Incontro con il segretario dell’ex Sant’Uffizio, l’arcivescovo Angelo Amato, salesiano. Gli studi di teologia e la passione per il calcio. Dalla difesa
dell’area a quella della dottrina della fede
di Gianni Cardinale
L’arcivescovo Angelo Amato è il secondo salesiano a ricoprire il ruolo
di segretario della Congregazione per la dottrina della
L’arcivescovo Angelo Amato è il
secondo salesiano a ricoprire il ruolo di segretario della Congregazione per la
dottrina della fede. È succeduto infatti a Tarcisio Bertone, anche lui figlio
di don Bosco, oggi cardinale arcivescovo di Genova. I due hanno una formazione
differente: Amato è un teologo, Bertone un giurista. Caratterialmente il nuovo
vice del cardinale Joseph Ratzinger, assai riservato nonostante le origini
meridionali, è quasi agli antipodi del suo predecessore, solare ed estroverso
pur essendo un piemontese doc. Senza contare poi le “profonde” differenze di
tifo calcistico: Amato milanista da sempre, Bertone notoriamente juventino… Ma
le differenze tra i due si fermano qui. E non toccano l’essenziale. Oltre ad
essere accomunati da una profonda stima reciproca e da una leale amicizia,
infatti, Amato e Bertone sono legati da un comune sentire riguardo ai nodi più
delicati dell’attuale situazione ecclesiale.
Angelo Amato nella loggia del palazzo del Sant’Uffizio
A quindici mesi dal suo insediamento
nell’ex Sant’Uffizio, l’arcivescovo Amato, vincendo una naturale ritrosia, ha
accettato un colloquio con 30Giorni per raccontare in particolare il periodo della sua
formazione salesiana e accademica. Il 23 aprile monsignor Amato ha partecipato
alla conferenza stampa di presentazione della istruzione Redemptionis
sacramentum. Su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la
santissima Eucarestia. E
nell’occasione ha, tra l’altro, ribadito che questo nuovo documento esprime la
volontà della Santa Sede che venga messa in pratica la riforma liturgica «secondo
quanto stabilito dal Concilio Vaticano II, eliminando quegli abusi che sono
contro la dottrina cattolica». Eccellenza, com’è nata la sua vocazione
salesiana? ANGELO AMATO: Molto semplicemente dal
fatto che agli inizi degli anni Cinquanta giunsero al mio paese,Molfetta, i salesiani e aprirono nel
quartiere in cui allora abitavo un oratorio, un centro giovanile e una
parrocchia. Automaticamente, invece di andare nella parrocchia di appartenenza,
cominciai a frequentare questo nuovo oratorio dove c’erano molti ragazzi e si
poteva fare sport. Ed è proprio nell’oratorio che è nata la mia vocazione. Ma i
miei genitori non erano entusiasti e così cominciai a frequentare l’istituto
tecnico nautico di Bari. Finalmente, quando ebbi quindici anni, mi venne concesso
di entrare nella congregazione salesiana. Feci l’aspirantato a Napoli e il
noviziato a Portici. C’era stata qualche figura di salesiano
che l’aveva l’affascinato in maniera particolare? AMATO: Senza dubbio il fondatore
dell’Opera di Molfetta, don Piacente, zio dell’allora presidente della Regione
siciliana, sacerdote di grande fede. Fu lui a donarmi una biografia di don
Bosco in due grandi volumi, quella del Lemoyne, che lessi d’un fiato. Ero
ragazzo ma già leggevo molto, oltre a praticare sport. Quale sport? AMATO: Il calcio, naturalmente. Giocavo da
centromediano, allora si chiamava così.Ricordo che nella mia squadra c’era un certo Gaetano Salvemini, che poi
sarebbe diventato un bravo giocatore e allenatore di serie B e anche, per
qualche tempo, di serie A. Ed è tifoso di qualche squadra? AMATO: Sì, certo, del Milan. Fin da quando
ero piccolo.
Il cardinale Joseph Ratzinger con l’arcivescovo Angelo Amato
Quindi da tempi preberlusconiani... AMATO: Esatto. Anche quando il Milan
precipitò in serie B. All’epoca ero in Grecia ed era difficile avere notizie
sul campionato cadetto. Fortunatamente c’era Makedonia, il quotidiano di Salonicco, che
riportava tutti i risultati delle partite italiane, comprese quelle della serie
B. Altri tempi. Ha gioito per il
campionato appena vinto – ahimè per noi romanisti – dalla squadra di Ancelotti? AMATO: Con moderazione. Siamo a Roma. Chiudiamo la parentesi sportiva.
