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BEATI
tratto dal n. 11 - 2000

«Son povero uomo illetterato che il Signore ha adoperato»


Così Luigi Monti giudicò se stesso. Fu un umile religioso lombardo, amante della pietà popolare. Venuto a Roma per curare malati e poveri, trovò l’affetto del Papa, l’ostilità della curia e patì lunghi anni di esilio nell’agro romano. Infine, fu superiore della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, da lui fondata. Gli si attribuisce un miracolo accaduto il giorno di Natale. Sarà prossimamente beato


Intervista con Giovanni Cazzaniga di Giovanni Cubeddu


Era alla fine della vita il servo di Dio Luigi Monti quando, richiesto dal suo confessore, accettò di far scrivere le sue memorie di gioventù. Quella volta, era l’ottobre 1899 e Monti morirà l’anno dopo, dovette vincere la riservatezza e narrare di sé e di «certi tratti e favori che il Signore operava gratuitamente» a lui fanciullo. L’«Istituto» di Monti – la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione che fondò nel 1857 – è già tutto in quelle pagine di ricordi, dove cammina un ragazzo «d’un carattere ilare e d’immaginazione viva, di un cuore generoso e retto nel suo operare, che per il suo prossimo e per la gloria di Dio avrebbe dato se stesso». Nessuno lo conosceva meglio dei suoi giovani amici di Bovisio, Desio, Varedo e Lissone, che quella giovinezza condivisero nella provincia milanese e poi, alcuni, a Roma nei giorni della fervente carità verso poveri, malati e orfani.
Ma la vita di Monti è stata costellata anche di prove, amarezze e tradimenti, e segnata da periodi di un esilio subìto in sostanza per incomprensioni curiali. Lo confortò l’amicizia con papa Mastai e sempre lo sostenne quella fede popolare che gli trasmisero i genitori ambedue contadini. Fu per pietà popolare che, andando la terza domenica di Quaresima del 1842 in pellegrinaggio al santuario di Rho con quattro compagni per fare la confessione generale, il giovane Luigi ebbe la ventura di confessarsi da un «dotto e pio missionario», che «lo animò ad essere saldo e perseverante nei suoi propositi, lo incitò ad aumentare sempre più il numero dei suoi compagni, assicurandolo che oltre la salvezza dell’anima propria e dei prossimi suoi, avrebbe procurato una grande gloria a Dio». Tanto fu piena l’allegria nel cuore del giovane Luigi che – lo ricordò lui stesso quasi sessant’anni dopo nelle memorie dettate ai suoi – «fu allora il momento fortunato in cui promise a Dio ed a Maria santissima di mettere in esecuzione i santi consigli avuti». A quel primo «sì», in quel momento fortunato, ebbe in dono di poter obbedire tutta la vita.
Abbiamo incontrato padre Giovanni Cazzaniga, il postulatore della causa di beatificazione di Luigi Monti.

Il servo di Dio Luigi Monti

Il servo di Dio Luigi Monti

Lo scorso 1º ottobre è caduto il centenario della morte di Luigi Monti, di cui è in fase avanzata il processo di beatificazione. Come lo ricorda il suo postulatore?
GIOVANNI CAZZANIGA: Come un uomo che agì per la grazia che ebbe nel battesimo. Si affidò all’amore del Signore, fu nelle sue mani in maniera integrale, e in questo abbraccio poté aver cura di malati e poveri cronici e di tanti giovani nel bisogno. Questo è stato l’essenziale di Luigi Monti. Poi, concepì le comunità che fondava per i ragazzi abbandonati come una famiglia: il fanciullo non veniva accolto da un anonimo istituto e – lo scrisse lui nelle costituzioni della Congregazione – l’educatore come prima dote doveva avere «la paternità». Non vi era rigidezza ma partecipazione del giovane a tutto come in famiglia: nel cibo come nelle preghiere, nell’apprendere un lavoro, nel gioco. Tra guerre, malattie e miseria, il contesto sociale del tempo era assai difficile, e le famiglie non potevano prendere in carico neanche gli orfani dei parenti. Ma questa carità per i suoi coetanei l’ebbe in cuore sin da ragazzo lui stesso.
Ci parli della sua gioventù.
