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LA STORIA DI JOSEPH RATZINGER
tratto dal n. 05 - 2006

Gli anni difficili di Tubinga


Ex colleghi ed ex allievi raccontano il Ratzinger professore nella cittadella teologica di Tubinga. Dove la sua adesione senza pentimenti alla riforma conciliare fu sottoposta alla prova dei nuovi trionfalismi clericali e dei ribellismi borghesi


di Gianni Valente


Joseph Ratzinger e, sullo sfondo, 
l’Università di Tubinga

Joseph Ratzinger e, sullo sfondo, l’Università di Tubinga

Alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, per ogni teologo tedesco che si rispetti, Tubinga appare come una specie di Terra Promessa. Con la sua storia centenaria di centro teologico “papista” passato al luteranesimo fin dai suoi esordi, e con la sua facoltà di Teologia cattolica partita con vigore a metà dell’Ottocento, la cittadella teologica sveva sembra l’approdo ideale per chi vuole vivere i nuovi fermenti conciliari e scrutare i «segni dei tempi» riallacciandosi e confrontandosi con una grande e prestigiosa tradizione.
Joseph Ratzinger nel 1966 non ha ancora quarant’anni, ma i capelli sono già bianchi e la fama di enfant prodige della teologia tedesca è stata ormai consacrata dalla intensa e determinante partecipazione all’avventura conciliare. Il Vaticano II sta per concludersi, l’aria è ancora vibrante di fiduciose speranze. Ma l’attesa di un tempo buono per la Chiesa nel mondo è segnata da altre, strane avvisaglie. Già in quell’anno, in una sua conferenza di bilancio del Concilio, Joseph il bavarese dà conto di questa condizione chiaroscurale. «Mi sembra importante» dice «mostrare i due volti di quanto ci ha riempito di gioia e di gratitudine al Concilio […]. Mi sembra importante segnalare anche il pericoloso, nuovo trionfalismo nel quale cadono spesso proprio i denunciatori del trionfalismo passato. Fino a quando la Chiesa è pellegrina sulla terra, non ha diritto di gloriarsi di sé stessa. Questo nuovo modo di gloriarsi potrebbe diventare più insidioso di tiare e sedie gestatorie che, comunque, sono ormai motivo più di sorriso che di orgoglio».
A muovere i fili perché la facoltà cattolica tubinghese invii la sua vocatio al professore che da soli tre anni insegna a Münster è Hans Küng, supportato dall’altro giovane collega Max Seckler, che oggi ricorda a 30Giorni: «Ci fu in quel periodo un turnover generazionale con il pensionamento di diversi professori anziani. Per potenziare la facoltà, alcuni spingevano per chiamare alla cattedra di Teologia dogmatica professori più maturi, dal profilo più consolidato. Io nel ’66 avevo trentanove anni, Küng trentotto. Fummo noi a dare battaglia per chiamare un altro giovane. E Ratzinger, allora, era l’uomo del futuro». Il gentile e riservato professore bavarese e l’irruente e polemico collega svizzero si conoscono dal ’57. Hanno collaborato come periti teologi all’ultima sessione del Concilio e già sono affiorate tra loro evidenti divergenze su come la stagione conciliare debba rifluire nel grande fiume della vita ordinaria della Chiesa. Ma allora, come spiega Ratzinger nella sua autobiografia, «ambedue consideravamo questo come legittima differenza di posizioni teologiche» che «non avrebbe intaccato il nostro consenso di fondo di teologi cattolici». Dal ’64 figurano ambedue tra i soci fondatori di Concilium, la rivista internazionale del “fronte unito” dei teologi conciliari. Spiega Seckler: «Küng sapeva che lui e Ratzinger su molte cose la pensavano diversamente, ma diceva: coi migliori si può trattare e collaborare, sono i meschini che creano problemi». Aggiunge il professor Wolfgang Beinert, ex allievo di Ratzinger proprio a Tubinga: «Küng forse chiamò Ratzinger proprio perché voleva che gli studenti potessero confrontarsi con un altro teologo del Concilio diverso da lui, che facesse da contrappeso alla sua teologia unilaterale. Altri professori più chiusi nemmeno percepivano le distanze tra i due, e guardavano anche a Ratzinger come a un pericoloso riformatore liberale. Dicevano: di Küng ce ne basta uno».