Torniamo alla sua vita salesiana... AMATO: Dopo il noviziato ho trascorso tre
anni in Sicilia, ottenendo la maturità classica al Liceo salesiano di Catania.
Quindi ho studiato filosofia e teologia a Roma, dove ho preso la licenza nel
1968. Intanto il 22 dicembre del ’67 ero stato ordinato sacerdote a Roma e ho
celebrato la prima messa a San Pietro, nella Cappella dell’Eucarestia. E
questo, in un certo senso, mi invita ad andare ogni mattina a dir messa nella
Basilica vaticana. La seconda messa invece l’ho celebrata alle Catacombe di
Priscilla, nella Cappella Greca. Col senno di poi si potrebbe dire che questo è
stato un segno di come la Provvidenza a volte si diverta a giocare con noi. Come ha proseguito negli studi? AMATO: Dal ’68 ho studiato alla Gregoriana
per il dottorato in Teologia. Nel ’72 ho cominciato ad insegnare all’Università
Salesiana come assistente. Nel ’74 ho conseguito il dottorato con una
dissertazione, subito pubblicata, su I pronunciamenti tridentini sulla
necessità della confessione sacramentale nei canoni 6-9 della Sessione XIV. Relatore era il grande padre gesuita
Zoltan Alszeghy. Che ricordo ha di padre Alszeghy? AMATO: Ho un gratissimo ricordo. È stato
veramente un grande professore, un rinomato teologo e un santo sacerdote. Anche
perché è riuscito a passare dal metodo teologico “pre” a quello postconciliare
in modo, devo dire, grandiosamente equilibrato. Purtroppo mi sembra che oggi
sia stato dimenticato. Anche se mi dicono che ora ci sia uno studente italiano
che sta proprio lavorando su Alszeghy per conseguire il dottorato. Padre Alszeghy aveva particolarmente
approfondito la teologia della grazia e il tema del peccato originale. AMATO: Certo. E si tratta di temi che
sembrano anch’essi un po’ dimenticati... O meglio, se ne sente parlare, qualche
volta, e in maniera molto impropria. Speriamo che l’anniversario della
proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, che cade proprio
quest’anno, sia l’occasione per riprendere e approfondire questi temi nel solco
della grande tradizione della Chiesa. Un periodo che ha particolarmente
segnato la sua formazione è stato quello trascorso in Grecia alla fine degli
anni Settanta, come borsista del patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Fu
una sua scelta? AMATO: No. All’epoca ero un giovane
professore di Teologia dogmatica all’Università Salesiana. Si era agli inizi
del dialogo della carità tra cattolici e ortodossi, quello teologico doveva
ancora iniziare. Nel quadro degli scambi culturali il patriarcato ecumenico
aveva messo a disposizione una borsa di studio e il Segretariato per l’unità
dei cristiani invitò il nostro Ateneo ad inviare un suo docente. Io fui la...
“terza scelta”. Il compianto don Achille Triacca, la “prima scelta”, era molto
impegnato nella docenza e non poté accettare. Così anche un nostro docente di
Patristica rifiutò perché non aveva tempo. Alla fine chiesero a me se volevo
andare. L’invito fu per me un comando e accettai.
Padre Zoltan Alszeghy con don Angelo Amato nei primi anni Settanta
Quanto durò la sua permanenza in
Grecia? AMATO: Più o meno due anni, 1978 e 1979. I
primi quattro mesi ho abitato nella comunità dei padri gesuiti di Atene, per
imparare il greco moderno e superare l’esame di ingresso all’Università; quindi
mi trasferii a Salonicco presso il monastero Moní Vlatádon, sede del rinomato
Istituto patriarcale di studi patristici. Ero il primo e unico cattolico ad
essere ospitato. Mi accolse l’igumeno Nikodimos Anagnostou, oggi vescovo di
Ierissós. L’Istituto patristico era diretto dal celebre Panagiotis K. Christou,
ex ministro dell’Educazione del governo greco, autore di una monumentale
patrologia greca in più volumi ed editore delle opere del Palamás. Ricordo con
particolare commozione le liturgie celebrate nella piccola chiesetta del monastero,
luogo, secondo la tradizione, dell’evangelizzazione di san Paolo a Tessalonica.
