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CONCLAVI
tratto dal n. 07 - 2003

Quella volta che il veto dell’imperatore favorì l’elezione di un Papa santo


Cento anni fa, il 4 agosto 1903, Giuseppe Sarto veniva eletto papa con il nome di Pio X. Grazie anche al veto che l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe pose nei confronti del cardinale siciliano Mariano Rampolla del Tindaro


di Andrea Tornielli


Sono trascorsi cento anni dal conclave che nell’agosto 1903 elesse papa il cardinale Giuseppe Melchiorre Sarto. L’ultimo Pontefice ad essere proclamato santo, un grande Papa pastore che diede la possibilità ai bambini piccoli di accostarsi alla prima comunione. Dall’episodio seguente, che risale all’epoca del suo episcopato a Mantova, emerge la grande libertà interiore di papa Sarto. Un giorno, passeggiando per la città insieme al rettore del seminario, si trovò a passare davanti al cimitero ebraico. Chiese al suo interlocutore se avrebbe recitato il De profundis per quei morti. Il monsignore rispose di no. Al che il vescovo Sarto si tolse il cappello e recitò per intero il salmo, dicendo al giovane sacerdote: "Vedi, adesso noi abbiamo fatto la nostra parte. Il Signore farà la sua. Poiché non è poi detto che la teologia del Signore sia come quella insegnata dai padri gesuiti della Università Gregoriana".
Sopra, Francesco Giuseppe. Sotto, Papa Pio X benedice i pellegrini arrivati in Vaticano

Sopra, Francesco Giuseppe. Sotto, Papa Pio X benedice i pellegrini arrivati in Vaticano


Papa "politico"
o Papa "pastore"
Leone XIII, spentosi all’età di novantatré anni dopo un regno durato un quarto di secolo, lasciava una non facile eredità. Molti cardinali volevano una svolta "pastorale", un papa "non politico" né "diplomatico". Candidato più in vista era invece un porporato che incarnava l’altra linea, quella della continuità diretta con Leone XIII. Era un nobile e pio siciliano, Mariano Rampolla del Tindaro, fino a quel momento segretario di Stato. La sua ascesa era favorita dalla maggior parte dei cardinali francesi, ma era osteggiata dall’Austria per la sua politica di sostegno alle aspirazioni degli slavi in fermento nei Balcani. L’imperatore d’Austria decide di usufruire di un antico diritto di veto concesso alle grandi monarchie cattoliche per bloccare l’elezione di Rampolla.
Del veto viene messo a conoscenza il vescovo di Cracovia (un predecessore di Karol Wojtyla) Jan Puzyna de Kozielsko. Secondo alcuni, l’iniziativa sarebbe partita dallo stesso cardinale Puzyna, che l’avrebbe sostenuta presso l’ormai anziano e restìo Francesco Giuseppe. Informati dell’"esclusiva", i porporati autroungarici decidono di puntare su due nomi di cardinali: Serafino Vannutelli e Girolamo Maria Gotti, quest’ultimo carmelitano prefetto di Propaganda Fide. Ci sono alcuni cardinali, tra i quali l’arcivescovo di Milano Andrea Carlo Ferrari, che desiderano una candidatura dal profilo decisamente pastorale. E individuano nel patriarca di Venezia Sarto l’uomo ideale. Il suo nome però non compare nelle previsioni della vigilia. Ma è interessante notare che sui giornali, già prima dell’inizio del conclave, la candidatura di Rampolla del Tindaro viene data per spacciata. La sera del 31 luglio sessantadue cardinali entrano nella clausura del conclave.

L’insistenza
del cardinal Ferrari
La mattina del 1� agosto iniziano gli scrutini, due al giorno, uno la mattina e uno il pomeriggio. Per essere eletti è necessario raggiungere la maggioranza dei due terzi, cioè 42 voti. Al primo scrutinio, Rampolla ottiene 24 voti, Gotti 12, Sarto 5, Vannutelli 4. Il pomeriggio Rampolla sale a 29 e Sarto a 10, mentre Gotti a 16. Questa situazione appare poco favorevole a Rampolla, se la si esamina con attenzione: dei 38 elettori che la mattina hanno votato altri candidati, solo 5 si sono decisi a dare a lui la preferenza. Il conclave si presenta dunque in stallo prima ancora che venga pronunciato il famoso veto. Il patriarca di Venezia, salito a 10 voti, commenta: "Volunt iocari supra nomen meum", vogliono divertirsi sul mio nome. Non crede di essere candidato.
La mattina del 2 agosto, dopo aver prima informato Rampolla, Puzyna legge in latino il testo dell’"esclusiva" con la quale chiede al camerlengo "di voler apprendere per sua propria informazione e di notificare e di dichiarare in modo ufficioso, in nome e con l’autorità di sua maestà apostolica Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria, che volendo sua maestà usare d’un antico diritto e privilegio, pronuncia il veto d’esclusione contro l’eminentissimo signor cardinale Mariano Rampolla del Tindaro". Più che un veto, sembra l’espressione di un desiderio, dichiarato "in modo ufficioso". Subito dopo, sia il camerlengo che lo stesso Rampolla protestano. Tutti si associano, considerando assurda e inopportuna l’ingerenza. Ciononostante, quella mattina, nella votazione, l’ex segretario di Stato di Leone XIII non guadagna neanche un voto rispetto ai 29 della sera prima. Sarto, invece, sale a 21, mentre tramonta la candidatura Gotti, che arriva a 9. È un segno evidente della divisione del conclave.
Il pomeriggio, i cardinali francesi, irritati per la sconfitta di Rampolla, decidono di pronunciare una protesta contro il veto. È una mossa per cercare di recuperare voti sull’ex segretario di Stato. Subito dopo prende la parola il cardinale Sarto: "È sicuro che non accetterò mai il papato, per il quale mi sento indegno. Chiedo che gli eminentissimi dimentichino il mio nome". Al successivo scrutinio Rampolla sale soltanto di un voto, Sarto passa da 21 a 24, Gotti scende a 3.
Il cardinale Ferrari, di fronte a questa situazione di stallo, tenta allora di convincere Sarto, che però resiste: "Mi sento impari a tanto peso. Non è possibile che io me lo sobbarchi… Io avrò i primi nemici fra i più vicini; quelli stessi che mi portano li conosco bene, non possono esser benevoli…". Ferrari insiste: "Un rifiuto potrebbe costarle assai caro e penoso per tutta la vita… Pensi alla responsabilità e ai danni che deriverebbero alla santa Chiesa o da una elezione che sarebbe invisa in Italia e fuori, o da un tale prolungamento del conclave da non sapersi bene dire (e tutti ne convengono) se di giorni, di settimane o anche di mesi".

