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«È semplice la strada che porta al Signore»
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Don Andrea Ghetti, prete scout nella Milano del dopoguerra e della contestazione, ripeteva spesso questa frase ai suoi ragazzi. È stato una delle figure più importanti dello scoutismo italiano. Innovativo e insieme fedele alla tradizione |
di Giuseppe Frangi
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 | | Don Ghetti in un campo scout | | |
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Il giorno più
importante della vita di don Andrea Ghetti, detto Baden, fu quel 16 agosto
1964. A Castel Gandolfo, il “suo” papa, Paolo VI aveva ricevuto
i ragazzi dell’Asci, l’organizzazione degli scout
italiani. L’occasione era il ventennale della ricostituzione, dopo
l’abrogazione, imposta dal fascismo, dell’associazione. Ma il
Papa, che da arcivescovo di Milano aveva seguito e sostenuto il lavoro
infaticabile di don Ghetti, affidandogli una delle parrocchie più
importanti della città e mettendolo alla direzione del giornale
diocesano, andò molto al di là dei convenevoli. Paolo VI,
infatti, tracciò un profilo dell’essere scout che
sostanzialmente coincideva con l’idea per la quale Baden si era
battuto per tutta la vita.
Erano anni complicati. Le tradizionali leve educative a
disposizione della Chiesa si rivelavano drammaticamente sempre più
inadeguate. Il Papa ne era lucidamente consapevole. «Quanta
gioventù, passando dall’adolescenza alla maturità
giovanile, spezza la linea della propria formazione», disse. Poi
Paolo VI fece questa amara ammissione: «Perché vi confideremo,
carissimi giovani, che una delle impressioni più amare che ci viene
dall’osservazione della vita contemporanea è quella delle
immagini di tanti volti tristi, emaciati, stanchi, beffardi». Invece
i volti dei ragazzi che gli stavano davanti, i ragazzi di don Ghetti, erano
un segno di speranza: «Sappiamo la franchezza e la semplicità
con cui vi mostrate per quello che siete, credenti e cattolici… gente
che ci crede». Per poi concludere: «Bravissimi Rover,
autentici, sorretti da intatta energia spirituale, morale, fisica e
professionale: giovani fatti per pregare, per pensare, per amare, per
lavorare, per combattere, per servire».
Baden, com’era nel suo stile, con l’impeto
appassionato che lo contraddistingueva, prese carta e penna per scrivere un
articolo per la rivista da lui voluta, Rs-Servire, e ribadire che quel “discorsetto” di Castel
Gandolfo è «fondamentale per la storia dello scoutismo».
«Un discorso che in una chiarissima visione abbraccia il dramma della
gioventù moderna… e la stampa cattolica non l’ha neppure
pubblicato», annota don Ghetti. Poi, rivolgendosi ai suoi ragazzi,
spiega che con quelle parole del Papa non è più «lecito
a nessuno fare uno scoutismo abborracciato, provvisorio e improvvisato:
siamo forza viva della Chiesa, per essere – in umiltà –
strumento di bene fra i giovani».
Un nuovo inizio: i Rover
Ma chi erano quei giovani che il Papa aveva davanti
quel pomeriggio a Castel Gandolfo? Erano quelli per cui don Ghetti aveva
combattuto la sua battaglia. Rover, nel linguaggio scout, indica la fascia
di età tra i 17 e i 25 anni, un’età che
tradizionalmente si riteneva non più di pertinenza
dell’esperienza formativa scoutistica. «I Rover non
esistevano», ricordò Giulio Cesare Uccellini, detto Kelly, uno
dei pionieri del movimento di Robert Baden-Powell in Italia. «Il
Rover era da inventare. Don Ghetti, per la sua esperienza, per la sua vita
travagliata, per il suo coraggio, per il suo temperamento fortissimo era
l’uomo che poteva creare questo personaggio Rover. Si trattò
di aprire una strada che non c’era».
