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ANNO SACERDOTALE
Giovanni Maria Vianney a centocinquant’anni dalla morte
Così lontano, così vicino
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Il santo Curato d’Ars, il prete vissuto tra la Rivoluzione e la Restaurazione, confessava, celebrava messa, insegnava catechismo, soccorreva i poveri. Non sapeva inventarsi nient’altro. Per questo tutti correvano da lui. Perché non faceva velo al lavoro della grazia |
di Gianni Valente
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 | | Giovani scout in pellegrinaggio presso il santuario del santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney (Ars-sur-Formans, regione del Rhône-Alpes) [© Romano Siciliani/Alessio Petrucci] | | |
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Ad Ars il tempo scorre
ancora tranquillo come l’acqua del Formans, il ruscello che
attraversa il comune. Le poche case raggrumate sulla curva che gira intorno
alla chiesa sono ancora incastonate tra campi gonfi delle piogge
d’inverno e boschetti di poggio dove la mattina presto rumoreggiano i
merli. La vecchia canonica conservata come un museo, la suora che passa con
la carriola piena di vivande per il convento, persino il mémorial con le scene
della sua vita, ricostruite intorno a trentotto statue di cera che sembrano
vere. Tutto rende facile immaginare la grazia ordinaria che irrigava i
giorni quando lì c’era lui, Giovanni Maria Vianney, il curato
patrono di tutti i parroci del mondo.
Ad Ars il tempo scorre tranquillo, ma scorre. Sono
passati centocinquant’anni da quando chiuse gli occhi sereno,
letteralmente consumato dalla fatica di confessare giorno e notte i suoi
amici peccatori che correvano a lui da tutta la Francia. Se uscisse dalla
canonica stasera – secco come un raspo di vigna, col grosso cappello
sotto il braccio, la vecchia tonaca consunta, quei capelli bianchi troppo
lunghi anche per la sua epoca – magari gli capiterebbe
d’incrociare il gruppetto di ragazzi presi a fare impennate con le
loro lambrette fiammanti proprio davanti alla sua chiesa. Chissà
cosa troverebbe da dire, oggi, anche a loro. Chissà se loro lo
sanno, chi è il santo Curato d’Ars. Il prete vissuto tra
Rivoluzione e Restaurazione, piccolo parroco sperduto nella sua gleba, che
la Chiesa di Roma è tornata a mostrare di nuovo a tutti, facendo
viaggiare fino a San Pietro il reliquiario che contiene il suo cuore e
affidando al suo patrocinio l’inizio dell’anno sacerdotale, il
19 giugno. Operazione non priva di incognite. Che lo espone al rischio di
cadere ostaggio di neoconformismi clericali di ritorno. O a quello opposto
di essere archiviato come testimonial di nostalgie passatiste. Ma offre anche la chance di seguirlo nei suoi
giorni, per le vie di Ars, e scoprire così il segreto della sua
paradossale prossimità.
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 | | L’antico santuario [© Ciric] | | |
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Un altro mondo
I registri parrocchiali di Dardilly, il paese natio a
otto chilometri da Lione, iscrivono la sua nascita all’8 maggio 1786.
Da lì al 1859, durante i 73 anni della sua vita, la Francia conosce
la fine dell’Ancien régime, la Rivoluzione, la Monarchia costituzionale, la Prima
Repubblica, il Direttorio, il Consolato, il Primo Impero, la Restaurazione,
la Monarchia di luglio, la Seconda Repubblica, il Secondo Impero....
Jean-Marie ha sette anni nel 1793, ne avrà quindici
all’avvento di Napoleone e ventinove alla sua caduta. Riceverà
il suo sacerdozio un mese e mezzo dopo Waterloo.
«I grandi avvenimenti della storia»,
scrive Daniel Pezeril, «non proiettano mai meglio le loro ombre che
sulle vite della gente piccola». Vale anche per Jean-Marie.