Un registratore per il best seller
Nel nuovo inizio di Tubinga Ratzinger si coinvolge come sempre senza risparmiarsi. Dalla sua nuova postazione spera di allacciare fruttuosi rapporti anche coi teologi evangelici della facoltà protestante. Il suo entusiasmo e l’ordito inconfondibile delle sue lezioni – sostanziosa teologia nutrita dei Padri e della liturgia, linguaggio luminoso e lieve con sfumature poetiche, affronto senza censure di tutte le domande di quei tempi confusi – accendono corrispondenze impreviste nei cuori di tanti studenti di teologia, e non solo. Alle sue lezioni si affolla subito una ressa di oltre quattrocento studenti. Anche ai seminari vorrebbero partecipare in troppi, e allora vengono selezionati con una prova d’ingresso in greco e latino. Ricorda il prelato Helmut Moll, che più tardi collaborerà per lunghi anni col suo ex professore alla Congregazione per la dottrina della fede: «Per partecipare a un seminario sulla mariologia dovetti sostenere un pre-esame su testi mariani dei primi secoli in greco e latino. Ma tra Ratzinger e gli altri non c’era confronto. Le lezioni che avevo sentito a Bonn da professori di impostazione neoscolastica apparivano aride e fredde, una lista di definizioni dottrinali esatte e basta. Quando a Tubinga ascoltai come Ratzinger parlava di Gesù o dello Spirito Santo, sembrava a tratti che le sue parole avessero accenni di preghiera».
Nel ’67 Ratzinger realizza un progetto che coltiva da dieci anni: un corso di lezioni aperte non solo agli studenti di teologia, strutturato come un’esposizione del Credo degli apostoli, che abbracciando tutti i fermenti e le inquietudini del tempo torni a ripetere «il contenuto e il significato della fede cristiana», che al nuovo professore appare «oggi avvolto da un nebuloso alone d’incertezza, come mai forse prima d’ora nella storia». La mattina presto vengono a sentirlo universitari di tutte le facoltà, ma anche parroci, religiosi, semplici fedeli. Peter Kuhn, che Ratzinger ha chiamato a Tubinga come assistente, è abituato a fare le ore piccole sui libri dei suoi studi, e non riesce sempre a conservare prontezza in quelle lezioni della prima ora. «Quando mi capitava di assopirmi» dice, «i miei vicini mi davano di gomito, perché vedevano che il professore se ne era accorto. Cercai di ovviare assumendo una posa da pensatore». In compenso, Kuhn porta con sé a quelle lezioni il suo ingombrante registratore, e poi fa sbobinare i nastri dalla segretaria. Da quelle registrazioni nascerà il volume Introduzione al cristianesimo, il primo best seller firmato Ratzinger, pubblicato dall’editore Heinrich Wild: dieci edizioni solo nel primo anno, sarà poi tradotto in una ventina di lingue. Nello stesso anno, il professore nuovo arrivato prende parte attiva alle iniziative indette per i centocinquant’anni della facoltà cattolica di Teologia. La considera un’occasione propizia per attingere nuove prospettive immergendosi nello studio della famosa Scuola di Tubinga, la squadra di teologi raccoltasi intorno a Johann Adam Mohler, che nei primi decenni dell’Ottocento avevano dato impulso decisivo all’emergere della teologia storica, ispirando quell’approccio storico-salvifico che lo stesso Ratzinger aveva prediletto fin dai suoi studi a Frisinga e Monaco. Sarebbe bello – pensa Ratzinger – recuperare anche la lezione di Mohler e compagni per dar vigore alla strada di testimonianza nel mondo moderno suggerita dal Concilio. Ma il clima della facoltà è condizionato e distratto da tutt’altre dinamiche. «Ratzinger» taglia corto Kuhn «sperava forse di ricollegarsi alla grande tradizione di Tubinga. Ma quando arrivammo, quella grande tradizione non c’era più».
Studenti cattolici ed evangelici 
manifestano per le strade di Bonn 
nel maggio 1966

Studenti cattolici ed evangelici manifestano per le strade di Bonn nel maggio 1966


