ANNIBALE MARIA DI FRANCIA E LUIGI ORIONE «Tu sei il Buon Samaritano...»
«...Lo sanno tutti; io lo so meglio di ogni altro». Così Ernesto Buonaiuti scrisse a don Orione. Don Roberto Simionato, generale della Congregazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza, racconta la magnanimità e l’ardore del fondatore
di Giovanni Cubeddu
La sede della Piccola Opera della Divina Provvidenza è a Roma sulla via
Appia, alle spalle della parrocchia di Ognissanti che d
Don Orione sulle scale dell’Istituto San Filippo in una foto del 1938
La sede della
Piccola Opera della Divina Provvidenza è a Roma sulla via Appia, alle spalle
della parrocchia di Ognissanti che don Orione stesso fece costruire. È lì che
incontriamo il generale della Congregazione, don Roberto Simionato, per parlare
di don Orione che domenica 16 maggio sarà canonizzato. «Credo nella
grazia che viene da una canonizzazione. Noi l’attendevamo da anni, dal 1980,
dalla data della beatificazione di don Orione. Che lui fosse santo, lo sapevamo
già in cuor nostro, per la conoscenza della sua vita e per i miracoli visti e
accaduti. È una grande e bella responsabilità davanti a Dio essere figli di don
Orione, di san Luigi Orione. Guarderanno lui e guarderanno noi, e questo ci
costringerà ad essere umili, a chiedere ancora più aiuto a Dio e a don Orione».
Lei che cosa
ama di più di don Orione? Roberto Simionato:
La sua persona e la sua passione. Quand’ero più giovane e leggevo i suoi
scritti mi sembrava talora enfatico il suo chiedere sempre qualcosa di più a sé
e ai suoi, voler fare per Gesù e per la Chiesa qualcosa di più di tutti gli
altri. Ora, il suo ardore è quello che mi rimane più negli occhi e nell’anima.
Si è speso tutto per Gesù, don Orione, ed è stato, è, uno che bada ai fatti,
perché per lui «il popolo, di parole ne ha piene le tasche». Il Papa ha
detto che don Orione «ebbe la tempra e il cuore dell’apostolo Paolo…». Simionato:E da allora noi Orionini abbiamo fatto più
nostro l’apostolo Paolo. Sempre il Papa
ha aggiunto che don Orione fu «tenero e sensibile fino alle lacrime». Simionato:Luigi Orione era un uomo austero, con
quella vena di virilità di una volta che sembrava refrattaria al pianto. Ma più
di una persona che lo ha conosciuto mi ha raccontato della sua tenerezza e
compassione. A chi era nelle avversità o senza alcun sostegno familiare, lui
sapeva dire: «Da questo momento ti farò da padre e da madre», prendendogli il
viso tra le mani. «...Infaticabile
e coraggioso fino all’ardimento». Simionato:È andato tra i primi a soccorrere i
terremotati di Messina e di Reggio Calabria, ed è rimasto anni in Sicilia, pur
essendo la sua Famiglia ancora giovanissina e di poche unità… Come fece anche
dopo il terremoto di Avezzano.
