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L’ATTUALITÀ DEL GIUDIZIO DI PIO XI E PAOLO VI |
Archivio di 30Giorni
L’imperialismo internazionale del denaro
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Nel 1931, per il quarantesimo anniversario della Rerum novarum, usciva l’enciclica sociale di Pio XI. Realismo e attualità di un’analisi sull’infausto predominio dell’aspetto finanziario su quello produttivo |
di Lorenzo Cappelletti
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 | | Una lunga coda di disoccupati a New York nel 1929 [© Hulton-Deutsch Collection/Corbis] | | |
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«Questo è anche un momento in cui c’è una grande
preoccupazione globale per un neocapitalismo fatto solo di capitali senza
alcun riferimento a industrie e beni agricoli», dichiarava il 12
settembre il nostro direttore ad Avvenire, quando ancora la nube di polvere e detriti gravava su New
York. La medesima preoccupazione emergeva in testa a un ampio articolo
scritto per il nostro mensile in quel medesimo frangente dal professor
Caloia, presidente dello Ior (30Giorni, n. 9, pp. 54-62): «C’è il problema
delle operazioni finanziarie che si risolvono in impieghi di danaro solo
per farne altro, senza che si dia un contributo all’economia reale.
[...] Il buon funzionamento dell’economia globale deve essere
considerato più importante dell’eccessiva libertà di
alcune centinaia di abili operatori (finanziari) internazionali».
Eugenio Scalfari nell’editoriale di la
Repubblica del 16 dicembre scorso (e
ancora l’economia argentina non era capitolata) sembra fare suo il
tema: «L’economia si è trasformata in finanza e la
finanza ha globalizzato l’economia. [...] Il denaro è
mobilissimo, si sposta in un attimo da un Paese all’altro, da un
continente all’altro con la velocità della luce». Da
sponde e in tempi diversi, dunque, vengono spunti di una identica analisi
del momento che attraversa il mondo globalizzato e la sua economia.
Nessuno, ci risulta, tanto meno in ambito
ecclesiastico, ha pensato o ha ritenuto opportuno citare a questo proposito
l’enciclica Quadragesimo anno che nel 2001, peraltro, celebrava il suo settantesimo
compleanno. Forse si dubita della legittimità dei suoi natali, che
cadono in pieno ventennio. O forse il settantesimo compleanno della Quadragesimo anno (e il
centodecimo della Rerum novarum) sono ritenute ricorrenze che ormai non meritano
particolari celebrazioni. In effetti nuovi documenti in questo campo
probabilmente genererebbero inflazione. Riguardo al primo dubbio,
però, si deve distinguere quella che fu la nascita della Quadragesimo anno, scaturita
dalle idee piuttosto liberali e dalla penna non servile di gesuiti tedeschi
e francesi, e l’adozione che di essa fu fatta da regimi che non
furono altrettanto aperti (leggi: il Portogallo di Salazar e
l’Austria di Dollfuss).
Nostro scopo, in ogni caso, non è sottolineare
che si è dimenticata una settantenne. Non vogliamo darle voce
perché ci parli di sé, per presentarsi fin troppo arzilla e
immacolata, come spesso accade nei racconti autobiografici. Ma per
evidenziare, attraverso le testimonianze di chi la conosce, il realismo che
a suo tempo ha dimostrato riguardo all’infausto predominio del potere
economico sul potere politico e all’altrettanto infausto predominio
dell’aspetto finanziario sull’aspetto produttivo. E non solo. A
tutto vantaggio della comprensione del nostro presente, che spesso
nell’ambito ecclesiale si nutre più di antropologie
filosofiche e teologiche che di osservazione dei fatti umani.
Le tre parti dell’enciclica
Per prima cosa bisogna però ammettere che la Quadragesimo anno non fu
un’enciclica qualunque. Sia gli specifici commenti a essa dedicati
sia i manuali riconoscono che, se c’è una dottrina sociale
cristiana, nella sostanza questa si deve non tanto alla Rerum novarum quanto alla Quadragesimo anno. Edoardo
Benvenuto, in un volume interessante, afferma che essa, «unico caso
nel corso della storia del magistero pontificio in tema sociale»,
costituisce la «fondazione organica di una dottrina. [...] Piaccia o
non piaccia, questa è la doctrina
socialis Ecclesiae, non più vaticinata
mediante rimproveri, moniti e auspici, come era accaduto precedentemente,
ma chiaramente esposta secondo un’articolazione logica, con le sue
premesse, le sue tesi e i suoi corollari» (Il lieto annunzio ai poveri, Edb,
Bologna 1997, p. 124). E spiega acutamente (cfr. ibidem, pp. 103-111) che la Quadragesimo anno, proprio per
poterlo liberamente innovare, intende presentarsi in perfetta
continuità col magistero di Leone XIII, alla cui esaltazione dedica
tutta la sua prima parte (nn. 1-40).