Nell’inverno del 1793-94 l’esercito inviato dalla Convenzione
di Parigi soffoca nel sangue la rivolta di Lione, insorta contro il
Terrore. Anche a Dardilly la chiesa rimane chiusa, il campanile tace, ma il
piccolo Vianney – raccontano i testimoni – continua a recitare
le sue preghiere in casa o nel silenzio dei campi, quando porta il suo
gregge a pascolare lungo lo Chemin du Pré-Cousin o a Chantemerle. Le
campane ricominciano a suonare solo dopo il ’95, dopo che il vecchio
parroco del villaggio ha scelto di piegarsi al vento della persecuzione,
firmando tutti i giuramenti imposti dal nuovo ordine rivoluzionario che
assimila i preti ai funzionari dell’amministrazione civile. I
Vianney, come tutti gli altri, all’inizio continuano a seguirlo. Solo
in un secondo momento i loro parenti della vicina Ecully li mettono in
guardia dal frequentare le messe di un prete considerato scismatico.
Jean-Marie potrà prendere la sua prima comunione solo nel 1799, al
tempo della falciatura, istruito dai preti e dalle suore refrattari (che
non hanno cioè giurato fedeltà alla Repubblica) che a Ecully
continuavano a svolgere clandestinamente il loro apostolato. La cerimonia
avviene in una camera della casa del conte Pingon d’Ecully, dopo che
è stata sistemata davanti alla finestra un’ingombrante
carretta di fieno per sviare i controlli degli agenti della Repubblica.
Jean-Marie cresce da cristiano e segue la sua
vocazione al sacerdozio nel tempo e nel luogo segnati dalla prima
persecuzione “moderna”, e dal primo tentativo ideologico di
secolarizzazione forzata. Non lo sfiora l’illusione di benedire il
Nuovo Ordine, scambiandolo come una tappa della storia della salvezza. Ma
non si ritrova in lui, come prima movenza, nemmeno l’impulso a
organizzare la resistenza controrivoluzionaria, la chiamata a mettersi di
traverso sul cammino della storia.
Un’incertezza sfibrante prende il Vianney
seminarista quando nel 1809 lo chiamano ad arruolarsi da coscritto
nell’esercito di Napoleone, l’invasore degli Stati pontifici,
che Pio VII ha scomunicato insieme a «tutti i suoi aderenti, fautori
e consiglieri» e che per tutta risposta ha deportato il successore di
Pietro in Francia. Il sovrano sacrilego ha dichiarato guerra anche alla
cattolica Spagna. Cosa devono fare i cattolici di Francia? Non dovrebbero,
per fedeltà alla Chiesa, sottrarsi al servizio militare? A chi gli
prospetta la via della diserzione, Jean-Marie risponde pieno di titubanze:
«Bisogna pure che obbedisca alla legge, mie buone suore»,
ripete alle monache di Roanne che assistono il coscritto caduto in
malattia. Alla fine, come sempre, Jean-Marie lascerà fare alle
circostanze, accompagnandole di suo solo con una briciola di calcolata
esitazione. Arriva tardi a ritirare il foglio di via necessario per il suo
trasferimento verso la Spagna, e “cede” all’invito di un
compagno coscritto che lo porta al suo paese, con la promessa che lì
non sarà difficile nascondersi e anche lavorare. Disertore per caso,
quasi per effetto di tergiversazione, dall’esercito napoleonico, da
seminarista godrà anche lui indirettamente dei vantaggi concessi al
cardinale Fesch, zio di Napoleone Bonaparte, dal suo imperiale nipote,
proprio in un frangente in cui lo stesso nipote come punizione verso i
vescovi indocili aveva stabilito la soppressione di tutti i seminari
minori, rinfocolando i sentimenti filomonarchici di buona parte del clero.
Tanti anni dopo, cambiata la scena del potere, un altro Napoleone
imperatore dei francesi, con decreto dell’11 agosto 1855,
promuoverà l’abbé Vianney «nell’ordine
imperiale della Legion d’Onore, con il grado di cavaliere».
Titolo che assume un’inevitabile vena umoristica, sulle spalle
spigolose e fragili del curato che aveva immediatamente venduto a vantaggio
dei poveri anche la mantellina che gli avevano affibbiato quando era
diventato canonique.
Quando il potere, per calcoli propri, cambia rotta e atteggiamento nei
confronti suoi e della Chiesa, Vianney ringrazia il Cielo. Per tutta la
vita accoglierà con riconoscenza favori e donazioni di benefattori
nobili e potenti, sempre destinati ad abbellire la chiesa o, a La
Providence, la casa per le orfanelle. Ma non ha il problema di sacralizzare
con le sue omelie l’uno o l’altro degli assetti di potere
temporale che si succedono. Nel suo piccolo, ha preso atto che la speranza
cristiana non viene meno per condizioni esterne, comprese quelle della
persecuzione. Speranza che può fiorire anche in terra ostile, se Dio
vuole.
