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Archivio di 30Giorni
È il Signore che opera
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«... nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di cultura, né dobbiamo dilungarci in spiegazioni, altrimenti roviniamo quello che il Signore va operando». Così raccomandava padre Leopoldo Mandic, il confessore della misericordia di Dio |
di Stefania Falasca
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 | | Una delle ultime foto di padre Leopoldo Mandic | | |
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Confessarsi da lui era cosa
breve. Anzi brevissima. Non si dilungava mai in parole, spiegazioni,
discorsi. Aveva imparato dal Catechismo di san
Pio X che la brevità è una delle
caratteristiche di una buona confessione. Eppure il suo confessionale
è stato per più di quarant'anni una specie di porto di mare
per le anime. Tanti erano quelli che andavano, che assiduamente lo
frequentavano. Padre Leopoldo era sempre lì, dodici, tredici,
quindici ore al giorno. Confessava e assolveva oves
et boves, cioè tutti. E di quella sua
amabile delicatezza, di quell’umiltà semplicissima, fiduciosa
nell’infinita misericordia di Dio e nell'azione della grazia che
opera attraverso i sacramenti, sono testimoni quanti lo conobbero. La sua
celletta confessionale è rimasta com’era, lì dove
tuttora si trova, accanto alla chiesa di Santa Croce, nel convento dei
frati Cappuccini a Padova. Una piccola stanza con tutte le poche cose che
hanno fatto la sua vita: un inginocchiatoio, un crocifisso,
un’immagine della Madonna, la stola, la sedia. Neanche la furia dei
bombardamenti, che nel maggio del 1944 rasero al suolo la chiesa e il
convento, è riuscita a demolirla. Da tanta distruzione solo quel
confessionale rimase miracolosamente illeso. Due anni prima della sua
morte, avvenuta il 30 luglio 1942, padre Leopoldo, confidandosi con un
amico, aveva predetto i bombardamenti che avrebbero colpito Padova.
«E questo convento?», chiese quel signore; «padre, anche
questo convento sarà colpito?». «Purtroppo, anche il
nostro convento sarà duramente colpito» rispose con un filo di
voce padre Leopoldo. «... Ma questa celletta no, questa no. Qui il
Padrone Iddio ha usato tanta misericordia alle anime... deve restare a
monumento della Sua bontà».
Leopoldo Mandic è stato proclamato santo il 16
ottobre 1983. Elevato vox populi agli onori degli altari. Dalla morte alla canonizzazione sono
trascorsi solo quarantun anni: una delle canonizzazioni più rapide
del nostro secolo.
Di nobile stirpe bosniaca
Nato nel 1866 in Dalmazia, a Castelnuovo di Cattaro,
Adeodato Mandic era di nobile stirpe bosniaca. Prese nome di fra Leopoldo
entrando nel seminario dei frati Cappuccini a Bassano del Grappa. A
ventiquattro anni è ordinato sacerdote e da questo momento in poi,
prima a Venezia, poi a Bassano, Thiene e dal 1909 stabilmente a Padova, non
fa altro che attendere al sacramento della penitenza. Per i suoi superiori
non poteva fare altro: statura un metro e trentotto, costituzione
debolissima, stentato e un po’ goffo nel camminare... Fisicamente era
un nulla e per di più anche impacciato nella lingua poiché
aveva lo “sdrùcciolo”, cioè mangiava le parole, e
questo difetto si sentiva soprattutto quando pregava o doveva ripetere le
formule a memoria, tanto che in pubblico non poteva dire neanche un
«oremus». Cosa non da poco in un ordine di predicatori qual
è quello dei Cappuccini! «Tante volte» ricordò al
processo un suo confratello «si meravigliava egli stesso che
professori universitari, uomini importanti, persone molto qualificate
venissero proprio da lui, “povero frate”; e tutto egli, con
grande umiltà, attribuiva alla grazia del Signore che per mezzo suo,
“meschino ministro pieno di difetti”, si degnava di fare del
bene alle anime». Tutti quelli che lo hanno conosciuto ricordano
questa sua umiltà sincera, piena di riconoscenza e gratitudine. A
Padova, a tarda sera di un giorno di Pasqua, un giovane sacerdote
incontrò padre Leopoldo che quasi non si teneva in piedi dalla
stanchezza per le tante ore passate in confessionale. Con tono di filiale
compassione gli disse: «Padre, quanto sarà stanco...»;
«e quanto contento...», riprese lui con dolcezza.