CAZZANIGA: Nasce a Bovisio nel 1825, in piena restaurazione. Nella scuola vigevano le leggi austriache, che erano tra le migliori dell’epoca come programmi educativi. La parrocchia era tutt’uno con la gente, era il centro di ogni paesino, ma il clero risentiva molto della rigidezza giansenistica con cui si reagì al periodo della Rivoluzione: sin dalla formazione nei seminari il giansenismo aveva una grande presa di “massa”, sebbene in realtà era imposto da un’élite. E non è che per via della restaurazione in auge nella Chiesa si fosse poi più morali, il popolo o i preti… La Chiesa insomma era divisa tra rigoristi clericali e fedeli alla devozione popolare. Tra questi ultimi spiccava Carlo Gaetano Gaisruck, il vescovo di Milano, austriaco e illuminato, che tentò di riportare la Chiesa nei binari della vera pietà popolare con la catechesi. Era un pastore e amava i sacramenti, a differenza dei giansenisti, che esercitavano fascino soprattutto in quei giovani sacerdoti che cercavano una rottura etica col passato. Nell’epitaffio di Gaisruck sta scritto che «venne ricco e morì povero», perché lasciò tutte le sue ricchezze di famiglia ai poveri. Monti ebbe la fortuna di respirare quest’aria e di essere battezzato lo stesso giorno che nacque – il 24 luglio, ottavo di undici figli – per la grande e ingenua fede di suo padre e sua madre. Ancora bambino conobbe anche, come tutti i suoi paesani, la grande tragedia del colera del 1835, e vide tutta la povertà e il dolore dei contadini della Brianza. Il parroco gli volle molto bene, intuendo sin dall’inizio cosa c’era nell’anima di quel fanciullo, che peraltro era assai vivace, al contrario di come lo ritrae tutta l’iconografia dell’età adulta.
Diceva prima che la questione della gioventù allora era primaria…
CAZZANIGA: …E non si capisce in pieno ciò che fece Monti per i giovani se non si conosce l’importanza degli oratori in Lombardia. Questi furono fondati da un prete, Fortunato Redolfi, che era stato soldato di Napoleone e che poi, diventato sacerdote barnabita e benché sordo, riuscì ad attrarre frotte di giovani. Era un tipo eccezionale e fece di Monza (e dintorni) una città ricca di oratori. Lo stesso padre spirituale di Monti, il reverendo Luigi Dossi, nelle cui mani a 21 anni fece i voti di obbedienza e castità (ma non di povertà perché doveva pur lavorare) veniva proprio da lì. E già altri celebri sacerdoti lombardi come don Talamone e padre Ramazzotti (poi patriarca di Venezia) avevano ispirato gli oratori. Fu per difendere questo patrimonio che il vescovo di Milano faceva entrare in diocesi gesuiti, domenicani e predicatori sempre con grande prudenza, temendo che portassero sconquassi “restauratori”… A Gaisruck i milanesi avrebbero dovuto fare un monumento, ma siccome era austriaco, ricevette stroncature.
Monti non affermò, diremmo oggi, un proprio carisma, ma seguì…
CAZZANIGA: Il carisma è un dono originale di Dio, che per sua natura si inserisce in un particolare momento della storia. Il padre spirituale non trasmise al giovane Luigi gran cultura, ma gli fece leggere le Glorie di Maria – libro pieno di citazioni in latino –, il commento al Salve Regina, la Pratica di amare Gesù Cristo di sant’Alfonso de’ Liguori, il Leggendario dei santi e la Vita dei monaci del deserto. La sera a casa di Monti si apprendeva quella devozione al Sacro Cuore di Gesù che Pio IX raccomandava come difesa del popolo, accessibile a tutti, nei confronti dei giansenisti che teorizzavano di ricevere la comunione solo tre volte l’anno, data “l’altissima” importanza di questo sacramento. Pio IX confidava nel Sacro Cuore e non accettava questa rigorosa e progettuale disumanità giansenista.
Se vogliamo, l’opera di Monti comincia da quattro giovani falegnami che alla sera si radunavano nella sua bottega di ebanista, con l’approvazione del buon parroco del paese. Dopo le letture, le preghiere e il canto, tutti uscivano e tornavano a casa in silenzio, e forse anche per questo li chiamavano “la Compagnia dei frati”. Erano contenti di arare, seminare e raccogliere per conto di chi non ce la faceva, di visitare a casa i malati e lasciargli i propri denari, di cantare durante la messa. Erano uno spettacolo, gli amici di Monti. Quando iniziò a radunarli nella sua bottega, dette loro, com’era uso, un indirizzo “missionario” verso i loro coetanei: che li cercassero, anche andando nelle osterie. Gli esiti erano fortunati, e il parroco di Bovisio don Carlo Ciceri era felicissimo: «Mai visto tanta gente a messa la domenica. Sembra Pasqua!».
Ma nascono le invidie.
CAZZANIGA: Da parte dei preti dei paesi limitrofi, giansenisti. Con la scusa di salvaguardare la loro giurisdizione se la prendevano con «quel villico ignorante che intende farla da confessore», imputandogli un peccato non commesso e inventando pure un reato di cospirazione. Qualche biografo ha inteso scrivere che la persecuzione e l’arresto che Monti subì con i suoi amici fu una questione politica ed un complotto che vide in prima fila la polizia austriaca. Ma non fu così. Bisogna esser chiari: è stato un fatto di Chiesa. Quei tre o quattro giovani sacerdoti emergenti che non sopportavano Monti e la sua pietà popolare sfruttarono il clima terroristico imposto dalla polizia e insufflarono false denunce. La prima volta al Monti andò bene, perché il giudice di turno si fece una bella risata durante il suo interrogatorio, ma la seconda volta no, perché con la scusa che nel circondario doveva aver luogo la visita dell’imperatore cattolico, per motivi di “sicurezza” fecero arrestare Monti e tutti i ragazzi.