Debilissimus
Del resto, per atteggiarsi a leader carismatico, uomo
di Dio e di potere, all’ex contadino destinato a diventare patrono di
tutti i parroci mancava, per così dire, le
physique du rôle.
Don Balley, il prete di Ecully a cui viene affidato
per la prima istruzione, si trova davanti un ventenne quasi analfabeta,
sprovveduto, più idoneo a maneggiare i manici dell’aratro che
a salire i gradini del sacerdozio. Che affida fin da principio soltanto
alle preghiere la chance di superare il muro d’ignoranza contro il quale urtava. I
corsi tenuti in latino nel seminario di Saint Irénée a Lione
gli restano inaccessibili. Debilissimus, è la stroncatura che lo bolla al primo esame:
«Respinto presso il suo parroco», annotano sul registro accanto
al suo nome i direttori del seminario. In realtà, molti pensano che
sarebbe meglio renderlo ai suoi parenti e ai lavori di campagna. Va avanti
solo grazie al buon Balley, che si prende la briga «di mettere alla
portata del suo allievo quella teologia che l’oscuro manuale latino
del seminario rendeva inafferrabile anche a tanti altri» (René
Fourrey). Anche nei primi anni da curato, a costargli fatica è lo
sforzo di aggirare le lacune che ne fanno un predicatore scadente e
impacciato. La preparazione delle sue povere omelie ruba ore al giorno e
alla notte. Le scrive sui suoi quadernini, e poi le impara a memoria,
limitandosi a impastare amalgami di frasi e citazioni tratte dai manuali di
predicazione dell’epoca, senza aggiungere nulla di suo se non qualche
riferimento alla situazione dei suoi parrocchiani. Più d’una
volta lascia le sue prediche smozzicate a mezz’aria, assalito dai
vuoti di memoria. La vena rigorista di molti suoi sermoni dei primi anni,
nei quali il giovane curato veste i panni del fustigatore dei cristiani
mediocri, si può in buona parte attribuire ai prontuari che usa per
i suoi centoni. Anche quando la fama di santità del curato
comincerà a passare di bocca in bocca per tutta la Francia, la sua
ignoranza e la scarsità dei suoi mezzi rimarrà per sempre
facile argomento di scherno da parte di qualche chierico invidioso del
poveretto trattato come un padre della Chiesa dai suoi penitenti. Il suo
confratello Jean-Louis Borjon gli scrisse una volta che un ignorante come
lui, che non sapeva niente della storia della Chiesa, che pronunciava
prediche copiate male dove il Concilio di Trento diventava “concilio
dei trenta”, non avrebbe mai dovuto sedere in un confessionale.
Non la pensava allo stesso modo Henri-Dominique
Lacordaire. Il predicatore di grido, apostolo di un cattolicesimo
ultramontanista e al contempo liberale, che aveva riempito Notre-Dame de
Paris con le sue conferenze quaresimali e poi aveva rifondato in Francia
l’Ordine domenicano, si recò ad Ars nel 1845 per assistere a
una messa cantata dove il curato predicò sullo Spirito Santo. Ne fu
strabiliato. «Vorrei predicare come lui», disse. Aggiunse che a
Notre-Dame aveva visto la folla immane arrampicarsi fin sui confessionali
per ascoltare le sue brillanti conferenze. Mentre chi andava dal curato,
dopo averlo visto e aver ascoltato le sue parole balbettate, nei
confessionali si andava a inginocchiare.
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 | | Giovani in preghiera sulla tomba del Curato d’Ars [© Romano Siciliani/Alessio Petrucci] | | |
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Dal rigore all’amore di Dio
Quando la visita Lacordaire, Ars è già
diventata un centro di pellegrinaggio che richiama le folle su scala
nazionale. Nello stesso posto, il giovane Vianney era arrivato ventisette
anni prima. Uno scarto di seminario mandato in un buco di paese, abitato da
contadini come lui, meno di quattrocento anime che a detta del suo
predecessore rendevano faticoso e frustrante ogni tentativo apostolico,
«vista la stupidità e l’incapacità di questi
esseri di cui la maggior parte non ha che il battesimo che li distingua
dalle bestie».