Bisogna tener presente poi che l’Istituto patristico di Salonicco è il centro
teologico più importante dell’ortodossia, più importante di quello di Atene, ed
è anche il più aperto in senso ecumenico. Tanto che il professor Christou volle
pubblicare nella collana Análekta Vlatádon il frutto dei miei due anni di
studio sul sacramento della penitenza nella teologia greco-ortodossa nei secoli
XVI-XX. Come venne trattato dai monaci
ortodossi durante questa permanenza a Salonicco? AMATO: All’inizio con una certa,
comprensibile, diffidenza, che poi si sciolse, dando inizio a una convivenza
più che fraterna, generosa e nobilmente cristiana. Ho un gratissimo ricordo di
quel periodo e conservo ancora amici veramente fraterni. Dovremmo utilizzare
maggiormente queste opportunità di conoscenza in loco. In tal modo si superano
molti pregiudizi di tipo psicologico e si precisano molti nodi anche teologici. Lei contemporaneamente si iscrisse
anche all’Università civile di Salonicco… AMATO: Sì, vi frequentai le lezioni di
Dogmatica del professor Romanidis e quelle di Storia dei dogmi del professor
Kalogyrou. Entrambi mi onorarono della loro cortesia e della loro amicizia, pur
essendo di orientamento del tutto opposto: rigido nella dottrina il primo,
“paternamente ecumenico” il secondo. Ovviamente utilizzai al meglio la
Biblioteca centrale dell’Università – aperta anche nei mesi estivi –
ricchissima di opere di mio interesse. Approfitto per ringraziare da queste
pagine il direttore della Biblioteca e i cortesi addetti al servizio. Facendo un salto nell’attualità, come
valuta il dialogo tra Roma e Chiese ortodosse riguardo a due questioni
“classiche” come quella del Filioque e quella del primato petrino? AMATO: Quello del Filioque non credo sia un ostacolo insuperabile.
Quando studiavo in Grecia anche i professori meno aperti nei nostri confronti
concordavano nel dire che il Credo con o senza Filioque è il frutto di due tradizioni teologiche, occidentale
e orientale, entrambe legittime e che possono benissimo convivere. Ho
l’impressione, però, che quando da parte ortodossa si rinfocola questa
problematica e si chiede, ad esempio, di annullare le decisioni sul Filioque prese dal secondo Concilio di Lione nel
1274, in realtà lo si fa mirando ad altro... A cosa? AMATO: Mirando ad una sconfessione, ad un
azzeramento, di tutto il secondo millennio di storia della Chiesa, dal secondo
Concilio di Lione al primo Concilio Vaticano, senza parlare dei dogmi mariani
“pontifici” dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione. Concilio di Trento compreso? AMATO: Forse no. Trento non credo che
potrebbero sconfessarlo. Per un motivo semplice. Nella seconda metà del XVI
secolo per tre volte i teologi luterani di Tubinga inviarono al patriarca di
Costantinopoli, Geremia II [1536-1595, ndr], figura molto simpatica, la Confessione
augustana, pregandolo di
sottoscriverla per creare così un asse protestante-ortodosso contro Roma.
Purtroppo per loro, ma fortunatamente per noi, Geremia II rifiutò, rispondendo
in pratica: è vero che noi ortodossi siamo uniti a voi protestanti
nell’avversione contro Roma, ma, per quanto riguarda la dottrina, siamo
totalmente d’accordo con Trento. Per questo non credo che l’ortodossia possa azzerare
il Concilio tridentino. A parte la questione del Filioque, quello che sembra difficilmente
raggiungibile è un accordo sulle modalità di esercizio del primato petrino... AMATO: La Congregazione per la dottrina
della fede organizzò nel 1996 un simposio scientifico sull’argomento, di cui
sono stati pubblicati gli atti. Ha preso lo spunto dalla seguente affermazione
fatta da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint: «Sono convinto di avere a questo
riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare
l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle comunità cristiane e
ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del
primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua
missione, si apra ad una situazione nuova» (n. 95). Il problema è chiarire cos’è
l’essenziale. AMATO: L’essenziale per la dottrina della
Chiesa cattolica è che l’origine del primato è di natura divina e che ha come
finalità l’unità della Chiesa. E questo è riscontrabile anche negli scritti del
primo millennio: «Ubi
Petrus, ibi Ecclesia», scriveva sant’Ambrogio. Le caratteristiche
dell’esercizio del primato devono essere poi comprese a partire da due premesse
fondamentali: l’unità dell’episcopato e il carattere episcopale del primato