Ma ciò che successe nel carcere per me fu un fatto di santità.
Che cosa accadde?
CAZZANIGA: Erano innocenti, e per loro si era mosso il popolo, il sindaco, e i giornali dell’epoca. Invece di recriminare, quei giovani vissero i settantadue giorni di carcere duro come nella celletta del convento: si alzavano la mattina per le lodi al Signore, leggevano la vita dei santi, indi osservavano il silenzio, poi si raccontavano a vicenda qualche episodio della vita dei santi loro preferiti… Erano ragazzotti artigiani e contadini, che amavano la concretezza delle preghiere e nulla avevano di fanatico. Quando uscirono di galera vista l’inconsistenza delle accuse, non rumoreggiarono contro i preti che li avevano ingiustamente consegnati alla polizia, ma ritornarono nelle loro parrocchie solo dopo che nella chiesa di Desio ebbero intonato il Te Deum. Se qualcuno poteva avere rancore saranno stati quei tristi sacerdoti di fronte alla letizia di questi giovani, che, come negli Atti degli apostoli, davano gloria a Dio di questa prova patita oggettivamente a causa della loro fede.
Poté continuare l’opera di Monti dopo il carcere?
CAZZANIGA: Ai tempi dell’arresto, Monti si era già trasferito con il reverendo Dossi in un paesino vicino, Quinto Romano, per cercare ingenuamente di dar vita ad una sua “congregazione” – in realtà semplicemente una povera opera dove assisteva i giovani e insegnava loro un lavoro.
Lui aveva consegnato la sua “Compagnia dei frati” di Bovisio nelle mani del fratello Antonio, e con altri due amici si era ritirato dal reverendo Dossi per vivere insieme, fare economie e un giorno poter affrontare le spese per erigere un piccolo convento e appunto la “congregazione”. Ma invece di crearne una nuova, accadde che inizialmente Monti fu spinto dal padre spirituale ad aderire a quella dei Figli di Maria di stanza a Brescia. Monti obbedì, ma comunque stette poco a Brescia, perché preferì seguire padre Dossi nella sua nuova casa dei Figli di Maria a Bussolengo, nel 1857. Di seguito però fu sempre Dossi ad intuire l’opportunità di un’opera nuova: pensò che – in un’epoca di grandi povertà e di malattie – sarebbe stato un bene che esistessero degli infermieri che avessero vera pietà degli ammalati e che non fossero i soliti “mercenari”. L’intuì guardando una piccola residenza ospedaliera già creata da una suora, suor Crocifissa di Rosa, e per questo fece studiare Monti da infermiere flebotomo (cioè colui che incideva le vene, come la scienza medica dell’Ottocento consigliava in certi casi). Fu così che iniziò la nuova Congregazione, che Monti, assieme a Dossi e al giovane amico Cipriano Pezzini, “battezzava” a Bussolengo il 25 marzo 1857 col nome di Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione.
Che accoglienza ebbe nella Chiesa l’idea di questa nuova Congregazione?
CAZZANIGA: Non fu facile l’inizio. Dopo due tentativi del giovane Pezzini a Cremona e a Bergamo, che naufragarono su diatribe infraecclesiali, si pensò di andare a Roma. Il Pezzini partì, e attraverso il gesuita Brosio incontrò il commendatore dell’Ospedale di Santo Spirito e gli espose l’idea della nuova Congregazione: ne ricevette plausi, e subito dopo anche l’approvazione di Pio IX, dato che il Santo Spirito era l’ospedale del Papa, un gioiello rinomato anche all’estero. A questo punto però si intromisero i frati cappuccini cappellani dell’ospedale. Essi operavano da lungo tempo al Santo Spirito, e comprendendo quanto stava per succedere, sfruttarono il periodo nel quale Pezzini era risalito a Bussolengo a richiamare Monti e tutti i compagni per capovolgere la situazione.
Uno sgambetto “ecclesiale” poco edificante…
CAZZANIGA: Ma non avevano poi tutti i torti i cappellani cappuccini: durante le epidemie alcuni di loro erano morti pur di curare gli ammalati, e peraltro avevano anch’essi maturato l’idea di una associazione di “ospedalieri” composta da terziari francescani senza voti. Poi erano popolarissimi e potenti! Tanto che non bastò neppure che in un certo periodo Pio IX chiamasse lui stesso al Santo Spirito i Camilliani. Questi pure, dopo due anni, fecero fagotto invisi ormai al papa stesso e i Cappuccini – sponsorizzati nei sacri palazzi – finirono per avere sia l’assistenza religiosa che la gestione amministrativa dell’ospedale. La curia, come talvolta accade, si crede più potente del Papa. E stavolta ne facevano le spese i Figli dell’Immacolata Concezione. Questa diatriba con i Cappuccini – che desideravano avere come infermieri dei terziari senza voti a loro sottoposti, di spiritualità francescana più che mariana – durerà vent’anni.