Paolo VI nel cortile del San Filippo in occasione della visita nel marzo 1965
Don Orione chiese
che i suoi religiosi fossero gli “arditi” del papa, i “garibaldini” del papa e
disse: «Non voglio presuntuosi, ma neppure conigli» e «la pusillanimità è
contraria allo spirito del nostro Istituto». Nel 1981, riscrivendo le
costituzioni, qualcuno di noi si chiese se fosse corretto lasciare tale
citazione, come se gli altri Istituti nella Chiesa constassero di codardi…
Eppure alla fine abbiamo rispettato il nostro santo fondatore, perché per lui
il coraggio, la magnanimità vengono da Dio, è Lui che ci dà«un coraggio superiore di gran lunga
alle forze che sentiamo». «...Avvicinando
alte personalità della politica e della cultura, illuminando uomini senza
fede, convertendo peccatori…». Simionato:I rapporti di Orione col modernismo –
Ernesto Buoniauti, Romolo Murri, Tommaso Gallarati Scotti, eccetera – sono un
capitolo bello e noto del suo apostolato. Buonaiuti gli scrisse: «Tu sei il
Buon Samaritano. Lo sanno tutti; io lo so meglio di ogni altro».Pur di far del bene, don Orione si metteva
dentro ai problemi. Ha scritto anche a Mussolini, «da italiano e da papalino»,
perché si decidesse a chiudere la questione romana e si giungesse alla
conciliazione tra Stato e Chiesa in Italia. È stato richiesto dai papi e dai
dicasteri vaticani come mediatore in questioni delicate – ad esempio quella di
Padre Pio da Pietrelcina negli anni difficili – per risolvere situazioni
controverse, per avvicinare sacerdoti lontani per le idee o lapsi rispetto al del proprio stato
sacerdotale. Dov’è oggi la
Piccola Opera della Divina Provvidenza? Simionato:In trentadue Paesi. La prima partenza, su
suggerimento di Pio X, fu per la “Patagonia romana”, fuori Porta San Giovanni e
nella campagna circostante. Attorno alla parrocchia di Ognissanti e
all’Istituto San Filippo nacque l’attuale quartiere Appio. Mandò missionari e
fu egli stesso missionario in America Latina dal 1921 al 1922 e tra il 1934 e
il 1937. In Argentina, Brasile e Uruguay ci sono ancora molte comunità che
furono fondate da don Orione stesso. Andò in Cile viaggiando in aereo. Nel 1923
iniziò la sua Congregazione anche in Polonia, ancor oggi fiorente di religiosi
e suore (il segretario della Conferenza episcopale polacca è stato per 25 anni
un vescovo orionino, Bronislaw Dabrowski). Diffuse la Congregazione in Oriente,
in Palestina, a Rodi, in Albania. Poi si diresse verso il mondo anglosassone,
in Inghilterra e Stati Uniti. Dopo la morte del fondatore la spinta missionaria
non è mai venuta meno, dirigendosi verso altri Paesi dell’America Latina quali
Venezuela, Messico, Perù, e poi in alcune nazioni dell’Africa, come nel
Madagascar. Dopo la caduta del muro di Berlino abbiamo risposto alla richiesta
di aiuto delle Chiese dell’Europa dell’Est: siamo in Romania, Bielorussia,
Ucraina… Ultimi approdi degli Orionini sono le Filippine e l’India.
Don Orione guida una processione eucaristica al santuario del Divino Amore
E la Russia? Simionato:In don Orione c’era l’aspirazione all’unità
delle Chiese, per far sì che – come si diceva all’epoca – scomparisse «la
confusione dei tabernacoli». Don Orione disse chiaro che si andava in Polonia –
semperfidelis nella fede cristiana e nell’attaccamento
al papato – guardando verso Oriente, per entrare un giorno in Russia, per far
opera di unità con le Chiese sorelle ma separate. Abbiamo una
traccia della passione di don Orione per l’Oriente nella contentezza
manifestata quando poté accogliere un gruppo di profughi armeni scampati
all’eccidio del loro popolo. Otto di essi divennero chierici della
congregazione. Ne rispettò il rito e i costumi e già sognava di partire con
quelli per nuove frontiere della carità. «In tutto quello
che non intacca e non diminuisce lo spirito di Dio, la fede, la dottrina, la
morale, la Chiesa, le regole, usiamo i costumi, le usanze dei diversi popoli
per guadagnarli, come dice l’apostolo Paolo, per poter fare del maggior bene»,