Il prossimo 4 agosto ricorrono i cento anni dell’elezione al soglio di Pietro di Pio X, l’ultimo Papa canonizzato dalla Chiesa. E in prima fila nelle celebrazioni ci sono ovviamente il comune, la parrocchia e la Pro loco di Riese Pio X, in provincia di Treviso, paese natale del Pontefice. Il primo appuntamento del centenario si è svolto il 2 giugno con un convegno sull’attualità di Pio X ed un concerto in cui si sono suonate delle musiche inedite scritte da Lorenzo Perosi proprio in onore di papa Sarto. Nel corso del convegno il dottor Alejandro M. Diéguez, dell’Archivio segreto vaticano, ha parlato delle carte da lui studiate relative alla cosiddetta “segreteriola”, la segreteria privata voluta dal Pontefice veneto per rendere più veloce e familiare la risposta alle centinaia di lettere a lui indirizzate. Il professor Danilo Veneruso da parte sua ha inquadrato la figura di papa Sarto nel suo contesto storico.
L’umiltà del patriarca
Il cardinale Ferrari torna alla carica, invano, la mattina del 3 agosto 1903. Al primo scrutinio, Sarto sale a 27 voti, mentre Rampolla comincia a scendere e ne ottiene solo 24. Il patriarca di Venezia chiede nuovamente la parola: "Insisto perché dimentichiate il mio nome. Davanti alla mia coscienza e davanti a Dio non posso accettare i vostri voti". Parole considerate come una doccia fredda dai suoi sostenitori, che non intendono eleggerlo per poi sentirsi dire che non accetta. Intanto i cardinali francesi prospettano a Rampolla la possibilità di far confluire i suoi voti su un altro candidato a lui gradito. Ma l’ex segretario di Stato resiste: "Occorre sostenere e difendere l’indipendenza del Sacro Collegio", dice, "e la libertà nella scelta del papa. Per questo considero mio dovere non ritirarmi dalla lotta". In realtà il veto austriaco, in questo caso, più che un impedimento decisivo all’elezione di Rampolla, pare rappresentare per lui quasi una scusa per continuare tenacemente a resistere, di fronte a uno stallo evidente già prima del pronunciamento imperiale.
Decisivo in quelle ore è l’intervento del cardinale Francesco Satolli, che, incontrando Sarto mentre esce dalla cella, lo rimprovera: "Vostra eminenza vuol resistere alla volontà di Dio manifestata così apertamente dal Sacro Collegio…". Sarto finalmente capitola. Alza le mani in segno di resa e afferma: "Sia fatta la volontà di Dio". La notizia si trasmette subito di bocca in bocca nel conclave. Nella votazione del pomeriggio il patriarca di Venezia sale a 35 voti, Rampolla scende a 16.
Commenterà il cardinale americano James Gibbons: "Ad ogni scrutinio in cui vide crescere i voti a favor suo, il cardinale Sarto prese la parola per supplicare il Sacro Collegio che desistesse dall’idea di eleggerlo: tutte le volte gli tremava la voce, gli si accendeva il viso, e gli scendevano lacrime dagli occhi. Cercava di volta in volta di documentare più minutamente che mai i titoli che sembravano mancargli per il papato. E invece, vuol crederlo? Furono questi discorsi, così pieni di umiltà e di sapienza, che resero sempre più vane le sue suppliche".

"Mi chiamerò Pio"
La mattina del giorno dopo i cardinali francesi, irritati dalla resistenza di Rampolla, passano dalla parte di Sarto che anche grazie a loro ottiene 50 voti (ne occorrevano 42), Rampolla 10, Gotti 2. L’eletto così risponde alla domanda di rito: "Quoniam calix non potest transire, fiat voluntas Dei [Poiché il calice non può passare, si compia la volontà di Dio]. Fiducioso nella protezione divina e dei santi apostoli Pietro e Paolo e dei santi pontefici che si sono chiamati col nome di Pio, soprattutto di quelli che strenuamente nel secolo scorso combatterono contro le sette e gli errori dilaganti, assumo il nome di Pio X".


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