Frattanto giungeva a Roma Monti, ignaro del ribaltone.
E per lui non fu una bella pagina.
CAZZANIGA: Per la verità, già da quando aveva lasciato la casa materna gli capitava spesso di vivere nella prova. Non era neanche più in salute e a Bussolengo cominciavano a deriderlo per il fatto che non si capiva bene cosa facesse e perché non si vedevano dei “risultati”. Il fatto straordinario – l’apparizione di Gesù e di Maria – che gli capitò in settembre durante la novena per la natività di Maria fu noto a lui solo (che ne scrisse compiutamente) ma fu evidentemente vero se il conforto che ne ebbe fu immediato. Alleggerì il suo cuore e la sua vita. «Noi non ti abbandoneremo mai» gli dissero il Signore e la Madonna. Lui era nel coretto della chiesa di Bussolengo e con il viso tra le mani aveva portato lì tutta la sua pena e la sua debolezza. Davvero fu esaudito prontamente.
Così, quando arrivò a Roma, fu deluso, certo, ma a differenza del Pezzini – che volle tener duro nel progetto di creare una congregazione e tentando pervicacemente altrove e fallendo – Monti accettò di servire come semplice infermiere sotto i cappellani cappuccini, convinto che il Signore avrebbe col tempo rimesso nelle sue mani quell’opera di carità.
Luigi Monti ospita alcuni seminaristi del Collegio Lombardo di Roma

Luigi Monti ospita alcuni seminaristi del Collegio Lombardo di Roma

Nella biografia di Monti relativa a quegli anni, come emerge dalla positio, vi sono lunghe pagine sul curriculum dell’umiltà che egli svolse.
CAZZANIGA: Servì come aiutante di farmacia, flebotomo, addetto a umili mansioni, e fece pure il facchino. Gli orari di lavoro al Santo Spirito erano estenuanti, Monti cadde in un profondo stato di prostrazione fisica, e fu mandato a ristabilirsi al suo paese in Lombardia. Il reverendo Dossi volle poi che Luigi, una volta ripresosi, rimanesse per quattro anni nei Figli di Maria, credendo quella collocazione più consona alla sua salute. Ma lui sempre ripeteva che il suo posto era a Roma tra i poveri e i malati del Santo Spirito. E vi fece ritorno nel 1864. Doveva avere una grande pace nel cuore, perché accettò senza aggiungere parola gli stessi uffici secondari che svolgeva prima della malattia e le stesse nomine nella comunità. Di traversie e di invidie ecclesiastiche ne patì molte in questa seconda fase di vita romana – ad un certo momento fu pure eletto superiore del Santo Spirito e subito dopo destituito – ma sempre, di fronte agli inviti o alle “proposte” di andarsene, lui restava certo che il suo posto fosse a Roma. È solo nel 1877 che la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione ebbe l’autonomia, grazie all’intervento di papa Pio IX.
Papa Mastai, come già la prima volta, fu di nuovo benevolo. Perché fiorì quest’amicizia con Pio IX?
CAZZANIGA: I Figli dell’Immacolata Concezione nacquero tre anni dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. Pio IX era amante degli ordini religiosi e della vita consacrata, e difatti i religiosi sotto il suo pontificato si quadruplicarono proprio perché quel Papa fu formidabile nel sostenere il clero, cui dette attenzione particolarissima. Inoltre aveva sentito parlare bene dei Figli dell’Immacolata Concezione, sapeva molto bene quanto nella Chiesa erano stati combattuti, e aveva in simpatia anche il loro abito “mariano” azzurro e bianco. Li chiamava con simpatica ironia «concettini» – forse per stemperare con bonomia certe antipatie della curia – ma poi sempre li difendeva, ne amava la semplicità. Negli ambienti vaticani vi era diffidenza manifesta verso questi laici religiosi la cui missione consisteva solo nel servire negli ospedali, diffidenza che dovette mascherarsi a seguito della visita che Mastai fece personalmente al Santo Spirito. Fu un fatto memorabile. Quando il Papa vide schierati gli “ospedalieri” di Monti assieme al resto del personale li chiamò per primi: «Oh, ecco i miei Concettini! Venite avanti, due a due, come gli apostoli». Immaginatevi la sorpresa di quei poveretti nel sentirsi così benvoluti addirittura dal Papa e lo sgomento dei cappellani, che si sentivano i padroni di casa. Alla fine della sua vita Mastai soleva dire: «I Concettini li ho fatti io, gli voglio bene».