L’orgoglio professionale dei chierici
I rapporti di Ratzinger coi suoi colleghi di Tubinga rimarranno formalmente corretti e cortesi fino alla fine. A lezione, Küng proclama ad alta voce la sua stima per il teologo bavarese e riafferma a più riprese la loro comunanza di vedute. Anche Ratzinger conferma in pubblico che col suo mentore svizzero non ci sono problemi. Excusationes non petitae.
Tra i due big della facoltà, titolari delle due cattedre di Teologia dogmatica, le differenze umane e caratteriali sono sempre state evidenti. L’impetuoso svizzero gira con la sua Alfa Romeo bianca, veste con eleganza borghese. I giornalisti cercano lui, quando serve qualcuno che le spari grosse nelle polemiche roventi che attraversano la Chiesa del post-Concilio. Il gentile bavarese va a piedi o usa i mezzi pubblici, dice messa ogni mattina nella cappella di uno studentato femminile, e per il resto studia e prepara le sue lezioni mantenendosi fedele al suo stile austero e riservato. «Quando una volta capitò di fare una trasferta con qualche studente e ci fermammo in una taverna per pranzo» ricorda Kuhn, «ordinò solo würstel viennesi per sé e anche per noi. Pensava che fossimo tutti frugali come lui. Noi quella volta non osammo fargli capire che eravamo giovani e avevamo fame. Forse lo capì da solo, e in altre occasioni di questo tipo si preoccupava che ognuno scegliesse con cura le pietanze del menù che preferiva…». Ma è nel vissuto concreto della vita di facoltà, tra lezioni, seminari, conferenze ed esami, che sotto l’apparente unanimismo “conciliare” la crescente distanza tra Ratzinger e alcuni suoi colleghi tocca livelli ben più cruciali.
Ratzinger crede che tutte le cose importanti che lo hanno fatto esultare durante il Concilio – il rinnovamento biblico e patristico, l’apertura al mondo, la domanda sincera dell’unità con gli altri cristiani, la liberazione della Chiesa da tutti gli orpelli che la appesantiscono e ostacolano nella sua missione – non abbiano niente a che vedere con la smania corrosiva e iconoclasta che agita molti suoi colleghi. Il ruolo giocato da tanti teologi nell’orientare i lavori del Concilio si è tramutato per molti di loro in un orgoglio professionale che pretende di sottomettere al tribunale degli “esperti” anche i fattori più elementari della dottrina e della vita della Chiesa. «A lezione» racconta Moll «tra i diversi professori sembrava saltato ogni consenso minimo anche su dati essenziali della fede. E a noi studenti girava la testa. Bisognava sempre prendere posizione intorno a cose che prima sembravano fuori discussione: il diavolo esiste o no? I sacramenti sono sette o sono solo due? I non ordinati possono celebrare l’eucaristia? C’è un primato del vescovo di Roma, o il papato è solo un regime dispotico da abbattere?». Azzarda il redentorista Réal Tremblay, giunto dal Canada a Tubinga nel ’69 per conseguire il dottorato sotto Ratzinger, e oggi docente presso l’Accademia Alfonsiana: «Ho sempre creduto che certa aggressività di Küng sgorgasse anche dai problemi che aveva incontrato a Roma come studente. Lui è di quelli che non hanno saputo decantare il livore antiromano accumulato a partire da proprie personali esperienze giovanili. Ratzinger non aveva questi problemi, anche perché non aveva studiato a Roma».
Il teologo bavarese, cresciuto alla scuola di sant’Agostino, di Newman e di Guardini, soffre la cappa di nuovo conformismo che sembra aver contagiato tanti suoi colleghi: l’esegeta Herbert Haag, il moralista Alfons Auer, il canonista Johannes Neumann. Lui che al Concilio ha stretto amicizia con Congar e De Lubac non nasconde il suo non allineamento con le parole d’ordine del nuovo trionfalismo “progressivo”. Ricorda padre Martin Trimpe, uno degli allievi più vicini a Ratzinger negli anni di Tubinga e Ratisbona: «Una volta, in un’aula strapiena, ci fu un dibattito tra vari professori sul primato del papa. Küng aveva detto che il tipo autentico di papa era quello rappresentato da Giovanni XXIII, perché il suo primato era di carattere pastorale e non giurisdizionale. Ratzinger non si era espresso, e allora gli studenti cominciarono a scandire il suo nome: Rat-zin-ger! Rat-zin-ger! Volevano sapere come la pensava. Lui rispose pacatamente che il quadro descritto da Küng andava corretto, perché occorreva tener conto di tutti gli aspetti connessi al ministero petrino. In caso contrario, insistendo solo sull’aspetto pastorale, si rischiava di raffigurare non il pastore della Chiesa universale, ma un burattino universale da manovrare a nostro piacimento».
Ratzinger non si allinea, mantiene il suo spirito critico, ma non è certo lui a cercare polemiche e contrasti coi suoi colleghi. Per indole non è un pugile, non ama incrociare i guantoni, rifugge le risse accademiche. Non ci pensa proprio ad assumere il ruolo del bastian contrario che organizza la resistenza alla deriva montante.
Sta di fatto che negli anni di Tubinga non si registrano conflitti conclamati tra Ratzinger e il resto del corpo accademico, che lo sceglie addirittura come decano. Anche i rapporti con Küng si smagliano attraverso un lento e silenzioso distacco interiore, un progressivo estraniarsi ma senza scontri cruenti. «Küng attaccò Ratzinger solo una volta» fa notare Seckler «e non accadde per colpa della teologia». Tra i due esisteva l’accordo per cui in ciascun semestre, se uno teneva il corso principale di Teologia dogmatica, all’altro toccava il corso d’appoggio e quindi aveva più tempo a disposizione per programmare liberamente le proprie attività. Quando Ratzinger annuncia che sta per lasciare Tubinga dopo aver ricevuto la “chiamata” dalla nuova facoltà teologica di Ratisbona, la sua decisione scombina i piani del collega, che già aveva riempito di impegni l’agenda del suo semestre “leggero”. Continua Seckler: «Küng fece fuoco e fiamme. Aggredì Ratzinger con invettive veementi, insistendo sul rispetto dell’accordo. Ratzinger rimase calmo ma irremovibile nelle sue decisioni».
Prima di quella sfuriata, a convincere vieppiù Ratzinger che è meglio cambiar aria, su quei rapporti già sfilacciati dalle turbolenze postconciliari è piombato «fulmineamente» (così si esprimeva l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio nella sua autobiografia) il Sessantotto.