affermava don Orione. Credo che al tempo di don Orione nemmeno esistesse la
parola inculturazione, ma gli era ben presente nel suo modo di vivere. Ai suoi
preti missionari in Polonia chiedeva ad esempio di vivere alla polacca,
mangiare e vestire alla polacca e di non fare mai paragoni, e che se non
potevano dir bene di qualcuno, allora tacessero. Aveva una grande duttilità e
apertura pur di annunciare Cristo e «fare un po’ di bene alle anime». Non volle
per i membri della sua Congregazione un abito proprio. «Io in Sicilia portavo
il robbone alla siciliana» ricordava; «don Piccinini in Inghilterra va vestito
come i pastori protestanti ma col colletto. Voi qui in Argentina portate il
cappello a quel modo, da cocchiere, e fate benissimo». E portava l’esempio di
Matteo Ricci che per questo atteggiamento aperto in Cina aveva anche patito le
incomprensioni della Chiesa, anche se poi fu riconosciuto il valore della sua
testimonianza. In tutti gli
anni vissuti nella famiglia orionina, quale episodio le ha fatto pensare di più
a don Orione? Simionato:Tanti episodi. Ho l’immagine di un
confratello che a 76 anni è partito per la missione, «dove c’è più bisogno»,
diceva. Ed è ancora lì. Come non pensare al«dobbiamo morire in piedi» di don Orione? Quando ero
giovane parroco, mi capitò di congedare un po’ sbrigativamente una persona che
era arrivata, come altre volte, a mendicare alla fine della giornata, mentre
chiudevo le porte. Un confratello anziano vide e mi prese da parte con tanta
gentilezza, dicendo: «Don Orione ci ha insegnato che i poveri non devono andar
via da noi arrabbiati». Nel 1991 il
cardinal Sin ci affidò una missione a Manila, in un sobborgo, la smoking
mountain, l’enorme
discarica della città, dove avremmo dovuto avere cura di 70-80mila persone,
molte di più di oggi. Ci andarono due nostri preti, a vivere laggiù, e non
hanno rifiutato di offrire tutto a Dio, in quelle condizioni, tanto da
ammalarsi e morire, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. Poi, per grazia
di Dio, la missione è andata avanti e abbiamo avuto anche vocazioni locali. E vorrei
concludere da dove avevo cominciato. Io credo nella grazia che don Orione santo
può farci di nuove vocazioni. Quando lui, anni fa, è diventato beato, è stato
così. E ha anche ravvivato la nostra vocazione con il conforto che ci è venuto
dalla fede di chi guardava a noi, Orionini, non per i nostri meriti. Brani inediti tratti
dagli Scritti di don Orione Archivio
della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma «Quando il
popolo sembrerà strappato per sempre a Dio, allora si risveglierà come un
forte, e comprenderà che solo Cristo è la sua vita e la sua felicità, e a voce
grande e angosciosa invocherà il Signore, il Dio della misericordia. Basterà
allora alzare un Crocifisso, che il popolo gli cadràai piedi, per risorgere a vita più alta. Che se anche gli
altari andranno rovesciati, e le pietre vivedel Santuario disperse e peggio finché sulle ruine
restiun troncone di Colui che noi
adoriamo o un lembodel manto di
Maria, basterà, o fratelli, basterà quello!» «Ché
l’avvenire appartiene a Cristo Risorto, al Re invincibile! Cristo è il verbo
divino che rigenera: è la via di ogni grandezza morale: è la vita di ogni
libertà! Cristo è la sorgente di amoree di pace donde ogni cuore deve sperare conforto: è la luce da cui ogni
popolo può sperare incremento. Mi par di vederlo avanzarsi al grido angoscioso
dei popoli...Ecco ch’ei viene
portando sul suo cuore la Chiesa e nella sua mano le lagrime e il sangue dei
poveri: la causa degli umili, degli afflitti, degli oppressi, delle vedove,
degli orfani e dei rejetti». Scritti, 61, 120-121 «Sollevare il
popolo, mitigarne i dolori, risanarlo. Deve starci a cuore il popolo.L’Opera della Divina Provvidenza è pel
popolo. Andiamo al popolo.Bisogna
riscuoterci. Evitate le parole: di parolai ne abbiamo piene le tasche:
taumaturgo sarà il fatto ricondurre alla fede avita le turbe, ricondurle al
Padre, alla Chiesa; un lavoro popolare»