E gli volle così bene che almeno fino ai primi del Novecento vi fu tra i “Concettini” addirittura il dubbio su chi fondò davvero la Congregazione, se Monti o lo stesso Pio IX…
CAZZANIGA: Mastai ci teneva a ricordare il suo aiuto al momento di emanare i decreti favorevoli alla creazione della Congregazione, il dono della casa del noviziato in Trastevere a Roma e i tanti, tanti soldi sborsati via via per ripianare i debiti contratti dai Concettini per i poveri e i malati. Una volta che Monti andò in udienza dal Papa, questi gli donò un dipinto raffigurante l’Immacolata di un noto artista del tempo, Silverio Capparoni, lo stesso che aveva pure restaurato Santa Maria in Trastevere. Il quadro è ancora nella cappella della casa generalizia della Congregazione ed è diventato l’immagine “ufficiale” di Maria della nostra Congregazione, vestita come regina, come si usava nell’Ottocento, mentre calpesta il serpente. Di questa immagine di Maria il Monti diceva: «Non abbiate paura, chiamatela sempre mamma, non solo Madonna. Ella schiaccia la testa del serpente e fa sputare la mela». È un dire popolano e caloroso, proprio come il nostro fondatore.
Ritorniamo alle vicissitudini degli “ospedalieri”. Finalmente hanno avuto il riconoscimento della loro Congregazione…
CAZZANIGA: …e Monti, avuta poi la nomina a superiore dell’Istituto, andò “a far cagnara”, cioè a chiedere alla Madonna venerata nella chiesa di Sant’Agostino a Roma di incontrare finalmente un cappellano ben disposto verso la sua giovane comunità. La nomina gli era stata conferita grazie ai visitatori inviati dal Papa a dirimere la questione della creazione della Congregazione e di chi comandasse al Santo Spirito. Quei visitatori erano il commendatore del Santo Spirito monsignor Fiorani e un futuro santo: don Giovanni Bosco.
Come s’arrivò a don Bosco?
CAZZANIGA: Tutti i numerosi visitatori mandati via via dal Papa a sciogliere il nodo dell’autonomia della Congregazione avevano sempre indicato come superiore il Monti. Ma i contrasti rimanevano. Così Pio IX ad un certo momento credette che l’intervento di un suo amico avrebbe risolto tutto: questo amico era don Bosco (che pure penò per vedere approvate le sue costituzioni, sempre per alcune opposizioni della curia). Accadde che don Bosco aveva chiesto per le spese di viaggio dei suoi missionari verso la Patagonia cinquemila scudi al Papa: questi glieli diede, esigendo però a sua volta il grande favore di «dare migliore sistemazione all’Istituto dei Concettini». Qui molti storiografi errano, inventando una lite tra don Bosco e Monti: il primo propendeva per la fusione con i Salesiani perché così gli era stato suggerito in buona fede da Pio IX, ma non aveva certo sue mire sulla nuova Congregazione. Era desideroso di poter avere finalmente, tramite i “Concettini”, una casa a Roma, che cercava da tempo – e questo è più che comprensibile – e sapeva che Pio IX aveva in animo di aiutare i Concettini ad istituire un loro noviziato a Roma, come poi fece. Ma nulla di diverso. Don Bosco obbedì a Pio IX, con la stessa fedeltà con la quale poi si sobbarcò di tutte le fatiche pur di terminare a Roma la Basilica del Sacro Cuore “commissionatagli” da Mastai. In chi amava la Chiesa come lui non vi erano trabocchetti, talvolta propri dei sacri palazzi, e Monti lo comprendeva.
E l’incontro tra i due, allora…?
CAZZANIGA: L’Istituto di don Bosco e i Concettini avevano vocazioni e missioni assai diverse, eppure all’iniziò si verificò sinceramente l’ipotesi della fusione, per constatare che era un po’ artificiosa, e che per funzionare avrebbe necessariamente dovuto ridurre i Figli dell’Immacolata Concezione al rango di cooperatori salesiani. Don Bosco capì bene tutto ciò e ammise infine chiaramente che tutto si poteva fare tranne che toccare l’autonomia dei Concettini. A quel punto, paradossalmente, intervenne la curia e i vertici del Santo Spirito, atterriti dalla prospettiva che con la fusione arrivasse a Roma pure don Bosco. E Pio IX, che aveva favorito la fusione, si trovò così a dover sottoscrivere un decreto nel quale a don Bosco si dava la giurisdizione in spiritualibus, mentre in temporalibus la manteneva il commendatore del Santo Spirito, assieme però stavolta al superiore dei Figli dell’Immacolata Concezione, cioè finalmente padre Monti! A don Bosco non restò che accettare. In fondo, tutta la storia si può riassumere nel pranzo che Monti offrì a don Bosco (al quale parteciparono alcuni canonici di Orte amici di Monti, dai quali ne abbiamo testimonianza). Andò così. Don Bosco disse a Monti: «Padre, ho pensato di farti studiare da sacerdote e poi inviarti in missione»; al che, Monti: «Ho sempre studiato per poter lavorare e poi curare i malati, non per essere sacerdote. Se è per questo anche il vescovo di Orte mi avrebbe già voluto sacerdote…». Quindi don Bosco riprese l’argomento della fusione, e Monti: «Se intendessi davvero fare questo avresti un ostacolo grande, l’Immacolata Concezione, perché la congregazione è Sua. E non sarai più ben voluto in Vaticano». Di fatto, da quella volta don Bosco non riuscì più a vedere il Papa, perché impedito, e Pio IX, ormai malandato, nulla poté più a riguardo.