I primi passi di questo “nuovo inizio” sono
datati all’immediato dopoguerra. Don Ghetti, che durante il fascismo,
dopo lo scioglimento dell’Asci imposto dal regime nel 1928, aveva
dato vita all’esperienza clandestina delle Aquile randagie, non aveva
perso tempo. Senza temere confronti anche polemici con le strutture
ufficiali dell’Associazione, a Milano aveva raccolto un gruppo di
ragazzi, e dal 1947 aveva lanciato l’idea di una “terza
Branca” dello scoutismo che continuasse la vita delle altre due,
quella delle Coccinelle e dei Lupetti (dagli 8 ai 12 anni) e quella delle
Guide e degli Esploratori (dai 12 ai 16 anni). Le riunioni del Clan –
l’unità che riuniva i Rover – si tenevano in uno
scantinato di San Giorgio al Palazzo. «Si sentiva che qualcosa
nasceva con freschezza», annotò Baden. La prima uscita fu
paurosamente avventurosa: una discesa dell’Adda su vecchi canotti
americani, conclusasi con un salvataggio fortunoso in una delle gallerie in
cui venivano convogliate le acque del fiume per alimentare una centrale
elettrica. All’uscita i testimoni, increduli, dissero che
senz’altro per salvare quei ragazzi doveva essere intervenuta la
Madonna della Rocchetta, dal nome di una chiesina che dominava Porto
d’Adda. In quel momento don Ghetti aveva trovato il nome del nuovo
Clan: il Clan della Rocchetta. Poi, con quell’autorevolezza venata
della grande ironia di cui era capace, disse: «Quanto ai colori del
foulard, scegliete quelli che volete. Basta che siano il verde e il
nero».
Fu Verdenero anche il nome del foglio che subito iniziò le
sue pubblicazioni, per mettere «a fuoco le esigenze e speranze
giovanili». Anche in Italia era decollato il roverismo. Ma non erano
certo finite le battaglie di don Ghetti, che cercava di tenere sempre i
suoi ragazzi con i piedi per terra: «Lo scoutismo fa a noi preti
molti doni insensibilmente: uno di questo è il senso del
concreto», diceva. Nel 1949 li lanciò in un’impresa a
sostegno dei mutilatini del suo amico don Carlo Gnocchi. Inventò le
Frecce rosse della bontà, un “pellegrinaggio
d’amore” su venticinque moto “Guzzine” (offerte
dalla casa produttrice) attraverso i luoghi d’Europa segnati dalla
guerra. Perché i mutilatini sono «quelli per cui la guerra
continua». I fondi raccolti vennero tutti affidati a don Gnocchi.
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 | | In basso, la lettera di papa Paolo VI
in occasione dell’onomastico di don Ghetti del 30 novembre 1963; in alto, la letteradel cardinale Giovanni Battista Montini inviata a don Ghetti in occasione dell’onomastico del 30 novembre 1960 | | |
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La fine di un mondo
Ma gli anni dei confronti più aspri sono gli
anni Sessanta. È allora che in Baden si fa più acuta la
consapevolezza della crisi delle varie forme organizzative. Scriveva
già nel 1956 su Verdenero: «L’organizzazione è lo scheletro che
deve sostenere tutto il resto; è talora un po’ schematico ma
ha il suo valore. Poi occorre amare, pregare, soffrire. Il risultato
è Suo, tutto Suo. È presunzione voler cogliere i risultati:
noi abbiamo spesso una fretta che non corrisponde ai piani del
Signore».
E ancora: «Ogni nostra azione “da
Lui” prenda inizio e “in Lui” finisca». Poi lancia
il suo rimprovero contro la prassi vigente troppo spesso tra gli scout:
«Nel campo educativo sono troppi quelli che si piccano di
psicopedagogia e poi si perdono se devono giocare per un’ora con i
ragazzi».
Nel 1962 attacca il personalismo che, secondo lui,
starebbe minando il movimento: «Occorre creare il senso
dell’associazione per uscire dal provvisorio e dal personalistico (mi
dà fastidio quando sento i Clan catalogati dal nome del capo
Clan)», scrive al commissario regionale dell’Asci, Giovanni
Anderloni. E insiste: «Non si sente lo scoutismo come dono alla
persona».
Intanto con i suoi ragazzi sta sempre sulla frontiera.
Inventa la Buona azione di Natale, un gesto di caritativa diverso ogni
anno. E nel 1963 lancia la missione di Partinico, nel cuore della Sicilia.
Sono bivacchi aperti, per incontrare i giovani in quelle zone colpite dal
banditismo. Partono a mani vuote, affidandosi alla «non scontata
bontà di chi avremmo incontrato». Ma quel gesto attira
l’attenzione anche di personaggi famosi. Giulio Andreotti, allora
ministro della Difesa, mise a disposizione dei ragazzi che partecipavano
alla missione un bimotore dell’aeronautica militare per il viaggio da
Milano a Palermo. E alla fine ci fu anche l’incontro con Danilo
Dolci, il grande sociologo triestino, anima della non violenza italiana,
che aveva scelto di vivere a Partinico.
Il 9 ottobre di quello stesso anno avviene la sciagura
del Vajont. Baden, che dal 1959 il cardinal Montini aveva nominato parroco
di Santa Maria del Suffragio, coordina gli aiuti della diocesi ambrosiana.