Hans Küng

Hans Küng

Da Tubinga a Ratisbona
La borghesia contesta sé stessa. I figli della classe media si ribellano ai padri. A Berlino, alle manifestazioni contro le leggi emergenziali introdotte a tutela della sicurezza nazionale, ci scappa il morto. La fiammata parte dai centri universitari di Berlino e Francoforte, ma raggiunge presto anche le facoltà teologiche. Proprio a Tubinga, nella facoltà di filosofia, insegna Ernst Bloch, che nel suo libro Il principio Speranza indica in un messianismo ebraico-cristiano secolarizzato la sorgente ultima del vento rivoluzionario che spazza l’Occidente. Una prospettiva che – scrive Ratzinger nella sua autobiografia – «proprio perché si basava sulla speranza biblica, la stravolgeva, così da conservare il fervore religioso, eliminando però Dio e sostituendolo con l’azione politica dell’uomo». La fede – spiega sempre Ratzinger nel suo saggio introduttivo scritto nel 2000 per la riedizione del suo best seller Introduzione al cristianesimo – «cedeva alla politica il ruolo di forza salvifica». In questa «nuova fusione di impulso cristiano e di azione politica a livello mondiale» molti cristiani provano l’ebbrezza di essere tornati protagonisti della storia. Dopo che la cultura occidentale più avanzata aveva tentato di relegare la religione alla sfera soggettiva e intima, adesso con «una Bibbia riletta in una nuova chiave e una liturgia celebrata come precompimento simbolico della rivoluzione e come preparazione alla stessa […] il cristianesimo con questa curiosa sintesi riapprodava nel mondo, proponendosi come messaggio “epocale”». Anche l’agenda “democratizzante” dei teologi à la page viene superata di schianto. Non si tratta più di apportare ritocchi alla compagine ecclesiale e favorire la sua apertura al mondo. Anche la forma storica assunta dalla Chiesa va demolita nell’abbattimento del vecchio regime. «Unter den Talaren der Muff von thausend Jahren», urlano gli studenti delle facoltà teologiche: sotto le talari dei preti, la sporcizia di mille anni. La convulsione rivoluzionaria raggiunge gli interstizi dell’ordinaria vita di facoltà, stravolge e disarticola prassi secolari nel rapporto tra docenti e studenti. La contestazione non conosce zone franche. A Tubinga ne fanno le spese anche Küng e i suoi amici. I “ribelli” monopolizzano anche la parrocchia universitaria di San Giovanni e reclamano l’elezione democratica del cappellano. Poi si sdraiano sugli scalini della facoltà, impediscono l’ingresso ai professori: non c’è più tempo per ascoltare lezioni inutili, bisogna prepararsi alla rivoluzione che si avvicina. Ratzinger sopporta più volte questi “processi del popolo” da parte degli studenti. Racconta Martin Trimpe: «Interrompevano urlando la lezione, o si mettevano sulla cattedra e lo obbligavano a rispondere alle loro questioni “rivoluzionarie”». Altri docenti provano a strizzare l’occhio ai contestatori. Il professore bavarese risponde col suo argomentare logico e pacato. Ma la sua voce flebile viene spesso travolta dalle urla. Nota ancora Seckler: «Lui va fortissimo nelle discussioni pacate, argomentate. Ma nella contrapposizione violenta si smarrisce. Non sa urlare, è incapace di dare sulla voce degli altri in maniera prepotente».