stesso. Senza contare poi che il successore di Pietro non può essere
considerato un semplice primus inter pares. Ciò detto, è chiaro che poi sulle modalità concrete
di esercizio ci possono essere delle diversità in rapporto ai tempi e ai
luoghi. È proprio su questo che sta ancora lavorando la nostra Congregazione. Quando è previsto che possa venire alla
luce questo documento? AMATO: Non posso fare previsioni. Ma la
strada da percorrere è ancora lunga perché strettamente collegate al primato
petrino vi sono questioni molto delicate come l’infallibilità pontificia e i
due dogmi mariani definiti da Pio IX e Pio XII. Ma è facile prevedere che
qualora si chiarisse la questione del primato petrino allora tutti gli altri
nodi nel dialogo con il mondo ortodosso, Filioque compreso, si scioglierebbero uno ad uno. A proposito dei dogmi mariani, come lei
ha già ricordato quest’anno ricorrono i 150 anni dell’Immacolata Concezione; in
che senso questo dogma, insieme a quello dell’Assunzione, è ancora un ostacolo
per il dialogo ecumenico con gli ortodossi? AMATO: Per quanto riguarda l’Assunzione
non c’è differenza con l’ortodossia tranne per il fatto che noi l’abbiamo
dogmatizzata e loro invece no. Nel caso dell’Immacolata Concezione invece una
differenza c’è, dovuta principalmente ad una diversa comprensione
nell’ortodossia di quello che noi chiamiamo peccato originale. Quale? AMATO: Per la dottrina cattolica Maria è
stata concepita, appunto, senza peccato originale. Per gli ortodossi invece –
anche se non mancano nella storia delle eccezioni – la catarsi, la
purificazione della Beata Vergine avviene con l’Annunciazione. Sergej
Nikolaevic Bulgakov nella sua opera Il roveto ardente dedica un intero capitolo al dogma
mariano dell’Immacolata Concezione, attribuendo all’autoritarismo dottrinale
cattolico la promulgazione del dogma del 1854, che de facto avrebbe anticipato il dogma del Concilio
Vaticano I concernente l’infallibilità papale in materia di fede. Per lui il
dogma dell’Immacolata sarebbe un abuso dottrinale, un’espressione non corretta
di una idea giusta, quella dell’impeccabilità personale della Madre di Dio. Eccellenza, chiudiamo questa parentesi
ortodossa. Ma rimaniamo in tema mariano. Negli ultimi anni lei è entrato più
volte in polemica con chi vorrebbe che siano definiti ulteriori dogmi sulla
Vergine Maria. AMATO: Non sono entrato in polemica. Ho
espresso la mia opinione. È vero che ci sono dei circoli, piuttosto marginali,
che vorrebbero dogmatizzare tre titoli contemporaneamente: Avvocata, Mediatrice
e Corredentrice. Per quanto riguarda i primi due ricordo che sono stati fatti
propri dal Concilio Vaticano II nella Lumen gentium e non vedo perché si debba dogmatizzarli
aggiungendo così ulteriori e inutili problemi al dialogo ecumenico. E per il titolo Corredentrice? AMATO: In questo caso la questione è più
seria. Il titolo di Corredentrice non è né biblico né patristico né teologico
ed è stato usato raramente da qualche pontefice e solo in allocuzioni minori.
Il Concilio Vaticano II l’ha volutamente evitato. È bene ricordare che in
teologia si può usare il principio dell’analogia, ma non quello della
equivocità. E in questo caso, non c’è analogia, ma solo equivocità. In realtà
Maria è la “redenta nel modo più perfetto”, è il primo frutto della redenzione
di suo Figlio, unico redentore dell’umanità. Voler andare oltre mi sembra poco
prudente. Riprendiamo il filo della sua
formazione. Un altro periodo importante della sua esperienza di studioso è
quello trascorso negli Stati Uniti dove in particolare ha approfondito il tema
delicato della cosiddetta teologia delle religioni. AMATO: In effetti mi sono recato negli
States durante il mio anno sabbatico nel 1988. E a Washington D. C., nelle
biblioteche della Catholic University e della Georgetown, ho iniziato a studiare
il tema da lei citato. All’epoca l’argomento era poco approfondito in Europa,
mentre era già ampiamente presente nelle pubblicazioni in lingua inglese
soprattutto nordamericane e asiatiche. Ed era chiaro che non poche soluzioni
teologiche apparivano, e appaiono tuttora sbilanciate, sul versante del
pluralismo e del relativismo. È comprensibile la difficoltà di quei teologi che
vivono in Paesi non cristiani con grandi tradizioni religiose e culturali. Ma
l’annuncio di Gesù come Signore e Redentore unico dell’umanità è un dato
evangelico primario ed essenziale. Questo approfondimento le è stato utile
quando ha dovuto dare il suo contributo alla stesura della famosa dichiarazione
Dominus Iesus,
pubblicata nel 2000, che ha suscitato non poche polemiche anche da parte di
