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CHIESA
ARGENTINA. Battesimi a Buenos Aires
Il battesimo è una cosa semplice
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Nell’arcidiocesi di Buenos Aires tutti i sacerdoti sono invitati a rendere più semplice possibile il ricevere il battesimo. Evitando fariseismi e pretese che aumentano la scristianizzazione. Il solo fatto di chiedere il battesimo per sé o per i propri figli «è già un frutto della grazia di Dio» |
di Gianni Valente
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 | | Pietro battezza i neofiti, Masaccio, Cappella Brancacci, chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze | | |
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A Mataderos non hanno risparmiato energie né
fantasia. Volantini nelle buche della posta, cartelloni appesi alle fermate
dei bus, locandine nelle vetrine dei negozi, manifesti agli incroci
più trafficati. Quattro ragazzini sono passati pure strada per
strada, con un carrito e sopra l’altoparlante. Il messaggio era semplice e diretto,
che tutti lo sentissero e tutti lo capissero: non sei ancora battezzato?
Non hai ancora battezzato i tuoi figli? Vieni presto, è facile,
basta iscriversi, non aspettare altro tempo, non rinunciare a questo dono
del cielo. Nell’ex quartiere-mattatoio di Buenos Aires – area
industriale riconvertita in zona abitativa, dopo che la recessione del 2001
aveva desertificato i capannoni, i depositi e le fabbriche – continua
ad arrivare gente nuova, attirata dai prezzi a metro quadrato ancora a buon
mercato. E il parroco Fernando Giannetti coi suoi amici volevano farlo
sapere proprio a tutti, che anche lì ricevere il battesimo è
più semplice che comprar casa. L’ultima volta, a inizio
luglio, alla prima fiesta popular del bautismo si sono presentati quasi in centocinquanta, a chiedere il
battesimo per sé o per i propri figli. Compresa quella ragazza di un
quartiere lontano che aveva visto i manifesti di Mataderos passando per
caso col bus. Una breve ciarla prebattesimale alle undici, per ricordare a tutti cosa succede
quando ci si battezza usando l’acqua e le formule del rito, e poi la
messa, con la chiesa gremita di genitori, parenti e padrini, seguita dalla
festa parrocchiale con la banda, le pizze e gli hamburger. Durante la
festa, più di trenta persone hanno dato il proprio nome per la
prossima messa con i battesimi già fissata per fine ottobre, e tanti
neobattezzati si sono iscritti ai corsi per la comunione e per la cresima.
Don Fernando un po’ si sorprende che la cosa abbia fatto rumore, che
ne abbia scritto perfino La Nación, il quotidiano più diffuso del Paese, presentandola come
una campagna per rendere “più facile” l’accesso al
battesimo. Ripete che lui e i suoi collaboratori non avevano alcuna
intenzione di inventarsi cose originali. Volevano solo raggiungere
«quelli che per varie circostanze della vita non si sono battezzati,
far sapere loro che c’era un’occasione trasparente e non
complicata per ricevere il battesimo, senza aggiungere condizioni a quella
contemplata dal Codice di diritto canonico, ossia che siano i genitori a
richiedere il battesimo per i figli minori».
Don Fernando un po’ si sorprende, ma si deve pur
riconoscere a Silvina Premat – la giornalista che ha scritto la
“nota” per La Nación – un discreto fiuto professionale. Ché nella
Chiesa e nel mondo di oggi, ripetere che il battesimo è una cosa
semplice rischia davvero di diventare una notizia.
Il prima possibile
D’altro canto, hanno ragione anche don Guglielmo
e gli altri parroci bonaerensi – come quello di San Diego, o quello
del Niño Jesús –, che nei loro quartieri e in tutta la
città hanno sparso la voce per ricordare a tutti che essere
battezzati è una cosa semplice, che tutti lo possono chiedere, per
sé e per i propri figli: la loro è tutt’altro che
un’iniziativa stravagante inventata per finire sui giornali. Loro,
come preti, si sono solo fatti carico delle circostanze concrete in cui si
trovano a operare, facendo tesoro anche dei suggerimenti venuti dai propri
vescovi, in piena comunione ecclesiale.
