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di don Primo Mazzolari
Introduzione
di don Primo Mazzolari
Queste pagine vengono stampate nell’anno
giubilare di Pio XII, ma trovano titolo e giustificazione nella lettera di
un mio parrocchiano intelligente e franco. (I parrocchiani intelligenti e
franchi non sono una istituzione comoda ma rendono assai). La riporto per
intero, quasi a prefazione, perché egli veda, se gli capiterà
in mano il volume, che anch’io voglio bene al papa. Alla mia maniera,
che se può garbare a lui, potrà forse dispiacere ad altri.
Ma della maniera di voler bene chi ce ne può
far colpa? Si ama col cuore che si ha, se uno ce l’ha. E a prestito
di cuore è inutile andare. L’olio della lampada nessuno mai
l’ha imprestato. Neanche le Vergini sagge, che pur dovevano avere
molta carità.
Oso però pensare che se queste poche pagine,
poche e povere e senza garbo, arrivassero fino al papa ed egli avesse un
po’ di tempo da perdere per guardarle, finirebbero per non
dispiacergli del tutto.
Una devozione affettuosa e alla buona, che non canta
se non ne ha voglia, e che in luogo dei soliti omaggi gode di dirgli, alla
sua maniera, che gli vuol bene come si vuol bene a uno di casa nostra, non
gli può dispiacere.
Anche il papa ha bisogno di figliuoli che gli vogliano
bene alla buona, l’unica maniera per voler bene veramente, che gli
obbediscano in piedi e che in piedi gli diano mano a portare la grossa
croce che ha sul cuore e sulle spalle.
Ecco la lettera.
No, non mi è piaciuto né il predicatore
né il foglietto volante distribuito alla porta della chiesa. E a
voi? Non mi rispondete. Non dovete rispondere alle mie impertinenze. Ma
c’è tanta sincerità dentro di esse e tanta devozione al
papa che mi potete sopportare, anche se vi dico cose che sono un po’
fuori corso. Perché anch’io, signor parroco, voglio bene al
papa... come idea e
come persona,
perché l’astratto, che non si umanizza un po’, sta,
davanti ai nostri poveri occhi carnali, come qualche cosa di inarrivabile,
perciò di meno amabile.
Gli voglio bene, perché occupa, come può
un uomo, anche se assistito in modo unico, il posto di Gesù;
perché in lui vedo raffigurato Gesù nella sua continua
presenza di capo invisibile della Chiesa; perché in lui si
raccolgono visibilmente le membra disperse e facilmente divisibili, qualora
non intervenga la voce paterna e autorevole di chi è il vincolo
sensibile dell’unità, la quale dev’essere attuata fra i
credenti, sulla terra come in cielo.
Gli voglio bene e mi adopero, perché sia
conosciuto e amato come si conviene: per lui prego e faccio pregare.
Tuttavia, per quanto mi sia sforzato e mi sforzi di
far mio anche il vocabolario di tanti predicatori e scrittori di giornali
nostri allorché parlano del papa, non ci sono riuscito; anzi mi son
trovato ogni volta più lontano, non dall’animo loro (esso
è fuori della mia conoscenza diretta, né oso investigarlo,
contento di immaginarvi un maggior calore d’affetti per le infiammate
espressioni che ne sortiscono), ma dalle loro parole che mi sembrano poco
conformi a quelle usate di solito dagli uomini seri nell’esprimere
gli affetti profondi del proprio cuore.
Non è ch’io pretenda, signor parroco, di
mettere a razione l’animo, imprigionando, in un linguaggio pacato e
contato, le esuberanze della pietà filiale verso il papa. Gli
è come del dono delle lingue, cui san Paolo, pure stimandolo assai, preferiva poche
parole intelligibili, invitando i suoi a emulare charismata meliora. Un tal
linguaggio, per continuare il pensiero di san Paolo, «edifica chi
solo lo possiede, non la Chiesa di Dio».
L’enfasi impressiona sul momento, ma non entra né come
cognizione né come durevole commozione.
Ora la nostra gente, viziata da pregiudizi e da
antipatie tradizionali, non si smuove perché non capisce, come del
resto assai pochi capiscono anche fra i meglio preparati. Non si può
pretendere che una comunità arrivi in
corpo alle altezze del pensiero cattolico,
quando si vede ogni giorno la quasi naturale incapacità dei
più a raggiungere, con una certa consapevolezza, le prime soglie del
Mistero.
Mi sembra che la verità
del papa stia, in quanto a comprendimento,
più in alto di molte altre: tant’è vero che a essa
più difficilmente si aderisce, non perché presenti
illogicità, convenendo meravigliosamente e necessariamente con
l’insieme della dottrina cattolica, ma per il solo fatto che richiede
uno sforzo maggiore d’intuito spirituale e di esperienza storica,
incarnandosi il principio nell’elemento
uomo, il più cangiante elemento di cui
si serve il Signore.