Con la nomina di Monti nella vita dei Concettini cosa succede?
CAZZANIGA: Lui riprese in buona parte le costituzioni dei Figli di Maria, ai quali era rimasto grandemente affezionato, rifece l’abito della sua Congregazione e soprattutto cambiò la vita della comunità, tirando via chi non aveva vocazione e chi aveva interpretato la vita in comunità come un impiego. Vi è un bel libro del gesuita Antonio Angelini – che fu per un periodo direttore spirituale dei novizi – sui “fratelli spedalieri” e sui tanti tra loro che davvero sacrificarono la vita per ben accudire i malati. Dal noviziato in Trastevere, oggi in piazza Mastai, all’Ospedale di Santo Spirito ovunque si notava il fervore dei Concettini…
Se con la nomina di Monti finiva formalmente il suo esilio, negli anni di “lontananza” vi erano stati comunque episodi di conforto e di speranza?
CAZZANIGA: Altroché! Un periodo fortunato era stato proprio l’esilio nell’agro romano a nord di Roma. Era già stato fatto una prima volta superiore del Santo Spirito nel maggio 1866, ma gli intrighi dei cappellani lo avevano deposto in pochi mesi, e fu “promosso” superiore dell’ospizio dei cronici di Vigna Corsini. Lì si mise ad istruire i bambini analfabeti e distribuì medicinali per la bisogna. Sebbene emarginato da alcuni eminenti ecclesiastici, anche nell’esilio lui incontrava e accoglieva i poveri. Ad un certo punto fu richiamato al Santo Spirito dal ministro generale dei Cappuccini (allora anche superiore dei Concettini) che gli prospettò di servire all’ospedale di Orte: un ex convento espropriato da Napoleone ed ora diretto dal becchino locale, aiutato dalla moglie che fungeva da infermiera… Nessuno voleva andare lì a curarsi! Si doveva oltretutto terminare la trattativa per la ristrutturazione con le confraternite locali proprietarie dell’ospedale, e anche di questo lui fu preventivamente incaricato. Di nuovo Monti obbedì, e partì da Roma con sole tre lire in tasca. S’accordò con tutti e iniziò a lavorare. Ritrovò il mestiere della sua gioventù, e da falegname riassettò e ripitturò tutto da cima a fondo, assestò i letti dei malati, coltivò per sostentarsi un campicello che si era fatto assegnare, mise su una piccola farmacia. E fece in modo di inaugurare il nuovo ospedale il giorno dell’Immacolata… ché sempre Lei aveva nel cuore. Ad Orte si dedicò a tutti, dal vecchio canonico al contadino miserabile, andava ramingo per i casolari tra il Tevere e la Nera a vedere se mai vi fosse bisogno d’aiuto. Monti veniva da quel celeberrimo ospedale romano che era il Santo Spirito, e a quei poveracci delle campagne non pareva vero che “uno importante” fosse lì per loro e ne avesse così cura. Aveva una carità che loro non conoscevano. La sera si faceva trovare sulla salita che i contadini percorrevano tornando dai campi, e attendeva ognuno di loro per curare una malattia, lenire un dolore, offrire conforto. E tutto la sera riportava ai piedi di Maria nelle preghiere.
Ma non fu dunque solo un “ospedaliere”…
CAZZANIGA: Per lui i malati erano i «poverelli di Cristo». Monti amava la povertà, e sempre aveva coscienza di essere un consacrato: rifece la cappella dell’ospedale con i pochi soldi che la gente del posto gli donava, faceva suonare tutti giorni le campane all’Ave Maria e recitare il Rosario, si fece amico un gruppetto di ragazzi che assisteva e incoraggiava nella fede. Ad Orte la comunità attorno a lui veniva additata con meraviglia. E lì, a suo conforto, fiorì la bellissima vocazione di fratel Stanislao Sauda, morto in concetto di santità.
Storicamente gli anni di Orte sono quelli della breccia di Porta Pia e della caduta dello Stato Pontificio. Come affrontò Monti questo cambio epocale?
CAZZANIGA: Anche nella piccola Orte le truppe piemontesi erano arrivate a imporre il nuovo ordine liberale (e massonico). Ma Monti diceva che «bisogna essere capaci di comprendere la partita liberale», e non reagì scompostamente, ma con concretezza.
Vero è che, quando poi Monti sarà superiore dei Concettini sotto l’amministrazione del Santo Spirito in mano liberale (e massonica), i nuovi padroni faranno di tutto per fiaccare e distruggere in maniera subdola lui e i suoi. E nonostante godesse dell’amicizia del Papa, i liberali lo cacceranno definitivamente dal Santo Spirito nell’89.