Sta di fatto che nella cattolica Argentina, dove per la
bandiera hanno scelto i colori del manto della Madonna, e dove fino al 1994
un non cattolico non poteva diventare presidente della Repubblica, ci si
è accorti che negli ultimi tempi cresce il numero di quanti –
bambini, ragazzi, giovani, adulti – non hanno ancora ricevuto la
grazia del battesimo. Succede per tanti motivi, condizionamenti culturali,
psicologici e morali di vario ordine: perché non si hanno soldi per
fare la festa, perché si aspetta il padrino che deve venire da
lontano, perché i genitori si sono separati o non sono sposati
canonicamente, e allora si pensa che la cosa non si possa fare. La diocesi
bonaerense ha da poco stampato un sussidio, El
bautismo en clave misionera, che rappresenta il testo orientativo
per tutti i parroci. Che mostra come il problema fosse già da tempo
al centro della sollecitudine pastorale della Chiesa locale.
I vescovi della metropolia di Buenos Aires – che
comprende anche le diocesi di Morón, San Justo, Merlo-Moreno, San
Martín, San Miguel, Gregorio de Laferrere, Avellaneda-Lanús e
Lomas de Zamora – già nell’ottobre 2002, dopo attenta
riflessione, avevano messo nero su bianco una serie di indicazioni
pastorali per il battesimo dei bambini, adesso ripubblicate nel sussidio,
con l’intento di «offrire a tutti, almeno, la grazia
dell’accesso all’azione salvifica, dentro cui sta in primo
luogo il battesimo». Il memorandum partiva dalla constatazione che
«si è andato riducendo il numero di bambini che ricevono il
battesimo». Tra le ragioni di questa riduzione si elencavano
sommariamente la secolarizzazione crescente, l’estesa ignoranza
religiosa, l’incremento di coppie con situazioni familiari
irregolari, l’inadeguato dialogo pastorale con quanti si avvicinano
alle parrocchie per chiedere il battesimo per i propri figli. Senza
aggiungere recriminazioni o perdersi in elucubrazioni astratte, la strada
suggerita dai vescovi è stata una sola: non aggiungere pesi, non
accampare pretese onerose, sgombrare il campo da ogni difficoltà di
ordine sociale, culturale, psicologico o pratico che possa fornire pretesto
per rinviare o lasciar cadere il proposito di battezzare i propri figli.
Obiettivo minimale dichiarato: fare in modo che nessun genitore se ne vada
dai locali della parrocchia con l’idea che qualcuno, per qualche
motivo, si è arrogato il potere di negare il battesimo a suo figlio.
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 | | Don Fernando Giannetti battezza una ragazza in occasione della festa popolare del battesimo nella parrocchia di Nuestra Señora de la Misericordia di Mataderos, a Buenos Aires, il 5 luglio 2009 | | |
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Già il vademecum del 2002 declina questa premura
in una serie di indicazioni concrete a tutto campo. Chiarendo fin dal
principio che nessuna controindicazione alla celebrazione del battesimo
può venire dal livello di “preparazione” religiosa dei
genitori e dei padrini, o dal loro grado di consapevolezza della
responsabilità che si assumono riguardo all’educazione
cristiana del bambino per cui chiedono il battesimo.
La catechesi battesimale – suggerivano i vescovi
della metropolia bonaerense già sette anni fa – dovrà
adattarsi alle condizioni di vita e alle possibilità reali dei
genitori e dei padrini, soprattutto riguardo a orari e modalità.
Andando, se serve, a domicilio, affinché questo dovere realizzi
efficacemente la propria finalità e non si trasformi in un impaccio
fastidioso con l’effetto di ritardare o annullare il battesimo
richiesto. Addirittura, in casi particolari, si indica l’omelia della
celebrazione battesimale come occasione valida e sufficiente per fornire
gli insegnamenti essenziali richiesti.
