Intervista con Sean Penn in occasione dell’uscita in Italia del suo film L’assassinio di Richard Nixon. Storia di un uomo fallito e alla deriva che vuole uccidere il presidente
di Antonio Termenini
Sempre più spesso definito da critici e addetti ai lavori come il nuovo
Robert De Niro, per l’intensità drammatica dei ruoli ch
Sean Penn in una scena del film L’assassinio
di Richard Nixon
Sempre più spesso definito da critici e
addetti ai lavori come il nuovo Robert De Niro, per l’intensità drammatica dei
ruoli che interpreta, per la capacità di calarsi in un ruolo svuotandosi della
propria personalità a tratti burbera e scostante, ma apprezzato ancheper la sua attività di regista che
annovera tre titoli di ottimo livello, Lupo solitario, Tre giorni per la verità e Lapromessa, Sean Penn ha ottenuto lo scorso marzo la
consacrazione che attendeva da anni: l’Oscar come miglior attore protagonista
per l’interpretazione del poliziotto di Mystic river, il dolente dramma diretto da Clint
Eastwood. Ora Sean Penn torna in un ruolo altrettanto drammatico, quello del
rappresentante Sam Bicke, lasciato improvvisamente dalla moglie e senza la
possibilità di vedere i suoi bambini. Siamo nel 1974, in un periodo di crisi
economica e politica per gli Stati Uniti, in pieno Watergate, con Nixon, il
presidente di allora, messo alle strette dal Congresso e dall’opinione
pubblica. Sam è costretto a cambiare diversi lavori, è sottopagato e passa
diversi periodi da disoccupato. Comincia a covare rabbia e rancore dentro
di sé nei confronti della società che sembra averlo tradito e nei confronti dei
politici che lo rappresentano. Entra in una profonda crisi di alcolismo e
depressione ed inizia a coltivare uno strano piano per uccidere proprio il
presidente Richard Nixon. L’assassinio di Richard Nixon, pur essendo l’opera prima di Niels
Mueller, dimostra una grande solidità narrativa unita a una particolare cura
nel tracciare lo spessore psicologico dei diversi personaggi. Merito anche di
una produzione che ha coinvolto, in veste di produttori, Alfonso Cuarón,
regista dell’ultimo Harry Potter, e Leonardo Di Caprio. Abbiamo incontrato Sean Penn a Cannes dove
L’assassinio di RichardNixon ha inaugurato la
sezione Un certain regard. La storia di Sam Bicke, anche se
ambientata negli anni Settanta, sembra perfettamente adattabile alla parabola
di un uomo qualunque degli Stati Uniti di oggi… SEANPENN: Sì, viviamo in un identico momento di crisi e
di depressione. Non c’è voglia di guardare al futuro, caratteristica tipica del
popolo americano, ma si ha solo paura per il presente e per un incerto domani.
L’economia, poi, è in crisi e a farne le spese è soprattutto la classe media,
quella dei lavoratori. La storia era stata scritta cinque anni fa e si riferiva
al periodo in cui era presidente Lyndon Johnson, ma ho voluto che fosse immersa
in un’atmosfera tipicamente anni Settanta. Credo che Sam Bicke sia un’altra
versione dell’alienazione della civiltà moderna al pari del Travis Bickle di Taxi
driver. I film che interpreta sono molto simili
a quelli che dirige. Si tratta di una scelta sempre voluta? PENN: Quasi sempre sì. Fortunatamente a
Hollywood sono uno dei pochi attori che può scegliere i ruoli da interpretare e
spesso ho rifiutato parti in blockbuster o produzioni miliardarie. In effetti sento molto
vicino alle mie corde interpretative e di artista personaggi malinconici,
attraversati da una lenta disperazione che li attanaglia e che può anche
soffocarli. Il poliziotto di Mystic river è un personaggio a tutto tondo, la tragedia di un
uomo che vede tradita l’amicizia, la fiducia di un altro amico, e che pian
piano scopre il rivelarsi della verità. Il Sam Bicke di L’assassinio di
Richard Nixon tenta di
dare una svolta alla propria vita fatta di fallimenti e continui scacchi, di
continue sconfitte. Tenta di riavvicinarsi alla moglie per poter rivedere i
suoi figli, ma fallisce. Il tentativo di uccidere Nixon è una fuga in avanti che
non ha nessun senso preciso. È la stessa condizione che vive il protagonista,
interpretato da Jack Nicholson, del mio ultimo film La promessa. Evidentemente è una tipologia di
personaggi che sento affine al mio carattere. Nel marzo 2003 lei si è recato a
Baghdad per incontrare i ragazzi che ancora soffrono per le ferite della prima
guerra del Golfo e si è ripetutamente schierato contro l’intervento militare
statunitense in Iraq. Come si può riassumere la sua posizione? PENN: Il significato del mio viaggio nel
marzo 2003 in Iraq era quello di mostrare all’opinione pubblica americana che
esiste anche l’altra parte. Troppo spesso, anche in conflitti più giustificati,
gli americani hanno guardato solo nelle loro file, senza pensare a chi era
dall’altra parte della barricata. Guardavamo ai nostri morti, ai nostri civili
persi, ai nostri drammi, mai a quelli degli altri. Per anni uno strano modo di
far informazione ci ha sempre mostrato le immagini e i proclama propagandistici
di un tiranno, Saddam Hussein, ma mai la voce della gente, i suoi problemi, il
suo desiderio di normalità, la sua difficoltà a trovare cibo. È stato bello
stare a contatto con la popolazione locale, soprattutto con donne e bambini. L’11 settembre è stato uno shock senza
precedenti per gli Stati Uniti, per la prima volta siamo stati attaccati sul
nostro suolo e ci siamo sentiti indifesi; ma la guerra all’Iraq non è stata
certo la risposta giusta. I problemi sono iniziati quando, improvvisamente,
dopo la fine del secondo mandato di Clinton, si sono interrotti i dialoghi di
pace tra palestinesi e israeliani. Il Medio Oriente è tornato ad essere una
polveriera ingovernabile. Questo, secondo me, è uno dei motivi fondamentali
all’origine dell’11 settembre. Poi, per mascherare difficoltà interne, un’economia
in crisi, si è voluto creare l’alibi delle armi di distruzione di massa e della
contiguità tra Osama bin Laden e Saddam Hussein per poter intervenire con la
forza in Iraq. Quale sarebbe, secondo lei,
l’atteggiamento che dovrebbero assumere gli Stati Uniti? PENN: Ritirarsi gradualmente dal suolo
iracheno lasciando che a governare il caos siano forze Onu guidate a
maggioranza da truppe di Paesi arabi moderati. Solo successivamente, ma con
molta gradualità, si potrebbe procedere alla formazione di un governo iracheno
dopo libere elezioni. Le consultazioni del gennaio 2005 appaiono alla
maggioranza degli iracheni come un processo imposto, non spontaneo, proprio
come l’invio delle nostre truppe dall’inizio di questa primavera.