Di nuovo tempi difficili.
CAZZANIGA: Non difficili nella fede… ma tempi di povertà, anzi di miseria, questo sì. Quando i liberali cacciarono dal Santo Spirito il Monti, mancò a tutti i confratelli quel minimo vitale di salario pattuito, e la congregazione, così piccola, non aveva più di che vivere. Magari vi fu un attimo di smarrimento, ma ci si adattò nelle preghiere e nell’umiltà a svolgere quelle piccole mansioni pietose, come ad esempio seguire i funerali, con cui si guadagnava quel minimo di offerte per vivere. Poi la crisi passò… Ma intanto Monti aveva lo stesso cura di istruire i novizi spiritualmente, insegnando loro anche ad essere buoni infermieri. Lui ricorda quel periodo come dei giorni felici…
Giorni nei quali iniziò una nuova carità: accogliere gli orfani.
CAZZANIGA: Nell’ospedale più volte aveva veduto quanti, morendo, lasciavano i figli abbandonati a se stessi, e via via si riaccese nel suo animo l’idea avuta in gioventù di avere cura degli orfani. Gli capitò che un monaco certosino della Basilica di Santa Maria degli Angeli gli si presentasse con dei bimbi, suoi nipotini, orfani di padre e di madre. Questi gli disse di non sapere perché era venuto proprio da lui, ma che aveva avuto l’idea pregando per Pio IX e l’Immacolata. Monti prese gli orfanelli, li sistemò dapprima nel noviziato, poi capì che avrebbe dovuto cercare un’altra sede più idonea, e pensò che sarebbe stato meglio prenderla in Lombardia, a Saronno. E partì. Cercò inizialmente chi lo aiutasse economicamente, e non lo trovò. Scrisse ai Concettini di Roma chiedendo l’aiuto delle loro preghiere: lo chiese a loro che pure sapeva scettici di questa nuova impresa perché avrebbero voluto mantenere solo il loro “carisma ospedaliero”. Monti invece finì per acquistare per quei piccoli orfani un castello a Saronno con i denari che gli dette un benefattore incontrato per caso, don Giuseppe Rossi. Quando scrisse ai suoi di Roma che costui gli aveva regalato ventimila lire, un’enormità a quei tempi, credettero ad un abbaglio del povero Monti o ad un errore di scrittura: «Mah, forse avrà scritto duemila lire ?!…».
Intanto, nel 1881, aveva inaugurato a Nepi un’altra opera ospedaliera. E dopo il 1890 aprì una casa di salute per i lungodegenti a Saronno, accanto all’orfanotrofio. Si creò insomma una piccola cittadella della carità, dove i Concettini si ritrovarono dopo la cacciata dal Santo Spirito.
È paradossale: tanti anni per avere l’autonomia della Congregazione, e poi la mancanza di unità tra loro…
CAZZANIGA: Ma questo ha a che vedere con la libertà del cuore…. Alcuni erano radicati nell’idea di essere solo ospedalieri e dopo tanti anni di servizio si sentivano ormai un po’ come i cappellani del Santo Spirito. Altri non guardavano a Monti come al fondatore, ma si volevano rifare ancora al Pezzini o direttamente a Pio IX. Insomma, creata l’istituzione, furono dolori per Monti: sia per la nota questione degli orfani (anche se dal punto di vista formale il capitolo del 1883 aveva approvato all’unanimità la sua decisione, abbiamo visto cosa in realtà pensavano tanti Concettini…), sia per un’altra questione più delicata: quella del sacerdozio.
La casa natale di Luigi Monti a Bovisio, dove visse per 26 anni

La casa natale di Luigi Monti a Bovisio, dove visse per 26 anni

Ovvero?
CAZZANIGA: Tante volte vi era stata la difficoltà ad avere un cappellano per dire messa, specie nei piccoli paesi dove si assistevano poveri e infermi, o era mancato il sacerdote ai malati sul punto di rendere l’anima a Dio. Monti desiderava due messe al dì per i suoi che lavoravano con turni di giorno e di notte, e soffriva della difficoltà ad averne. Lui che nella sua vita aveva fatto fiorire il sacerdozio battesimale, era convinto della necessità del sacerdozio ministeriale: poteva evangelizzare, dare tutte le testimonianze di questo mondo, fare del bene, ma alla fine, se non c’era il sacramento?!… Così all’atto di riscrivere le costituzioni della Congregazione, chiese che vi fosse per i Concettini la possibilità del sacerdozio. In vita non poté gioire dell’approvazione ecclesiastica al sacerdozio, sempre negata – anche per l’opposizione interna di chi, come il gesuita Angelini, vedeva i Concettini solo come dei laici. La questione del sacerdozio a Monti pareva così importante da paragonarla alla sua «terra promessa», che lui, come Mosè, non avrebbe visto, ma che sarebbe stata infine donata. Dopo la sua morte ci vollero quattro anni, ma nel 1904, appena eletto, papa Pio X prontamente approvò le costituzioni dell’Ordine, incluso il capitolo sul sacerdozio.