Anche la scelta dei padrini – argomento molto
avvertito dalla sensibilità “familista” latinoamericana
– viene trattata con approccio sdrammatizzante, a partire dal dato
implicito del suo carattere accessorio («la disciplina della Chiesa
richiede soltanto che nella misura del possibile bisogna dare un padrino al bimbo che riceve il
battesimo»). Il vademecum prende atto che i padrini «svolgono
una funzione più che altro sociale, e salvo eccezioni non tendono a
considerare sé stessi come educatori e garanti della crescita nella
vita cristiana dei propri figliocci». Riconosce che «quando i
genitori hanno offerto a qualcuno di essere padrino e questi ha accettato,
risulta molto violento sostituirlo». Tiene conto del fatto che
«nei settori sociali più umili e nei casi degli immigrati e
delle madri single,
per un pudore naturale alcuni battesimi sono rimandati anche di molti anni
perché non si sono trovati padrini in possesso dei requisiti
richiesti». Mentre occorre insistere «che i bambini nati da
poco siano battezzati il prima possibile». Dispone che siano trattati
con delicatezza e «carità pastorale» i casi in cui sono
state scelte come padrini persone poco adatte al ruolo. Nell’ipotesi
di pubblica incongruenza della vita del padrino con i principi della
dottrina cattolica, si suggerisce addirittura l’escamotage di accettare il
candidato proposto in qualità di testimone, come previsto per i
cristiani non cattolici. L’obiettivo primario rimane sempre quello di
«evitare che il battesimo sia differito indefinitamente o impedito in
ragione della scelta dei padrini». Per non alimentare inutili
lungaggini burocratiche, viene abrogata anche la necessità di
richiedere e concedere permessi e “nulla osta” tra una
parrocchia e l’altra. C’è perfino un eloquente
richiamo all’atteggiamento accogliente che devono mostrare gli
addetti alle segreterie parrocchiali, evitando pose inquisitoriali e
intimidatorie da “funzionari del sacro” («molte
volte», riconosce il memorandum, «quelli che non partecipano in
modo abituale alla vita delle comunità parrocchiali non hanno animo
di raccontare la propria situazione o di chiedere qualche spiegazione. Se
ne vanno addolorati e disgustati, convinti che loro erano venuti a chiedere
di battezzare il proprio bambino ma che non sono stati accolti e che sono
stati loro posti molti ostacoli, che ai loro occhi sono solo seccature
burocratiche»).
Le indicazioni del gruppo di vescovi argentini
insistono sul rispetto con cui si deve accogliere ogni richiesta di
battezzare i bambini, da chiunque provenga. «Quanti si avvicinano a
chiedere il battesimo per il proprio figlio stanno facendo un passo molto
importante, che deve essere valorizzato con delicatezza, in quanto
espressione della religiosità (religión) del nostro popolo». Sopra ogni cosa, va assolutamente
evitato l’arbitrio di vincolare l’amministrazione del battesimo
alla pretesa di imporre «garanzie ipotecarie» sul destino del
battezzando. Il Codice di diritto canonico prescrive che si debba avere una
«speranza fondata» che il bimbo battezzato sia educato nella
fede cattolica. Le indicazioni pastorali dei vescovi della metropolia di
Buenos Aires su questo punto chiariscono che il semplice fatto di aver
richiesto il battesimo per il proprio bambino è già elemento
sufficiente per «supporre, salvo evidenza del contrario, che esiste
una buona disposizione a educare il bambino nella fede». Quando
questa garanzia sembra completamente assente da parte dei genitori,
sarà la comunità cristiana, sotto la guida del parroco, a
trovare i modi per supplire tali carenze, in quanto il battesimo non
è una prestazione solitaria, ma «è amministrato in
virtù della “fede della Chiesa”. Pertanto»,
scandisce bene il vademecum, a evitare ogni incertezza, «non
può essere negato il battesimo ai figli di ragazze madri, di coppie
unite dal solo vincolo civile, ai figli dei divorziati con un nuovo legame
o di persone allontanatesi dalla pratica della vita cristiana». Padre
Giannetti, alla luce della sua lunga esperienza pastorale, le considera
cose ovvie: «Da tanti anni che sono prete», dice, «non ho
mai sentito che nella regione di Buenos Aires si sia rifiutato o rinviato
il battesimo di qualche bambino perché i genitori non erano sposati
in chiesa. Sarebbe come voler far pagare ai figli le fragilità dei
genitori, con una sorta di ricatto un po’ infame».