«Ringraziamo il Signore e domandiamogli perdono, perché si
è degnato di permettere che la nostra miseria venisse a contatto con
i tesori della sua grazia».
Davanti alla porticina del suo confessionale ogni
giorno un folto gruppo di persone di tutte le classi sociali era lì
ad attenderlo. Analfabeti e rozzi contadini, professionisti, sacerdoti e
religiosi, magnati dell’industria e professori, tutti aspettavano in
silenzio il loro turno e tutti padre Leopoldo accoglieva sempre con la
stessa premura, la stessa delicata discrezione, specialmente chi si
riavvicinava alla confessione dopo tanto tempo. «Eccomi, entri pure,
s’accomodi... l’aspettavo sa... » si sentì dire un
signore di Padova che da molti anni non si accostava ai sacramenti. E tanto
era impacciato e confuso che, entrato nel confessionale, invece di mettersi
in ginocchio andò a sedersi sulla sedia del prete; padre Leopoldo
non disse niente, si mise lui in ginocchio al posto del penitente e
ascoltò così la sua confessione. Ed era, la sua, una
delicatezza attenta a non umiliare inutilmente, comprensiva della
fragilità umana: «Non abbia riguardo, veda, anch’io,
benché frate e sacerdote, sono tanto misero» disse a un altro.
«Se il Padrone Iddio non mi tenesse per la briglia farei peggio degli
altri ... Non abbia nessun timore». E a quel tale che aveva grosse
colpe da confessare e a cui costava molto vuotare il sacco, dire certe
miserie: «Siamo tutti poveri peccatori: Dio abbia pietà di
noi...». Glielo diceva con un tono tale che quell'uomo si
sentì immediatamente incoraggiato ad accusarsi con sincerità.
Spesso ripeteva ai penitenti: «La misericordia di Dio è
superiore a ogni aspettativa», «Dio preferisce il difetto che
porta all'umiliazione piuttosto che la correttezza orgogliosa».
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 | | La chiesa e il convento dei Cappuccini a Padova, fotografati prima della loro distruzione nel bombardamento aereo del 14 maggio 1944 | | |
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«Non roviniamo con le nostre spiegazioni
ciò che il Signore opera»
Credendo fermamente nell'efficacia della grazia che il
Signore stesso comunica attraverso i sacramenti, padre Leopoldo su di un
punto solo fu costantemente irremovibile: la brevità della
confessione. Delle volte, è vero, nei giorni di scarso concorso, si
intratteneva con una persona magari mezz’ora, o perché
s’interessava dei suoi studi o del suo ufficio o per intrattenersi
con quei chierici o quelle anime che lo chiedevano come guida spirituale.
Ma la confessione, come tale, era sempre breve. E i penitenti testimoniano
questa sua brevità e semplicità di parole. Scrive un
monsignore di Padova: «La confessione con il padre Leopoldo era
ordinariamente brevissima. Egli ascoltava, perdonava, non molte parole,
spesso anche in dialetto quando si rivolgeva a persone non istruite,
qualche motto, uno sguardo al crocifisso, talvolta un sospiro. Sapeva che
in via ordinaria le confessioni lunghe sono a scapito del dolore, e sono,
il più delle volte, accontentamento di amor proprio, pertanto sulla
modalità della confessione si atteneva a quanto indicato nel
catechismo della dottrina cristiana». In una lettera indirizzata a un
sacerdote, padre Leopoldo scrive: «Mi perdoni padre, mi perdoni se mi
permetto... ma vede, noi, nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di
cultura, non dobbiamo parlare di cose superiori alla capacità delle
singole anime, né dobbiamo dilungarci in spiegazioni, altrimenti,
con la nostra imprudenza, roviniamo quello che il Signore va in esse
operando. È Dio, Dio solo che opera nelle anime! Noi dobbiamo
scomparire, limitarci ad aiutare questo divino intervento nelle misteriose
vie della loro salvezza e santificazione».