In un vecchio libro da voi imprestatomi ho letto che
Gesù «quelle cose che non erano per molti, non le
rivelò già a molti, ma a pochi, ai quali esse convenivano;
perocché quelli potevano non solo in sé riceverle, ma
informarne sé stessi, che è quanto dire, compire con la
rettitudine della loro vita la notizia di quelle verità che
ricevevano nella mente».
Quanti ripetitori astratti nel nostro mondo!
Le espressioni sono esatte, ma la verità,
invece di essere lo svolgimento logico di altre verità, che ne fanno
da sostegno e da guida, è lasciata sola, campata in aria,
così da parere più inaccessibile e fuor del comune di quanto
è. E poiché se n’avvedono, senza darsene una chiara
ragione, invece di ritornar su sé stessi e di fare un nuovo lavoro
di rielaborazione interiore della dottrina onde tramutarla in parola viva, la contornano di
retorica, ché non so altrimenti nominare la fiumana di parole o di
immagini in uso presso parecchi.
Non quindi insincerità o mancanza di vera
devozione verso il pontefice, ma insufficienza d’intelletto, o
intelletto troppo astratto a cui si supplisce in qualche modo con le
parole, le quali, quando non sono incastonate nella chiarezza
dell’idea, confondono e impediscono lo stesso sentimento.
È doveroso ricordare che, in questo ordine, i
sentimenti non nascono spontanei e indipendenti dalla conoscenza di altre
fondamentali verità.
Cristo lo si può anche amare di amore
intuitivo; ma la mia esperienza mi dice che si va dal Cristo al papa.
Riconosco e amo il papa, perché riconosco e amo Gesù; come
riconosco e amo il prossimo per Gesù.
Le ragioni storiche hanno un valore di conferma o di
controprova; perciò bisogna adoperarle con discernimento non
perché si debba aver riguardi alla verità, ma perché
essa va fatta e detta con carità. Nell’esposizione di
qualsiasi verità bisogna badare che il nostro gusto personale non
oltrepassi mai i confini dell’ortodossia.
Se restringere è diminuire la verità,
quindi far opera contro di essa, l’aggiungervi dei margini non vuol
sempre dire arricchimento di essa. I contorni, benché frutto di
lodevole fervore, non sempre s’addicono e non sempre giovano
all’intelligenza del dogma.
Come accanto al comandamento sta il consiglio, senza confondersi con quello, poiché Dio ha fatto
diversa la capacità delle anime e la distribuzione delle sue grazie,
così, accanto alla definizione scrupolosa dell’autorità
spirituale del papa, possiamo spontaneamente aggiungere una sottomissione
personale che oltrepassa la sfera ordinaria del dovere, senza pretendere che altri
facciano altrettanto, e senza credere che quello che noi facciamo possa
domandarsi e imporsi come regola comune.
Questo accade specialmente ai religiosi, i quali
possono essere chiamati, da un vincolo liberamente scelto, a una quasi
eroica obbedienza. Se essi portano il loro privato ed edificante sentimento
di devozione eroica sul piano del comune fedele, si espongono al rischio di
non essere capiti o capiti male.
Voi mi dite spesso: «Non credere che
l’eroismo spaventi le anime, specialmente i giovani».
D’accordo, quantunque non mi sembri molto savio
confondere l’attimo di innata spavalderia con il buon volere. Ma non
è già nobilissimo e altissimo sforzo il far convergere le
direttive della propria credenza religiosa verso un uomo in cui si ravviva
la presenza del Signore?
Certo linguaggio fervoroso, ma poco prudente, non
accresce l’amore verso il papa, né avvicina i dissidenti, i
quali possono essere portati più lontani da queste esagerazioni.
Per voler bene al papa non è necessario rompere
i confini, né dimenticare ch’egli pure è un uomo. A me
pare che una venerazione, la quale tiene fissi gli occhi anche su quello
che vi è d’umano, e ce n’è tanto nella storia
della Chiesa, e non lo veli per falsa devozione quando è indegno,
né lo esalti troppo quando è magnifico, sia affetto
più virtuoso e virile.
Perché esaltarci con espressioni di dubbia lega
per dire: «Santità, sono un vostro figliuolo: parlate. Vi
obbedirò come obbedisco a Cristo»?
Come è bello il tono semplice e filiale, di chi
sente che la sollecitudine della Chiesa non deve gravare soltanto su due
spalle, ma esser presa in parte e portata di buon garbo anche da ognuno dei
credenti, pregando e operando nell’obbedienza e
nell’unità del papa!
Il cerimoniale, dacché c’è,
lasciamolo cerimoniale. La natura dei nostri rapporti e il tono del nostro
linguaggio, andrei a cercarli nella liturgia.
Mi è piaciuta tanto la preghiera che avete
recitato prima della benedizione: la metto qui per farmi perdonare la mia
improntitudine.
«Dio, pastore e reggitore di tutti i fedeli,
riguarda propizio il tuo servo, che hai scelto a supremo pastore della tua
Chiesa: deh! fa che riesca utile con la parola e con l’esempio a
coloro dei quali è capo, affinché, col gregge commessogli,
giunga alla vita sempiterna. Così sia».
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