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 | | Un sacerdote confessa una donna durante il pellegrinaggio al santuario di San Cayetano, a Buenos Aires, il 7 agosto 2009 [© Reuters/Contrasto]
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Basta chiedere
Senza volerlo, le indicazioni pastorali dei vescovi
argentini per facilitare i battesimi ripropongono un approccio al primo
sacramento che nella vicenda storica della Chiesa è stato
ciclicamente messo in questione, in America Latina e non solo. Già
ai tempi del primo annuncio cristiano nel continente americano, i
francescani dovettero ingaggiare stressanti dispute teologiche per
difendere la loro scelta di facilitare al massimo il battesimo degli indios. Oggi le
obiezioni provengono da quella che il sussidio definisce cultura «ilustrada»: l’idea
diffusa di quanti più o meno esplicitamente sostengono che il
battesimo vada amministrato solo a chi mostra di essere pronto, cioè
a chi manifesta «consapevolezza» del suo significato, dando
prova di conoscere le sue implicazioni e offrendo sicure garanzie di
impegno con le promesse battesimali.
Il sussidio ripropone in sintesi i termini del
confronto, trovando per il criterio della “facilitazione”
confortanti assonanze e sponde nei Padri della Chiesa e nelle belle
intuizioni di padre Rafael Tello, il teologo dei poveri e della devozione
popolare scomparso nel 2002. Proprio padre Tello, senza
polemica, descrive la mentalità «ilustrada» come quell’approccio che identifica il
battesimo come rito d’acquisizione di «una spiritualità
in grado di conferire all’uomo la capacità di realizzare
azioni spirituali». Una concezione in cui si vede affiorare il
vecchio equivoco, quello che secondo il poeta Charles Péguy snatura
il cristianesimo in una specie di «religione superiore per classi
superiori»: l’idea secondo cui la salvezza viene dalla
conoscenza, e dalla capacità di autocorrezione fondata sulla
conoscenza. Invece, trovando conforto in Agostino e Tommaso, in Ippolito,
Cipriano e Cirillo di Gerusalemme, il dossier di Buenos Aires riconosce che
«nel nostro contesto storico-culturale il battesimo comporta enormi
conseguenze per l’annuncio, e il non amministrarlo, o il porre
ostacoli a che la gente si avvicini, favorisce la decristianizzazione del
nostro popolo». Come già avvenne in epoca tardoantica per la
rigidezza del catecumenato «la tendenza a porre molte pretese, con la
quale si rese difficile l’accesso ai sacramenti, in pochi secoli
produsse una grande decristianizzazione dell’Europa che dopo dovette
essere rovesciata con una azione di senso opposto, la quale ebbe come
principali protagonisti i monaci d’origine
“barbara”». Nella pretesa di condizionare
l’amministrazione dei sacramenti a chissà quali garanzie di
“preparazione”, il sussidio coglie anche il rischio di un certo
“fariseismo” che converte tutto in mera
“formalità” burocratica: «Nessuno può
pensare davvero che ascoltando qualche lezione i genitori e i padrini
divengano per questo motivo abilitati a educare nella fede e nella vita
cristiana» i propri bambini. Mentre il rischio assodato è di
intimidire e allontanare tutte le persone che per un motivo o per
l’altro hanno l’impressione di non essere “degne” o
“idonee” a ricevere i sacramenti o a chiederli per i propri
figli.