Temi e categorie portanti della dottrina della Quadragesimo anno sono espressi
nella sua seconda parte (nn. 41-98), dove si parla di proprietà,
capitale, lavoro, salario, fino a considerare la necessaria riforma delle
istituzioni a partire da una valorizzazione del principio di
sussidiarietà e di quello che dovrebbe essere il principio direttivo
di tutta la vita economica: la giustizia sociale. Al termine di questa
parte prendono posto le due pagine, che corrispondono ai numeri 91-96,
rimaste famose non solo perché vergate in italiano dal Papa
(«uno dei rari casi in cui un testo di enciclica proviene
redazionalmente dal papa stesso», scrive nelle sue memorie,
pubblicate in Humanitas nel 1971, padre Oswald von Nell-Breuning, il principale redattore
dell’enciclica) ma soprattutto perché, seppure con qualche
critica, riconoscevano i vantaggi del sistema corporativo appena introdotto
dal regime fascista. Come spesso avviene quando l’autorità
ecclesiastica interviene direttamente in re
politica o oeconomica si assiste a una eterogenesi dei fini. Quella captatio benevolentiae non
servì infatti a placare l’irritazione di Mussolini che
«intese l’enciclica come una critica così sfavorevole a
lui da sferrare la sua ira al riguardo delle organizzazioni
cattoliche», scrive sempre Nell-Breuning.
Insieme con la riforma delle istituzioni,
l’enciclica giudica necessaria all’instaurazione di un ordine
sociale più adeguato la riforma dei costumi, a cui è dedicata
la terza e ultima parte (nn. 99-149). Parte che, peraltro, prende il titolo
dai mutamenti intervenuti in campo socioeconomico dall’epoca di Leone
XIII. Naturalmente l’analisi è in funzione della riforma dei
costumi, ma ci sembra significativo che l’enciclica ritenga
necessario anzitutto inquadrare i rimedi in una diagnosi non affrettata del
mutato scenario socioeconomico.
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 | | Un’immagine eloquente della crisi in Argentina: l’assalto a un camion pieno di generi alimentari che sostava fuori da un supermarket di Buenos Aires, il 19 dicembre 2001 [© Associated Press/LaPresse] | | |
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La diagnosi
Scriveva a caldo La Civiltà Cattolica (II, 507) nel presentare il testo dell’enciclica
appena uscita: «Merito tutto proprio del nuovo documento di Pio XI
sta nella diagnosi ch’esso, con la sicurezza del clinico
sperimentato, espone dell’odierno regime economico». Quasi
quarant’anni dopo, cambiati tempi e temperie, e autore del giudizio,
il giudizio risultava però ribadito: «Si resta colpiti da
tutto ciò che c’è di nuovo e persino di audace
nell’enciclica, che appare in parecchi passi molto consapevole dei
problemi del momento» (Roger Aubert, nel volume collettivo Pio XI nel trentesimo della morte, p. 245).
Ci fermeremo dunque sulla diagnosi, segnatamente sul
particolare rilievo che viene dato al problema finanziario, perché
paradossalmente alcuni elementi di essa risultano più attuali che le
indicazioni propositive dell’enciclica. Non a caso Paolo VI quando,
nell’enciclica Populorum progressio della Pasqua del 1967, volle fare esplicito riferimento
alla Quadragesimo anno, non si riferì al suo impianto o alle sue soluzioni,
bensì proprio alla sua diagnosi, alle «condizioni nuove della
società», su cui, diceva, «malauguratamente si è
instaurato un sistema che [...] conduceva alla dittatura a buon diritto
denunciata da Pio XI come generatrice dell’“imperialismo
internazionale del denaro”».
La diagnostica della terza parte non contiene solo
formulazioni durevoli come quella citata, ma anche distinguo importanti che
devono rendere più cauti pure nel dire che la Quadragesimo anno condanna senza
appello capitalismo e socialismo. Soprattutto se si sta alla lettera. Padre
Nell-Breuning scriveva che «per l’esplicazione di un documento
del magistero non importa né quello che il redattore dello schema ha
pensato, né quello che ha pensato il titolare del magistero stesso,
ma esclusivamente ciò che il tenore verbale significa secondo i
principi generali d’interpretazione».