Davanti a quello che trova, il giovane curato non
riesce a inventarsi proprio niente. Ripete gesti e pratiche elementari, le
cose che ogni prete potrebbe fare per statuto. Preghiere, sacramenti,
catechismo, opere di misericordia corporali e spirituali per i poveri e gli
afflitti. Visita veloce le case dei parrocchiani, senza mai accettare
inviti a pranzo. Fa qualche passeggiata nei campi per un saluto e una
chiacchierata coi contadini. Recita il rosario con le donne pie. E poi sta
ore e ore in chiesa, a pregare davanti al tabernacolo, o si chiude in
confessionale, fin dalle prime ore dopo la mezzanotte. Il segreto del
“prodigio” di Ars è tutto qui. E per primi se ne
accorgono i bambini. Fin dall’inizio la prima cosa di cui si prende
cura personalmente è il catechismo dei piccoli, attirando presto
anche i genitori che li accompagnano e che si fermano in fondo
all’aula.
Così, per più di quarant’anni,
nello stesso posto, facendo sempre le stesse cose, si intesse intorno a lui
un ordito sempre più fitto di vita guarita. Perdonata. Dove quello
che accade nelle pieghe dei giorni rende anche il suo cuore e il suo
sguardo più facili all’abbraccio verso tutti. Al principio, il
giovane Jean-Marie, appena arrivato, sembrava esigere anche dagli ultimi
fedeli un fervore e un’ascesi pari a quelli cui tendeva
personalmente. Vorrebbe con generosità fare del suo villaggio una
terra di santità eroica. Ma le sue buone intenzioni diventano spesso
rimproveri minacciosi, tirate ossessive contro le osterie – luoghi di
perdizione – e la dilagante moda del ballo. «Formato alla
più severa disciplina», ha scritto il biografo Fourrey,
«non intuì subito la misura esatta della debolezza dei
cristiani mediocri che costituiscono la massa dei battezzati. Strettamente
sottomesso a regole morali d’un severo tuziorismo, andava sempre
all’estremo». Negli anni, le cose cambieranno. Come ha scritto
Catherine Lassagne, la sua collaboratrice di tutta una vita,
«l’amore che aveva per Dio sembrava aumentare a misura che la
sua età avanzava e che le sue forze diminuivano. Quasi alla fine
della vita, le sue istruzioni e i suoi catechismi ruotavano quasi sempre
intorno all’amore di Dio. Cominciava talvolta con un altro argomento,
ma sempre ritornava poi sull’amore, soprattutto la bontà e la
carità del Sacro Cuore di Gesù, la sua bontà per gli
uomini». Passando il tempo, il fustigatore degli inizi
s’addolcisce. Con tutti i suoi limiti, che gli sono sempre davanti in
un ininterrotto martirio di mortificazione, riconosce sempre più
nitidamente che la cosa più tempestiva da fare è offrire lui
stesso penitenze e preghiere a vantaggio degli ingrati che non approfittano
dei doni della grazia. «Mi ricordo benissimo», racconta
Catherine Lassagne nelle sue testimonianze, «che dopo il giubileo,
essendo rimaste alcune persone senza profittarne, le supplicava vivamente
in un’istruzione in chiesa di accostarsi ai sacramenti e diceva:
“Se vogliono venire, io m’impegno a fare penitenza per
loro”».
Così, Ars diventa il luogo di salvezza promessa
e goduta, dove corrono le miserie da tutta la Francia. Anime angosciate,
cuori spenti, sventurati d’ogni sventura, ricchi e poveri, pezzenti e
gran signori, colti e ignoranti, inquieti e falliti, corpi piegati dalle
malattie. Lui si fa travolgere dalla massa assillante dei pellegrini che lo
pressano di giorno e di notte, senza farlo respirare. Per rifocillarli,
riaprono perfino le osterie.
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 | La porta d’ingresso della casa [© Romano Siciliani/Alessio Petrucci] | | |
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Tra angoscia e speranza
Ce ne sarebbe da montarsi la testa, salire sul
piedistallo, o, come minimo, lasciar tracimare un po’ di moderata e
sacrosanta soddisfazione. Ma dalla bocca del curato, fino alla fine dei
suoi giorni, non usciranno che attestazioni certe della propria
inettitudine. «Io penso», ripeteva alla Lassagne, «che il
buon Dio non ha trovato degli uomini più gracili di me per metterli
al mio posto e per fare molto del bene. Ordinariamente lui si serve di
ciò che c’è di meno per fare un grande bene,
perché è lui che fa tutto». Papa Paolo VI ricordava:
«Quando verso la fine della vita, fu dato al santo Curato un
sacerdote che lo aiutasse, egli andava dicendo al suo coadiutore:
“Oh, quando voi siete presente, qui ancora ci si fa. Ma quando io
sono solo, io non valgo nulla! Io sono come gli zeri, che non hanno valore,
se non a fianco di altre cifre!”».
