeli la via cristiana. Proprio per
questo motivo chiese al suo vescovo un breve periodo di studio in cui
maturò una nuova concezione della conoscenza perfetta di Dio. A
questa conoscenza Agostino, prima dell’ordinazione sacerdotale,
pensava di poterci arrivare immediatamente tramite la ragione illuminata
dalla fede. Con l’ordinazione capisce che un gradino insostituibile
è costituito dall’approfondimento critico della Scrittura.
Scriverà nel De civitate Dei: «Alla Scrittura che si dice canonica e che ha
autorità grandissima prestiamo fede su quelle cose che non si devono
ignorare e che d’altronde non possiamo raggiungere da noi
stessi» (XI, 3). Da quel momento la Scrittura sta al centro di tutta
la riflessione e lo studio di Agostino. Non soltanto quando scrive opere
esegetiche. Anche in tutti gli altri scritti è dalla Scrittura che
prende lo spunto, la Scrittura diventa il fondamento per dialogare con i
donatisti, con i pelagiani, con tutti. Dalla ordinazione sacerdotale
Agostino diventa un tractator divinarum
Scripturarum, cioè un commentatore della
Scrittura nel senso ampio del termine. Questa scienza, come la chiamava,
doveva servire a rafforzare la fede nei fedeli, ad approfondirla e a
difenderla da tutte le obiezioni che potevano fare i pagani, o anche dagli
errori degli eretici. È proprio sulla base della definizione della
teologia come scienza della Scrittura che san Tommaso all’inizio
della sua Summa
chiamerà sacra doctrina la teologia, citando le parole di Agostino prese dal De Trinitate. In genere si fa
risalire la distinzione fra filosofia e teologia a san Tommaso o alla
Scolastica. In realtà san Tommaso si ispirava a sant’Agostino.
 |
 |
 | | Agostino maestro a Roma e Milano | | |
 |
Quali criteri segue Agostino dal punto di vista della
interpretazione della Scrittura? C’è qualcuno a cui si ispira?
CIPRIANI: Bisogna mettere innanzitutto in rilievo che
il rispetto, la venerazione per la Scrittura, in sant’Agostino si
tramuta in un atteggiamento di preghiera di fronte a essa. Per comprendere
la Scrittura, prega Dio che lo illumini. Questo atteggiamento di
umiltà, di preghiera, di docilità è fondamentale.
Scrive nelle Enarrationes in psalmos: «Se non capisci una cosa, o capisci poco o non
penetri a fondo, onora la Scrittura di Dio, onora la Parola di Dio, anche
se non ti è chiara. Con devozione rimandane la comprensione. Non
intestardirti nell’accusare la Scrittura di oscurità o magari
di falsità. Lì non c’è nulla di falso. Se
c’è qualcosa di oscuro non è per negartelo ma
perché tu ti disponga ad accoglierlo. Quando dunque c’è
qualcosa di oscuro, è stato il Medico a farlo perché tu
bussi; lo ha voluto perché tu ti disponga a bussare» (146,
12). Poi, proprio perché Agostino è certo che la Scrittura
è Parola di Dio e parla sempre e solo di Cristo, evidenzia
l’importanza che la Scrittura sia letta alla luce della fede della
Chiesa quale è espressa nel Simbolo di fede. Parla della regula fidei come criterio
ermeneutico per leggere sia l’Antico che il Nuovo Testamento. Dopo
questo grande duplice criterio offre anche altre regole di interpretazione.
Ma vorrei subito dire che, secondo Agostino, nella Scrittura ci sono
sì tanti testi difficili (nell’Antico Testamento è
velatamente racchiuso un po’ tutto il Nuovo Testamento, Cristo e la
Chiesa: in questo senso la Scrittura è un libro difficile da
intendersi), ma riteneva pur sempre che in essa ci sono moltissimi passi
assolutamente chiari e sono proprio quelli che parlano delle verità
principali della fede cristiana, tanto che il Credo non è altro che
il frutto formulato con autorità dalla Chiesa sulla base
dell’insegnamento della Scrittura. C’è una parte di essa
insomma che non ha bisogno di grandi sforzi interpretativi. Naturalmente
metteva in risalto che bisogna leggere la Scrittura nel suo complesso: non
si può prendere un testo separandolo da tutto il resto per ricavarne
una verità in contrasto con altre affermazioni in essa contenute.
Riteneva inoltre che, per leggere con frutto la Scrittura, bisogna servirsi
delle conoscenze di tutte le scienze, anche quelle del mondo fisico, del
mondo vegetale e animale. E più in generale ricorrere a tutti gli
strumenti scientifici che la cultura del suo tempo consentiva. Penso che
per Agostino, aperto a tutti gli apporti, a tutti contributi della cultura
del suo tempo, non sarebbe stato difficile accettare il metodo
storico-critico. Agostino anche da un donatista come Ticonio, ad esempio,
non ha nessuna difficoltà ad accogliere alcune indicazioni
metodologiche per l’esegesi della Scrittura, magari criticandone
qualche aspetto.
Ci sono analogie col nostro tempo. Il metodo
storico-critico non nasce in ambito cattolico.
CIPRIANI: C’è ancora un aspetto che vorrei
sottolineare, perché mi sembra particolarmente attuale.
Sant’Agostino nel periodo in cui era stato manicheo aveva potuto
constatare l’assurdità della pretesa dei libri manichei di
spiegare tutti i fenomeni naturali, anche quelli astronomici delle fasi
lunari, delle eclissi della luna, del sole e altri, ricorrendo al mito
della lotta del bene e del male. Si accorse che queste pretese spiegazioni
non solo non spiegavano tutto, ma erano in contraddizione con le
spiegazioni molto più serie e documentate degli scienziati antichi,
i filosofi naturalisti che Agostino aveva letto. Proprio questa esperienza
negativa fu uno dei motivi per cui abbandonò il manicheismo. Si
accorse che il manicheismo, che gli aveva promesso di condurlo alla
verità senza la sottomissione della fede, lo aveva ingannato,
perché gli aveva fatto credere tante favole irragionevoli. Ecco,
quando incominciò a leggere e a spiegare la Scrittura, soprattutto
la Genesi, si ricordò di questa lezione e giunse a delle
affermazioni che sono state utilissime a Galileo quando volle presentare le
sue teorie, le sue scoperte come non contrarie alla fede cristiana.
Agostino diceva in sostanza che la Scrittura non ha preteso insegnare agli
uomini come è fatto il mondo, non vuole sostituirsi alla scienza. La
Scrittura ci vuole insegnare la via della salvezza, ciò che è
necessario per vivere rettamente e salvarsi. Quando la Scrittura parla del
cielo, della terra, della creazione non la si deve leggere come se volesse
sostituirsi alla scienza. Mi sembra una lezione molto importante. Sarebbe
stato utilissimo, nel Seicento, che i teologi o coloro che condannarono
Galileo avessero tenuto presente questa lezione. Ma è utile anche
per noi oggi che versiamo ancora in questa crisi tra scienza e Scrittura,
tra scienza e fede, a proposito per esempio della teoria
dell’evoluzione. Io credo che Agostino assumerebbe un atteggiamento
di dialogo, non di rifiuto aprioristico di questa teoria.

|