Eppure Ratzinger prova sincera simpatia umana, venata di tristezza, per tanti dei giovani che gli complicano la vita.
Una di loro si chiama Karin. È una bella ragazza bionda e, per quanto risulti molesta, si vede che cerca qualcosa, che il suo sogno rivoluzionario esprime confusamente l’attesa di una vita diversa, buona, il desiderio di essere felici. Ratzinger la sta a sentire, ci perde tempo. Ma poi succede che Karin muore all’improvviso. Racconta Trimpe: «Fui io a dirlo al professore, durante un pranzo. Ne rimase addolorato e non parlò più. Poi, ne sono certo, avrebbe portato a messa, sull’altare, la compassione per la vita e la morte di quella ragazza, affidando alla misericordia del Signore la salvezza della sua anima».
Anche nelle lezioni, come è suo costume, Ratzinger all’inizio prende sul serio e valorizza le istanze della critica marxista, che possono anche esprimere l’attesa di una salvezza storica reale, non rinchiusa nel ghetto dell’individualità soggettiva. Ma il suo choc è tremendo quando la contestazione diventa parodia sacrilega, ribellismo borghese, devastante corrosione delle cose che gli sono più care. Racconta oggi l’ex allievo ratzingeriano Werner Hülsbusch, parroco in pensione nei dintorni di Münster: «Non ne poteva più di leggere manifesti che descrivevano Gesù e san Paolo come dei frustrati sessuali, di sentire discorsi di chi dileggiava la croce come un simbolo del sadomasochismo. Ci stava male».
Il clima sempre più avvelenato di Tubinga brucia i tempi del suo trasferimento alla nuova facoltà teologica inaugurata nel 1967 in Baviera. All’ultimo incontro con la cerchia dei dottorandi tubinghesi il professore arriva un po’ in ritardo a bordo della Cîtroen “Due cavalli” di Peter Kuhn. L’autista frena bruscamente davanti agli studenti in attesa, e la targa di Tubinga si stacca rumorosamente dall’automobile. Tutti scoppiano a ridere.

Un pentito del Concilio?
Il trasferimento ratzingeriano da Tubinga a Ratisbona viene spesso etichettato come il tempo della metamorfosi, quando il teologo riformatore del Concilio, traumatizzato dall’esperienza tubinghese, inizia la sua trasformazione in conservatore lucido (o insidioso, a seconda della mens di chi ripropone il cliché). Nascono qui i miti del Ratzinger-titano della controffensiva ortodossa ai mali del tempo, e quello contrapposto del Ratzinger criptoconservatore che getta la maschera di teologo riformista e svela le sue viscerali pulsioni reazionarie.
Il primo a sottrarsi al ruolo del pentito che a destra e a sinistra vogliono cucirgli addosso è stato a più riprese lo stesso Ratzinger. «Non sono cambiato io, sono cambiati loro» dirà nel 1984 nel libro-intervista curato da Vittorio Messori parlando dei teologi che scrivevano con lui su Concilium. «La stessa ritrosia a riconoscere un mutamento radicale nel proprio sguardo sulle cose a partire da Tubinga» fa sapere Victor Hahn, il redentorista che fu il primo allievo ad “addottorarsi” con Ratzinger, «si ritrova già nell’intervista concessa dal nostro professore al settimanale diocesano di Monaco nel 1977, poco dopo la sua nomina ad arcivescovo del capoluogo bavarese».
Joseph Ratzinger con Karl Rahner