Ebbene, se il socialismo risulta condannato più
volte nell’enciclica, in essa si legge anche che, nella sua forma
moderata, si direbbe che il socialismo «si pieghi e in qualche modo
si avvicini a quelle verità che la tradizione cristiana ha sempre
solennemente insegnate; poiché non si può negare che le sue
rivendicazioni si accostino talvolta, e molto da vicino, a quelle che
propongono a ragione i riformatori cristiani della società»
(n. 113). Tanto che padre Chenu, in un testo molto vivo edito dalla
Queriniana nel 1977, si chiede cosa mai motivasse la successiva grande
«severità, dopo la constatazione di notevoli
convergenze» (La dottrina sociale della
Chiesa, p. 30).
Del regimen capitalisticum, a sua volta, si afferma che «non è in
sé da condannarsi» (n. 101), non essendo «vizioso per
natura» (ibidem), e anzi si dice che ad esso si accompagnano dei
«vantaggi» (n. 103). E la stessa libera concorrenza viene
definita «certamente equa e utile se contenuta entro determinati
limiti» (n. 88). Si prende però atto delle degenerazioni
monopolistiche, frutto paradossale ma «naturale» (natura sua) di quella libera
concorrenza quando diviene infinita (n. 107), cioè, si potrebbe tradurre senza
tradire Pio XI, il papa della «carità politica» (cfr.
discorso alla Fuci del 18 dicembre 1927): “fuori di qualunque
controllo della politica”. Tale infinita libertà di
concorrenza infatti «lascia sopravvivere solo i più forti,
cioè a dire, spesso, i più violenti nella lotta, quelli che
si curano meno della coscienza» (n. 107).
Un aspetto di tale degenerazione è il
«potere esercitato in modo quanto mai intenso da coloro che gestendo
e dominando il capitale finanziario la fanno anche da padroni sul credito e
sul prestito, per cui sono in qualche modo i distributori del sangue di cui
vive tutta l’economia e ne hanno in mano per così dire
l’anima, al punto che, se non vogliono, nessuno può neppure
respirare» (n. 106). «Questo» (scrive padre Nell-Breuning
a pagina 186 del suo commento all’enciclica uscito a Colonia nel 1932
e poi più volte riedito) «è il passaggio più
tagliente dell’intera enciclica». Ma si affretta subito a
precisare che «non vi si deve leggere quel che non c’è
scritto. Esso contrassegna una situazione che viene biasimata come uno
sviluppo difettoso [...], un errore del sistema che affligge
l’odierna economia capitalistica e di cui viene auspicata con tutte
le forze l’eliminazione» (ibidem).
Dunque il sistema capitalistico è distinto
dalle sue degenerazioni. E inoltre, dicendo che il capitale finanziario
è necessario come il sangue all’economia capitalistica, pure
questo non viene per principio bandito. Si critica la mancata
regolamentazione del suo flusso proprio perché nella sua
circolazione risiede la vita o la morte delle articolazioni
dell’organismo economico. Per questo non può essere lasciato
in balìa dell’arbitrio di pochi.
A ben vedere non c’è molto da aggiungere,
se non che oggi l’informatica ha reso più virtuale il sangue,
enormemente più rapidi gli spostamenti del suo flusso e più
invisibili i pochi a gestirlo. E dunque molto più urgente la
terapia.
Approfondimento diagnostico
Fanno parte in qualche modo dell’analisi offerta
dalla Quadragesimo anno anche gli interessanti nn. 130 e 132. Infatti, dopo aver detto,
nel n. 129, con una citazione tratta dalla Rerum
novarum, che si tratta di fare «ritorno
alla vita e alle istituzioni cristiane», nel numero successivo
l’enciclica afferma, però, che «oggi l’andamento
della vita sociale ed economica crea a un elevatissimo numero di persone
gravissime difficoltà nell’attendere a quell’unica cosa
necessaria che è la loro salvezza eterna». Non si rimprovera
né si auspica né si fanno progetti sulla pelle altrui, si
cerca di capire. È interessante a questo proposito che padre Chenu,
delineando il quadro in cui viene a collocarsi l’enciclica,
sottolinei che Pio XI risente positivamente dell’emancipazione
dell’Azione cattolica da una «ecclesiologia totalitaria tanto
nella sua gestione interna che nell’impegno dei cristiani nella vita
economica e sociale» (cfr. La dottrina
sociale della Chiesa, p. 21) e che comincia a
vedere di buon occhio «il ritorno a una strategia che non partiva
dall’alto ma da una situazione concreta secondo congiunture
differenti e variabili» (ibidem). Di questa strategia si intravedono accenni nella parte
finale dell’enciclica (dal n. 138 fino al termine).