eminentissimi esponenti della Chiesa cattolica... AMATO: A parte alcune reazioni a caldo non
del tutto opportune, ormai, a quattro anni dalla sua pubblicazione, tutti
riconoscono l’utilità, la tempestività e la giustezza della Dichiarazione Dominus
Iesus. La Dominus Iesus è stata criticata per lo stile freddo,
astratto... AMATO: Forse conviene precisare bene la
questione del tono e del linguaggio della dichiarazione. Anzitutto non si
tratta di un documento lungo e articolato, ma solo di brevi capitoli oltremodo
sintetici. Questo modo di comunicazione non intende essere segno di
autoritarismo o di ingiustificata durezza, ma appartiene al genere letterario
tipico di quei pronunciamenti magisteriali, che hanno la finalità di
puntualizzare la dottrina, censurare gli errori o le ambiguità, e indicare il
grado di assenso richiesto ai fedeli. Il tono semplice e chiaro intende
comunicare ai fedeli che non si tratta di argomenti opinabili o di questioni
disputate, ma di verità centrali della fede cristiana, che determinate
interpretazioni teologiche negano o mettono in serio pericolo. Particolarmente criticata è stata poi
la seconda parte della Dominus Iesus, quella ecclesiologica... AMATO: In questa seconda parte si è voluto
riproporre quella che si può definire la specificità della tradizione
cattolica, come risposta ad una situazione di confusione teologica. La Dominus
Iesus non vuole esprimere
altro che la sintesi dell’essenza della nostra coscienza di fede ecclesiale. Un’altra sintesi del Credo, in forma più divulgativa, dovrebbe
essere il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica in preparazione presso la vostra
Congregazione. Sarà pronto, come da tabella di marcia, per il 2005? AMATO: Credo di sì. Una bozza completa è
stata già mandata a tutti i cardinali e a tutti i presidenti delle Conferenze
episcopali, per loro eventuali osservazioni. Dopodiché verrà stilata una
redazione definitiva che verrà sottoposta al Santo Padre. Se Dio vuole per i
primi mesi del 2005 avremo il Compendio. Eccellenza, nel novembre scorso lei ha
partecipato ad un seminario di studi promosso dal Pontificio Consiglio della
giustizia e della pace sul tema degli Ogm. Personalmente che idea si è fatto
della questione? AMATO: Assistendo alle relazioni e al
dibattito della Conferenza di novembre mi è sembrato di capire che finora non è
stata ancora scientificamente provata una dannosità assoluta degli Ogm. Anche
se le coltivazioni biotech pongono delle serie questioni a livello economico ed agronomico.
Comunque credo che da sempre l’uomo abbia cercato di modificare le colture per
intensificare la produzione e per difenderle dai parassiti. Si prevedono interventi dottrinali su
questo argomento? AMATO: Non certo dalla nostra
Congregazione. A meno che non sorga il dubbio fondato che il pane e il vino
fatti con grano o uve geneticamente modificati, se usati per la messa, possano
invalidare la celebrazione eucaristica. Un’ultima domanda. Lei ha partecipato
ad una anteprima per la Curia romana del film The Passion of the Christ di Mel Gibson. Che impressione le ha
fatto? AMATO: Le dico a caldo le mie impressioni,
che sono positive. La prima riguarda la grande professionalità del film, che è
ottimamente “confezionato” e che mantiene viva la tensione e l’attenzione dello
spettatore, cosa difficile per i film religiosi. La seconda impressione è che,
nella fedeltà al testo biblico, il film è una meditazione realistica, non
edulcorata e oleografica, ma per niente forzata, dei misteri dolorosi: dalla
orazione di Gesù nell’orto, alla flagellazione, alla coronazione di spine, alla
salita al Calvario e alla crocifissione e morte. È la Via Crucis di nostro
Signore. Lo spargimento di sangue non è altro che la conseguenza di questi
atroci supplizi. La morte di Gesù fu un vero e proprio sacrificio. Lo stesso
Signore, istituendo il sacramento dell’Eucarestia, lo dice: «Questo è il sangue
della nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei
peccati». Gesù ha versato il suo sangue, e le sue ultime gocce fuoriuscirono
dal suo costato, colpito dalla lancia di Longino. Le ultime considerazioni
riguardano la presenza di Satana, il vero avversario e nemico che Gesù vince
col suo sacrificio, e la scena del sepolcro vuoto e di Cristo che risorge. Le
bende che avvolgevano il cadavere del Signore non sono sciolte ma solo
afflosciate. Il Risorto le ha abbandonate con il suo corpo glorioso, senza
sfasciarle, come invece dovette fare Lazzaro quando fu risuscitato da
Gesù.