Joseph Ratzinger con Karl Rahner

A cambiare non è il cuore e lo sguardo del teologo del Concilio, ma le circostanze che si trova davanti. Per lui, come per molti protagonisti entusiasti della stagione conciliare – Congar, De Lubac, Daniélou, Le Guillou –, l’attesa trepidante di veder maturare i frutti buoni dei cento fiori del Concilio si è tramutata nella desolazione di una festa mancata. Lo sfaldarsi di tutte le pratiche più ordinarie e di tutti i dati essenziali della Tradizione teorizzato fin nel cuore delle facoltà teologiche gli appare come un vero processo di autodemolizione della Chiesa. Ma la lucida presa d’atto della condizione in cui versa la Chiesa non tracima mai nell’abiura o nella damnatio memoriae della primavera conciliare. Racconta Peter Kuhn: «Ricordo che nel tempo in cui noi suoi allievi eravamo ancora euforici per il Concilio, lui, citando l’immagine del Vangelo, ripeteva: abbiamo aperto la porta per spazzare via un diavolo dalla casa, speriamo che non ne siano rientrati sette. La stessa cosa la scrisse anche in un articolo sulla rivista Hochland, nel ’69. Ma non gli ho mai sentito dire: quello che abbiamo fatto, non avremmo dovuto farlo».
A Roma, Paolo VI vede le stesse cose. «Credevamo» dirà il 29 giugno 1972 «che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole e tempeste, e di buio, e di ricerche e di incertezze, si fa fatica a dare la gioia della comunione». Proprio nel ’68, davanti all’enciclica Humanae vitae, con il suo ribadito no ai moderni metodi contraccettivi, il dissenso intraecclesiale contro il Magistero tocca il suo apice. Il canadese Tremblay vede su una rivista cattolica una caricatura ironica di Paolo VI. La trova spiritosa, decide di portarla a uno degli incontri per dottorandi che il professore teneva di sabato. «Quando gliela mostrai con fare ammiccante, lui mi fulminò con uno sguardo severo». Il messaggio è chiaro: sul Papa non si scherza. «Ma proprio il senso così cattolicamente libero che aveva del rapporto con la Sede apostolica» fa notare Tremblay «lo immunizzava anche da quel “fondamentalismo magisteriale” che oggi mi sembra in auge. Quello di chi apre bocca solo per citare frasi tratte dai documenti vaticani appena sfornati». Da sacerdote bavarese, davanti alla tempesta che si abbatte con più veemenza sulle Chiese nordeuropee, Ratzinger non invoca come panacea l’intervento del gendarme romano. Tocca ai singoli vescovi proclamare la fede degli apostoli di cui sono successori e difendere i semplici fedeli da chi avvelena i pozzi della grazia. «Nel 1965» nota Beinert «Ratzinger aveva scritto insieme a Karl Rahner il libro-chiave Primato e episcopato, dove in un certo senso la parola più rilevante era la congiunzione che univa i due termini. Sulla quaestio disputata del rapporto tra papa e vescovi Ratzinger è sempre rimasto sulla linea che si era espressa al Concilio». Anche con gli allievi gli scappa talvolta qualche battuta sagace sul conformismo dei circoli accademici romani. Ricorda ancora Beinert: «Io ero stato a Roma per dieci anni. Avevo studiato alla Pontificia Università Gregoriana e per lungo tempo ero stato un alunno del Pontificio Collegio Germanico. Durante un colloquio col gruppo dei dottorandi, il professore pose una questione chiedendo cosa ne pensavamo noi allievi. E poi aggiunse sorridendo: al signor Beinert è inutile domandare, lui ha studiato a Roma e si sa già cosa pensa e quello che deve dire…».