Il Curato non recita la parte dell’umile. Per
lui, «le tentazioni più temibili, che portano alla perdizione
molte più anime di quanto non pensiamo, sono quei piccoli pensieri
d’amor proprio, quei pensieri di stima per sé stessi, quei
piccoli applausi per tutto quello che facciamo, per quello che si dice di
noi».
Lui, gracile e umile lo è davvero, anche per
costituzione. E lo spettacolo costante della propria miseria sarà
per buona parte della vita motivo di angoscia. «Se mi osservo, non
trovo in me che i miei poveri peccati. Ancora il buon Dio permette che non
li veda tutti e che non mi conosca completamente. Questa vista mi farebbe
cadere nella disperazione». Lo tormenta soprattutto l’idea che
qualcuno possa cadere nella perdizione eterna per colpa sua e delle sue
indegnità di sacerdote. Perché magari le sue prediche
d’ignorante non riuscivano a scalfire i cuori del popolo travolto dal
proprio istintivo materialismo. E quando a imprigionarlo nel confessionale
cominciano ad arrivare anche i forestieri, la vergogna lo assale e la
mortificazione diventa ancora più pressante. La sua tentazione non
è quella di salire sul piedistallo, ma quella contraria di fuggire
l’angoscia insopportabile sottraendosi alla fama e alla folla che lo
ammira come un santo. Non voleva rimanere più, «credendosi
troppo poco istruito per guidare gli altri e temendo di naufragare con
coloro che doveva guidare», ricorda Catherine Lassagne. I suoi
umoristici tentativi di fuga da Ars verranno sempre sabotati da
parrocchiani e collaboratori. Anche i pellegrini lo bloccano
all’uscita della canonica: «Signor curato, se noi vi abbiamo
dato qualche dispiacere, ditelo: faremo tutto quello che vorrete, per farvi
piacere».
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 | | Fedeli durante la messa
nel santuario di Ars [© Romano Siciliani/Alessio Petrucci] | | |
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Il modo migliore di amare Dio
Non sono le miserie dei penitenti ad angustiare senza
fine il curato. Scrive all’abbé Camelet, superiore dei
missionari di Pont-d’Ain: «Non desidero che andarmi a
nascondere in un angolo e piangere sulla mia povera vita, per cercare il
perdono di Dio, per la mia ignoranza, la mia ipocrisia e la mia
ingordigia… Pregate che io non sia dannato!». Al suo vescovo,
che gli chiedeva se avesse mai avuto qualche pensiero d’orgoglio,
risponde senza indugi: «Io ho più pena a difendermi dalla
tentazione della disperazione che da quella dell’orgoglio».
Una speranza come quella del curato, che vive
miracolosamente sul bilico della disperazione, risulta subito connaturale
al cuore di chi vive oggi. L’esile prete di Ars non è il
granitico padrone delle sue certezze eterne. Basta guardarlo, e si capisce
che non si reggerebbe in piedi da solo. Che la fede, la speranza e la
carità che traspaiono in lui non sono l’esito di una sua
prestazione. Roba da anime bell’e fatte. Lui porge indegnamente i
doni della grazia con la mano esitante e insicura di chi chiede
l’elemosina. Così che può dire:
«L’umiltà è il miglior modo di amare Dio».
«È un santo povero», dice Jean-Philippe Nault, attuale
rettore del santuario di Ars, «e incontrare un povero non fa paura.
Come Teresina. Come Bernadette. Loro ci dicono: se tu sei povero, io lo
sono più di te. Siamo poveri insieme, davanti al Signore». Uno
così forse anche oggi sarebbe facile starlo a sentire, e magari
sentirsi battere il cuore nel petto, quando assicura che Dio, mendicante
del cuore degli uomini, non nega mai la sua grazia ai peccatori. E che la
più grossa bestemmia è «mettere limiti alla
misericordia di Dio», che non finisce mai. Tanto che «se anche
all’inferno si potesse pregare, l’inferno non esisterebbe
più».

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