Anche il n. 132 fa mostra di un identico comprensivo
realismo quando afferma che gli affetti disordinati dell’anima,
ovvero la sete di ricchezza e di beni materiali, sono «una triste
conseguenza del peccato originale». E in secondo luogo che tale
«umana fragilità» trova «incentivi assai
più numerosi» nel moderno sistema economico. D’altra
parte, con un’ulteriore distinzione, non è tanto la
modalità di produzione del moderno sistema economico a essere
riguardata come un’occasione prossima al peccato quanto i
«facili guadagni che l’anarchia del mercato apre a tutti e che
allettano moltissimi allo scambio e alla vendita; e costoro, agognando
unicamente di fare rapidi guadagni con la minima fatica, con una sfrenata
speculazione fanno salire e abbassare i prezzi secondo il capriccio e
l’avidità loro con tanta frequenza che mandano fallite tutte
le sagge previsioni dei produttori». Ecco di nuovo stabilita una
gerarchia di responsabilità fra un sistema finanziario carente e la
produzione, tanto più che in numeri successivi si definisce
legittimo «per coloro che attendono alla produzione, accrescere nei
giusti e debiti modi la loro fortuna; anzi la Chiesa insegna essere giusto
che, chiunque serve alla comunità e l’arricchisce accrescendo
i beni della comunità stessa, ne divenga anch’egli più
ricco, secondo la sua condizione; purché tutto ciò si cerchi
con il debito ossequio per la legge di Dio e senza danno dei diritti
altrui, e se ne faccia uso secondo l’ordine della fede e della retta
ragione» (n. 136).
Altri due accenni danno buona prova del realismo della
Quadragesimo anno.
Collocati come sono verso la fine di questa lunghissima enciclica (anche in
questo purtroppo precorritrice), potrebbero facilmente essere annoverati
fra i convenevoli: da una parte l’affermazione, molto in anticipo sui
tempi della nuova evangelizzazione, e dunque ancora in tempo, di un mondo
già «ricaduto in gran parte nel paganesimo» (n. 141).
Dall’altra parte la preoccupazione che questo nuovo/antico ordine
delle cose sconvolga non la Chiesa come tale nella sua dimensione
metastorica, ma, turbando «le leggi della natura non meno che quelle
divine» (n. 144), venga a danno di tante singole anime: «La
Chiesa di Cristo edificata sulla pietra incrollabile non ha nulla da temere
per sé, ben sapendo che le porte dell’inferno non prevarranno
mai contro di essa; sicura come è, per la prova
dell’esperienza di tanti secoli, che dalle tempeste anche più
violente uscirà sempre più forte e gloriosa di nuovi trionfi.
Ma il suo cuore di madre non può non commuoversi ai mali
innumerevoli che queste tempeste accumulerebbero sopra migliaia di uomini,
e soprattutto agli enormi danni spirituali che ne sgorgherebbero e che
porterebbero alla rovina tante anime redente dal sangue di Cristo» (ibidem).
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 | | Paolo VI tra gli operai nel 1972 [© Pepi Merisio] | | |
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Da Pio XI a Paolo VI
Ma se si risale ora all’apertura della seconda
parte, in cui, con grande rispetto dell’autonomia dei campi, Pio XI
si dice legittimato a trattare in campo economico solo di ciò che ha
attinenza con la morale e non degli aspetti tecnici dell’economia,
avendo essa suoi propri principi e leggi che devono essere investigati
secondo ragione (cfr. n. 41), ci si accorge che, almeno nelle premesse,
anche la parte deduttiva dell’enciclica intendeva evitare di prendere
partito per l’uno o l’altro sistema. Se papa Pio avesse
tenuto fede fino in fondo a quel principio e per un istante non si fosse
fidato di un fiuto politico che al magistero non necessariamente compete
(«oggi sono fermamente persuaso che Pio XI non ha compreso il fenomeno del
fascismo, che gli mancavano le categorie sociologiche e politiche per
inquadrarlo» scriveva padre Nell-Breuning nel 1971, e sottolineava il
“non”) forse non avrebbe aggiunto le due pagine sulla
convenienza del sistema corporativo italiano. Paolo VI, nella lettera
apostolica Octogesima adveniens del 1971, riprendeva quel principio e ne tirava le
conseguenze. Di fronte alla diversità delle situazioni presenti,
diceva: «Ci è difficile pronunciare una parola unica e
proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa
la nostra ambizione e neppure la nostra missione» (n. 4). Spettano ai
fedeli laici, continuava, sia l’analisi che le scelte e gli impegni
per l’opera di trasformazione sociale, politica ed economica.
«L’insegnamento sociale della Chiesa non interviene per
autenticare una data struttura o per proporre un modello
prefabbricato» (n. 42).
In tempi a noi ancora più vicini, se si fosse
tenuta presente l’indicazione che viene dalla storia dello stesso
insegnamento sociale della Chiesa, forse si sarebbe stati più cauti
nell’esaltare gli ideali di svolte economico-politiche che a distanza
brevissima si sono rivelate ideali solo per la proliferazione della
malavita internazionale.

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