Sempre esortava i suoi penitenti ad avere fede, a
pregare, ad accostarsi frequentemente ai sacramenti. Ma il piccolo frate,
nelle penitenze, inutile dirlo, era magnanimo e diceva a chi gli obiettava
di darle facili: «Oh è vero... e bisogna che dopo soddisfi
io... ma è sempre meglio il purgatorio che l’inferno. Se chi
viene da noi a confessarsi, col dargli poca penitenza deve poi andare in
purgatorio, dandogliela grave non c’è pericolo che si disgusti
e vada a finire all'inferno?». E così ordinariamente dava tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Poco dava ai laici lontani
dalla vita della Chiesa e poco dava anche alle anime che per loro vocazione
hanno tante preghiere da dire ogni giorno. Un sacerdote un giorno gli
chiese se non fosse il caso di assecondare il desiderio di una brava
figliola di portare addosso qualche strumento di penitenza. Il buon padre
subito rispose che non era affatto un desiderio da assecondare. «Ma
scusi, padre, lei non la conosce: non è un’anima qualunque,
è un'anima d'oro, seria...». E padre Leopoldo rimaneva ancora
più deciso nel rifiuto. E l’altro insisteva. Allora il
prudente confessore fece questa domanda: «Mi permetta, mi permetta:
lei porta il cilicio?». «No!». «E allora? Caro
padre, abituiamo i penitenti a ubbidire ai comandamenti di Dio e al loro
dovere. Ce n’è abbastanza, ce n’è abbastanza! E i
grilli via!».
Magnanimo, padre Leopoldo, lo era anche
nell’assoluzione: non la negava davvero a nessuno. E di quelle
rarissime volte che l’ebbe fatto si pentì sempre. Alcuni
giorni prima di morire un sacerdote gli chiese: «Padre,
c’è stata qualche cosa che vi ha procurato tanto
dispiacere?». Egli rispose: «Oh! Sì... purtroppo
sì. Quando ero giovane, nei primi anni di sacerdozio, ho negato tre
o quattro volte l’assoluzione».
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 | | L'esterno della celletta-confessionale
di padre Leopoldo, rimasta indenne dopo il bombardamento che distrusse la chiesa dei Cappuccini a Padova
nel 1944 | | |
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«Che riposino... lo farò io per loro»
Tutti lo conoscevano per la sua bontà: el padre Leopoldo, o benedeto! Queo sì ch’el xe
bon! L’è un santo diceva la gente.
Tanto che quando nel 1923 i superiori lo trasferirono a Fiume, per i
padovani fu lutto cittadino. Ma tanto fecero, tanto insistettero che i
superiori dovettero ritornare sulle decisioni prese e rimandarlo dopo breve
tempo a Padova. Anche i giovani chierici gli volevano bene. Nel 1910,
l’anno seguente al suo arrivo a Padova, padre Leopoldo fu infatti
nominato direttore dei chierici del seminario maggiore dei Cappuccini.