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 | | La folla di fedeli davanti al santuario intitolato a san Cayetano, il santo patrono del lavoro e del pane, nel giorno della sua festa, il 7 agosto 2009 [© Associated Press/LaPresse] | | |
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Senza sforzo e senza dolore
Ma la raccomandazione di favorire in ogni modo la
celebrazione dei battesimi, adattandosi alle circostanze e lasciando cadere
ogni artificiosa condizione autoprodotta arbitrariamente dalla prassi
pastorale, non è una trovata per tempi di decristianizzazione, una
scelta tattica per ammortizzare l’emorragia di fedeli. Il sussidio
stampato a Buenos Aires suggerisce a più riprese che tale approccio
è quello più consono e rispettoso della natura stessa del
battesimo e degli altri sacramenti. Come scrive Cirillo di Gerusalemme
nella sua Catechesi,
citata dal vademecum bonaerense: «Cristo ricevette i chiodi nelle sue
mani e nei suoi piedi immacolati, e sperimentò il dolore; e a me, senza dolore né sforzo alcuno, mi si dà gratuitamente la salvezza per la comunicazione
dei suoi dolori». Questa gratuità è il tratto proprio e
imparagonabile che contrassegna tutta la dinamica dei sacramenti,
così come la Chiesa li ha sempre amministrati, a partire dal
battesimo: «L’iniziativa del battesimo», sta scritto nel
memorandum, «proviene da Dio, che ispira ai genitori cristiani il
chiederlo per i propri figli. Anche quando essi non sappiano dar ragioni
adeguate [della propria richiesta, ndr] e anche senza saperlo, stanno agendo a motivo della libera
e amorosa predilezione di Dio che vuole che quel bambino sia figlio suo in
Gesù Cristo». E in un altro passaggio: «Crediamo che la
decisione di portare a battezzare il bambino è già un frutto
della grazia di Dio: lo Spirito Santo sta agendo nel cuore di quei
genitori, e li muove a chiedere il battesimo per il proprio figlio».
La pietà popolare – insiste padre Tello – è
l’espressione del sensus fidei che ha riconosciuto e confessato per secoli, senza troppi
discorsi, questa natura del battesimo come gesto gratuito del Signore:
«Un fatto sensibile [il rito battesimale, ndr] percepito come il segno che Dio prende il battezzato con
sé, unendolo a suo figlio Gesù Cristo». E chi confida
«nell’azione misericordiosa di Dio che salva» non ci
pensa nemmeno a porre goffi ostruzionismi al lavoro della grazia. Semmai,
prova – per quello che può – a fare spazio, sgombrare la
strada, perché il cammino sia più facile. Sa per istinto di
fede che la Chiesa di Cristo non può tenere in ostaggio i doni del
Signore. Perché quei doni non sono “roba sua”.
Come una piccola via per tutti
Tra i documenti di varia provenienza raccolti nel
sussidio c’è anche un breve manuale di suggerimenti offerti ai
genitori della parrocchia dell’Immacolata Concezione su come aiutare
la crescita nella fede dei propri bambini nei primi anni di vita, dopo il
battesimo. Suggerimenti offerti senza pretese, indicando gesti semplici,
brevi e concreti, facendo tesoro anche di alcuni elementi orientativi
proposti dalla moderna psicologia evolutiva. Piccoli consigli per favorire
la crescita di bambini sani, fiduciosi e contenti. Così, per il
primo anno di vita, si propone che i genitori, «insieme al bacio
della buonanotte, benedicano il proprio bambino tracciando il segno della
croce sulla sua fronte, chiedendo per lui la protezione del buon
Dio». Per il secondo anno, il consiglio è quello di
«fare visita alla chiesa del quartiere, perché diventi
familiare al bambino». E visto che i piccoli, a quella età
iniziano a imitare quello che vedono fare dagli altri, si invitano i
genitori a «tirare qualche bacetto all’immagine di Gesù,
della Vergine, di qualche santo prediletto, o a fare un po’ di
silenzio. Sempre gesti semplici, e brevi». Per il terzo anno, quando
comincia l’asilo e il bambino incontra nuovi piccoli amici, il
consiglio è quello di raccontargli le storie del suo amico
Gesù, insegnandogli l’Ave Maria e la preghiera all’Angelo custode…
Così, giorno dopo giorno, si cresce. Quasi senza
accorgersi che ogni nuovo passo può essere semplice come il primo,
per tutta la vita.

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