In prima linea ci sono i suoi Rover della Rocchetta, chiamati
all’allestimento del cimitero di Fortogna.
Quell’idea dello scoutismo
E così si arriva a quel 1964. Da un anno sul
trono di Pietro c’è il vescovo che lo aveva sempre sostenuto e
che lo aveva voluto direttore de Il Segno, il nuovo giornale diocesano che prendeva il posto di tutti
i fogli parrocchiali. «Il Papa è un cuore amico»,
ripeteva sempre don Ghetti: «C’è in lui
un’immediatezza di bontà, un’intuizione di bene».
Lo scoutismo italiano è attraversato da una febbre di rinnovamento
che Baden osserva con sospetto. Scrive in quell’anno su Rs-Servire: «La mia azione
è di impedire scivolamenti fuori dallo scoutismo di Baden-Powell, ma
mi accorgo che anche a Milano è la stessa cosa. Non cerchiamo le
cose grandi, ma la semplice tessitura dello scoutismo… si dice che
Baden-Powell è superato: al suo posto si mettono povere cose vane:
ora capisco perché la Gs ha via libera: è ormai l’unica
forma che cerca un metodo».
L’amore di don Ghetti per lo scoutismo è
un amore totale. È una dedizione che non fa sconti a sé
stesso ma neanche agli altri responsabili. Se da parroco conosciamo un
sacerdote comprensivo, aperto a tutti, da prete scout conosciamo invece un
uomo così appassionato del destino dei suoi giovani da trasformarsi
in prete battagliero. Nel 1963 era stata lanciata l’idea di cambiare
il colore della divisa. Baden è fermamente contrario e per questo
scrive una lettera a tutti i partecipanti lombardi al Consiglio generale
dell’Asci, il 1° maggio. «Questo penso sia il tuo compito:
difendere uno scoutismo serio, profondo: fatto di piccole pietre che il
genio di Baden-Powell ci ha indicato. Gli aggiornamenti sono sempre
peggioramenti ma poiché lo spirito ha bisogno di essere sostenuto
dalla forma è necessario, come allora, salvare le forme. Così
è la divisa, fu concepita per la vita nel bosco, del Campo delle
strade, non può divenire la tenuta per le processioni… Il
cardinal Siri ha detto a dei capi: “State attenti a modificare le
uniformi!”». Due anni più tardi, quando l’Asci
nazionale decide per il passaggio alla divisa grigia, Baden mantiene quella
tradizionale color caki dei suoi scout di Milano sud. Con la sua consueta
ironia commenta: «Lo scoutismo è diventato vecchio per questo
ha scelto la divisa grigia».
Ma sono gli anni della grande crisi del mondo
giovanile. La Chiesa perde il contatto con i ragazzi: don Ghetti lo sa
bene, assistendo alla diaspora dai suoi due punti di azione privilegiati,
di parroco e di assistente scout. Intanto a Milano nel 1966 esplode il
“caso Zanzara”.
Con lucidità commenta: «Ideologie, concezioni di massa, mezzi
di suggestione collettiva (stampa tv radio): l’uomo è portato
a pensare di meno e vive di stati d’animo, non di pensiero».
Poi, nell’estate dell’anno successivo, agli abituali
appuntamenti estivi di catechesi al campo estivo dei ragazzi della
Rocchetta, torna sull’argomento: «Il problema religioso dei
giovani. Essere aperti alla parola di Dio e farla diventare la misura della
propria vita. L’esistenza non è mio possesso, da qui il
concetto di dipendenza da un altro che esiste completamente. Io ho come
misura l’infinito di Dio; conseguenza: Dio non è un limite
all’uomo, anzi solo nel rapporto con Dio l’uomo non è
abbandonato ai suoi istinti e ai suoi sensi». E poi una
raccomandazione finale: «Nel Clan dobbiamo rappresentare il volto
della Chiesa».
La forza di don Ghetti è tutta
nell’umiltà con cui aderisce alla storia incontrata, quella
dello scoutismo. «Ho creduto e credo nello scoutismo come “via
semplice e gioiosa” per arrivare al Signore», scrive. Con la
forza di questa semplicità si fa spavaldo anche
nell’affrontare i tanti conflitti e le diaspore di quegli anni. Nel
1969 un gruppo di Scolte (appartenenti al ramo femminile dei Rover)
abbandona la sua parrocchia. Lui annota: «Ragazze senza idee chiare e
legate alle proprie posizioni, non del tutto sincere. Forse è bene
una chiarificazione, anche se dolorosa, potrà servire per il domani.