Saper sorridere di sé
«Nel 1965» nota Beinert «Ratzinger aveva scritto insieme a Karl Rahner il libro-chiave Primato e episcopato, dove in un certo senso la parola più rilevante era la congiunzione che univa i due termini. Sulla quaestio disputata del rapporto tra papa e vescovi Ratzinger è sempre rimasto sulla linea che si era espressa al Concilio»
Un episodio marginale accaduto sul finire del periodo tubinghese risulta particolarmente illuminante. Nell’estate del 1969 alcuni professori di Tubinga scrivono un articolo in cui lanciano una proposta a effetto: abolire la durata a vita dell’episcopato, fissando un limite di tempo per il ministero dei vescovi residenziali. Il testo viene pubblicato con evidenza sul Theologische Quartalschrift, la prestigiosa rivista di Tubinga che vanta la primogenitura tra le testate teologiche tedesche. Prima della pubblicazione tutti i professori della facoltà cattolica, compreso Ratzinger, sottoscrivono l’articolo. Nelle dodici pagine fitte si affastellano argomenti sociologici per dimostrare che «l’impalcatura e la concezione del diritto della Chiesa di fronte all’attuale immagine della società si presentano come un mondo passato, estraneo». Secondo gli autori anche l’attuale configurazione della giurisdizione episcopale non si richiama «al Vangelo, e neanche alla struttura delle prime comunità cristiane, bensì soltanto a una tradizione emersa più tardi», che «sotto vari aspetti non è più adeguata». Poi espongono la loro proposta per adeguare ai tempi nuovi il potere episcopale. Secondo i professori tubinghesi «il periodo di durata del ministero dei vescovi residenziali in futuro deve essere di otto anni. Una rielezione o un prolungamento del periodo del ministero è possibile soltanto in via eccezionale, e per motivi oggettivi, esterni, dovuti al contesto politico ecclesiale». Gli autori specificano che la proposta «viene fatta per ora soltanto riguardo all’Europa occidentale» e che «implicazioni per l’elezione del papato esulano dalla presente esposizione e perciò non vengono qui discusse». Altra excusatio non petita, visto che la provocazione lanciata implica ipso facto possibilità di ipotizzare un mandato ad tempus anche per il vescovo di Roma.
L’adesione del professor Ratzinger alla proposta dei suoi colleghi poco collima col profilo dell’antagonista duro e puro che si arrocca per resistere alle derive teologiche del tempo. Ma non può nemmeno essere invocata a conferma dello stereotipo opposto, quello di un Ratzinger teologo incendiario destinato di lì a poco a cambiare casacca. Il professor Seckler, che di quell’articolo era uno degli autori e adesso lo ricorda alla stregua di un “peccato di gioventù”, racconta a 30Giorni: «Ratzinger all’inizio era l’unico che non voleva firmare il testo. La sua concezione dell’episcopato non si conciliava con le tesi sostenute nella nostra proposta. Allora andai io a casa sua, a cercare di convincerlo. Prendemmo un caffè, parlammo a lungo. E quando uscii avevo ottenuto la sua adesione». Anche i suoi allievi più stretti quella volta rimasero perplessi. Ricorda Trimpe: «Il professore di solito era determinato nel sostenere le sue convinzioni. In quel caso, forse non aveva letto bene l’articolo, oppure cedette alle pressioni per quieto vivere. Voleva evitare altre discussioni coi colleghi». E forse ciò che gli chiedevano – una semplice adesione a un testo collettivo – non gli sembrava cosa rilevante. Dopo la pubblicazione dell’articolo, mentre allievi e collaboratori si preoccupano, Ratzinger non pare troppo angosciato per la sua reputazione. Indica lui stesso una maniera sottilmente umoristica per placare i loro turbamenti. Racconta Trimpe: «Quando vide che alcuni di noi erano scandalizzati, sorrise e disse: allora, se siete arrabbiati, scrivete voi qualcosa, scrivete un articolo contro quella proposta, e io vi aiuterò a pubblicarlo».
Fu così che l’assistente Kuhn e Martin Trimpe prepararono un lungo articolo che uscirà in due puntate sulla rivista Hochland, per confutare su suggerimento del loro professore le tesi sull’episcopato a tempo che lui stesso aveva sottoscritto. Kuhn non trattiene la battuta: «Quell’articolo lo facemmo pubblicare solo quando col professore ci eravamo già trasferiti a Ratisbona. Forse a Tubinga ci avrebbero preso per eretici».

continua...
(ha collaborato Pierluca Azzaro)



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