Incarico dal quale fu poi presto esonerato. Racconta un suo confratello:
«Per i seminaristi nutriva un grande affetto e si mostrava assai
paterno con loro e li incoraggiava sempre sollecitandoli nella speranza. La
nostra regola era molto austera. All’una di notte ci si alzava per la
recita del mattutino e d'inverno, col freddo rigido, costava assai... E lui
pensava a quei giovani poverini... Più di una volta ricordo che
padre Leopoldo andava dal padre superiore perché anticipasse la
recita del mattutino alla sera: “Superiore, guardi che stanotte
farà freddo...”. “Ma padre, la temperatura non è
scesa sotto lo zero”. “Oh, ma questa notte lo
farà...”. “Lasciamoli dormire”, diceva al
superiore, “che riposino... lo farò io per loro”. E si
curava che stessero in salute, che mangiassero bene, che non fossero
ripresi dai superiori per qualche manchevolezza durante il pranzo,
com’era costume fare». Scrive l'allora superiore generale dei
Cappuccini: «Sapendo egli quanto bene gli volevo, aveva in me grande
confidenza e spesso mi diceva: “Padre provinciale, se mi permette,
veda di non gravare la coscienza dei frati, soprattutto dei giovani frati,
con prescrizioni che non siano proprio necessarie, perché, vede, poi
bisogna osservarle le prescrizioni dei superiori. Se non sono proprio
necessarie sono un laccio per i deboli... Mi perdoni sa, mi
perdoni...”».
Di quanta misericordia, di quanto amore fosse capace il
cuore del piccolo frate, anche per coloro che non lo meritavano, lo dice
questa dolorosa circostanza che riguarda un chierico espulso bruscamente
dal convento per aver compiuto deliberatamente atti gravissimi. A
raccontarla è un sacerdote: «Portatomi in convento, incontrai
padre Leopoldo che era appena uscito dall'ospedale. Mi chiamò nel
suo confessionale e mi scongiurò, in nome di Dio, di accogliere quel
“poveretto” e di pregare il superiore della casa di trattarlo
bene per salvare in lui almeno la fede. Piangendo mi disse più volte:
“Si salvi la fede, si salvi la fede!”. Poi, inceppandosi ogni
tanto per l’emozione, continuò: “Dica, dica a quel
poveretto che io pregherò per lui. Gli dica che domani nella santa
messa mi ricorderò di lui, anzi... anzi gli dirà che la
celebrerò tutta proprio per lui e lo benedirò sempre. Gli
dirà che padre Leopoldo gli vuol sempre bene!...”. Rimasi
commosso anch’io al sentire un cuore così ripieno di
evangelica carità. Solo le madri trovano espressioni così
accorate quando un figlio degenere si allontana da loro». Ma a
qualcuno intanto, questa bontà senza misura, cominciò a
sembrare eccessiva accondiscendenza, e iniziò a storcere il naso.
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 | | Padre Leopoldo nella sua celletta-confessionale | | |
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«Paron benedeto, questo cattivo esempio me l’avete dato voi»
Cominciarono così le critiche per la larghezza
con cui trattava i penitenti, anche i più recidivi nella colpa, per
la generosità del perdono. Lo rimproveravano di essere troppo
sbrigativo contentandosi persino di sommaria accusa, tanto da tacciarlo di
lassismo di principi morali. Ai chierici venne perciò sconsigliato
apertamente di confessarsi da lui. Le critiche giunsero all’orecchio
del piccolo frate e un giorno un sacerdote gli disse: «Padre, ma lei
è troppo buono... ne renderà conto al Signore!... Non teme
che Iddio le chieda ragione di eccessiva larghezza?». E padre
Leopoldo indicando il crocifisso: «Ci ha dato l’esempio Lui!
Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il Suo sangue
divino. Dobbiamo quindi trattare le anime come ci ha insegnato Lui col Suo
esempio. Perché dovremmo noi umiliare maggiormente le anime che
vengono a prostrarsi ai nostri piedi? Non sono già abbastanza
umiliate? Ha forse Gesù umiliato il pubblicano, l’adultera, la
Maddalena?». E allargando le braccia aggiunse: «E se il Signore
mi rimproverasse di troppa larghezza potrei dirgli: “Paron benedeto, questo cattivo
esempio me l’avete dato voi, morendo sulla croce per le anime, mosso
dalla vostra divina carità”».