Come trascorse Monti gli ultimi anni di vita?
CAZZANIGA: Aveva crisi epatiche, malattie agli occhi che di tanto in tanto lo costringevano al buio per intere giornate e altri acciacchi dovuti all’età e alle fatiche sopportate, sebbene fosse lucidissimo. Ma alcuni nella Congregazione iniziarono ad avere anzitempo il problema del ricambio generazionale: chi lo avrebbe sostituito? Un alibi era che «non capivano più le sue decisioni», che «faceva passi in avanti troppo lunghi», e avevano già convocato un capitolo per “discuterne”. Monti era a Saronno, dove solitamente andava l’estate a riposarsi, ma aveva capito tutto. Si recò a Roma dal suo “cardinale protettore” – che era Lucido Maria Parocchi, vicario di Roma – e gli pose nelle mani la questione. Parocchi fece sospendere i preparativi di questo capitolo voluto da quella frangia che in fondo non era mai stata con Monti, e ne interessò la Congregazione dei religiosi. La cui risposta, confermata dal Papa, fu: «Regant qui regunt», cioè comandi chi già oggi comanda. Era il 1898. Il tradimento fu uno dispiaceri che gli toccò in sorte, negli ultimi anni, insieme però alla felicità di vedere che vi erano altri, più giovani, che aderivano pienamente. Aveva consolazione dagli orfanelli, e ormai ridotto in carrozzella chiedeva che fossero loro a spingerlo.
Sempre in quell’anno andò al santuario di Oropa a raccomandare ancora una volta alla Madonna i suoi Concettini. Monti muore il 1º ottobre del 1900 a Saronno. Ciò che tutti noi concezionisti ricordiamo dell’anno della sua scomparsa, insieme alla santità della sua morte, è quando volle portare gli orfanelli di Saronno e i novizi più giovani in pellegrinaggio a Bovisio, dove lui aveva ricevuto il battesimo. Lo portarono, vecchio e malato, su un carro. «Qui fui battezzato, qui è iniziato tutto», disse. A quelli cui voleva più bene consegnò il suo testamento, pieno di fede e di intelligenza: «Per fondatori dell’Istituto non devesi nessun altro riconoscere che Gesù, Maria Santissima Immacolata e san Giuseppe… I primi in modo più che meraviglioso mi guidarono nell’impresa; il terzo, san Giuseppe, provvide nelle gravi sue necessità il nascente Istituto». Domandò a tutti perdono e pregò tutti «di ricordarsi dell’anima di questo povero miserabile», affinché Iddio l’accogliesse. «Son povero uomo illetterato che il Signore ha adoperato», diceva di sé.
Quando iniziò la causa di beatificazione?
CAZZANIGA: Nel 1940 a Milano, il cardinale Ildefonso Schuster era presidente del Tribunale diocesano. Con i bombardamenti della guerra gli interrogatori rallentarono molto, e, peraltro, avendoli iniziati quarant’anni dopo la morte di Monti, di testimoni diretti non ce ne erano più molti. Trascorsero così dieci anni. Nel ’50 dalla Congregazione delle cause dei santi si ebbe il placet e iniziò l’esame degli scritti, durato altri dieci anni, e non concluso, anche perché nei testi c’era qualche espressione un po’ vernacolare di Monti. Non erano neanche parolacce, ma ci chiesero formalmente di spiegare e giustificare quelle espressioni. Questo periodo di risposta è durato trent’anni, finché le carte sono state affidate a me, che le ho “riaggiustate”. La positio è stata consegnata nel 1992, e abbiamo atteso sette anni rispettando la fila dei candidati beati. Quest’anno è cominciato l’esame da parte della commissione dei teologi che ha confermato all’unanimità l’eroicità delle virtù. Ora attendiamo che si passi alla commissione cardinalizia, per la dichiarazione di venerabile. Poi avverrà l’esame del miracolo.
Ci racconti per favore di questo miracolo…
CAZZANIGA: È avvenuto a Bosa, in Sardegna, nel 1961, e ha salvato un contadino. Costui, già molto malato, ebbe improvvisamente anche un’ulcera perforata nello stomaco e fu portato a Bosa (dove i Concettini avevano un ospedaletto) per tre operazioni d’urgenza, che non riuscirono. L’uomo fu ricucito malamente, perché i chirurghi lo giudicarono spacciato e fecero chiamare i parenti per l’ultimo commiato. Furono le nostre suore che ne ebbero pena e iniziarono a pregare insistentemente Monti perché lo salvasse. Mentre i medici ormai di lui non si informavano neanche più, solo un nostro fraticello anziano si era recato dal vecchio contadino per recitare insieme a lui le giaculatorie, perché, sebbene in fin di vita, quell’uomo era cosciente. Questo vecchio frate, che ne ebbe pietà, lo trovò un giorno seduto sul letto che mangiava di gusto. Era il giorno di Natale.


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