Letteratura
La religione della gratitudine
L’autobiografia del grande scrittore inglese, in cui l’autore delle Storie di padre Brown mette a nudo sé stesso, i segreti della propria arte, il senso del suo humour. E ricostruisce la sua conversione
di Massimo Borghesi

Gilbert Keith Chesterton
La religione della gratitudine è l’ultima parola di Chesterton. Essa però, nella sua forma primitiva, così come nel panteismo, non salva dall’ingratitudine, dal peccato. Il trittico delineato nell’Autobiografia vede nel sacramento della confessione, nel cattolicesimo, il pieno compimento dell’atteggiamento generato dallo stupore dell’esistenza
È questo stupore che consente a Chesterton di
trovare il ponte verso la dimensione religiosa. «Di fatto, ero
arrivato a una posizione non molto lontana dalla frase del mio nonno
puritano, il quale avrebbe ringraziato Dio per averlo creato, diceva, anche
se fosse stato un’anima perduta. Ero attaccato ai resti della
religione con un piccolo filo di riconoscenza. […] Ciò che
intendevo, riuscissi o no a dirlo, era questo: che nessun uomo sa fino a
qual punto è ottimista, anche se chiama sé stesso pessimista,
perché nessun uomo ha veramente misurato la vastità del
debito verso quel qualsiasi essere che l’ha creato e che lo ha reso
capace di chiamarsi qualcosa. Dietro il nostro cervello, per così
dire, v’era, dimenticata, una vampa o uno scoppio di sorpresa per la
nostra stessa esistenza. Scopo della vita artistica e spirituale era di
scavare questa sommessa alba di meraviglia»8. Come Chesterton scrive
nell’Autobiografia: «Lo scopo della vita è l’apprezzamento»9. Questo è
autentico, e non ottimismo banale, solo là dove è
accompagnato dalla «gratitudine che si addice a colui che è
indegno»10. L’apprezzamento, unito all’umiltà, di colui
che non ha diritti da rivendicare, consente il godimento delle cose vicine.
«Ciò che conta», scrive Emilio Cecchi, «è
di giungere ad apprezzare i propri beni come li apprezza chi se ne farebbe
anche ladro. Di riuscire ad amare la propria moglie, in modo da avere con
lei cento fidanzamenti»11. V’è in Chesterton, come in Péguy,
l’idea che il Paradiso, luogo di un amore sempre nuovo, sia fatto di
cose familiari: di campi di grano, del “lampione” davanti alla
propria casa, in cielo. In questa continua sorpresa di fronte
all’essere «Io», confessa l’autore al termine della
sua vita, «sono diventato vecchio senza annoiarmi. L’esistenza
è ancora una cosa mirabile per me, e le do il benvenuto come a
un forestiero»12.
«Quando un cattolico ritorna dalla confessione entra veramente, per definizione, nell’alba del suo stesso inizio [...]. Egli sa che in quell’angolo oscuro, e in quel breve rito, Dio lo ha veramente rifatto a Sua immagine»
La religione della gratitudine è l’ultima
parola di Chesterton. Essa però, nella sua forma primitiva,
così come nel panteismo, non salva dall’ingratitudine, dal
peccato. Il trittico delineato nell’Autobiografia vede nel sacramento della confessione, nel cattolicesimo,
il pieno compimento dell’atteggiamento generato dallo stupore
dell’esistenza. Per Chesterton, che si converte nel 1922, la Chiesa
romana è, innanzitutto, ambito di rigenerazione, luogo in cui la
meraviglia originaria della fanciullezza torna ad essere possibile e
attuale. «Quando un cattolico ritorna dalla confessione entra
veramente, per definizione, nell’alba del suo stesso inizio, e guarda
con occhi nuovi attraverso il mondo, a un Crystal Palace che è
veramente di cristallo. Egli sa che in quell’angolo oscuro, e in quel
breve rito, Dio lo ha veramente rifatto a Sua immagine. Egli è ora
un nuovo esperimento del Creatore. È un esperimento nuovo tanto
quanto lo era a soli cinque anni. Egli sta […] nella luce bianca
dell’inizio, pieno di dignità, della vita di un uomo. Le
accumulazioni del tempo non possono più spaventare. Può
essere grigio e gottoso, ma è vecchio soltanto di cinque
minuti»13. Questa perenne giovinezza, frutto
della confessione dei peccati, riporta Chesterton al «primo sguardo
del glorioso dono dei sensi, alla sensazionale esperienza della
sensazione»14. Lo riporta al primato della realtà, che il “dubbio
metafisico”, con il suo mondo interiore di spettri, così
simile alla follia, aveva tentato di dissolvere. Da questo mondo
l’adorazione del Dio “esterno”,
e non di quello “interno” stoico-idealistico, lo aveva
liberato. Come dirà in Ortodossia: «Il cristianesimo è venuto nel mondo prima di
tutto per affermare con violenza che l’uomo doveva guardare non
solamente dentro di sé, ma anche fuori, doveva ammirare con stupore
ed entusiasmo un divino drappello e un divino capitano. Il solo piacere che
si prova a essere cristiani è quello di non sentirsi soli con la
Luce interiore, è quello di riconoscere nettamente un’altra
Luce, splendida come il sole, chiara come la luna»15.
Note
1 G.K. Chesterton, Autobiografia,
tr. it., Casale Monferrato 1997, p. 50.
2 Ibid., p. 51.
3 Ibid., p. 56.
4 Ibid., p. 80.
5 Ibid., p. 92.
6 Ibid., p. 94.
7 Ibid., p. 93.
8 Ibid., pp. 93-94.
9 Ibid., p. 325.
10 Ibid., p. 326.
11 E.Cecchi, «Introduzione» a: G.K. Chesterton, Opere scelte, Firenze – Roma 1956, p. XIV.
12 G.K.Chesterton, Autobiografia, op. cit., p. 382.
13 Ibid., pp. 321-322.
14 Ibid., p. 334.
15 G. K. Chesterton, Ortodossia, tr. it., Brescia 1995, pp.105-106.