Bisogna sempre ricominciare».
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 | | Don Ghetti in occasione del solenne ingresso nella parrocchia di Santa Maria del Suffragio, a Milano, il 4 ottobre 1959 | | |
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Gli scout sulla luna
Eppure sono anni di gloria pubblica per il modello
formativo dello scoutismo: c’è un passato da seguaci di sir
Robert Baden-Powell, per esempio, nel curriculum dei due astronauti, Neil Armstrong e Edwin E. Aldrin,
che quell’anno sono i primi uomini a mettere piede sulla luna. Ma
Ghetti non è tipo da cedere ai trionfalismi. Ha confronti accesi con
Riccardo Lombardi. Si dice contrario alla fusione di Asci e Agi che
darà vita all’Agesci nel 1974. Ma alla fine accetta la
decisione. Monsignor Giorgio Basadonna, piombato apposta da Roma per
incontrarlo, raccolse le sue riserve: «Nell’Agesci appena nata
in una forma ibrida temeva che la fede non fosse ben vissuta. Sosteneva che
eravamo troppo di sinistra, di estrema sinistra, ed era vero che in
quell’epoca c’erano sbandamenti di estremismo».
Sul fronte della parrocchia, proprio lungo il
trafficatissimo corso XXII Marzo su cui si affaccia la chiesa, il 17 aprile
1975, durante un assalto alla vicina sede dell’Msi, resta ucciso
Giannino Zibecchi. È uno dei fatti che insanguinano gli anni di
piombo milanesi. Don Ghetti raccoglie lo sgomento dei suoi fedeli. Ma poi
con la consueta franchezza scrive su Il Segno: «Bisogna riconoscere che ben poco si fa nelle nostre
parrocchie per i giovani».
Il suo è sempre un punto di vista paterno ma
lucido e consapevole della drammaticità del momento. Non si nasconde
che un mondo è finito, che i giovani che ha davanti sono figli di
una rivoluzione antropologica, impermeabili ai tradizionali richiami
morali. Ma è ben lungi dal fare loro sconti e
dall’idealizzarli: «Le posizioni ideologiche penetrano nelle
coscienze di questi giovani», annota nel 1976. «Alcuni ragazzi
son chiusi nel loro mondo. Altri svaniti dietro al gioco sentimentale
incipiente… mancano di idee-forza. Ma chi si è preoccupato di
alimentare le loro intelligenze? C’è un altro
mondo…».
Più sente acuirsi questa distanza tra i giovani
e la Chiesa, più confida nello scoutismo come proposta capace di
affascinarli. Per questo è sempre al loro fianco, trova sempre il
tempo di partecipare ai campi, di fare loro le sue catechesi. È
attento alla vita associativa sin nei minimi particolari. Ma ha sempre ben
chiaro qual è lo scopo: «Noi siamo sulla strada alla sequela
di Cristo. La strada è il simbolo del nostro procedere verso
l’eterno». Una strada, naturalmente, lastricata di concretezza:
«Il fine dello scoutismo è di aiutare a essere uomini liberi,
non condizionati o pianificati da una pesante azione di livellamento
intellettuale. Il Rover è coronamento dell’esperienza scout:
è, con tensioni valide e profonde, un modo di concepire la vita,
prima di essere struttura, organizzazione, metodo».
La sua idea di scoutismo è appoggiata in modo
totale alla storia della Chiesa. Fa fatica, ad esempio, a pensare a uno
scoutismo laico, esperienza per altro in atto in tutta Europa, Italia
compresa. E nulla meglio di queste righe, scritte nel 1957 per la rivista Ut unum sint, spiegano quale fosse
il suo vero orizzonte: «Lo scoutismo è un ordo come quello benedettino,
intervenuto in un’ora di grande sfacelo di istituzioni centenarie.
Esso inserì il cristianesimo nel mondo barbaro e trasse i barbari
alla scoperta di Dio… Lo scoutismo è un ordo posto nel cuore di una
civiltà indifferente».
Un ordo da vivere e costruire, sulla strada, fianco a fianco con i suoi
ragazzi. Sino a quell’ultimo viaggio fatale, in Francia, durante un
campo estivo, dove un incidente automobilistico nei pressi di Tours gli
costò la vita. In un bel libro di quegli anni, Scautismo e santità, si legge:
«Il vero scout ha come motto: “Riposerai altrove”,
perché sa, come dice un bel verso di Verhaeren, che “tu devi
morire mentre sei in cammino”».
(Ha collaborato Vittorio Cagnoni)

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