«Mi dicono che sono troppo buono» scrive a
un sacerdote suo amico «ma se qualcuno viene a inginocchiarsi davanti
a me, non è questa sufficiente prova che vuole avere il perdono di
Dio?».
Le critiche furono ben presto spazzate via.
L’allora canonico teologo di Padova monsignor Guido Bellincini
inviò subito una lettera al convento di padre Leopoldo:
«Grande larghezza di cuore la vostra, carissimo padre, che non
è lassitudine di principi morali, ma comprensione dell’umana
fragilità e fiducia negli inesauribili tesori della grazia: che non
è acquiescenza o indifferenza alle colpe, ma longanimità
concessa al peccatore, perché non disperi delle sue
possibilità di ricupero e si rassodi nei buoni propositi.
Ringraziamo Iddio che fa le cose giuste: ha voluto che fosse confessore e
giudice un semplice uomo e non un Angelo del cielo. Guai a noi se il
confessore fosse un Angelo: quanto sarebbe rigoroso e terribile!
L’uomo invece capisce l'uomo, e i sacramenti sono per gli
uomini!».
Nel maggio del ’35 padre Leopoldo festeggia il
suo cinquantesimo anno di vita religiosa. Inutile dire quante le
manifestazioni di affetto ricevute in quel giorno. Mai si pensava di esser
trattato così, lui che era la discrezione in persona. Honor sequitur fugientes! Mai
infatti, né in vita né dopo la morte, la diffusa fama di
santità suscitò attorno alla sua figura chiassosa
pubblicità o fanatismo. E i doni straordinari e le grandi opere che
per suo mezzo il Signore si è degnato di compiere, accadevano nel
silenzio, senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Tanto che molti dei
suoi stessi confratelli, come testimoniarono al processo, se ne accorsero
solo dopo la morte: «Io stesso non avrei mai creduto, perché
durante la sua vita non mi risultava nulla di straordinario. Padre Leopoldo
appariva un frate esemplare, ma nulla di più».
Per quel «nulla di più» quanti
ottennero da lui, anche quando era in vita, grazie e miracoli, quanti
“pesci grossi” il pentimento fino al dono delle lacrime, quanti
innominati entrarono per quella porticina del suo confessionale... Quanti
ricorderanno per tutta la vita quell’abbraccio, quello sguardo... E
lui tutti affidava a Maria, colei a cui tutto è stato perdonato in
anticipo. Quante ore della notte passò pregando per quelle anime?
Quante volte il padre guardiano lo aveva trovato prima dell’alba in
ginocchio per terra, nella penombra della cappella davanti alla statua
della Madonna? Per lei aveva gesti di tenerezza infantile e la baciava e
l’implorava con le lacrime agli occhi, come un bambino.
Negli ultimi tempi, malato di cancro all’esofago,
le preghiere alla sua «cara Parona celeste» sono ancora
più piene di commovente tenerezza: «Ho estremo bisogno»
scrive a un amico «che Lei, la mia dolcissima Madre celeste, si degni
di avere pietà di me. Il Suo cuore di madre si degni di guardare a
questo povero me; si degni di avere pietà di me». E ai suoi
confidenti chiedeva che la pregassero perché la sofferenza provocata
dal male non fosse d’impedimento per attendere alle confessioni:
«E La supplichi», chiedeva «supplichi il Suo cuore di
madre ch’io possa servire umilmente Cristo Signore secondo la natura
del mio ministero fino alla fine... Tutto, tutto per la salvezza delle
anime... Tutto a gloria di Dio!».
All’alba di quel 30 luglio volle celebrare la
messa ma per la debolezza venne riportato a letto. Sentendo venir meno le
sue forze chiese ai suoi confratelli di intonare il Salve Regina. Ai versi finali si
sollevò con gli occhi pieni di lacrime... Dulcis Virgo Maria, oh dolce Vergine
Maria. Fu questo l’ultimo suo respiro. La sera prima aveva confessato
cinquanta persone! L’ultima a mezzanotte.

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